L’insulto

La devastazione sociale del Libano, sconvolto da decenni di guerre civili e dal persistente odio razziale, espressa in un legal drama, in un film di processo, e quindi in un film di genere, classico…

La macchina è cronachistica e fa immagini di reportage: è sempre in mezzo all’azione, nell’aula di tribunale come all’esterno, scruta (muovendosi) i movimenti degli avvocati e dei personaggi, quasi “impallandoli”, oppure (stando ferma) fa attenzione a catturare (grazie al magnifico montaggio) ogni piccolo sguardo, da punti di vista sì di reportage ma anche diegetici, cioè spinti dalla trama (cosa evidente quando gioca a “centrare” nella stessa inquadratura due personaggi che si odiano, che si smentiscono, che la pensano diversamente)…

Ogni tanto la macchina si eleva alta, con il drone o con l’elicottero, su Beirut: città sfasciata e sempre uguale a se stessa, nonostante i gorghi di odio razziale che incuba dentro sé…

Il film è l’auto-osservazione libanese, l’auto-rappresentazione di uno stato che si interroga sui suoi errori, sulla sua storia, sulle sue “complicatezze”…

uno stato che magari si auto-assolve, forse facendo finire la cosa a tarallucci e vino, ma intanto riflettendo pienamente, e passando attraverso la questione centrale, e cioè che in così tanti anni di guerra tutti sono stati carnefici e vittime (forse non allo stesso modo ma di certo quasi nella stessa misura), e che il dolore è un dolore condiviso, un dolore comune, a cui appellarsi per originare fratellanza o “affinità” e non da prendere a pretesto odioso per crearne altro…

e questa auto-assoluzione del tarallucci e vino potrebbe anche essere smentita dalle immagini, da quelle immagini alte del drone su una città comunque devastata, o indifferente, che potrebbero anche suggerire tristemente: «sì sì, il film è finito a tarallucci e vino, ma io, Beirut, sono ancora qui, per nulla cambiata, ancora polveriera di atrocità e pronta a esplodere…»

Non è la sette meraviglie del mondo: il montaggio (Dominque Marcombe) è splendido, ma la fotografia e queste riprese “impallose”, pur geniali, hanno una grana un po’ televisiva (la fotografia è di Tommaso Fiorilli, per l’appunto un televisivo), un po’ troppo aderente al poppettaro e al videoclipparo, e inoltre la musica (Éric Neveux) è a buon mercato e semplice semplice… ma nonostante tutto fa mangiare le mani a noi italiani che, nelle stesse condizioni libanesi di odio atavico razziale e di scarsa somatizzazione di una guerra civile, non riusciamo per nulla a trarre dai nostri problemi sociali né film né racconti né romanzi né niente, e stiamo qui a pupparci Salvini e Diego Fusaro senza fare nulla di artistico in grado di “sublimarli”…

tristezza

2 risposte a "L’insulto"

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  1. ottima analisi, come al solito, soprattutto tecnica ma anche contenutistica…
    a me il film è piaciuto molto, ed infatti l’avevo messo tra i miei top3 del 2017…
    ma, per l’appunto, più per questioni contenutistiche che tecniche, che effettivamente passano quasi in secondo piano in film di questo tipo…
    però hai fatto bene ad analizzare anche ciò, ed in particolare a sottolineare l’ottimo montaggio.
    giusto, infine, l’appello finale al fatto che in Italia il problema non viene affrontato o quasi…
    e infatti è dovuto arrivare un italo-americano per iniziare a parlarne… mi riferisco, ovviamente, a Jonas Carpignano e ai suoi due film… che però avendo un taglio eccessivamente neo-neorealistico (scusami il termine, ma non so se rende) finisce forse per non essere capito da coloro che dovrebbero invece essere i principali destinatari del messaggio…

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