Lady Bird

Quando i film come questo – quelli della teen-ager americana che voleva essere ricca e combatte con la madre per primeggiare nella vita, litiga con le amiche del cuore per ingraziarsi le riccone, poi torna dalle amichette per andare al ballo di fine anno, e poi va al college piena di speranze, mentre nel frattempo cerca di incontrare l’uomo della vita senza ovviamente alcun successo – li giravano Howard Deutch e John Hughes, il senso della lotta di classe non era annacquato, anzi: i padri/le madri poveri/e dimostravano un senso della “rivalsa” classista, con tanto di vendetta sociale, che qui manco si sa cosa sia… e nel finale non c’era senz’altro l’ottundimento atavico-ctonio della nostalgia della bella casetta e del bel paesino, prima tanto odiato, che ora al college nella grande città si rimpiange (una cosa pietosa, da “rinchiudimento nell’utero materno” che spesso gli americani rimproverano a noi italiani: uno spettacolo indecoroso vedere la crescita non come crescita ma come nostalgia dell’infanzia: Silva Avallone e le sue puttanate di Acciaio, non so come, hanno trovato terreno fertile perfino nell’America di Trump! Il mondo è davvero allo sbando)… e non c’era di sicuro il recupero della religione dal lato intellettualoide alla Sgarbi/Fusaro, della serie: «siccome sono tutti atei per fare i ribelli, allora i ribelli veri sono coloro che vanno in chiesa» (una roba che definire “da vomito” è dir poco: già crederci è una merda, figurati crederci per finta o per abitudine melanconica come fa la protagonista!)

Hughes e Deutch, tra l’altro, nei loro classici, usavano, per di più, un cinema molto inventivo e variegato, figlio del videoclip, non esaltante, né da capolavoro, ma almeno comunicante qualcosa… Lady Bird, invece, offre il peggio del piatto che gli americani scambiano per “autoriale”: è un film anodino, in cui macchina e montaggio dormono in una sequela di scene illustrativo-paratattiche che rasentano il clima di “temino delle elementari”… non che i film di Jason Reitman, Lenny Abrahamson, Jonathan Dayton e Valerie Faris (registi associati, non si sa perché, all’area “autori americani”) siano tanto migliori di questo, ma almeno loro si sente che hanno esigenze rappresentative di un’atmosfera che la Gerwig non ha proprio per nulla: è solo sciatta… alla fine, il montaggetto di parallelismo madre/figlia, oltre a contribuire all’elegia stagnante del «come fa le cose mamma non le fa nessuno», fa cascare le braccia in quanto tentativo puerile di dare senso a un finale qualunquista e ottuso…

Non mi dispiacque la giovanissima Saoirse Ronan in Atonement, ma già in The Host aveva sposato la meccanica mormona di Stephanie Meyer («fai tutto quello che vuoi ma non trombare!»), e in Grand Budapest Hotel fa tutto tranne che lasciare il segno… in inglese recita bene (cosa che il doppiaggio annulla ogni volta: qui, Rossa Caputo, diretta dalla veterana Laura Boccanera, non rimane in testa quanto l’infantiloide Erica Necci in The Host), ma non così tanto da giustificare l’amore enorme che gli Oscar hanno per lei…

I classici di Hughes e Deutch lasciarono il posto ben presto alla stupida commedia americana, che Michael Lehmann in Heathers, ormai 30 anni fa, cercò di uccidere in modo geniale (Heathers è un capolavoro immenso che ancora dev’essere riscoperto)… Lady Bird la fa rinascere in maniera subdola, surrettiziamente travestendola, a livello pubblicitario, da filmone d’autore… e non si riesce a capire come la gente, e gli Oscar, ci siano cascati, tanto palese e tanto arronzato alla meglio è il travestimento…

L’unica cosa che si salva: il cameo del grande drammaturgo Tracy Letts (amico di Friedkin e autore dei suoi capolavori BugKiller Joe) nel ruolo del padre depressoide dal cuore d’oro…

Leggetevi Sam Simon per un’opinione assai diversa…

4 risposte a "Lady Bird"

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  1. Ci vai giù pesante😉, ma comunque devo dire che anch’io ritengo il film quanto meno sopravvalutato, anche perché il soggetto non ci racconta nulla di nuovo rispetto a decine di altri film già visti sul grande schermo (hai visto l’Out of the blue di Dennis Hopper? Più tragico, ma di ben altro spessore, eppure pressoché dimenticato)…
    Sulla Ronan, sì brava e con un innegabile fascino teen, ma hai detto bene quando hai scritto che agli Academy hanno un (tutto da giustificare) debole per lei…
    Poi, a chiosa di tutto, c’è da dire che quando arriva qualcosa di vagamente indie dagli states in molti sembrano cadere in preda a deliri mistici, chissà perché…

    1. Sì, infatti, è davvero inspiegabile! — anche perché spesso questi sedicenti “indie” sono della Universal! Una scarpa Nike cucita in Bangladesh è più “indie” di loro! — No, non ho visto il film di Hopper, devo recuperare!

  2. Wow! Qui la pensiamo diversamente, per me è un film carino Ladybird! Ti ho linkato giusto ora per dare ai lettori un’opinione differente! :–)

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