The Greatest Showman

Deve essere andata così… 

Bill Condon stava scrivendo un musical, dopo Dreamgirls… Intanto però ha fatto Beauty and the Beast e lì s’è reso conto di non saperne affatto dirigere uno con un budget grosso, e di non essere neanche capace di gestire né effetti speciali né scenografie… sicché ha convinto il suo datore di lavoro (Laurence Mark) ad affidare il tutto a un povero bischero qualsiasi, uno dei tanti professionisti del cinema americano: Michael Gracey… Gli ha affiancato gente seria, tecnici numeri uno di Hollywood (McGarvey, Crowley, Mirojnick), ed è stato a guardare…

Il povero Gracey, come James McTeigue in V for Vendetta, fa quello che qualsiasi impiegato avrebbe fatto: porta a casa un risultato più che tecnicamente efficiente e professionale…

Il dramma è che tutto il progetto è un progetto di industria e quindi fallace…

È un progetto insieme primitivoterminale di un’idea di spettacolo tronfia e sgangherata…

È primitivo perché è simile a un musical degli inizi, sia teatrali sia cinematografici: glorifica la vita matrimoniale, e giustifica i personaggi cantanti con l’espediente meta-teatrale: cantano perché fanno uno show in cui si canta e inneggiano alla bella vita borghese e imprenditoriale — tutti modelli del musical cinematografico anni ’30 (e anche di molto musical teatrale dei 1880s), dove quasi mai si andava al di là del meta-teatrale per parlare di “musica” al cinema…

È terminale perché ha una elefantiasi gonfia ma vuota che punta tutto su trucco, parrucco, scene e costumi grandiosi senza un vero succo: caratteristiche del musical degli ultimi anni ’60, che quando non erano diretti da vecchie glorie 70enni (Minnelli, Reed, Kelly, Wise, Cukor) erano girati da impiegati di grado pari a quello di questo povero Gracey (vedi Joshua Logan)

Primitività terminalezza conducono a una vicenda generica, tutta sensazionalismo, superficiale, barocca e baroccosa: le tematiche che lambisce, le sfiora in superficie e le butta in un calderone dove non si distingue più nulla; e portano anche a una musica non proprio bellissima: le canzoni di Pasek & Paul somigliano tutte quante a Piccola stella senza cielo di Ligabue…

Si sa che il musical ha avuto i suoi corsi e ricorsi: gli anni ’30 di Fred Astaire, gli anni ’40-’50 di Gene Kelly, i pieni anni ’50 di grande splendore (Lerner & Loewe, Donen, Minnelli)… gli anni ’60 si aprono con West Side Story il cui splendido successo in qualche modo però “istituzionalizza” il musical: non più tendenza compatta come nel decennio precedente, ma evento grosso, enorme, all in dei produttori: My Fair LadyThe Sound of MusicMary Poppins diventano dei Festival di Sanremo, degli appuntamenti magnifici ma autocelebrativi dell’industria, e infatti, pur nella loro bellezza, aprono alla tendenza produttiva terminale che si diceva: film come Hello Dolly Camelot sono baracconi, e Bob Fosse, Norman Jewison, Ken Russell, John Badham, Herbert Ross tentano di tenere insieme il genere per tutti gli anni ’70, ma non ci riescono… All’inizio degli anni ’80, Barbra Streisand, Frank Oz, Adrian Lyne, Richard Attenborough ed Emile Ardolino portano avanti il tutto con sprazzi sparsi fino al 1987: i loro risultati sono singoli e mai sistematici, così “diversi” che spesso non si possono neanche chiamare musical… e negli anni ’90 il musical di cinema non esiste più, tranne che nei film Disney e in Ballroom di Luhrmann (1992)…

Il musical torna come nostalgia nei telefilm della fine degli anni ’90 (BuffyAlly McBeal) e in Tutti dicono I love you di Woody Allen (1996), poi Branagh lo sperimenta in Pene d’amor perdute (2000): questa nostalgia è però solo humus, solo “retroterra” ancora singolare, ancora non sistematica, poiché solo Moulin Rouge! di Luhrmann (2001) rigenera il musical…

Ma se, in origine, dal 1930 al 1965 il musical “vero” era durato 35 anni prima di avere la prima “crisi”, dal 2001 della “rinascita” la crisi è arrivata quasi subito, e proprio a causa degli “impiegati”: già dal 2002 sono stati i Marshall e gli Shankman (burattini delle major) ad occuparsi di musical, con un disastro ipertrofico dietro l’altro…

E quindi non stupisce il risultato di Gracey…

Che, badiamo bene, in quanto a “mero manufatto” ha fatto molto meglio delle megalomanie di Marshall e Shankman! — Non ignora mai il suo essere finto, tanto da non rinunciare neanche al fondale dipinto, e non cerca mai di cancellare la sua natura teatrale: anche se stavolta il precedente di Broadway non c’è, il sistema di rappresentazione è quello del «metto la macchina davanti al palcoscenico e seguo i ballerini col montaggio: stop»: tutte cose sì sciatte ma che non strafanno e denotano per lo meno sincerità e consapevolezza di rappresentazione…

In attivo si può citare la gestione dei colori, davvero sgargiante: McGarvey, Crowley e Mirojnick si devono essere documentati bene sui coloretti dell’Ottocento, un secolo assai cromatico (basta vedere la facciata del duomo di Firenze, fatta dal 1876 al 1887 e piena di rosini e verdini, per rendersene conto) che restituiscono alla perfezione… — e almeno una scena è metacinematografica: il sogno di Barnum è illustrato con una lanterna magica che proietta su lenzuola del tutto simili a schermi cinematografici…

In passivo c’è un po’ una poco coesa amministrazione del montaggio: i montatori sono ben 6… si vocifera che la Fox non si fidasse a far montare il film al povero e inesperto Gracey, e Jackman, per salvare il salvabile, abbia chiamato l’amico James Mangold (suo regista in Logan) per assemblare il girato… quando succedono queste cose si vede: molti raccordi sono quasi più “strappi” che stacchi…

 

 

Leggere Ultimo Spettacolo per un’opinione meno negativa sulla vicenda…

 

5 risposte a "The Greatest Showman"

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  1. Sei sempre molto competente e le tue recensioni sono davvero impeccabili, complimenti. Sono d’accordo sul fatto che il film ricalchi il musical alla vecchia maniera, e come scrissi nella mia recensione, questo è un progetto che è rimasto a lungo nel cassetto, uscendo un anno dopo la la land, non a caso. Ti dirò però che a livello di mero intrattenimento il film non mi è dispiaciuto, anzi. La canzone This is me, poi, la trovo molto interessante e musicalmente eccellente, mentre l’altra, quella principale, the greatest show, è più orecchiabile che memorabile.

    1. A me ha fatto un po’ due palle, in effetti… ma vabbé, de gustibus! — linko la tua recensione così l'”utente” può farsi un’idea più onesta! [potevo linkarla immediatamente eh, sorry!]

      1. Uh, onesta nel senso di “panoramica”: sostanzialmente negativo io, sostanzialmente positivo tu… e l’utente quindi può farsi un’idea completa — stasera “Ora più buia”, tu lo hai visto?

      2. l’ho visto settimana scorsa, ma voglio rivederlo in lingua originale prima di dare un giudizio definitivo… in ogni caso la rece è in programma per il 12, causa un po’ di intasamento nel nostro “programma”… buona visione!!

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