Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione

Il primo era ottimo, ma niente più che diligente (e difatti sembro stroncarlo al numero 23 di Psych!)… Questo secondo mi è piaciuto davvero tanto…

  1. Il montaggio (di Massimo Fiocchi) è da Oscar: abbiamo a che fare con sguardi che scrutano, con specchi che riflettono diegeticamente, e con immagini/pensieri/ricordi/sogni trattati e ritmati alla perfezione…
  2. La resa visiva è cupa ma anche colorata (la fotografia è di Italo Petriccione), che condisce idee della lezione dello Storaro di Dick Tracy con istanze realistiche, costruendo una sorta di “realismo magico” della visione… il meglio del meglio per rendere in cinema il “fumetto”…
  3. Gli attori, benché sia evidente essere alle prime armi, sono guidati molto bene, e caratterizzati visivamente proprio coi fiocchi (sarebbe da scomodare perfino John Carpenter: i cappucci della ragazzina e il cesto dei capelli biondi della Rappaport e del bimbo sono stilizzazioni “fisico-visive” che concorrono fantasticamente alla creazione del personaggio)…
  4. La trama è senza sensazionalismi, senza eroismi sbraitati, e riflette sulla disillusione della fine del comunismo e sulla desolazione del capitalismo; sulla follia della vendetta e sulla istanza di “giustizia”; e finisce per ribadire che il “super-eroe” non è un salvatore deistico bello e bravo, ma è metafora di diversità dolorosa: una diversità che traumatizza ma che non preclude, anzi, essa stessa sancisce una decisione *privata* e *quotidiana* INTERIORE E RIFLESSIVA di agire comunque a favore della concordia del contratto sociale! — si fa i “supereroi” (e cioè, semplicemente, ci si comporta civilmente e non si ammazza nessuno) per istinto morale del tutto personale e non per sacre volontà, per diritto di onnipotenza, o per sfoggiare al massimo le proprie egoistiche potenzialità — Il finale sul bus (simile quasi a quello del Laureato), con i “supereroi” del tutto avulsi dal centro dell’attenzione, ma anzi outsidersoutcasts di una società ancora imperfetta, è il massimo per un film di questo genere: riflette sulla *complessità* e non si pavoneggia in atletismi, né si adagia sulle presuntuosità degli altri cinecomics (incluso il nostro Jeeg Robot che colpevolmente conclude nella tronfiaggine)
  5. Elogia un’idea della famiglia avulsa da quella del patriarcato autarchico italiota, proponendo il primato della giustizia e delle scelte morali sull’obbedienza ai nefasti legami di sangue (e la famiglia de facto, quella adottiva, è trattata con lo stesso diritto di quella genetica, come dovrebbe sempre essere in una società)

i difetti:

è certamente prevedibile, essendo quasi completamente costruito sul primo X-Men di Bryan Singer (2000) — ma quale cinecomics non lo è?

Certo, è un cinecomics, e quindi c’è solo per evasione e divertimento, ma Salvatores lo fa davvero bene, costruendo un intrattenimento molto intelligente con un know how tecnico di prim’ordine…

Un gioiellino

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