Il papiro del 2017/’18

Eccoci al papiro della stagione cinematografica del 2017/2018: 54 titoli

quello del 2016/2017 (47 film) è in La Caduta di Pontoppidan

quello del 2015/2016 (47 film) è in Jiminy Cricket

quello del 2014/2015 (32 film) è in Psych!

quello del 2013/2014 (36 film) è in Il Conte di Palomino

quello del 2012/2013 (38 film) è in C U Next Tuesday

ci sono:
10 SuperUp, grazie però a 4 riedizioni di film vecchi, quindi sarebbero da considerare 6…
12 Up
11 Not so up
2 Not so down
8 Down
11 SuperDown

  1. Dunkirk — Christopher Nolan, WB
    E si comincia con una schifezza, gonfiata e truccata come un capolavorone…
    Letterario, per nulla cinematografico (i puristi nolaniani scambiano per “cinema” cose assai superficiali, applicabili più alle illustrazioni dei libri che agli schermi delle sale), ottocentesco, retorico, incensato da un clamorosamente sbagliato Oscar al montaggio (a mio avviso, il montaggio di Lee Smith è quanto di più errato a livello teorico, perché sembra riunire i diversi spazi-tempi in una continuità paradossale che crea aporie umoristiche simili a quelle delle telenovelas venezuelane), e appesantito da una colonna sonora obrida e da tronfie perorazioni moralistico-sentenziose… il dire «ma in una configurazione tronfio-patriottarda e in un film di guerra più che convenzionale, Nolan riesce a instillare pillole più interessanti che potranno catturare la curiosità dei nerdisti prepuberali che lo guardano»… potrà anche essere, ma il rischio è invece che chi incensa Nolan poi tenda a fare “evoluzionismo contenitivo”, della serie: «siccome ho visto Nolan non devo vedere né Dr. Strangelove né Rapina a mano armata [modelli filmici], né leggere Tom Clancy e Victor Hugo [modelli letterari], perché Nolan li contiene, ed è stupendo!»: e il rischio di tale miopia autocompiaciuta è davvero altissimo… — SuperDown! 
  2. Un profilo per due — Stéphane Robelin, Officine Ubu
    Leggero e sempliciotto, specie nel finale, ma redatto da una mano cinematografica (ricca di carinissime oggettive simpatetiche) non banale — Up! 
  3. Baby Driver — Edgar Wright, WB (TriStar/Sony)
    Non da strapparsi i capelli dal miracolissimo, ma dalla fattura davvero da 10 e lode, e dalla capacità narrativo-romantica ineccepibile: davvero piacevole… — Up! 
  4. The Beguiled – L’inganno — Sofia Coppola, Focus Features/Universal
    Intelligente e più denso di straziante ambiguità tragica rispetto alla versione di Eastwood/Siegel: eccellente — Up! 
  5. Il colore nascosto delle cose — Silvio Soldini, Videa/RaiCinema
    Schifevole tentativo di dare materia cinematografica italica al non vedente: casca in tutti i cliché del “genere” ed è incapace sia di trovare una quadra “visiva” del “non visivo” sia di decidersi su quale storia raccontare: la vicenda vorrebbe essere corale ma è solo prolissa, e la descrizione inutile del nerboruto macho trombarolo spesso sopravanza sia la trattazione “sentimentale” sia quella della mancanza di visione dell’oggetto/soggetto amoroso — SuperDown! 
  6. mother! — Darren Aronofsky, 20th Century Fox-Paramount
    Un delirio mistico-isterico, che i nerdaioli cinetici hanno scambiato per capolavorissimo solo perché ci sono “i piani sequenza” (cosa accaduta anche a La La Land l’anno scorso)… Salmodiante, predicante, oracolare, simbolista, delusionale: illustra un campionario di patologie relative alla religione che forse Aronofsky vorrebbe stigmatizzare nel pubblico, ma si vede subito che invece non fa altro che glorificarle in se stesso! — fossi un medico, lo rinchiuderei… il probabile modello von Trier risulta perfino meno malato di lui perché si evince in lui un tipo di “cosmicità irrazionale”, parlante non solo a se stesso anche se iniziante da se stesso, che Aronofsky non ha mai: Aronofsky parla solo di se stesso e dei suoi colloqui con Gesù… se proprio li devi sublimare in un film, allora il film fallo come Ferrara e Scorsese, con un nutriente apporto “critico” (l’amore-odio per il cattolicesimo), e non indugiare in questa ridicola cacofonia che ha sì la componente “amore-odio” ma soprattutto ha tanta complicità, astrusità, permeabilità con l’illusione religiosa — se von Trier forse fa i suoi film per “analisi”, Aronofsky ha fatto mother! per sfuggire all’analisi, perché, di fondo, nonostante la follia, ritiene di essere “sano”, che le cose che illustra siano “benigne”… questo fa di Aronofsky un autentico schizofrenico — per curiosità lo si può anche vedere, per ridere delle sue scempiaggini, ma se cercate un film “serio”, perdete tempo… — SuperDown!
  7. Valerian — Luc Besson, 01-Leone-EuropaCorp-RaiCinema
    Infantile, abbastanza inutile, ma fatto da gente che artisticamente ha quasi più argomenti di del Toro o Cameron, e narrativamente sa creare un giochino moralizzante (di condanna del militarismo) che sarà salutarissimo negli eventuali spettatori piccoli (che però sono stati assai sparuti)… ha anche il pregio di non prendersi mai sul serio e di giocare molto con se stesso e con la sua infantilità: un’ironia che manca sempre sia nei Marvel sia negli Star Wars… infine, propone un’idea chiara di sintesi tra la nostalgia del settantenne che ha letto il fumetto a 12 anni, e il 12enne odierno, una sintesi non perfetta, ma certamente molto più coerente degli altri odiosi nostalgifici visti quest’anno… — Not so Down…
  8. Blade Runner 2049 — Denis Villeneuve, WB-Columbia/Sony
    Eccezionali capacità visive (Deakins e Gassner spaccano i culi) e un tipo di sguardo assai migliore di quello presentato in Arrival, aiutano molto il film, che si annovera come davvero molto buono (il rapporto amoroso macchina/macchina tra Gosling e il suo ologrammino è reso assai benino, degno dei risultati segnalati in 42), ma non lo salvano da una stramba idea accordale con il film dell”82, forse troppo pronunciata a livello visivo, e, nel contempo, troppo fraintendente a livello di raccontato: come diceva Rutger Hauer, il film dell”82 non parlava di replicanti ma di cosa volesse dire essere umani, invece Villeneuve & Co., al pari delle peggio nerdate di Starkiller, mentre sono attentissimi a ricostruire fino al calco idiota le immagini “superficiali” di Scott, a livello narrativo hanno irrimediabilmente tradito nella “sostanza” quelle immagini, concentrandosi solo sulle contrapposizioni infantili di guerra umano/macchina (eliminando la magistrale ambiguità tra quelle entità nel film scottiano) e costruendo un film mai empatico e mai veramente coinvolgente, a causa anche di una immotivata lentezza liturgica, concentrata su sequenze meramente riempitive (personaggi che camminano, camminano, camminano), che agghiaccia anche i più positivamente predisposti… — Chiariamo: rispetto alle merdate dette in Starkiller, Villeneuve è assai migliore perché, nella sua imitazione scottiana, riesce a replicare bene anche le istanze migliori, presentando un suo discorso meta-cinematografico estraneo agli altri film citati in Starkiller, ma non riesce a essere migliore così tanto da smarcarsi del tutto dai loro difetti… — Not so Up…
  9. Un donna fantastica — Sebastian Lelio, Lucky Red
    Non banale a livello visivo, risulta però un po’ risaputo per chi ritiene ovvia la questione dei diritti… per gli altri sub-umani che non la ritengono ovvia, allora questo film non potrà che fare bene… — Up!
  10. IT — Andy Muschietti, New Line/WB
    Una ragazzata che soffre moltissimo del complesso nostalgico aggirato da Besson in Valerian: occupato a raccattare tutti i target possibili (quello dei 40enni-bimbi dell”80 e quello dei 12enni-bimbi di oggi), non ne acchiappa davvero nessuno, in un filmetto all’acqua di rose, consolatorio, mai perturbante, da parco-giochi, da visione non attenta in poltrona in stile Netflix, con all’attivo solo fugaci e mai sufficienti impulsi meta-cinematografici… — Down!
  11. Shining — Stanley Kubrick, WB
    Riedizione nei cinema, da me visto all’Odeon di Firenze in una eccellente rivisione su grande schermo, purtroppo proiettata col doppiaggio: data l’occasione, vederlo in lingua sarebbe stato auspicabile… — SuperUp!
  12. La ragazza nella nebbia — Donato Carrisi [e Roy Bava], Medusa
    All’interno di un discorso di genere italiota, è un film che si comporta molto bene, con un finale geniale che costringe a pensare in termini di immagini e di “visivo” come forse non fa nessun’altro film italiano di genere odierno… Una ottima e gradita sorpresa… — Up!
  13. Justice League — Zack Snyder e Joss Whedon, WB
    Impossibile da comprendere come, visti questi vomitevoli risultati, sia a livello ideologico sia a livello visivo, i cinecomics possano ancora essere considerati cinema… non sono film, sono filmoidi, cose che hanno la forma di film senza esserlo… — SuperDown!
  14. Borg McEnroe — Janus Metz Pedersen, Lucky Red
    Anche se non va al di là, a livello visivo, di Wimbledon di Loncraine, il film è grandemente piacevole, anche se il titolo italiano trae in inganno: il titolo originale è Borg, poiché è su di lui che ci si concentra davvero… —  film solido, di puro cinema cinetico, capace di rendere al meglio la tensione “vitale” dello sport, come forse quasi solo Friedkin, Raimi, Milius, Levinson e raramente Sheldon sono stati capaci di fare al cinema (gli anime giapponesi sono stati molto più generosi di capolavori sportivi rispetto al cinema di Hollywood)… — Up!
  15. Murder on the Orient Express — Kenneth Branagh, 20th Century Fox
    Straordinario capolavoro di riflessione sociale combinato con la riflessione sulla “rappresentazione” sociale… Bellissimo… — SuperUp!
  16. Star Wars – Episodio VIII: Gli ultimi Jedi — Rian Johnson, Disney
    Miracoloso esempio di cinema in linea con le motivazioni meta-cinematografiche, meta-psicanalitiche e meta-“socialiste” dei capostipiti di riferimento: senza scempie nostalgie, il film tracima idee visive splendide, accordate con gli originali e rifuse degnamente in un superlativo aggiornamento-omaggio capace di rinverdire, sia visivamente sia diegeticamete, tutte le istanze libertarie, autocoscienti e Bildungsroman dei capitoli precedenti: una chicca! — SuperUp!
  17. Wonder Wheel — Woody Allen, Lucky Red (Amazon)
    In inglese, uno spettacolare apologo sull’illusione e l’autoinganno del mentire a se stessi e dell’autorappresentarsi, che si ingigantisce dal particolare all’universale (dai personaggi al mondo intero, e alla vita stessa), grazie a una scrittura visiva (di Storaro) assolutamente stupefacente e meravigliosamente polisemica (oltre che a una Winslet in gran spolvero)… In italiano, il viraggio comicarolo della distribuzione voci (di cui è afflitta soprattutto Juno Temple) e della gestione delle battute annulla tutto sottolineando di più i luoghi comuni e i manierismi alleniani, in originale molto più stemperati nella cosmicità del discorso… da vedere in inglese assolutamente… in inglese è SuperUp!
  18. Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione — Gabriele Salvatores, 01
    Mentre la Marvel propone i supereroi come esseri fieri di se stessi e masturbanti sulle loro stesse capacità, generando legioni di palloni gonfiati, strafottenti e prepotenti, Salvatores, con strumenti visivi impagabili, torna a raccontarci il supereroe come metafora dell’emarginato e del diverso, in un racconto “minimo”, di pura etica autentica (mai “personalizzata”), che è strumento di crescita e di riflessione sulle storture del contratto sociale arrivista frutto proprio della pallonanza marvelliana… Come i Batman e Catwoman di Burton e come, in origine, i primi X-Men di Singer (che, dopo quasi vent’anni, sembrano tanto lontani), i piccoli supereroi di Salvatores narrano della difficoltà di vivere in un modo conformista e codificato come quello capitalista e piccolo-borghese, che mortifica ogni diversità e ogni particolarismo, e cercano di comprende i loro superpoteri come cercano di amministrare gli impulsi scuri e autodistruttivi/distruttivi psicologici dell’adolescenza, l’età in cui si vorrebbe spaccare tutto… — se la Marvel ispira a spaccare tutto contro un improbabile ma onnipresente nemico da abbattere senza discussione per guadagnarsi lo status di fenomeno-celebrità (la morale del Grande Fratello di Canale5), Salvatores torna a dirci che il nemico siamo noi stessi e la società ipocrita che abbiamo creato, e che quindi è la gentilezza e la scelta etica quotidiana e non eclatante che “salva il mondo”: il supereroe non è celebrità, ma cittadino compassionevole e onesto, che non dice “guardatemi” ma semplicemente afferma “perché viva io è necessario che vivano tutti”… — come non commuoversi? — SuperUp!
  19. Tutti i soldi del mondo — Ridley Scott, Lucky Red (STX-TriStar/Sony)
    Scott non gira male e ci regala la sua solita calligrafia e il suo solito filmone pensoso, ricco di sentimenti contrastanti (stavolta il conflitto nuora vs suocero è il conflitto avarizia vs compassione), e rappresentativo della grossa complessità del mondo moderno (si ha a che fare con gli enormi e inconciliabili motivi dei comunisti, dei camorristi, dei media, dei carabinieri, delle famiglie, della povertà ecc. ecc.)… Rispetto a The Counselor, però, sbroda un attimo nel polpettone para-televisivo e indugia troppo in troppo numerose ripetizioni e ridondanze… Scott non ha mai il dono della sintesi né della riflessione geniale, e spesso ci regala grandi apologhi di situazioni non risolvibili (è più un De Roberto o un Tasso di un Oscar Wilde o di un Hemingway), e in questo film realizza una delle sue elucubrate riflessioni più rarefatte, più illustrate che spiegate… — in due parole: è un po’ parecchio due palle… — Not so Up…
  20. Napoli velata — Ferzan Ozpetek, WB
    Gli amanti di Ozpetek lo descriveranno come alessandrino, come Nonno di Panopoli o come Claudio Claudiano: ipnotizzante, ricercato, sofisticato, coinvolgente nelle sue tante storie di inganni e illusioni intrecciate… — A me è sembrato una gran cavolata, scritta male e girata peggio, con autocompiacimento e con la consapevolezza di non stare dicendo niente, ma di starsi crogiolando in un nulla che si sa essere da una parte inconcludente e dall’altra totalmente improvvisato male e raffazzonato: le tante trame non collimano e si rubano tempo a vicenda, gli attori sono allo stato brado, e la macchina da presa si masturba in panegirici che sembrano “importanti” quando invece sono solo masturbazioni… Orribile… — SuperDown!
  21. L’insulto — Ziad Doueiri, Lucky Red
    Un impianto visivo un po’ televisivo che viene riscattato da una ottima gestione dello sguardo e da una eccezionale gestione della sceneggiatura, apologo di una nazione dilaniata da imposti odi ideologico-etnici, che rimesta nel sangue molti rancori insolubili… il film riflette sulla condizione morale del Libano, e quindi sulla condizione morale di qualsiasi altro umano coinvolto nelle stesse condizioni di imposto ostracismo razziale… fa piangere che il cinema italiano non faccia altrettanto… — Up!
  22. Tre manifesti a Ebbing — Martin McDonagh, 20th Century Fox
    Sceneggiato male e inquadrato peggio, è un dramma pieno di sottotrame non necessarie e di passioni tanto fortissime quanto “basiche”, elementari e quindi quasi sciatte e bestiose… Non è piacevole da vedere in quanto la semplice gestione dei campi-controcampi, più che essere rarefatto minimalismo, sembra più dalle parti della stupidità e dell’incompetenza cinematografica (più alla Pieraccioni che alla Bresson, per capirci)… — Down…
  23. Ella & John — Paolo Virzì, 01
    Pressapochista e da immaginario collettivo, il film non sviluppa la tematica trattata e si adagia nella replicazione di schemi indugiando anche troppo nelle digressioni non necessarie (la storia delle corna è superflua), in una resa visiva asciutta, tanto cartolinosa quanto non connessa con la trama… — Down
  24. Wonder — Stephen Chbosky, 01-Leone (Walden Media)
    La puntata di un telefilm americano gonfiata a filmetto conciliante e sereno che però vorrebbe parlare di quanto è difficile avere la faccia brutta… — è un film in definitiva molto dannoso: non parla davvero di problemi, presenta solo soluzioni, illude che le cose vadano tutte bene, e glorifica il mondo dei ricconi capaci di gestire questi “problemi”… facendo così sembra anche dire che l’avere la faccia brutta sia effettivamente un problema! — è come quei film che si presentano come pro-gay e poi ti dicono che essere gay è problematico (Ozpetek) e come quelli che dicono “è brutto ma io gli voglio bene come se fosse normale”, sancendo quindi e rimarcando il fatto che invece normale non è! — un film quindi foriero di un atteggiamento odioso, snob, supponente, inqualificabile… — SuperDown!
  25. Call Me By Your Name — Luca Guadagnino, WB-Sony
    Come il precedente è un film orribile, che distrugge le tematiche omoerotiche in una sequela di “malanni”… anche lui è un film che dice “io voglio bene ai gay proprio come se fossero normali”… — e non parliamo della visualità del film, fatta della peggiore imitazione senza senso di stili altrui incompresi e fraintesi… — SuperDown!
  26. The Greatest Showman — Michael Gracey, 20th Century Fox
    Il corrispettivo odierno del Camelot di Joshua Logan: industriale, sconclusionato, e davvero poco saporito e poco interessante… è da salvare solo per il rispetto delle tante maestranze professionali e bravissime che sono state costrette a lavorare su questa innocua ma inutile operazione… — Down…
  27. L’ora più buia — Joe Wright, Universal/Focus Features
    Mattone scolastico e tronfio: se non vivessimo noi stessi sotto i nazisti sarebbe considerato un film “nullo”… — Down
  28. Morto Stalin — Armando Iannucci, I Wonder (Gaumont)
    Interessante ma in definiva poco arricchente, e dalle atroci problematiche di tono e registro… però è da premiare il coraggio di essersi finalmente occupati della materia… — Not so Up…
  29. The Post — Steven Spielberg, 01-20th Century Fox
    Il solito Spielberg incanta quanto annoia, non dicendo davvero granché, né di nuovo né di interessante: sempre conciliante e mai disturbante, è un film che si riscatta solo per la consueta meraviglia visiva offerta dal talento del regista… — Not so Up…
  30. Attacco al treno — Clint Eastwood, WB
    Non bastano 4 minuti di cinema magnificamente perfetto (la sequenza dell’attacco) per riscattare questo decotto celebrativo e americanista che avrebbe trovato un suo spazio più consono in TV… — Down
  31. The Shape of Water — Guillermo del Toro, 20th Century Fox
    Tanto splendido a livello visivo quanto arronzato alla meglio a livello diegetico. Nel film miracoli di narrazione per immagini cozzano con trame scontate e idiote… sono coese solo la metà e il finale… — Alla fin fine è uno dei lavori letterariamente peggiori di del Toro, quanto uno dei più belli a livello visivo… — Irrisolto… — Not so Up…
  32. Il filo nascosto — Paul Thomas Anderson, Universal/Focus Features
    Glaciale e freddo, è carino solo per un ottimo e affascinante sistema di strane soggettive… per il resto, propugna una trama cretina… — anche questo, come il precedente, è un film irrisolvibile a livello “critico”: basta l’intelligenza visiva a riscattare la coglioneria scrittoria? — Not so Up…
  33. Ready Player One — Steven Spielberg, WB
    Quella che forse è la stronzata più grande dell’anno non è altro che l’autorappresentazione conciliante dei nerd 40enni, così come Muccino è l’autorappresentazione conciliante dei pariolini 45enni… Di fatto non c’è differenza tra Ready Player OneRicordati di me… in entrambi il rappresentato è glorificato tanto da assurgere a sistema ontologico della nostalgia e dell’ipocrisia (in Muccino è “faccio le corna alla moglie ma non voglio sentirmi dire che sono stronzo perché di fondo sono buono: guardate come gioco con gli amici a calcetto e canto Paolo Conte”, in Spielberg è “vivo fuori dal mondo coi videogiochini ma non mi voglio sentir dire che sono stronzo, perché guardate come sono bravo a citare Ritorno al Futuro, e poi si sa che i videogiochi sono divertenti e non fanno male a nessuno, quindi perché dovrei ritenermi affetto da ludopatia?”), come se di nostalgia e di ipocrisia si potesse effettivamente vivere… — Imbarazzante… — SuperDown!
  34. Loro 1 — Paolo Sorrentino, Universal/Focus Features
    Gran cavolata manierista e sconclusionata: lo stile autocompiaciuto di Sorrentino è da ceffoni, e l’inconsistenza narrativa è stancante… — SuperDown!
  35. Tonya — Craig Gillespie, Lucky Red (Neon)
    Un inizio formidabile, fatto di spettacolari piani-sequenza ambigui, accordati con ambigui dialoghi di riflessione sulla possibilità di rappresentare la “realtà”, si sbrodola in una seconda parte in cui quanto già affermato viene spiattellato in dichiarazioni programmatiche assai deficienti e ovvie… Un peccato… — Not so Up…
  36. You Were Never Really Here – A Beautiful Day — Lynne Ramsay, Europictures (Amazon-Film4-BFI)
    Truce, violento e depressoide, è anche uno degli ultimi esempi di cinema puro, di cinema inteso come frame cognitivo, come rappresentazione visiva della condizione moderna della tragica esistenza incrostata di volontà di potenza, di inconsci patologici, di psiche franta… — SuperUp!
  37. L’isola dei cani — Wes Anderson, 20th Century Fox
    Bellino e carino, fatto strabene a livello visivo, grazie al prodigioso e unico sguardo di Anderson, e a livello di trama, grazie alle ottime capacità narratologiche di Roman Coppola… — È anche però un meccanismo che si muove perfetto in maniera un po’ inutile per chi ha nella mente i modelli ispirativi… — è però da far vedere ai bambini… — Not so Up!
  38. La mélodie — Rachid Hami, Officine Ubu
    Inverosimile scemenza ripresa con assurdo stile asettico e artistoide… è a suo modo piacevole, ma cavoli, c’è da sopportare tante stupidate! — Down!
  39. Si muore tutti democristiani — Il Terzo Segreto di Satira, 01
    Senza pretese e risolto forse in maniera asetticamente industriale, è però sincero, sicuro, lucido e per nulla “sbracante”… — Up
  40. Loro 2 — Paolo Sorrentino, Universal/Focus Features
    Sensazionale riflessione sullo statuto rappresentativo del potere e del vivere berlusconiani: uno statuto rappresentativo che crea mostri, disperazioni, incertezze e ipocrisie: un cinema che parla dell’assurdo cinema dell’esistenza italiota, che parla delle insidie del preferire l’apparire all’essere, che parla dell’ipnotizzazione annullante della finzione, ipnotizzazione che distrae dalle macerie, materiali e morali, che la stessa finzione crea… — SuperUp!
  41. Dogman — Matteo Garrone, 01
    Tragico affresco della “piccolezza” sociale e del dramma della periferia che si trasforma in dramma mentale… il protagonista è un bimbo piccolo agente in un mondo piccolo fatto di giochi e ninnoli, che è affetto da un “orco”, che cerca di combattere sia per tragica elaborazione personale sia, anche, per farsi vedere e per “primeggiare” nella sua cerchia di amichetti: alla fine, allucinato, si aggira col corpo dell’orco in spalla e vuole farlo vedere ai suoi amici dei giochini per bullarsi, ma ovviamente i suoi amici non esistono più, sono allucinazioni… perché non è fiaba, è vita vera, e il morto è vero… — Un affresco non piacevole da vedere, ripreso con tante istanze interessanti di coinvolgimento della macchina da presa, ma forse un po’ tautologico… — Up…
  42. Solo — Ron Howard, Disney
    Non fatto male (Howard è un ottimo impastatore di immagini), ma dalle idee vetuste, susseguenti idee di sfruttamento mediatico logoro (le novelization cretine), e coagulanti in un filmetto un po’ troppo pieno di roba non controllata e un po’ troppo alla ‘ndocojocojo per quel che riguarda il tono… — Down…
  43. Kedi, la città dei gatti — Ceyda Torun, Wanted
    Filmetto un po’ normale, ma importante perché è uno dei pochi film che si concentra sul gatto, e con una capacità tecnica molto sicura… — Up…
  44. La truffa dei Logan — Steven Soderbergh, Lucky Red (Fingerprint-3 Marys)
    Film vecchio stile, semplice, quasi anni ’40, dall’ottima modalità di narrazione, ma che sa anche di poco… — Not so Up…
  45. Maria by Callas — Tom Volf, Lucky Red (MK2-3 Marys)
    Documentario non stantio, ricco di tanti filmati d’archivio interessanti, e dalla sintesi di “personaggio” riuscita, ma che però non brilla tantissimo, e non riesce a staccarsi dallo standard dell’omaggio biografico da rotocalco… — Not so Down…
  46. Il sacrificio del cervo sacro — Yorgos Lanthimos, Lucky Red (3 Marys/Film4/Hanway ecc.)
    Cattiva riflessione sull’impossibilità di sottrarsi all’irrazionale insito nel mondo… vederlo non è piacevole, e non presenta neanche una necessaria catarsi, ma si limita quasi a crogiolarsi nel “male” che fa, come a suggerire che il film stesso è parte (parte attiva) di quell’irrazionale che intende stigmatizzare (come se il film stesso creasse apposta quell’irrazionale che poi fa finta di voler denunciare)… un cortocircuito di “complicità” con il mostrato agghiacciante che non ho per niente gradito… e l’imitazione delle immagini di Kubrick non mi sono bastate per riscattare questa complicità… — SuperDown!
  47. La casa sul mare — Robert Guédiguian, Parthénos (MK2)
    Filmetto rarefatto e leggero, che però non tace una riflessione sulla “fine” della sinistra… riflessione lunga e farraginosa, ma in cui è facile perdersi… — Up
  48. 2001: A Space Odyssey — Stanley Kubrick, MGM
    Riproposto all’Odeon fiorentino in inglese senza sottotitoli per il 50ennio… — rivisto dopo tante volte e dopo tanti anni, sul grande schermo si gigantizza l’iconicità delle immagini con immenso piacere… — SuperUp!
  49. The Party — Sally Potter, Academy Two (Picturehouse)
    Piacevole e intelligente, graffiante, ma forse non all’altezza dei suoi modelli dichiarati ed evidenti… comunque è piacevolissimo da vedere… — Up!
  50. Vertigo — Alfred Hitchcock, Paramount
    Visto in inglese nel Piazzaletto degli Uffizi, tra i turisti e gli allarmi di qualche autovettura… Ottima suggestione, ma la sorgente era un DVD e non una pellicola o una copia di alta definizione, e lo schermo “sporcato” da luci varie, così come le sedie di riciclo, non sono stati ingredienti di una serata ideale…
    Ideale comunque rimane il cinema di Hitchcock: preciso e speciale, nell’onirismo come nel sentimentalismo e nel “simbolismo” del suo glaciale eterno ritorno pazzoide e necrofilo: le condanne del genere umano… — SuperUp!
  51. Eraserhead — David Lynch, cineteche varie…
    Rivederlo su grande schermo lo ricongiunge con il cinema sperimentale di allora, con parallelismi lampanti, per esempio con i di poco successivi lavori di Tim Burton (Vincent è di 5 anni dopo) e i di poco precedenti esperimenti di John Carpenter (Dark Star è di 3 anni prima)… e lo ricongiunge con la terza stagione di Twin Peaks
    Dopo tanti anni, e tanti scervellonamenti per interpretarlo, con lei siamo giunti alla conclusione che il mostrillo che tanta pietà suscita è in realtà il lato negativo di Harry: suscita pietà ma è anche beffardo e sbeffeggiante, e gli impedisce diverse volte di fare la cosa giusta (si mette a piangere e appare malato e pieno di pustole proprio quando Harry decide di tornare da Mary)… Difatti, quando lo uccide crudelmente, Harry sembra liberarsi dalle presenze di sciagura che lo circondano (per esempio The Man in the Planet), e va a vivere in “heaven” con la Lady in the Radiator, simile alla luna di Méliès… forse è finalmente felice… o forse è morto… ma forse meglio lì che nel pattume della sua camera, invasa da vermi, troiette e cataclismi… — SuperUp!
  52. Il giovane Karl Marx — Raoul Peck, Wanted (Film Distribution ecc.)
    Freddino, dalla ricostruzione ghiaccetta, noiosetto. A parte qualche movimento di macchina interessante, ma non esaltante, ha una resa visiva molto documetarosa. Vorrebbe fare Reds ma non è in grado, e non è in grado neanche di fare Suffragette perché spiega invece di narrare, e sembra la lezione di un maestrino, con tante digressioni troppo parlate di filosofia, e tanti “come volevasi dimostrare”, invece di azioni ed emozioni… La pronuncia dei dettami marxisti, inoltre, dato che al mondo esiste Diego Fusaro, può essere fraintesa in questa povera Italia ignorante anche tra i sedicenti intellettuali… — dimostra quello che vuole dire solo ai titoli finali: un po’ tardi… — certi personaggi (Proudhon, Weitling), comunque, vengono ben raccontati dall’impostazione didattica… — Not so Up…
  53. The Square — Ruben Östlund, Teodora
    Tanto rigoroso visivamente e letterariamente, quanto lambiccato, e orgoglioso di prenderti per forza quasi quanto Lanthimos… fallisce nel suo compiacersi di presentare solo arrovellamenti violenti, senza uno straccio di «pensiero», se non quello della provocazione e del ribadimento dell’ovvio… Si salva perché il discorso visivo, fatto di molti campi e pochi controcampi, e di movimenti di macchina indipendenti dall’azione, è un gioiello… — Not so Up…
  54. Lady Bird — Greta Gerwig, Universal/Focus Features
    Sciatteria pura e proposizione di un’etica casalinga da «come fa le lasagne mamma non le fa nessuno», oltre che di una morale di religione come abitudine e nostalgia che fa un effetto lassativo immediato… il tutto in una commedia americana scema, derivata ma mai davvero comparabile con i classici di Molly Ringwald, di cui sfregia la lotta di classe e di cui annacqua lo stile visivo, che si traveste, e non si sa come sia stato possibile che la gente ci sia cascata, da filmone impegnato… che abbiano abboccato in tanti è il sintomo della rincoglionenza odierna di pubblico e critica… — SuperDown!

2 risposte a "Il papiro del 2017/’18"

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  1. Condivido largo circa buona parte delle valutazioni, l’unico che mi trova in forte disaccordo è il giudizio ai tre manifesti…
    Non lo trovo per nulla scritto male, ma vabbè non si può sempre essere d’accordo😉😉

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