Morto Stalin

Gli attori sono bravi, e si sente che Teo Bellia è stato abile a dirigere i doppiatori (tra i più istrionici che abbiamo oggi: Mino Caprio, Luca Dal Fabbro ecc. – da notare però che fa pronunciare Crùsciof invece di Crusciòf, e Vissarionòvich invece di Vissariònovich, ma vabbé, chi se ne frega; a voler essere puntigliosi, allora, avrebbe dovuto pronunciare tutte le E atone come I, e tutte le O atone come A [per cui doveva essere Vissariònavich]: o quanto sarò rompiballe!? tutto perché ho dato un semplice esame da 6 cfu di russo! Scusatemi!)…
Il regista fa un ottimo lavoro: macchina a mano tremolante; senso del documento; terrore genuino dato dalla macchina che, come noi, non sa cosa avverrà; fotografia di resa del grigiore didascalica ma efficace; voglia giornalistica nella rappresentazione brutale di omicidi e cadaveri…
Il tono è forse da considerare un problema: l’estraniamento che si origina da una gestione farsesca, grottesca e da burletta di una vicenda invece totalmente tragica è calibrato bene ma non benissimo… per capirsi: come si racconta una storia così tragica? Come Schindler’s List?, come Il Pianista?, rischiando che tutto diventi un decotto lacrimoso? — o si fa passare il tutto come terribile teatro dell’assurdo, patetico, odioso, e forse ancora più orrorifico? — Iannucci sceglie la seconda opzione e la porta avanti, come detto, molto bene, ma sceglie alcune vicende invece di altre; punta tutto sui vertici e per nulla sul popolo, come a fare uno Shakespeare, un Macbeth o un Richard III assurdo dello stalinismo; però trascura il ritmo; e fa “conoscere” in definitiva poco (sarebbero forse stati opportuni alcuni flashback “storici”: chi di quelle vicende sa poco, esce dal cinema sapendone effettivamente poco di più) — scelte che denotano un buon prodotto, ma che in mano a gente più scafata e più esperta (penso a un Verhoeven, a un Tarantino, a un Cronenberg, o a un Wolfgang Becker, o un Henckel von Donnersmarck) sarebbe diventato un film ben più riflessivo, ben più importante… come se Iannucci, tutto preso dalla burletta, ogni tanto si dimenticasse del fatto che quello che sta narrando come burletta, burletta invece non è… ma non so se mi sono spiegato… — inoltre, ogni tanto, più che a Beckett e Ionesco, sembra somigliare alla questione del contrabbando nei Malavoglia (la cosa non è un male eh, attenzione, ma è un “tono” diverso: non so se mi spiego)


Però, dai, in definitiva si guarda e ci si raggela quanto basta…

Vedi quanto detto da Sam Simon

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