Solo

Come detto in Rogue One, la materia grigia di questi film “extra” di Guerre Stellari è costituita dai romanzini cretini di Star Wars, la cui lista, immensa, è in questo template

Che la trama sia riscritta, e che la costruzione sia indipendente (sento già i puristi dirmi «è stato tutto scritto adesso, non ha nulla a che vedere con i romanzini!») non cambia niente: il cervello dell’impresa è rimasto quello: sfruttamento scemotto di un franchise

e l’idea di questo sfruttamento si origina, s’ha voglia di dire, da romanzini scritti per i 12enni del 1978-’79, i cui “ingranaggi”, oggi, si tentano di aggiornare cadendo nell’aporia descritta in Valerian: prendi un qualcosa ideato per i 12enni del 1979 e cerchi di aggiustarlo per i 12enni del 2018… è ovvio che fai un casino…

I registi designati se ne vanno (accusati di buttarla troppo in commedia) e lasciano il posto a Ron Howard…

I. CRAFT: TRUCCO, PARRUCCO, STUCCO E LAMPADARIO
Howard lavora da 45 anni, e da sempre lavora con Lucas, e quindi sa come fare…
I registi precedenti avevano assemblato una crew per loro, fatta di giovani talenti e figli d’arte (i.e. Bradford Young di Arrival e Neil Lamont, figlio del grande Peter Lamont ma anche assistente di Stuart Craig), che Howard s’è trovato a scatola chiusa: lui di solito lavora con Salvatore Totino, Mike Hill e Dan Hanley, che non ha potuto tirare dentro… un fastidio, forse, comunque ripagato dalla presenza di Pietro Scalia, già imposto dalla Disney ai vecchi registi e che Howard ha potuto sfruttare al meglio…
Con il know how di Howard, questi ragazzi fanno il lavoro migliore che abbiano fatto fino adesso… Dopo i tentativi poco centrati del fabbricante Dan Mindel con Abrams, e la buona (ma un po’ affannata) prova di Steve Yedlin e Rian Johnson, Howard e Young riescono davvero a raggiungere la grana visiva di Kershner e Suschitzky: i loro tramonti e le loro oscurità davvero raggiungono il livello optimum, e anche Lamont e i costumisti sono da lodare… il vecchio Scalia, poi, sa come si posizionano inserti e stacchi al meglio…

II. SGUARDO
Howard è un grosso, ma non sicuramente una cima: i suoi capolavoretti li ha fatti, e molte volte sa come parlare di cinema, come esplorare la visione; Inferno, per esempio, si sopporta proprio grazie alla gestione delle immagini… ma in quanto a trama e in quanto a sguardo, Howard spesso si attiene alla sceneggiatura, che in questo caso è un disastro, come vedremo…

Per questa ragione, il grande panegirico cinematografico di Rian Johnson e degli Ultimi Jedi è trentamila volte migliore di quanto fa Howard in Solo: un film narrativo, diegetico, ben fatto, ma meramente professionale, da catena di montaggio, non salvato dalle citazioni da Sergio Leone (però sufficienti a far etichettare il film come western nella Wikipedia inglese) né dagli intelligenti inserti di Scalia, carini e ben realizzati, ma che sarebbero venuti in mente a chiunque…

III. TRAMA
Howard, quindi, non ha potuto nulla contro la dimensione di per sé idiota dell’operazione, portata avanti dagli sceneggiatori Lawrence e Jonathan Kasdan…

Sapere cosa è successo a Han prima di Guerre Stellari è un interesse del 1979, adatto a fiction del 1979, che oggi, dicevo, il vecchio Lawrence Kasdan cerca di aggiornare al 2018… e Kasdan non ce la fa (è dal 1995 che non vedo più il grande Kasdan), e suo figlio non lo aiuta (notate anche il nepotismo della produzione: il figlio di Lamont, il figlio di Kasdan)… Il film fa come Ozpetek e Napoli velata: si cerca di stupire con tante storie, magari cercando la grandeur dei kolossal letterari, delle saghe ottocentesche (Verne, Kipling, Salgari, Guerrazzi, Petruccelli della Gattina, Sue, Souvestre), e si affastellano personaggi, colpi di scena, cambi di schieramento, scene madri, agnizioni, peripezie, duelli, vendette, viaggi, si moltiplicano gli scopi, i piani, ma non si lavora di sintesi e non si limano i personaggi, anzi, li si riduce a monodimensionali figurine, infantilmente tipizzate ma per nulla archetipiche…
Tutto questo non è un male di per sé, se si sapesse trarre un succo, o lavorare sulle funzioni proppiane o psicoanalitiche (vedi A mille ce n’è…), ma Kasdan non lo fa, e Howard gli va dietro: come dicevo all’inizio nessuno del team creativo di Solo ha saputo come mediare tra una materia nata come seriale nel 1979 e le esigenze di un unico film girato nel 2018… finisce che la grandeur dei kolossal ottocenteschi ha due difetti complementari: da una parte straborda (il film non finisce più) e dall’altra, per accontentare un pubblico 12enne ideato e non compreso, si “rimpicciolisce” nelle maniere peggiori, buttandola in bimbaggine, in infantilismo, in scherzo:

  • le battute sono per 12enni inesistenti, né del 1979 né di oggi, sono proprio per 12enni immaginari tanto sono studiate per essere infantili: finiscono per essere stupide…
  • le battute sceme sono accostaste a sacrifici umani e tristezze fuori tono, che vorrebbero svegliare il 12enne del 2018, ma risultano annacquate dall’ambiente bimbettaro circostante: il film vuole i 12enni di tutti i tempi, ma non ne ottiene nessuno (il problema di IT di Muschietti)…
  • la tipizzazione stereotipa dei personaggi tramortisce le velleità di derivare da Verne, Salgari & Co. intesa nell’impianto narrativo, poiché in Verne & Co. i colpi di scena ci sono davvero, mentre qui, essendo i personaggi marmoree figurine sempre identiche a se stesse, sono telefonati, risaputi, prevedibili, generici…

A livello di filosofia, questa monodirezione del personaggio giunge a sporcare perfino quanto già detto su Han Solo in sw2: con la monopatia personaggiosa di Solo si dà al personaggio di Han Solo un’immobilità temporale, come a suggerire che Solo è sempre stato Solo, anche quando era piccolo: non è mai “cresciuto”, non si è mai “evoluto”, è cascato dal pero già così, e quindi quasi non è mai nato, è sempre stato così, non è un uomo, è una figura, una fotografia, un’immagine, o un mostrino, come Frankenstein, o l’uomo lupo, o Dracula, sempre uguale, sempre identico a sé, sempre stato così, qualcosa che non cambia…
Le motivazioni che gli si trovano per “umanizzarlo” (l’amore per Emilia Clarke o l’aver fatto costruire il Millennium Falcon da suo babbo) sono all’acqua di rose rispetto alle troppe reiterazioni, riproposizioni delle stesse circostanze, dei sorrisetti sempre identici…

Alla monopatia dei personaggi vengono ricondotti tutti gli attori, capaci più di fare faccette sborone che di recitare: Ehrenreich è pessimo, e non mi stupisce che la Disney gli abbia affibbiato più di un coach per riuscire a renderlo per lo meno non impacciato; la Clarke è un chipmunk puccioso e non fa uno sforzo che sia uno per recitare quella femme fatale alla Gilda di Charles Vidor che i Kasdan gli hanno malamente scritto (il suo risultato è uno di quelli che fanno più pietà)… Solo i vecchi sanno come non inciampare in questa mefitica melma di imperizia scrittoria: Harrelson va di mestiere e Bettany è l’unico che riesca a rendere il suo personaggio “vivo” della sua follia [da notare che i due sono gli unici che avevano precedentemente lavorato con Howard: forse sapevano in anticipo come accontentarlo, cosa di cui sono stati incapaci i giovani, magari scelti dai precedenti registi e magari anche poco sopportati da Howard]

Solo, da kolossal alla Sandokan, ricco di buoni sentimenti per fare politically correct, e proponente un’eroe che, esattamente come Sandokan, si intenerisce davanti alle ingiustizie, finisce per essere una ennesima saga, uguale a mille altre, lavorata bene, girata bene, tutta di know how ma con zero know why: è fabbrica, è catena di montaggio, non fa male ma non è che faccia così bene… Gli ultimi Jedi, tanto criticato, ha maggiore forza mitopoietica oltre che maggiore capacità di parlare a quei 12enni che Kasdan ha tanto inseguito senza raggiungerli… e la riflessione finale è: rimestare negli stessi feuilleton e negli stessi franchise, richiede una sapienza sguardosa in più, perché a inanellare avventure su avventure del tutto fine a se stesse sono bravi tutti, si può fare anche automaticamente, è invece il quid del narratore che c’è da trovare, quel quid che trasforma l’affastellamento in trama, la cumulazione in ordine, l’avventura in azione, il racconto in utilità, il filmetto in film… il giovane Johnson ha avuto quel quid, il vecchio Howard no… e ci dispiace tanto…

John Powell replica il legame con l’Ottocento nelle sue musiche che sembrano scritte nel 1877: sembrano Bizet o Borodin… tante belle melodie, coretti vari, ma è una musica che gli esperti chiamano “invadente”: non si cheta mai, un po’ autocompiaciuta, magari carina da ascoltare da sola (in Symphonies non disegno Borodin, e amo molto le melodie di Bizet), ma anacronistica da sentire in film (la grandezza di Williams fu quella di prendere in prestito, in tanto post-wagnerismo, anche certe frecciate più “moderne” di Stravinskij, Bartok, o perfino Britten, cosa che Powell proprio non fa), e, soprattutto, pletorica: raddoppia proprio la scena a cui assistiamo, proprio la “riracconta in musica”: il risultato è ridondante…
un film come Solo era terreno congeniale del povero James Horner (che è morto): lui sì che avrebbe trovato qualche sinfonia dell’Ottocento e l’avrebbe riassemblata con classe… e avrebbe fatto meglio anche James Newton Howard…

Stranamente mi sono piaciuti moltissimo i doppiatori trovati da Carlo Cosolo, che, a mio avviso a caldo, senza ancora aver visto l’originale, mi sembra abbia fatto un ottimo lavoro… La a me sconosciuta Benedetta Ponticelli l’ho trovata splendida sulla castorosa Clarke, Onorato e Anselmo sono i doppiatori ufficiali di Bettany e Harrelson (quest’ultimo lascia qualche volta il posto a Pedicini, ma rare volte), ed Emanuele Ruzza fa bene sul mefitico Ehrenreich… più fumettaro, invece, Oreste Baldini su Favreau…

Siccome si parla di Star Wars, l’esperto del blogmondo è EvilAle, stavolta abbastanza in linea con me!

2 risposte a "Solo"

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  1. Costumi bellissimi in ‘sto Solo. Ora ti linko alla mia! La cosa che più mi ha dato fastidio, oltre ad una struttura narrativa di per sé abbastanza scialbetta, è stata questa voglia di inserire le chicche da fan a forza nello script. Già di per se deboluccio ma che magari senza queste forzature becerone sarebbe stata un avventura più caruccia da vedere e poi bon. Tutti a casa. Invece hai proprio questa sensazione di pesantezza di stomaco perché il film non ingrana mai. E’ squilibratissimo e invasivo. La roba sembra buttata li per li. E come detto Howard fa anche bene nelle scene action, ha questo piglio western che… dai ganzo va bene. E’ tutto sporco. Va bene idee ganze, ci sto. Però deh… E’ scritto proprio con l’intento di farci vedere ‘sta carrellata di miti di star wars che sinceramente boh… non portano da punte parti e sono anche un po’ offensivi. E bada secondo me il cast ci ha anche creduto. Peccato.

  2. Ah e per Powell: la colonna sonora l’ho scaricata. Da sentire è figa. Però hai detto bene te, è invadente. Ha anche questo piglio da super eroe che boh… Con questi temi a salire che poi si aprono nelle loro melodie ampie, grossone. Alla fine oh, il film è abbastanza cupetto. Quando riprende Williams deh, li so bravo anche io. Poi l’ho trovata molto messa sopra. Tipo: C’è una scenda d’azione. Serve la musica più ritmata. Ma senza un amalgama con la regia. Williams li musicava, anche i peggio film, riguarda l’inizio di Revenge of the Sith. E’ una danza tra i caccia e la colonna sonora. Il caccia fa uno svolazzo e lui fa uno svolazzo. Anche Giacchino aveva fatto meglio, l’inizio con il tema di tensione è strutturato bene. Che peccato… basta io in questo Solo avevo riposto poche speranze, però è Star Wars… ci vole poco a farmelo piacere… invece mi è volato basso anche a me. Uff…

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