The Post

È ovviamente impossibile parlarne male…

A livello visivo Spielberg è al top… in lui si vede tutta quella coerenza che non si vede in Guadagnino (Call Me By Your Name): la macchina è spesso bassa, come un bambino, o come un cane, che si aggira, e sembra non sapere che succede, ma invece sa sempre quel che avverrà (come quella di George Miller in Mad Max: Fury Road): una macchina narrativa, diegetica, sicura, che si impegna in composizioni di luce e oggetti arditissime, simili a quadri, che hanno un punto di vista insolito e interessante, che si trasforma, spesso, con movimenti fluidi, interessati, indagatori, ma anche carezzevoli… le lampade soffondono chiarori immaginifici (niente a che vedere con i meramente stilosi lens flares di J.J. Abrams, che non servono a nulla), e spesso intralciano l’occhio insolito del punto di vista: ne risulta un’immagine a metà tra i quadri futuristi e un’installazione da Biennale d’Arte di Venezia… simile anche a certi progetti di architettura industriale anni ’70 (cioè quando il film è ambientato)

La vecchia guardia Spielberg, Kaminski, Kahn, Carter, Williams sono i superpiù del cinema, quelli che hanno il know how più spettacolare, le vere stelle del firmamento hollywoodiano (stavolta Kahn, ottuagenario, è assistito da Sarah Borshar; e ai costumi c’è Ann Roth, una signora dei costumi hollywoodiani, ma è quasi una neofita con Spielberg, che molte volte lavora con Joanna Johnston)

A livello di trama come non plaudire allo spiattellato ed elementare peana della libertà di stampa, così importante e così imprescindibile…

Per cui, sì, non si può non amarlo…

come non si può non rimarcare certi difettucci:

  1. sfido chiunque a non definirlo noioso…
  2. sfido chiunque a non paragonarlo a Lincoln: film che costruiscono una trama di suspence su un qualcosa che sai già andare a finire bene… — Kubrick diceva che la suspence si creava quando tu sapevi in anticipo che una situazione gioiosa sarebbe presto finita *male*… Spielberg crea suspence all’inverso, su una situazione di malessere che si sa che poi finirà *benissimo*… più che suspence, Spielberg crea documento, o forse più calligrafia, ammiccamento verso i ben pensanti: costruisce una storia consolatoria, felice, didascalica (come forse vedremo dopo)…
  3. Spotlight (di Tom McCarthy, 2015, vedi il secondo film trattato in Biancalana e i sette gnomi, parte III), pur decine di chilometri più indietro a livello visivo, era più modesto e quindi efficace nel narrare lo status giornalistico… e meglio fanno anche cose più scacciapensieri come Cronisti d’assalto (Ron Howard, 1994) e State of Play (Kevin Macdonald, 2009)…
  4. Spielberg vuole rifare, ovviamente, il vecchio testo classico, e forse definitivo, Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976), già molto pesante di suo, e riesce a ravvivarlo, ma cede in sospironi acchiappa-suocere, in macchiettismi fumettosi (Nixon ripreso dalle finestre, che Rodolfo Bianchi doppia un po’ come Paperino, dopo un po’ diventa ridicolo), e nella vecchia beffa di Hollywood, quella che vuole i film non come denunce e oggetti seri, ma come cosine edulcoranti, come auto-rappresentazione del migliore dei mondi possibili, in cui ogni ombra viene dissipata da buon senso e provvidenza…

È infinitamente migliore del Ponte delle Spie (secondo film di Biancalana e i sette gnomi, parte I, e 18esimo di Jiminy Cricket), è comunque bellissimo, e si guarda tanto volentieri, meriterà tutti gli Oscar (spero davvero che la Streep raggiunga il record di Katharine Hepburn a quota 4 Oscar vinti, record che persiste dal 1981), ma quel retrogusto “bambagioso” che lo fa un po’ scadere nell’inutile dell’accademico, e nella pura disquisizione dotta, ce l’ha tutto!

Mi spiego… ogni tanto Spielberg non sembra denunciare la minaccia alla libertà di stampa, sembra, come Branagh in Murder on the Orient Expressfare finta di parlarne, sembra costruirci una storia sopra… ma, a differenza di Branagh, la storia la racconta NON per far riflettere su cosa fare in contesto di minaccia, ma sembra raccontarla solo per dire «la minaccia non esiste», «era tutto finto», e, infine sembra suggerire «state tranquilli, la libertà di stampa non è mai stata in pericolo…» — e se non è mai stata in pericolo, è perché viviamo in un mondo bellissimo, dove tutti sono belli e bravi, e i cattivi non esistono…

non so se questo modo di raccontare sia effettivamente edificante… o educativo… ma Spielberg è convinto di sì, e difatti si atteggia molte volte a maestrino più che a narratore… ma se è maestrino allora vuol dire che è convinto che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili? — è davvero convinto che la libertà di stampa NON è, e MAI SARÀ, minacciata???

se ne è convinto cos’è? un narratore, un maestrino, un ingenuo, o addirittura un *complice* della minaccia: colui che convince il pubblico che va tutto bene, mentre si sa che va tutto a puttane?

Siccome sto diventando fin troppo l’odioso Goffredo Fofi, mi taccio subito…

e riassumo: film bellissimo, visivamente da masturbazione, visivamente meglio del sesso, ma che ha un’impostazione narrativo-diegetica a metà tra la satira del Bagaglino (che prende in giro non per distruggere ma per consolidare) e la moraletta che gli ellenisti misero alla fine delle favole esopiche per edulcorare il loro nichilismo… — per fortuna questa impostazione non preclude l’ottimo lavoro svolto (dagli attori e dai tecnici) e non rovina del tutto un film comunque bello, ma non al top dei top!

Sarà curiosissimo notare che Bruce Greenwood, qui interprete di McNamara, ha interpretato anche Jack Kennedy (nominato più volte in The Post) in Thirteen Days (di Roger Donaldson, 2000), un fittizio presidente americano nel Mistero delle pagine perdute (di Jon Turteltaub, 2007), e ha prestato più volte la voce a Batman in diversi film d’animazione (Batman non è mai stato presidente ma in una campagna elettorale con Superman non si sa chi dei due realmente vincerebbe)… Greenwood, quindi, è un vero “volto istituzionale americano” per Hollywood… anche se è canadese…

Una risposta a "The Post"

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  1. visivamente interessante, concordo… molto spielberghiano, ma del resto è Spielberg :D
    grandi i due, non solo la Streep ma anche Hanks (ingiustamente snobbato agli Oscar a vantaggio di Kaluuya, ne vogliamo parlare?)
    ne scriverò nei prossimi giorni anch’io, comunque al solito grande analisi, soprattutto sulla parte tecnica sei inarrivabile, complimenti…

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