Un donna fantastica

I film di questo genere sono sempre bene accetti, poiché l’Italia continua a essere un covo di bavosi paurosi e retrogradi, terrorizzati da qualsiasi cosa non sia oggetto delle omelie delle messe… Far vedere più film di questo genere aiuterà di sicuro gli italiani a capire che il mondo è diverso e molto vasto, e che le cose che esistono sono molte di più di quanto si può vedere a occhio nudo nella stradina del proprio paesino e che, addirittura, esistono anche altri paesini nonché anche grandissime città, abitate da milioni di abitanti che riescono ognuno a fare il cavolo che gli pare senza destare le reazioni ottuse dei concittadini; quelle reazioni che, invece, nel paesino italiano continuano a esserci tutte (quando un turista cammina per strada nel comune di 100 abitanti in provincia di Trapani come di Treviso è visto in maniera del tutto ostile), e che, non si sa perché, l’italiano “salvinista” continua a preferire ai saluti gentili e d’accoglienza…

Sicché un film così è bello vederlo, ed è anche fatto in maniera per niente stupida:

  1. la visione è ben piazzata e dà molti sensi specifici tutti da scoprire… — il film è costruito su una dicotomia e insieme condivisione di punti di vista… — mi spiego: spesso la protagonista guarda verso un punto (che è un punto “fantasmatico” e “allucinatorio”: per capirsi, la protagonista guarda le sue stesse immaginazioni proiettate fuori di sé), e la mdp fa una soggettiva bella lunga verso il punto a cui la protagonista guarda… — poi abbiamo il controcampo di tutto questo: e cioè la impossibile soggettiva del “fantasma”, una «soggettiva dal punto di vista del guardato dalla soggettiva precedente», che guarda incessantemente la protagonista, come se in qualche modo il “fantasma” ricambiasse lo sguardo; ma così facendo lo sguardo si palesa come vuoto e la protagonista la vediamo scoprirsi a guardare il nulla… — — una cosa davvero non brutta, e accade decine di volte…
  2. l’onirismo ogni tanto prende il sopravvento ma senza strafare: gli adynaton sognosi non si staccano mai dall’impianto di “realismo cileno” del look totale, quasi a suggerire il vecchio «vida es sueño» di Calderon: sogni, realtà, vita, percezione sono sentiti come consustanziali… e la cosa è ottima… e ogni tanto ricorda i magnifici risultati di Matteo Garrone in Reality

Ci sono però anche dei punti deboli:

  1. Ha voluto per forza raccontare due aspetti: la discriminazione e il lutto… — e sono due aspetti, già singolarmente, molto tosti, e quindi volerli trattare insieme ha un po’ fatto cadere Lelio nell’affanno…
  2. Il lutto ha quasi preso il sopravvento sulla discriminazione… e finisce che la discriminazione è trattata quasi “male”… — mi spiego: un pubblico avvezzo ai telefilm americani ha visto e rivisto la discriminazione trattata come la tratta Lelio decine e decine di volte; nelle serie c’è sempre la putata in cui il transgender vorrebbe aver voce in capitolo sul testamento biologico dell’amato, ma arriva la famiglia legittima che lo scaccia in malo modo come un canguro infetto… — è una storiella che si è vista e rivista, e che Lelio ripete, senza che la sua visione ottima riesca a ravvivarla, poiché Lelio mette gran parte di quella visione non al servizio di questa storiella discriminatoria ma al servizio della tematica del lutto, una tematica anch’essa già rivista e ri-raccontata mille volte…

Quindi, che ne esce?

Ne esce un film intressante, colorato, dal rapporto immagine/sogno/realtà/vita affascinante, che racconta di temi che dovrebbero essere all’ordine del giorno, ma che potrà veramente stupire due o tre bigotti convinti che il transgender sia un canguro infetto da scacciare… le altre persone, le persone normali, che ritengono già i trasngender persone come tutti gli altri, troveranno questo film un po’ “risaputo”, un po’ “rivisto”, a cui la comunque ottima resa visiva sì aggiunge qualcosa, ma non così tanto…

Molto bella la musica originale di Matthew Herbert…

ovviamente non si contano i “prestiti” visivi da Almodóvar e Dolan…

un po’ di soldi li ha messi Pablo Larraín…

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