Ready Player One

Su Spielberg c’è anche lo Special

Sarò prevenuto, poiché questo film è un coacervo di cose che detesto…
io non amo i videogiochi e, come è evidente da questo blog, odio le operazioni nostalgia degli anni ’80 che affollano il cinema odierno (vedi i già tanto linkati Rogue One, Starkiller, Valerian e IT di Muschietti)
Ready Player One non poteva piacermi…
e difatti non mi è piaciuto…


Rispetto alla media ha alcuni punti forti:

  1. Dato che la maggior parte dei film citati nelle operazioni nostalgia li ha girati Spielberg, il fatto che Spielberg stesso abbia diretto Ready Player One è un punto a favore: almeno, se si deve imitare, che sia l’autore originario a essere coinvolto nell’imitazione… Spielberg difatti riesce a mantenere il focus sul succo (il discorso metacinematografico) e a confezionare bene un prodotto filmico…
    Ready Player One è “leggibile”, ed è fatto da uno che fa cinema:
    • ci sono dei long takes che si possono chiamare long takes (non le smaronate cacofoniche [in senso visivo] di Doctor Strange)…
    • c’è una fotografia che si può definire fotografia: Kaminsky scrive la sua consueta poesia della luce con innumerevoli e pregevoli frame in controluce
    • la cura visiva del dettaglio è sconosciuta agli altri strombazzamenti industriali Marvel & Co.
    • le scene d’azione sono chiare, comprensibili, montate come si deve…
  2. Il discorso metacinematografico c’è tutto, con le solite uova da me adorate (vedi The Shape of Water), uova metafora di cinema come di vita e creazione: appena vedono l’uovo/cinema, tutti si inchinano, proprio come davanti a qualsiasi “manufatto” cinetico/simbolico dei tempi andati (la donna incinta di Children of Men, l’arca perduta di Raiders of the Lost Ark e altri innumerevoli esempi spielberghiani, da ET al Brachiosauro di Jurassic Park)
  3. Come Minority Report (o come Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno), la morale è quella di vivere un po’ e di non lasciarsi tramortire dalla realtà virtuale e dalla società dell’immagine… morale realizzata con intelligenti shots: quando si vede che i ragazzi non agguantano realmente niente quando “prendono” qualcosa nel giochino; o quando il campo è nel giochino e il controcampo dal vivo… tutte cosine carine… come no…

Il problema immenso è che i difetti sono mooooooolti di più…

  1. In primis il concetto puerile di pop culture propugnato…
    • il film fa passare l’idea che la pop culture sia solo e soltanto la cultura dei film e dei videogiochi degli anni ’80… di pop culture ce ne sono state invece a milioni…
    • fa passare l’idea che la pop culture sia immutabile negli anni… ma come è possibile che nel 2050 si continui a parlare di Gundam quando già adesso Gundam nessuno sa chi sia???

la povera gente che studia i fumetti del 1870 e i feuilletons di Francesco Domenico Guerrazzi (pop culture davvero enormi) non potrà che inorridire… inoltre, ricordiamoci che tra il 2008 e il 2012 pop culture era la saga di Twilight, che oggi quasi nessuno si ricorda, o se se la ricorda la schifa (idem la trilogia di Star Wars 1999-2005: oggi rinnegata da tutti quanti, ma allora regina indiscussa della pop culture): come vedete il concetto di pop culture non può riferirsi più di tanto al lungo periodo… come può avere senso, quindi, tutto l’inghippo su cui si basa Ready Player One???
Forse ha senso da un punto di vista americano… forse nelle TV americane ritrasmettono a nastro Gundam, Ritorno al Futuro e i film citati così tanto da essere diventati l’immaginario anche delle nuove generazioni… un po’ come da noi con i film di Bud Spencer & Terence Hill (o, magari, di Don Camillo & Peppone o di Totò; oppure, a livello ancora hollywoodiano, con LadyHawke, Grosso Guaio a Chinatown, Una poltrona per due e Frankenstein Junior: film quasi dimenticati in patria [e infatti per niente citati da Ready Player One, al pari dei film Disney: cosa assai inconcepibile in un film che ha la pretesa di occuparsi di pop culture] ma da noi riproposti in continuazione in TV e quindi da noi idolatrati da molte generazioni)…
Un Ready Player One sulla saga di Trinità avrebbe senso?
Quentin Tarantino fa Ready Player One con Trinità quasi sempre, e molti lo adorano per questo… e ciò giustificherebbe un Ready Player One anche con la saga dello Sceriffo Extraterreste, di Poliziotto Superpiù, di Miami Supercops, di Altrimenti ci arrabbiamo, e di Piedone, di Bomber, di Nati con la camicia?… o anche un Ready Player One del maresciallo Giraldi?
e un Ready Player One di Eugène Sue?, dell’Iris di Mascagni?, del commissario Montalbano?… e un Ready Player One dei balletti di Luigi Manzotti e Romualdo Marenco?
sarebbero tutti bellissimi?
mi rispondereste di no?
e per quale motivo?
Ritorno al Futuro e Gundam sono davvero così tanto più belli di Don Camillo? di Bud Spencer?…
tanto più belli del Ballo Excelsior? o della Traviata?
Il Ballo Excelsior (scritto negli anni ’80 dell”800 e pop culture così irresistibile da essere stato visto quasi da ogni cittadino europeo dell’epoca: è al numero 34 di Operas VI) ci parla meno dell’oggi di quanto lo faccia Ritorno al Futuro?
…o forse, e arrivo al punto, Ritorno al Futuro ci piace NON perché è *bello* di per sé… ci piace perché ci stimola la NOSTALGIA…
eccoci qua…
Non è che in Ready Player One non c’è Twilight perché in America in TV dànno Ritorno al Futuro e non Twilight… c’è Ritorno al Futuro perché Ritorno al Futuro rappresenta la NOSTALGIA del target di pubblico che Ready Player One vuole stimolare e sfruttare…
un pubblico, i 40enni, per tutta la vita canzonato dall’intellighenzia perché soffocato dai videogiochi e dalle stronzate, che in Ready Player One cerca la sua *vendetta* filmica e cerca il suo *autoassolvimento*: nel finale nessuno nega che giocare ai videogiochi sia bellissimo, basta farlo con moderazione… e cioè tutto quello che un 40enne si ripete da anni, da sempre…
Ready Player One, in questo senso, è una delle peggiori autorappresentazioni, delle peggiori masturbazioni che un pubblico ha fatto di se stesso (la componente masturbatoria è evidente anche dalla rappresentazione finale del messia: un vecchio, solo, che si diverte solo e soltanto con il suo se stesso bambino: l’immagine più orribile del mondo odierno)…
Il bimbominkia for life viene assolto da Ready Player One senza appelli… un cinema davvero “a solo uso e consumo” del target: un cinema davvero NON CULTURALE ma prettamente marketing… [per cui la tanto sbandierata pop culture è una perifrasi quanto mai sbagliata per un film così anti-culturale]

Corollario: ricordatevi che in qualsiasi film anni ’80 basati su un conflitto realtà/fantasia di matrice “libertaria”, la fantasia era sinonimo di oppressione (vedi Tron, Running Man, Rollerball ecc.)… negli anni ’80, alla fine, si tornava alla realtà felici di essersi liberati dalla fantasia imposta… in Ready Player One si dice che la fantasia imposta dalla multinazionale non è poi così male: e lo si dice solo per giustificare e autoassolvere coloro che giocano a Second Life e passano la vita su Facebook o con PES (la famosa canzone «sto lontano dallo stress»): a costoro Ready Player One dice «stai tranquillo, basta che tu ogni tanto vada a fare una passeggiata nel parco e pareggi le ore e ore passate a giocare e a pagare le pubblicità del social network»… sarebbe come dire a uno che mangia da McDonald che il cibo di McDonald non è poi così male, e che basta mangiare a casa due volte a settimana per sentirsi bene con la coscienza e ritornare da McDonald il giorno dopo a mangiare ancor di più!; oppure sarebbe come dirgli: «se mangi a casa un giorno, allora potrai mangiare gli altri 5 da McDonald!» — nei film anni ’80 non è mai accaduta una cosa simile! Schwarzenegger faceva chiudere la trasmissione di Running Man, a suon di cazzotti, e nessuno si sognava di dire al regista Glaser (che, per altro, era Starsky): «ma no, fallo finire con la trasmissione che ricomincia, ma in onda solo il venerdì sera, perché in fin dei conti non c’è niente di male a vedere una cacchiata di reality show ogni tanto»… — è solo da Matrix, e quindi dal vicinissimo 1999, che i film distopici hanno cominciato a predicare la concordia con le macchine e le multinazionali senza cuore: prima, per fortuna, i film parlavano di libertà…

2. La tanto carina impostazione cinematografica è comunque all’acqua di rose…

L’uovo/cinema è efficace, ma la capitolazione che tutti hanno nel vederlo è minuscola rispetto ai problemi delle altre manifestazioni filmiche dei tempi andati, e nega qualsiasi componente “negativa” che il cinema comunque ha, e che i film vecchi facevano vedere:
in ET si piange quanto si ride (cioè: essere cinema comporta anche responsabilità del prendersi cura del cinema e comporta morte e resurrezione non proprio felicione); alla fine dei Raiders Indiana Jones capisce di NON POTER GUARDARE tutto, e intima di chiudere gli occhi quando l’arca/cinema viene scoperchiata (leggi: il cinema non potrà mai vedere/far vedere tutto, e bisogna esserne consapevoli, ed essere umili grazie a questa consapevolezza: chi guarda, infatti, troppo avido, si disfa); Richard Dreyfuss, alla fine di Close Encounters, va con gli omini verdi, entra nel cinema/astronave, ma il costo che questo suo essere “prescelto” ha avuto sulla sua famiglia non è per niente taciuto; in Tron non si riuscirà mai più a capire se la battaglia è stata nel mondo virtuale o nel mondo reale (il «Greetings, Programs!» di Flynn, in mezzo a una città, presunta “reale”, che al buio invece scopriamo essere identica alla città virtuale, dà vita a uno dei finali più belli del cinema)
E non parliamo di Strange Days, eXistenZ, Her, o anche i più scacciapensieri Scott Pilgrim vs the World, The Last Starfighter (di Nick Castle, da cui Spielberg eredita molto materiale visivo: da lui, in passato, ha preso anche il progetto di Hook) e la trilogia Imaginationland di South Park: film che riflettono sulla natura malsana del rapporto cinema/videogiochi/realtà/vita con argomenti molto simili a quelli di Ready Player One, ma con potenze di costrutti e, soprattutto, con completezza di riflessione, assai maggiori (benché io non ami granché il film della Bigelow)

3. È un film fin troppo deista e fideistico… più della Marvel e più della DC…

Il messia finale, conchiuso in se stesso, come detto, con solo il suo sé bambino (padre e figlio, con l’uovo quasi a fare da spirito santo, visto che tutti si commuovo a vederlo come gli apostoli alla Pentecoste), morto ma eternamente vivo, con le sembianze di Mark Rylance, un pessimo attore (con sempre la stessa faccia monocorde) che non si sa perché Spielberg mette dappertutto (più di Dreyfuss e Hanks), che spinge tutti all’esegesi dei suoi pensieri, con bibbie gigantesche e multimediali dove sono narrate le sue gesta, da leggere e rileggere e studiare per forza per arrivare alla “salvezza”, è davvero l’apoteosi della propaganda divina… almeno Mel Gibson lo chiama DIO e racconta la storia effettiva, non fa queste giochesse odiose (simili a quelle di Tolkien o di Narnia) dissimulanti e sibilline per diffondere il verbo cristiano…

Inoltre, lo si diceva prima, un vecchio che si balocca col se stesso ragazzino (come viene rappresentato il messia nel finale) è il simbolo più disgustoso della deprecabile infantilizzazione del pubblico (stigmatizzata in IT di Muschietti)


Per cui, ragazzi, che dire?
Che lo guardi… ti ci diverti…
Che Spielberg evita una catastrofe visiva…
…ma non riesce a evitare la catastrofe ideologica…

Forse la coglionata più enorme dell’anno

Ultima riflessione, per corroborare l’inconsistenza che i miti pop culture dei 40enni odierni possano sopravvivere per altri 50 anni: andate da un millennial e chiedetegli se preferisce Shining (ricreato in Ready Player One in una interminabile sequenza senza alcun senso) o Silent Hill… vedete cosa vi risponde!

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