You Were Never Really Here – A Beautiful Day

Cattivo, violento e “brutto”, è forse uno dei migliori film dell’anno, perché la Ramsay dimostra di essere una regista coi controfiocchi…

È tutto lavorato sulla macchina che si “sottrae” dal suo stesso essere: le immagini sembrano tutte oggettive ma potrebbero essere tutte soggettive, e vogliono tanto dare l’idea che il film si stia “girando da solo”, come il romanzo verghiano…
A vedere bene poi scopri che, proprio come nel romanzo verghiano, l’autore c’è e come, e ti tocca tirare fuori la figura del narratario, quell’entità immaginaria indispensabile all’autore per costruire la sua trama quando, nel contempo, vuole anche “nascondersi” al suo lettore…
Il narratario della Ramsay è doppiamente fantastico perché potrebbe non essere affatto un narratario: le sue immagini, si diceva, vogliono far intendere di “girarsi da sole” e quindi potrebbero sempre essere soggettive di qualcuno, di un personaggio, dei suoi ricordi, potrebbero essere tutte soggettive di telecamere di sorveglianza, delle immaginazioni di sogno… però sono organizzate come se fossero tutte oggettive, perché il montaggio le piega e le “plasma” nella forma del film (e il montaggio è per forza “controllato” da un autore o narratario): e allora che è? è soggettiva o oggettiva?

il magnifico twist finale della trama, elusivo e insieme chiarificatore, dimostra come il narratario della Ramsay altro non è che la “trama stessa” che si disvela, il film stesso che si manifesta: non una storia, né una narrazione, ma un “sogno”, una “possibilità”, forse un’idea inconscio-archetipica della condizione nichilistica dell’umanità simboleggiata-trasferita-allegorizzata nelle immagini… immagini, quindi, che sono “cinema”, ma forse non sono più “cinema”, sono i frame della «mente collettiva umana» che si dipanano davanti a sé/noi stessi, come diceva Bergson, o come dicono le scienze cognitive odierne…

E tutto questo mostro di filosofia si presenta, paradossalmente, come un filmetto abbastaza scemetto, un filmetto di genere, che ricorda anche Martin Campbell e Edge of Darkness, ma che si vede subito essere metafisico, anche senza guardare lo svolgersi dello sguardo: il montaggio astruso e lo splendido impasto musicale-rumoroso (di Jonny Greenwood) ci fanno subito capire che siamo, almeno, davanti a qualcosa simile al Clint Eastwood più “inspiegabile” (Gli spietatiLo straniero senza nomeIl cavaliere pallido), o a uno dei capolavori del primo Luc Besson, ma poi il film si rivela essere molto più “importante”, e molto più “riflessivo” riguardo al peso che ha il cinema nella rappresentazione della condizione esistenziale: è simile, quindi, a Refn o Lanthimos (forse più a quest’ultimo, perché la voglia di “oggettività” della Ramsay esclude il compiacimento nella “pura bellezza astratta” del primo e somiglia più alla brutale rozzezza del secondo)…

Quando poi si arriva alla villa del Settecento (simile a quella dei bagordi di Quilty nella Lolita di Kubrick), che simboleggia la *mente* del protagonista mentre allegorizza anche la condizione tremenda dell’uomo moderno (condizione originata, appunto, nel Settecento), si capisce che protagonista e uomo moderno sono la stessa cosa e il film stesso è il mondo, o la costruzione encefalica del mondo, in cui noi tutti viviamo…

…o in cui forse ci illudiamo di vivere…

In Arrival si diceva che Villeneuve aveva ripreso un filmetto di genere come un filmone d’essai, per stupire, per darsi un tono: Ramsay non si dà un tono, non è furba, lei è *sostanza*, con lei forma e contenuto, genere e non genere, oppure genere e arte, non si distinguono in un discorso molto più ampio…

E tutto questo anche se il risultato fenomenico è un film violento, sdrucito, sgradevole, sporco, sozzo e fatto apposta per farti stare male… fa tutto parte, però, di un *discorso* da ammirare…

Ad agosto potrei ridimensionare questo fin troppo entusiasta giudizio… in fin dei conti film così ce ne sono tanti, anche troppi, e questo non è detto sia tanto migliore di loro… ma, per ora, prevale la contentezza…

si parla del film anche in Elogio di EVA, nella recensione a The Square, nel Papiro del 2017/’18 e in alcuni momenti di Buio

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