La Caduta di Pontoppidan

Eccoci al papiro della stagione cinematografica 2016/2017 (47 film)…

quello del 2015/2016 (47 film) è in Jiminy Cricket

quello del 2014/2015 (32 film) è in Psych!

quello del 2013/2014 (36 film) è in Il Conte di Palomino

quello del 2012/2013 (38 film) è in C U Next Tuesday

Solo 4 i SuperUp!, opera di Xavier Dolan, Jim Jarmusch, Aki Kaurismäki, Terrence Malick…

Ben 9 i SuperDown: i film di Jason Bateman, Fely & Louvet, Scott Derrickson, Gareth Edwards, Damien Chazelle, Mel Gibson, David Frankel, Raúl Arévalo, Patty Jenkins

Il resto, terra di mezzo, anche di grandi autori, che hanno realizzato ottimi film, ma non il top del top come fanno di solito…

1) Suicide Squad, David Ayers, WB — Down

Cazzatella, certamente, ma a mio avviso non da demonizzare troppo: non è così tanto peggiore di molta altra merda della Marvel invece osannata dai nerdaioli… — stupido, scemotto, moralotto, ma potrebbe insegnare ai ragazzini la complessità del mondo in modi a loro congeniali, anche se ovviamente ci vuole una guida ben presente per schivare le molte stracagnate e i molti passi falsi narrativi (tutto il primo attacco si rivela essere una “prova”, e quindi è inutile)…

2) Ghostbusters, Paul Feig, Columbia (Sony) — Not so Down

Anche questo è una cavolatella, ma è stato demonizzato forse troppo… Visto come film a sé stante non è bellissimo, ma neanche tutto ‘sto schifo che dicono…

3) La famiglia Fang, Jason Bateman, Adler — SuperDown

Un film molto personale e forse autobiografico di Bateman, ma rappresentato con imperizia e troppi “farfallini” meditativi: risulta un esperimento noiosissimo e zeppo di problematiche drammaturgiche (vicende prevedibili, scompensi audio/video contemplativi di allungamento del brodo fastidiosi, snodi telefonati e poco partecipati)… Un pastrocchio…

4) Café Society, Woody Allen, WB — Not so Up

È tanto sontuoso visivamente, ma gira a vuoto. Allen vorrebbe limitarsi a ripetere i suoi mantra, ma Storaro va più veloce, e quindi è costretto quasi a rincorrere le immagini, inventando situazioni affastellate, che finiscono per essere scollate, indipendenti, e alla fin fine insulse: la scrittura fotografica di Storaro crea un senso tutto suo, bellissimo, ma riscatta le scemenze della trama solo in parte…

5) Il sogno di FrancescoRenaud Fely & Arnaud Louvet, Parthénos — SuperDown

La confezione tutta luccicante alla fine risulta laccata e non necessaria, poiché è ben presto chiaro che i registi non sanno cosa fare e scelgono di NON prendere delle decisioni. Il film è anodino, abulico, a metà tra la storico e l’anti-storico, tra il teofanico e il sempliciotto, e conclude in modo spento e fievole… Quei film che non dicono nulla, che sembrano rimestare male alcuni concetti base e che poi alla fine scopri che non hanno neanche quei concetti base! Una grande perdita di tempo, e le espressioni felici e contente di Elio Germano non aiutano…

6) Inferno, Ron Howard, Columbia (Sony) — Not so Down

Fracassone e ridicolo, ovviamente, ma per un film su Dan Brown queste sono “qualità” fisse. Rispetto agli altri due gioca con le immagini in modo molto più inventivo (i frame sono sia ricordo sia immaginazione) e ha una trametta in cui, molto tra le righe, si può intravedere un discorso sul terrorismo e il fanatismo… In confronto al Codice Da Vinci e a Angeli e Demoni siamo davanti a Ingmar Bergman!

7) Bad Moms, Jon Lucas & Scott Moore, IIF/M2 Pictures [STX] — Not so Down

Idiota e demente, e non certamente all’altezza di certi classici del genere (The Sweetest Thing di Kumble, le Bridesmaid di Feig, o le Bachelorette di Headland), ma qualche risata la strappa, la Kunis mantiene ciò che promette (è garantita la sua pucciosezza e la sua topante dolciosità) e il risultato lo porta a casa. Un risultato commisurato a quello che voleva fare: un film distensivo estrogeno del tutto evasivo, che però, sotto sotto, ce la fa a veicolare un messaggio minuscolo non da buttare nel mondo bimbinkioso odierno («lasciarsi andare è un mezzo per vivere e non un fine»)

8) La vita possibile, Ivano De Matteo, Teodora — Down

Messaggio importante, giochi di luce non male, ma piattume visivo complessivo che comporta una monocorde gestione della materia. Un film sullo shock della violenza che non mostra però alcun segno della violenza, alcun conflitto espressionista della volontà, alcun sengo psicologico della sofferenza… Un film sulla violenza che decide non solo di non mostrare (cosa forse saggia) ma anche di non parlare della violenza… E tale scelta non è artistica, ma si intuisce essere produttiva, finalizzata a far vendere il film in più posti possibile, e quindi con la necessità di rimanere senza argomenti estremi, senza scene troppo emozionanti, senza prese di posizione troppo forti, altrimenti i vecchi babbioni del target si indispongono! È il paradigma di come non fare questi film: con immagini carine ma non perturbanti, con trame piane e docili ma non aggressive, un cinema tutto “camomilla friendly” per chi guarda il film in poltrona la sera dopo cena e non vuole sconvolgersi… Orripilante… Si salva dal SuperDown solo perché è l’unico film dell’Italia di oggi a parlare dell’argomento…

9) La ragazza senza nome, Luc & Jean-Pierre Dardenne, BIM [Wild Bunch/Cinéart] — Up!

Meno graffiante di L’Enfant, più truce di Due giorni, una notte, zeppo di obliquità visive: tutte cose che lo rendono un capolavoro dell’anno… Sono stato severo e non gli ho dato il SuperUp solo a causa della struttura molto ripetitiva, ma di fatto lo meriterebbe tutto!

10) Lo and Behold, Werner Herzog, I Wonder Pictures [Magnolia] — Not so Up

Herzog sembra interessato all’intelligenza artificiale e tira fuori tutti i problemi del dibattito odierno (discusso anche in 42) con i suoi miracoli visivi (basta che inquadri un semplice specchio d’acqua a caso e crea immagini stratosferiche e poetiche), ma alla fine fa trasparire la sua indifferenza profonda e il suo sarcasmo verso l’argomento, e quindi si scopre che era solo curioso e non interessato: e allora valeva davvero la pena farci un documentario intero???

11) Io, Daniel Blake, Ken Loach, Cinema srl [Wild Bunch/BBC ecc.] — Up!

Struggente e commovente, e unico film che dia voce alla disperazione della condizione lavorativa moderna… Alla fine sembra però quasi abbandonarsi al nichilismo, certo che lo status quo di umiliazione del cittadino sia ineluttabile: un finale davvero deprimente, e per questo il film non ha il SuperUp, anche se, di fatto, lo meritava tutto…

12) Knight of Cups, Terrence Malick, Adler [Studio Canale ecc.] — Up!

Malick incanta e ci immerge nelle sue magnifiche immagini leitmotiviche, stavolta strutturatissime (il film è perfino diviso in capitoli) e molto metropolitane (era dai tempi di Badlands, quarant’anni fa, che Malick non ci illustrava veramente un paesaggio cittadino: in Tree of Life la città era ancora cornice che enfatizzava la boscosa periferia, e in To the Wonder era ancora il limitare della città a farla da padrone). È dichiaratamente estraneo a qualsivoglia impressione di trama, e quindi il Leitmotiv delle immagini non ha effettivamente scopo, perché non suggerisce una situazione ma solo il pensiero di una situazione, in un film davvero tutto mentale, così interiore da non comunicare affatto con un ascoltatore, a cui, invece, i precedenti film tendevano eccome. Un film che è un soliloquio muto, con un protagonista muto, che quindi lascia allo spettatore meno della consueta ricchezza che di solito lascia Malick… Alcuni capitoli, per esempio, come quelli con Banderas e Freida Pinto, sembrano esserci solo per ribadire la ridondanza…

13) Doctor Strange, Scott Derrickson, Marvel (Disney) — SuperDown

Cumberbatch e Mikkelsen, cinquantenne e settantenne, che giocano a spadate e a collezionare anellini magici come se fossero dei teenagers, finché spunta un cattivone con la faccia enorme e la voce chioccia, molto simile al vecchio Mashiro Tamigi. È ovvio che la cosa è ridicola… Perfino in Balle spaziali, Yogurt aveva trovato l’anello dello Sforzo in un uovo di pasqua e Stella Solitaria aveva lo Sforzo dentro di sé; in Doctor Strange invece no: senza l’anellino niente potere, con buona pace dei discorsi new age mentalisti della Swinton calva, sorniona e ammiccante (un ruolo per il quale lo spettatore non può che provare inbarazzo e pietà per una povera attrice costretta, inoltre, in un complicaterrimo kimono a metà tra l’impermeabile di Dick Tracy e un poncho idrorepellente di Decathlon)… Un film che alimenta l’infantilismo, simile, nel tono, a Dragon Ball, e dalle idee visive scopiazzate dai già poco compatti InceptionJupiter Ascending… che dire se non “tempo perso”?…

14) 7 Minuti, Michele Placido, Koch Media — Up!

Messa in scena scura insolita per un film italiano; tematica sindacale ed etica nutrientissima in questi tempi multinazionalosi; elogio della democrazia e del confronto; denuncia della effettiva indifferenza del lavoratore al mantenimento del diritto, sintomo della tremenda condizione schiavistica del lavoro, così totale da mortificare qualsiasi garanzia vitale dell’impiegato… Tutto molto bello… Non perfettissimo per via dell’inadeguatezza di certe caratterizzazioni un po’ fumettose (non solo le scontate Ambra, Nazionale e Mannoia, ma anche la stessa Violante), ma è davvero aria fresca nel panorama del cinema italiota, da salutare con grande gioia!

15) Animali Notturni, Tom Ford, Universal — Down

Tanto birignao artistico e autocompiacimento figurativo e pittorico, alla fin fine però fine a se stesso, e molte volte poco efficace per via di poca consapevolezza di sguardo cinematografico: basta confrontare Ford con Malick e Refn per capire subito che non ha vera intelligenza cinematografica: i suoi densi colori, tutti compiaciutissimi, esibiti ed elaborati, virtuosissimi, non si legano davvero alle situazioni né ai tagli del frame, al contrario molto scolastici se non addirittura ottusi (hanno il difetto di voler ribadire molte volte le stesse cose, come se non si fosse capito: la sovrapposizione tra Amy Adams e il personaggio del romanzo è al centro per lo meno di 45 inquadrature, lunghe e sottolineate, anche se quella sovrapposizione si era benissimo capita alla inquadratura numero 3… perché farne altre 42??? e, soprattutto, perché farle con un montaggio così elementare, con 42 split screen tra Adams e personaggio, proprio il ribadimento del ribadito! In un romanzo sarebbe come scrivere “oggi piove” 45 volte «oggi piove, quindi ho preso l’ombrello, e, siccome piove, ho faticato per non bagnarmi, perché oggi piove»). Tanti problemi anche dal punto di vista drammaturgico: se l’inizio funziona, le ambizioni simboliche all’acqua di rose tramortiscono la seconda parte poliziottesca, che fa presto a scoprirsi caricaturale, fumettistica, scemotta, e annacqua del tutto il puro terrore genuino scovato per miracolo nella prima terrorizzante sequenza… Non un film, una tela colorata malino da parte di uno studente che ha molto da imparare, sia sui colori sia, soprattutto, su come si giustappongono in senso diegetico…

16) Agnus Dei (Les Innocentes), Anne Fontaine, GoodFilms [Mars] — Not so Down

Le immagini non sono gestite male, e il messaggio di inclusione invece che di negazione ed espulsione è da salutare con benevolenza, anche se dovrebbe essere molto ovvio… È però ripetitivo, e alla fin fine si vede che si rifiuta di prendere una vera posizione sull’argomento, risultando quindi un po’ inutile…

17) Snowden, Oliver Stone, BIM [Open Road] — Up!

Il messaggio anti CIA è carino, ma quello che lo rende davvero un bel film è il suo autentico essere cinematografico: un film fatto dai sensi intrinseci degli obiettivi della macchina, dai colori della fotografia, dai significati delle inquadrature… È quindi un film di Dod Mantle quasi quanto di Stone, che, di suo, ha messo la giusta tensione spionistica e il giusto tono mitopoietico, capace di trasformare la realtà in mito con tanto di archetipi al punto giusto (Ifans come orco cattivo e Snowden come Prometeo): è questo il modo di scrivere!

18) Animali Fantastici, David Yates, WB — Not so Down

L’interazione tra effetti speciali e live action è orribile, la conduzione della macchina da presa è da primo anno, le sequenze etologiche e animaliste sono lunghe e sbracanti, gli attori sono gigioneggianti e infantili, però la trametta gialla regge, il messaggio anti-razzismo è nutriente, e le beghe burocratiche e staliniste/naziste sono ben centrate, e, sotto-sotto, ci sono anche alcune cosette meta-cinematografiche che alludono agli anni ’20-’30 che sono molto carine (il finale cita Chaplin, e Redmayne, all’interno della valigia, è come un regista all’interno di un vero studio degli anni ’30, fatto di western, di film esotici e di commedie, divisi in spazi contigui da veri e propri trasparenti richiamati all’ordine da gente che urla come facevano Fairbanks e Curtiz)… Il dramma è il fandom, pronto a idolatrarlo a sproposito, e il déjà vuHarry Potter è appena concluso, e questa sembra una sua non voluta e pedissequa ricopiatura certamente non necessaria…

19) È solo la fine del mondo, Xavier Dolan, Lucky Red [MK2 Pictures] — SuperUp!

Tensione a mille, sottotesti inconoscibili, testo filmico sguardoso e teorico, situazioni da scoprire, attori in spolvero, tematiche familiari e oniriche sviscerate al massimo, il tutto sottintendendo una partecipazione attiva dello spettatore in un’idea esperienziale del cinema… cosa si vuole di più?

20) Rogue One (vedi anche Starkiller), Gareth Edwards [e Tony Gilroy], Disney — SuperDown

Da quanto leggo su Wikipedia, tutta la post-produzione e tutta la seconda unità è stata gestita da Tony Gilroy e non da Edwards… E Gilroy ha rigirato di sana pianta molte scene, poiché il tono di Edwards non era consentaneo ai voleri della Disney… Questo forse spiega perché Rogue One è un pastrocchio inverecondo! A parte l’assurdità di voler esplorare un universo per forza, anche a costo di esplorare l’imbecillaggine (tra poco si vorrà esplorare il rapporto tra D3-PO e il droide protocollare di Calrissian che gli risponde male nell’Impero colpisce ancora: si tirerà fuori tutta una relazione omosessuale che in realtà hanno avuto i due droidi a dispetto della iniziale diffidenza, per altro dimostrata solo dall’altro e mai da D3-PO che invece da subito sembrava molto interssato a fare amicizia); a parte il voler estendere questa imbecillaggine al film stesso (che lascia non raccontati tutti gli snodi riguardati Forest Whitaker perché senz’altro ci sarà in cantiere un film apposito); a parte l’essere un film sulla resistenza truce e amorale senza però essere anche riflessivo, risultando quindi un film reazionario (è Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, o Una giornata particolare di Beppe Fenoglio, senza il capitolo/riflessione di Kim, e senza i pensieri di Milton, e qiundi rappresenta i partigiani cattivi e i repubblichini buoni senza discernimento: e finisce per essere Il sangue dei vinti di Giampaolo PanZa, poiché senza riflessione e senza metodo, da amorale fai in un lampo a diventare Ignazio La Russa); a parte avere una fotografia di un esotico e un turistico che sembra quella di un poster da appendere nelle agenzie di viaggi (Scarif è impersonata niente meno che da un atollo delle Maldive ripreso come uno spot dell’Alpitour, mancano solo gli «ahi ahi ahi» dello slogan); a parte avere una musichina pubbliciataria raccapricciante (Giacchino ha messo le mani avanti in una escusatio non petita, dicendo di avere avuto poco tempo a disposizione, e palesando di essere la seconda scelta, poiché la già pronta soundtrack di Alexandre Desplat, approvata da Edwards, è stata alla fine cestinata da Gilroy); a parte l’aver trasformato gli adepti della forza da pacifici saggi a fondamentalisti che blaterano «quella della Forza è l’unica vera religione» mentre stempiano a cazzotti tutti quanti, tirando anche fuori scemenze degne delle ordalie medievali (puttanate della serie «io cieco ammazzo i cattivi perché è la Forza che mi guida, quindi io sono nel giusto» e altre freschezze e amenità varie); a parte tutte queste cose, Rogue One è una merda anche perché ha sequenze che non vanno in nessun posto, slegate da tutto il resto (il droide che dice «se Cassian non torna, allora andrò via io!» guardando in macchina e parlando a nessuno: è ovvio che questa è una sequenza girata da Gilroy per rattoppare chissà quale omissione o per ricalibrare il taglio di chissà quale scena di Edwards) e attori attoniti scelti forse da un casting di postalmarket o di un fotoromanzo (Diego Luna è credibile come Fozzie dei Mappets a fare Leibniz) che parlano con balocchi semoventi in CGI che tentano pateticamente di replicare invano le fattezze di divi anni ’70 morti (Cushing e Fisher), anche questi senz’altro supervisionati da Gilroy, che è uno sceneggiatore, cosa ne capisce di effetti speciali??? Nulla, che dire di più? Rogue One è un travaso di vomito!

21) Sully, Clint Eastwood, WB — Not so Up

Tutto perfetto, ma l’intento di Eastwood è la celebrazione e quindi gira, con classe, un bellissimo servizio incensante da trasmettere durante la seconda serata delle TV popolari, e non un film vero e proprio…

22) Miss Peregrine, Tim Burton, 20th Century Fox — Not so Up

Nonostante le blande metafore metacinematografiche (i bimbetti buoni che sono un cinema alla Ray Harryhausen che devono vedersela con cattivoni che si nutrono di occhi e quindi che rubano lo sguardo per imbrigliarlo in mostri in CGI ottusi e brutti), sancita dallo scontro finale in una fiera-LunaPark, molto naissance du cinéma, con Burton a fare anche un cameo, il film non quaglia. Burton equilibra bene gli artisti, in un come al solito magnifico esemplare di arte vivisva cinetica, ma non riesce a intervenire a modo sullo script: forse per ingerenze della Fox (lo studio con cui, dopo Edward Scissorhands, ha lavorato peggio, vedi Planet of the Apes), o per scarsa voglia (le implicazioni che tutto potesse essere solo un sogno sono velate, a mo’ di Big Fish, all’inizio, ma vengono del tutto dimenticate alla fine). Inoltre, manca del tutto l’accettazione finale del diverso (i peculiars rimangono nascosti dal mondo, e non è un bel messaggio: sembra dire «l’integrazione è impossibile»), e una adeguata riflessione sulla bimbominkiezza di rimanere piccoli (che poteva portare a esiti per lo meno simili al Peter Pan di Barrie, ma che invece si fermano ai Masters of the Universe «torno indietro nel tempo così salvo mi’ nonno dal carretto»). Poteva certamente essere peggio (molte volte somiglia a quella coglionata di Stardust e Burton sa come evitare quello sfacelo), ma anche molto meglio…

23) Moana, John Musker & Ron Clements, Disney — Up!

Tutto bellissimo, soprattutto a livello di sceneggiatura (bellissima per il sapiente uso di miti, generi e archetipi, e anche per l’apertura all’amore inteso come liberazione non solo personale o di coppia ma anche per quel che riguarda il mondo naturale di conciliazione uomo-donna-ambiente), e molto bello anche a livello di tecnica d’animazione (il mare muto ed espressivo, la forza corporea di Moana, che riesce fantasticamente a respirare come forse s’era visto poche volte), ma anche molto sicuro di sé nel suo essere fatto con professionismo, di cui ha tutti i pregi (l’ottimo risultato) e tutti i difetti (la mancanza di un po’ di graffio imprevedibile)

24) Il medico di campagna, Thomas Lilti, BIM — Not so Up

Linguaggio “europeo”, insieme anodino e partecipato, con una non brutta motilità della macchina da presa, spesso felice di inquadrare chi gli è simpatico, che presenta però drammi a cui si propongono conclusioni fin troppo rosee: finisci quasi per non prenderlo sul serio… anche perché la lentezza asciuga anche tutti gli altri aspetti positivi (l’elogio non banale della cura delle periferie)

25) The Founder, John Lee Hancock, TWC/Filmnation — Down

Keaton non basta per recuperare un discorso poco coerente su McDonald’s e sull’avidità. Tutto proteso nel documentare invece che nel narrare, il film fa acqua in molti punti, lasciando fuori molti snodi grossi (la conquista della Cardellini, il licenziamento di colui che aveva proposto la svolta immobiliarista), per concentrarsi su una contrapposizione tra Keaton e i McDonald già però ben ovvia all’inizio, e quindi non meritevole di una drammaturgia finalistica. Mi spiego: che Keaton e i McDonald si stanno sul cazzo è chiaro fin dall’inizio, ma il climax finale, costruito apposta, è proprio che Keaton e McDonald si stanno sul cazzo! La cosa rende del tutto inutile il film, che diventa telefonato, e che per onorare quello snodo telefonato trascura un sacco di altre cose (oltre alle citate, tace la follia del McDonald’s già palese all’inizio, e, soprattutto, non riesce a concretizzare l’avidità di Keaton, che è lasciato solo, in una fotografia tutta di ricostruzione storica e quindi per nulla diegetica, a reggere un personaggio a cui Hancock non “guarda” quasi per niente!) Un’occasione mancata…

26) Silence, Martin Scorsese, 01 Distribution [Paramount] — Not so Up

Sicuro che è un capolavoro, e sicuro che Scorsese non vuole fare un film di propaganda cattolica (e difatti può essere interpretato come propaganda religiosa e spiritualista tout court), ma per gli atei le preghiere sono troppe, la durata è smisurata, il concetto della necessità della fede è irritante (e non ha nulla della forza “eversiva” che aveva The Last Temptation of Christ o che hanno i film di Abel Ferrara, spinti dall’amore/odio nei confronti del cattolicesimo), e le situazioni ripetute (a Garfield prigioniero gli vengono torturati e ammazzati davanti centiaia di persone finché non abiura la fede: questa è una cosa che accade dozzine di volte; e altrettante Kichijiro tradisce e chiede perdono: lo sfinimento della replicazione trasferisce sullo spettatore la tortura subita dai personaggi, e ok, ma certamente fare così è un «prendere per forza»)  lo aprono a qualsiasi parodia…

27) Allied, Robert Zemeckis, Paramount — Up!

Zemeckis racconta una “storia” (una vicenda) sentimentale e classica (una spy story vecchia come il cucco) con un “discorso” (un modo di riprendere) anch’esso risaputo, ma così lussuoso, godurioso, passionoso e palese da farti alzare per applaudirlo! Cinema di finzione tradizionale, sicuro, lesto, e dalle implicazioni facili (i sotterfugi dei dialoghi vengono raddoppiati da inquadrature “false” in cui lo sguardo e il rappresentato non è mai certo, in cui gli specchi e le dissimulazioni visive la fanno da padrone) ma realizzate in modo così sincero che non si può non gioire! Cinema di intrattenimento al suo meglio!

28) Passengers, Morten Tyldum, Columbia (Sony) — Not so Down

Robetta carina, che simboleggia la necessità di un connubio tra braccio e mente per vivere bene, girata anche con una sicura maestria, capace di reggere la tensione degli snodi principali, però, vabbé, tutto lì…

29) Il Cliente (Farhadi), Asghar Farhadi, Lucky Red — Not so Up

Senz’altro un bel film, ma che ha in sé numerosi interrogativi: per via delle discrepanze di Enciclopedia tra il regista e gli spettatori (è rappresentata una cultura così diversa dalla nostra che si fa fatica a capire certi risvolti sociali); per via della dicotomia strabica del comportamento della macchina da presa, un po’ a focalizzazione narrativa pari a zero (sa quanto i personaggi), un po’ a focalizzazione altissima (sa molto di più dei personaggi), per ragioni però per nulla motivate né spiegate; per via dell’insisito parallelismo tra arte e vita, a cui alludono il prologo e l’epilogo, che però io non mi sono accorto essere necessario, né usato, durante il resto del film… Interrogativi che lasciano perplessi più che affascinati…

30) La La Land (vedi anche La La Land 2), Damien Chazelle, 01 Distribution [Summit (Lionsgate)] — SuperDown

Indubbiamente non merita il SuperDown… perché alla fin fine è simpatico, e almeno Another Day of Sun la ricanticchi, dati i suoi intervalli musicali molto facili… però è da dargli comunque il SuperDown perché ancora risulta un film in cui le cose ci sono più per caso che per sceneggiatura e più per virtuosismo che per necessità: la svolta finale, quello Sliding Doors, in cui si presentano i fatti «come dovevano andare», sembra raccontare cose in realtà molto simili alle cose «come sono andate»; le tante citazioni, invece che innervare il racconto, lo ammorbano, anche perché sono citazioni, ripeto, a caso (è bello citare Cantando sotto la pioggia, ma se copi Cyd Charisse da Cantando sotto la pioggia e la incolli in La La Land senza discernimento sembra che Cyd Charisse arrivi a caso, perché non dialoga in alcun modo col circostante: è come copiare il Colosseo e incollarlo a Parigi, che senso ha?); i piani sequenza appiattiscono e teatralizzano le canzoni, invece di ravvivarle; la morale «viva i pazzi» cozza con il fatto che i desideri dei protagonisti sono tutt’altro che pazzi (aprire un bar e voler diventare attrice sono desideri molto ordinari, desideri che hanno tutti: dov’è la pazzia?), e, di contro, palesa quanto in realtà non sia voglia di «pazzia» quella rappresentata, ma più prosaicamente voglia di «soldi» (è questo quello che intrinsecamente vogliono Gosling e Stone)… una tematica soldosa davvero brutta in un film che in ogni secondo dice di essere sognoso senza esserlo e dice di essere scaccia-pensieri senza esserlo… Una confezione così sgargiosa per un messaggio che, alla fin fine, è «ci si ama ma mancano i soldi, vado a fare i soldi, sei stronzo perché hai fatto i soldi, allora vado a farli io ma per farli mi trasferisco e mi sposo con un riccone invece che con te, poi ti rimpiango ma solo per un secondo, perché comunque i soldi è meglio averli che sognarli»… A me, ripeto, più che un capolavoro, sembra un rigurgito di un esaltato alla Amici di Maria, o di un pariolino cresciuto nella bambagia con pannolini d’oro, che mette in fila due o tre citazioni, situazioni e piani-sequenza senza sapere davvero quello che sta facendo, e finisce per rappresentare solo se stesso, e cioè solo soldi, Amici di Maria, e scelte borghesi, conformiste e risapute, che ti fanno anche incazzare in uno show che invece inneggia ai sogni… dove cazzo sono i sogni in La La Land???

31) Florence (Frears), Stephen Frears, Lucky Red [Pathé/BBC/Paramount ecc.] — Up!

Frears gira bene, così tanto da non capire dove comincia la ripresa della macchina e dove comincia la performance, tanti sono gli stacchi, i particolari e gli inserti intelligenti che tira fuori. La mano di Frears, così adeguata a servire gli attori, riscatta il film da qualsiasi concessione al divismo fine a se stesso che in superficie potrebbe esserci in sceneggiatura…

32) Arrival, Denis Villeneuve, Sony/Filmnation [Paramount] — Down

Flashback e flashforward, nuvolette poetiche su frame ispirati a Magritte, discorsi seri sulla consustanzialità dei linguaggi, bellissime musiche neo-minimaliste… tutto perfetto? purtroppo no: con questi ingredienti, Villeneuve fa aria fritta: promette tanto e mantiene poco, e Arrival è solo un filmetto di fantascienza poco coeso, che sembra un filmone ma ci mette pochissimo a rimpicciolirsi in un minuscolo filmino di genere (l’indicibile degli alieni viene presto detto, e la svolta nicciana di dominazione dell’eterno ritorno è presentata come se fosse molto di più, e invece è un concetto topico da quanto è comune nelle storie), che ha il solo pregio di ispirarsi a delle fonti non brutte (i romanzi di Kurt Vonnegut, dei quali però non riprende affatto l’ironia, anzi: Villeneuve si prende anche troppo sul serio!) Un film che con la sua luccicanza funziona da acchiappa-citrulli, e infatti ha acchiappato gli Oscar, gazze ladre attratte dall’oro come dal vetro, da molti anni!

33) GGG [BFG], Steven Spielberg, Medusa [Disney/DreamWorks (Reliance)] — Not so Down

Spielberg gira in modo invidiabile, ma ha tra le mani una storia piena di criticità: il rapporto gigante/bambina si fa presto a considerarlo ambiguo; la morale ferrea e manichea di Roal Dahl è crudele e poco comprensibile; le scene infantili scatologiche sono imbarazzanti… il tutto è ripreso per i capelli, oltre che dalle stupende immagini, dai motivi meta-narrativi e dalla morale illustrante una crescita capace di non rinnegare l’infanzia…

34) Paterson, Jim Jarmusch, Cinema srl [Amazon/Le Pacte/K5 ecc.] — SuperUp!

Il cinema come sentimento dello spazio e del tempo, e come rappresentazione della necessità di imbrigliare il tempo prima che quello ci travolga nell’apatia. Una visione davvero splendida.

34) Hacksaw Ridge, Mel Gibson, Eagle [Summit (Lionsgate)/Icon ecc.] — SuperDown

Parlare con le immagini riesce ancora a Gibson quando non c’è alcun argomento da sciorinare: le scene di battaglia fumettose sono buone… ma quando l’argomento arriva non si fa che ridere: il religioso che non uccide nessuno ma che poi prega per vincere la battaglia (e quindi affinché il suo esercito faccia sterminio dell’esercito nemico) è la contraddizione più grande e comica del film, e precede in assurdità quella dell’obiettore di coscienza che si arruola nell’esercito… Il tutto è una completa barzelletta…

35) Collateral Beauty, David Frankel, New Line (WB) — SuperDown

A piangere per le depressioni sono i milardari, poiché un lutto ha sconvolto un magnate loro amico, e la cosa impedisce loro di fare altri soldi… e con tutti i problemi che c’è al mondo, Tempo, Morte e Amore personificati rispondono alle disperazioni e si mobilitano per aiutarli… a loro, ai miliardari… li aiutano a fare altri soldi… Eccoci, l’assurdità è questa… poi che sia recitato malissimo è un malfunzionamento passeggero… Di buono ha che due o tre inquadrature sono azzeccate e che la vicenda privata di agnizione Smith/Harris funzionicchia…

36) Jackie, Pablo Larraín, Lucky Red [20th Century Fox/Wild Bunch ecc.] — Up!

Le ispirazioni sono Malick e Aronofsky (che ha preparato il film per Rachel Weisz quando era sua moglie, poi si lasciarono e ha preparato la cosa per la Portman, ma il dolore lo ha fatto desistere e lo ha fatto passare il progetto a Larraín), e le cose funzionano molto bene. L’illustrazione del mito kennediano è ben centrata e la Portman è un mostro di bravura, supportata da un montaggio leitmotivico interlacciato (non si capisce cosa viene prime e dopo ma tutto concorre al diegetico sul medesimo piano) davvero bellissimo… Fantasmagoriche anche le musiche, oltre ai costumi…

37) Manchester by the Sea, Kenneth Lonergan, Universal/Amazon — Down

Tanti si sono commossi, ma io l’ho trovato distante e troppo naturalistico: lo snodo di trama è così realistico da essere banale, e gli shots sulla quotidianità noiosa del posto allungano il già lunghissimo brodo e irritano non poco, così come la musica ripresa dalle raccolte di musica classica degli Autogrill, e le pose lermoyante inespressive e settecentesche degli incompetenti attori…

38) Beauty and the Beast, Bill Condon, Disney — Down

Condon non riesce a girare per gli effetti speciali, e come Chazelle fa piani sequenza ammorbanti invece che coinvolgenti. Gli attori gigioneggiano, quando non martirizzano (come la Watson in versione «immobile topa moscia»), il materiale di trama nuovo rispetto al 1991 fa acqua da tutte le parti (con tanto di canzone trionfale della Bestia proprio quando Belle se n’è andata: esempio esatto di fuori posto drammaturgico, mi meraviglio di Menken!), e restano le bellissime e costose scenografie illuminate male da una troppo oscurante fotografia (anche questa segno di imperizia di Condon): un grosso disastro, che si salva dal SuperDown solo perché le scene identiche al cartone non sfigurano troppo…

39) La vendetta di un uomo tranquillo, Raúl Arévalo, BIM — SuperDown

Macchina a mano realisticissima ma caricatori infiniti; violenza oggettiva e quindi quasi giustificata; protagonista illustrato perfino come essere razionale e non come semplice dissociato mentale; twist narrativo telefonato… La macchina sballotta così tanto che fa vomitare e la violenza è compiaciuta così tanto da far vomitare nel medesimo modo…

40) L’altro volto della speranza, Aki Kaurismäki, Cinema srl — SuperUp!

Immagini elementari giustapposte così bene da sembrare un prodotto bellissimo del pre-cinema, o una serie di quadri in movimento che nella loro consequenzialità creano il film, proprio come una serie di vedute pre-Lumière. Una trama così sicura e un messaggio così edificante. Tutti ingredienti di un grande capolavoro, divertentissimo e serissimo!

41) Song to Song, Terrence Malick, Lucky Red/Adler [Studio Canal/Filmnation] — SuperUp!

Rispetto a Knight of Cups, Malick riprende il suo discorso con le trame suggerite, e lo fa con grande forza e inventiva. Il film potrebbe avere molte storie ma noi se ne percepisce una sola perché le immagini stimolano la nostra categorizzazione, che tutta propone quella trama singola, ma a ben guardare le trame potrebbero essere tantissime, e Malick ce le fa intravedere tra i frame, i colori scintillosi (la città di Knight of Cups ritorna ancora più bella) e i movimenti dei grandissimi attori (tranne Gosling: lui non recita, è la macchina a farlo per lui), tutti catturati dalla motilità della macchina da presa. Una libidine!

42) Alien: Covenant (vedi anche Covenant Again e Covenant Cubo), Ridley Scott, 20th Century Fox — Not so Down

Trama autoparodica che denuncia l’impasse del genere, e sembra gridare aiuto con coerenza e fascino, facendo un film autoreferenziale che palesa la stupidità di certo pubblico e si propone di essere almeno bello visivamente, anche se è consapevole di stare alimentando niente meno che un atteggiamento nazista del fandom e dell’industria… Un sacco di sensi da intravedere nelle stupefacenti immagini, che però non fanno che inquadrare i soliti xenomorfi, di cui ormai, dopo 40 anni, a dispetto del fandom nazista, non se ne può davvero più…

43) King Arthur: Legend of the Sword, Guy Ritchie, WB — Up!

Il rischio di tracimare in Mortal Kombat è eluso da un montaggio franco e consapevole della sua valenza metanarrativa, che aiuta le immagini a stare più dalle parti di LadyHawke e del Gladiatore… Sul finale Mortal Kombat ritorna, ma gli snodi di trama archetipica sono così coerenti e felici che non si può che rimanerne coinvolti e gioirne, anche perché sono trattati con molta ironia e non fanno che ribadire, giustamente, un sano senso di libertà interiore ed esteriore, come tutti i miti e le fiabe vere fanno da millenni: Ritchie ha girato un mito fiabesco coi controfiocchi!

44) Sognare è Vivere, Natalie Portman, Altre Storie — Not so Down

Buonissime idee convivono con scarsa maestria narrativa, che si palesa più sul togliere che sul mettere: lo scorcio storico è bello, ma la trasformazione in storia di depressione è orribile; le immagini sognose sono sbalorditive, ma quelle storiche solo oleografiche; il finale regge, ma tutta la seconda parte è noiosissima; le riflessioni del romanzo sono interessantissime, ma sono spesso sacrificate… La Portman ha avuto la saggezza di affidare tutto a un maestro delle immagini (Idziak) ed è stata comunque brava a mantenere i filosofeggiamenti del romanzo, e questo è già tanto, ma, nel prossimo film che farà, si spera faccia dei progressi, magari facendosi aiutare da professionisti anche a livello di stesura della sceneggiatura…

45) Wonder Woman, Patty Jenkins, WB — SuperDown

È tanto bella, ma come pensava all’inizio pensa alla fine; fa la bambina che si diverte anche all’interno della Grande Guerra, rappresentata come un giochino felicione; la sua combriccola si sacrifica ma questo non produce alcun vero senso di sconforto: sicure si era prima e sicure si è adesso… e la soluzione ai problemi è comunque picchiarsi… come fanno da decenni Commando, Cobra, Schwarzenegger e Stallone, solo che lei è donna… Insopportabile! Il twist di identità del cattivo è palese e la fotografia è obrida… per cui dé…

46) Shin Godzilla, Hideaki Anno, Minerva Pictures [Stardust/Toho] — Up!

Anno ritorna come grande autore e ritrova tematiche e inquadrature di Evangelion… Gli occhi gioiscono delle simmetrie dei frame e della rapidità del montaggio, che, combinate, restituiscono tutta la materia fattuale del mostro, che gratifica anche il cervello in quanto metafora di vita e crescita, oltre che metafora del Giappone e del divenire della Storia… Non fa che fare bene, anche se nella parte centrale è assai monotono e ripetitivo (come tutti i lavori di Anno, purtroppo)…

47) Spider-Man: Homecoming, Jon Watts, Marvel (Disney) — Not so Down

Una gran cavolata, ma almeno ha il pregio di essere ironica nei confronti dell’universo Marvel e di ricollocare l’infantilismo di questi cinecomics in un personaggio che è davvero bambino, e quindi crea finalmente un senso, che emenda anche le sue pecche di servitù multinazionale (Stark, da magnate insopportabile, diventa padre, come i re e le regine delle fiabe, e quindi torna parte della trama e cessa di essere solo sfoggio di imperialismo americano, anch’esso per fortuna preso in giro nei titoli di testa)… Da vedere in inglese per gustarsi Jennifer Connelly che dà una divertita voce al costume nuovo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: