Il sacrificio del cervo sacro

È molto facile individuare gli ingredienti, tra gli altri ci sono:
Shining di Kubrick
Cape Fear di Scorsese (in misura minore quello precedente di Thompson)
La luna e i falò di Pavese
Maps to the Stars di Cronenberg
Neon Demon di Refn
Drag me to Hell di Raimi
Melancholia di von Trier

Il tempo dei lupi e altri film di Michael Haneke
Lanthimos li frulla bene per affermare una »trama«:
non importa quanto tu sia un integerrimo professionista (maschio o femmina), uno scienziato, hai comunque turpi affari nella mente: sei un ubriacone, sei una maniaca del controllo, sei un frustrato che si fa masturbare dalla moglie bella dell’amico, hai abitudini sessuali disfunzionali…
la tua condotta ipocrita (bella di fuori e brutta dentro: anche perché sfoggi la tua straricchezza a sproposito) porta alla morte di innocenti, o almeno così sembra, e quindi ti meriti una bella dose di adynaton, di irrazionale, di sconcertante “impossibilità”, di perturbante “sovrannaturale”… uno schiocco atroce di violenza incomprensibile contro cui si fracassano tutti le tue certezze…
e tu, nonostante la tua mente scientifica, non puoi che sottostare, disperato e distrutto, a questa tramvata di idiozia virulenta, e non hai strumenti per “ribellarti”, e ti fai travolgere, piangendo e sbraitando: non ci puoi fare nulla…

Lanthimos dice questo e sta a noi reagire:
o osannarlo perché denuncia una condizione superstiziosa della vita inirreggimentabile e implicata in qualsiasi nostro apparentemente sano essere (le tesi di Golding e del Lord of the Flies o di Rites of Passage: la superstizione arriva sempre: i bimbi cominciano a vedere inesistenti bestie che vengono dal mare e non vale alcuna scienza a dimostrare il contrario; e i marinai dànno la colpa a rituali “antichi” per la morte del prete sodomita)…
o fracassarci le palle perché, sotto alla denuncia pura e semplice, non ci si trova granché niente: nessuna catarsi e nessuna riflessione, quella che invece ispirava Lobster (e che Golding comunque garantisce con una “riflessione” finale: la stessa di Pavese: dopo i roghi di Santina, Anguilla e Nuto parlano compatendosi di questa ondata di atrocità illogica ma così “attraente” perché connessa con le radici crudeli dell’uomo — di Lobster, bellissimo, parlo al quarto punto di Let’s go get some payback)…
Il Cervo sacro quasi si trastulla a dirci che siamo “cattivi”, crogiolandosi nell’aporia, e mettendocela davanti senza alcuna “scelta”: se Lobster finiva prima della scelta, lasciando al non raccontato il trionfo dell’assurdo o l’ultimo rigurgito di razionale, il Cervo sacro butta tutto sull’irrazionale e sull’assurdo, e senza dirci niente (le cause del male sono genialmente lasciate irrisolte) ci dice però tutto, buttandoci per forza addosso scelte rassegnate alla tragicità del “nulla razionale”: come se il nulla razionale fosse non solo connesso col mondo (come Golding, come Pavese), ma anche connaturato a qualsiasi umano, senza possibilità di “altra via”…
Si può sì essere d’accordo con Lanthimos, ma forse non con i suoi modi: illustrare un fatto e spiattellarlo davanti, senza riflessione, ma solo con presentazione, finisce per annullare il fatto stesso, e apre il fianco a una certa “complicità”… come quando Haneke (che pur, nel Tempo dei lupi, era riuscito a dare quella “svolta” di scelta finale: il ragazzino viene acchiappato dal cacciatore prima di gettarsi nel fuoco obbedendo alla superstizione, lasciando intendere che una certa “sanità” è possibile) cerca di farci riflettere sulla violenza con film violenti (Funny Games, Nastro bianco) finendo per attizzare proprio istinti violenti, così Lanthimos vorrebbe “esorcizzare” dall’irrazionale con un film irrazionale, sacrale, una storia di sacrificio di Isacco senza l’angelo salvatore, e ce la racconta come se fosse l’unica realtà possibile… ti viene il sospetto che Lanthimos NON VOGLIA esorcizzare, ma quasi anche aizzare sentimenti sacrali!
e per questo suscita il mio disprezzo, che sopravanza l’apprezzamento possibile davanti alla visualità presentata…
Una visualità sì affascinante, e davvero kubrickiana, perché letteralmente copiata, frame by frame, da Kubrick:
gli zoom e i carrelli all’indietro, Ligeti in colonna sonora, le simmetrie…
Ma una visualità comunque mai kubrickiana davvero, perché la fotografia è più asettica, più smorta, dai colori più slavati, le immagini sono meno frontali, e la macchina è molto più mobile…
una visualità quindi che anch’essa non è da idolatrare…


quindi la mia opinione è che è un film che poteva essere migliore
che spiazza
che fa stare male
senza un effettivo “perché”
con le sensazioni sgradevoli ripagate da un’anticchia di riflessione non all’altezza, che fa sospettare che quella riflessione manco ci volesse essere…
Siamo più dalle parti di mother! di Aronofsky, che in quelle di Kubrick…
e i gusti si divideranno…
io, per le ragioni dette, mi sento più per i “contro”…

Si parla del film anche in Elogio di EVA

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