Tutti i soldi del mondo

La solita fantasticheria visiva di Scott (da cinque anni lavora esclusivamente con Dariusz Wolski: ha lasciato John Mathieson a Guy Ritchie), a servizio della trama consueta dello Scott post-Gladiator (o anche post-1492): visioni del mondo contrastanti che si fronteggiano, stavolta quello della nuora poco interessata ad arricchirsi e quello del miliardario avaro, senza mai trovare soluzione…

Stavolta, però, la soluzione c’è, e difatti, a livello di trama, siamo più dalle parti della semplicità di A Good Year che delle questioni filosofico-storico-dolorose dei recenti The Counselor ed Exodus… benché molto dell’apocalittico The Counselor persista nell’illustrazione nichilista dell’Italia anni ’70 in mano a corruzione, incompetenza e mass media inferociti, è la serena condanna dell’avidità di A Good Year a trionfare alla fine…

Se A Good Year era però sempliciotto, e The Counselor era parossisticamente deprimente, Tutti i soldi del mondo cerca una conciliazione tra i due: l’avaro è certo prevedibilmente sconfitto, ma alla fine non si sa se i soldi lasceranno intatta la buona nuora… o meglio, si sa, ma Scott è bravo a costruire un finaletto di “presentimento” per nulla brutto!

In mezzo c’è lo sfondo storico, molte volte irrinunciabile per il suddetto Scott post-Gladiator o post-1492: gli anni di piombo, il crimine organizzato, la nascita dell’OPEC, cose che Scott abbozza nella vicenda, ma non abbozza per nulla male… [nel 2001 cercò di abbozzare cose simili (situazione italiana, mostro di Firenze, corruzione) in Hannibal e fallì, riprovò con American Gangster nel 2007 (corruzione, Vietnam, cultura della droga anni ’60) e riuscì, mentre in Body of Lies, 2008 (Medio-Oriente, CIA, coinvolgimento internazionale nel conflitto israelo-palestinese), tornò a toppare: in Tutti i soldi del mondo ce la fa: forse Scott riesce ad abbozzare bene un contesto storico-sociale a intermittenza!]

Certe situazioni rasentano la parodia (per esempio quando le macchinazioni del miliardario per non pagare diventano un po’ troppe, oppure in certe caratterizzazioni italiote), ma alcune trovate (dal dare all’avarizia un tema musicale ritmico-timbrico, non bellissimo ma il più delle volte efficace, al calibrare bene tensioni narrative ed esigenze documentaristiche) sono ottime: si vede davvero ottimo cinema, straordinariamente lussuoso a livello visivo e “decorativo” (costumi, trucco, parrucco e scene sono sempre al top con Scott, che riesce anche sempre a evitare l’effetto cosplay in cui incappano altri registi, vedi David Russell, P.T. Anderson e i Wachowski: benché qui l’ambientazione italiana non aiuti affatto i nostri occhi autoctoni, e difatti se qualcuno ci vedrà il cosplay, stavolta non riuscirò a dargli davvero torto, ma per una ragione di coinvolgimento personale e non di oggettività), e ben costruito a livello narrativo…

Forse manca quel quid in più… quel qualcosa che faccia innalzare il tutto dal “buon lavoro” al “bello”…

Se in American Gangster quel quid c’è, e può esserci anche in The Counselor, in Tutti i soldi del mondo forse non perviene… forse proprio a causa della smaccata semplicità anti-avarizia un po’ troppo prevedibile, anche se naturalmente sempre nutriente… 

È tutto quindi bellissimo e piacerà a molti, ma chi ci vedrà una bellissima tela oleografica di ricostruzione storica poco giustificata da una trametta un po’ povera di sale non potrà essere tacciato di insensibilità più di tanto…

Sapete tutti la storia della sostituzione di Kevin Spacey con Christopher Plummer all’indomani delle accuse pedo-sessuali a discapito di Spacey… Plummer non fa un brutto lavoro, ma la sua performance non mi è sembrata davvero da urlo… Ho trovato più brava Michelle Williams, anche se il ruolo non era per nulla facile: arriva alla fine a mio avviso con un po’ di fatica… — Zero espressione per Wahlberg — splendide, invece, tutte le facce dei tanti comprimari e comparse, molti anche italiani, che visivamente fanno una gran bella figura (perfino Vaporidis!)

Rodolfo Bianchi non fa un brutto lavoro al doppiaggio, ma questi sono film che vivono di un bilinguismo che in italiano scompare per forza di cose… Inoltre, la distribuzione potrebbe dar fastidio a qualcuno: su Wahlberg, per esempio, ho sentito di meglio rispetto a Massimiliano Manfredi, vedi Tony Sansone o anche Pino Insegno; Dario Penne mi è sembrato avere un po’ annacquato Plummer rispetto a Omero Antonutti o Bruno Alessandro; e sulla Williams mi è piaciuta di più Daniela Calò, anche se riconosco ormai la Colizzi come sua “voce ufficiale” (sapendo bene che per molti vissuti nei ’90s la Williams parlerà sempre come Stella Musy) — ma queste sono considerazioni del menga poiché questa sarà tutta gente che ha vinto i provini, per cui… non solo: queste sono impressioni fatte senza aver ancora visto l’originale, quindi che cacchio chiacchiero!?

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