Dogman

Come se Reality e Tale of Tales fossero stati una parentesi nella sua linea autorale, Dogman riporta Garrone nei bassifondi, nelle borgate, nei luoghi dimenticati da tutti, dalle istituzioni e da chiunque, microcosmi da far west, comuni a L’imbalsamatore, Primo amore e Gomorra, ma anche microcosmi mentali, inconsci e archetipici in cui, in ogni caso, ambientare le stesse fiabe che popolano Reality e Tale of Tales

Come lo Janáček di Jenůfa, o il Musorgskij della Chovanščina, o la filosofia etnomusicale di Bartók, e in accordo forse con Carl Gustav Jung (vedi anche A mille ce n’è…), Garrone scova la fiaba nella realtà, nel vissuto, nel quotidiano orribile della periferia obliata… Garrone *estrae* la fiaba dalla vita crudele e miserabile di chi tira a campare male in questo mondo di schifo… estrae la fiaba dal nichilismo e dalla struggle for life… fa, quindi, quello che gli rimproveravo di aver fatto invece poco in Tale of Tales (vedi numero 31 di Psych!)…

È un film sgradevole nel profilmico, simile a You Were Never Really Here – A Beautiful Day, e come quello è denso di significati visivi: la Ramsay gioca, alla Verga, a dare a intendere che il film si giri da solo, ma poi monta le inquadrature con organizzazione diegetica (demiurgica) forte, per mostrarti solo quello che vuole lei; Garrone anche ti fa vedere solo quello che vuole lui, con istanze anch’esse “verghiane” (col film che sembra girarsi da solo), ma palesa un’organizzazione dalla filosofia opposta… mi spiego: se la Ramsay decide di omettere e tagliare per *farti vedere* quello che vuole lei, Garrone decide ugualmente di omettere e tagliare per *NON farti vedere* quello che vuole lui!

Esemplifico: la macchina di Garrone sembra spaesata e inconsapevole, a focalizzazione zero, e senz’altro guarda l’azione sapendone meno di quelli che la agiscono… e difatti non sa quando voltarsi, non sa cosa inquadrare: bascula, fluttua e sballotta quasi terrorizzata (come noi spettatori) dagli eventi violenti che ha davanti… e fin qui sembra evidente che Garrone tende a un film cronachistico… però, a ben vedere, il film cronachistico classico ha, al contrario, una macchina che cerca in tutti i modi l’azione: nel cronachistico la macchina sarà anche inconsapevole, e si volterà verso l’azione anche tardivamente, ma una volta che sa dov’è l’azione la macchina le si fionda incontro correndo, va subito alla ricerca dell’azione! — Garrone, al contrario, è immerso nell’azione ma dall’azione è intimorito, ha paura di inquadrarla: il suo occhio è così vicino ai volti che spesso non lascia entrare nel frame le azioni che i personaggi compiono: il frame è “difettoso”, insufficiente, come se l’occhio di Garrone puntasse a evitare l’azione più che a mostrarla: perciò la sua macchina, più che inconsapevole è “timida” ed elusiva, omette, tace… e omette e tace forse *apposta*… il suo è un film di “evitamenti”, di svicolamenti visivi: sembra guardato da un bimbo che ha paura, e che si copre gli occhi nelle scene più paurose…

Una resa visiva simile, nella superficie, ai Dardenne e ad Abdellatif Kechiche, usata però non per “realismo” ma per “astrazione”: Dardenne e Kechiche dicono «questa è la realtà, così crudele da essere indicibile, e io adulto ve la mostro sapendo bene di non potervela fare vedere tutta, ma quella che c’è è qui», e Garrone fa una cosa simile però dicendo «questa è realtà, sì crudele e indicibile, ma io ne ho anche paura: è una realtà così orribile da sembrare una fiaba oscura e archetipica delle più cruente! Io 1) non la posso inquadrare tutta perché è indicibile di suo, come dicono i Dardenne, 2) a differenza dei Dardenne io non ce la faccio neanche a farvi vedere tutta quella che c’è al di là dell’indicibile, perché io, ripeto, ne ho paura, e sono terrorizzato da quello che inquadro, sicché non lo inquadro!»

E con la macchina terrorizzata, connessa con la fiaba archetipica junghiana della vicenda, Garrone fa un film sull’alienazione del piccolo mondo-mente conchiuso, afflitto dall’Es (dall’orco) e dalla voglia di essere amati del Super-Io, e sulla tragedia di dover armonizzare e amalgamare questi due aspetti in un ‘Io’ sereno: un’armonizzazione dolorosa e impossibile già quando si è bambini che, grazie a questa armonizzazione devono crescere, figuriamoci quando si è adulti, rimasti a stadio pre-puberale a causa della segregazione e dell’allontanamento dalla civiltà: durante l’armonizzazione si rischia di scoprire che un ‘Io’ non ce l’abbiamo nemmeno, e che non siamo cresciuti affatto, siamo ibridi bambino/adulti, in balia di follie personali e vagheggiati di riscatti e considerazione, di voglia d’attenzione, di urla che chiedono semplicemente «guardatemi»

Garrone riflette così sull’infantilizzazione del mondo (vedi IT di Muschietti) e giustamente ci dice, come James Matthew Barrie, che l’essere infantili è una condanna, e vivere nel villaggetto allo stadio di “bimbi” è una maledizione, perché si vive davvero una “fiaba”… e una fiaba è fiaba se è mentale, se invece non lo è allora è realtà assurda, è strage e sfacelo, è contratti sociali non civili, ma guerreschi, prevaricanti, barbari…

E le implicazioni, da narrative, diventano sociali: un mondo “piccolo”, che segrega la gente in spazi abbandonati a se stessi, glorificanti lo stadio pre-puberale (la spiaggetta, il parco-giochino, i videopoker, l’oro luccicoso, i trastulli con i cani, il calcetto serale), crea istanze infantili nella mente degli abitanti, che crescono senza crescere, e che alla lunga pensano al mondo con sistemi mentali che scolorano il vero in archetipi “bimbosi”, tanto che, quando si presenta un problema, tocca affrontarlo in modo “bimboso”, trasformando il problema in un “orco”: la segregazione infantile forzata trasforma il problema bisognoso di trattamento sociale (che la segregazione esclude: il mondo civile e la giustizia parlano una lingua diversa dal microcosmo segregato, finendo per prevaricare essa stessa) in “orco”, facendolo confondere con le istanze mentali infantili nel frattempo createsi nella popolazione: l'”orco”, quindi, si confonde tra problema sociale e problema individuale, tra effettivo e mentale: l’orco, che era un effettivo aguzzino, si trasforma in metafora di un singolo Es, di una persona sola, perché questa persona è rintronata dalla suggestione bimbosa di essere stato segregato a livello infantile in un “non-luogo”… Il già piccolo microcosmo si riduce ancora, e da piccola comunità si rimpicciolisce a una singola mente… questo è il destino della segregazione infantile, produrre individui effettivamente “piccoli”, che si rappresentano il mondo come i piccoli e che non discernono tra il sé e gli altri, tra la tesi e l’antitesi, che non riconoscono ciò che non è “se stessi”, che non concepiscono un qualcosa che sia “altro da sé”, individui afflitti perfino dall’animismo/egocentrismo infantile osservato da Piaget (quando i bimbi sono convinti che, andando veloci in macchina, sia il sole a seguire loro e non loro che si spostano in macchina: il sole, quindi, ha una volontà [animismo] e se ce l’ha non ha di meglio da fare che seguire te, perché tu percepisci di esistere solo te! [egocentrismo])

L’illustrazione di un far west tetro-baloccoso, dove non entra la giustizia, della lotta per la vita orribiliosa in queste terre di nessuno periferiche e “negate”, e della prepotenza crudele e cattiva, è la cosa che riesce meglio a Dogman: fanno stare male le prevaricazioni della polizia, le violenze reiterate e il senso di impotenza susseguente… — e fa riflettere ancora di più sulla segregazione l’aspetto sdrucito di tutto quanto: il parchino-giochi è dismesso, la spiaggia obrida, e i negozi squallidi: il microcosmo infantiloso-mentale, così insistito nel tempo, produce rottami di pensiero bimbettaro come rottami sociali…

Dogman è un film molto bello, potente e socialissimo, che narra il lato B dei ricconi raccontati da Sorrentino (come si diceva in Loro 1 i due registi si contrappongono per interessi di “casta”), ma che risulta un po’ simile agli altri film di Garrone: bellissimo, quindi, ma obbediente all’applicazione di uno stile più che alla scoperta di un linguaggio (vedi anche quanto detto a proposito di Dolan in È solo la fine del mondo)… un Garrone, quindi, affascinante, ma “manierista” di se stesso (e quel manierismo non è da confondere col Mannerism storico citato a sproposito da Sorrentino in Loro 1)…

da confrontare con il Cronenberg di A History of Violence: anche lì c’è l’orco, il male, la violenza che turba la vita, il lato oscuro di ognuno, risolti in un cinema più solidamente narrativo (le inquadrature macignosamente oggettive), senza le implicazioni infantilose, ma con forti riflessioni sulla natura ombrosa del contratto sociale… riflessioni forse meno astratte di queste di Garrone, ma forse anche meno psicoanalitiche (una psicoanalisi della trama garantita anche da un professionista come Ugo Chiti, collaboratore di Garrone nella minimale ma densa sceneggiatura di Dogman)…

da confrontare anche con Fiore di Claudio Giovannesi, che in qualche modo narra l’inizio della segregazione infantile del popolo… (quarto film di Biancalana e i sette gnomi, parte V)

si parla del film, forse in maniera più chiara, anche in Elogio di EVAe nella recensione di The Square

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