Psych!

è un po’ presto, ma sono più che sicuro di non vedere altri film in sala da adesso fino a ferragosto, quindi, ecco le recInZioni dei film visti (ripeto: solo in sala) dal settembre 2014 al luglio 2015… un po’ pochini, solo 32 (escludendo la riproposta dei Ghostbusters)…
una parola per ognuno di loro:
1) Chef – Jon Favreu
sì, piacevole: la storiella del cuoco (Favreau, l’attore-regista di Iron Man, forse frustrato dalla Marvel, o forse no) che è metafora di cinema, le pietanze come film e i ristoranti come majors, il critico come rompipalle ma come persona da rispettare, e moraletta finale che nelle cose bisogna metterci il cuore…
mah, sì, piacevole, ma è un filmetto… – Not so Up

2) Si alza il vento – Hayao Miyazaki
Miyazaki parla un linguaggio molto più difficile di Favreau e sembra riconsiderare la sua vita artistica, anche qui con il cinema allegorizzato nella progettazione di velivoli nel Giappone della Seconda Guerra Mondiale. Come sempre poetico e sbalorditivo visivamente, culturalmente e stilisticamente, e stavolta molto amaro, anche a livello di autocritica (il protagonista costruisce capolavori di aerei, ma quasi trascura dolorosamente la moglie), e, soprattutto, indagatore della società sia dello spettacolo sia società tout-court: per guadagnare occorre lavorare come matti e trascurare le persone care, e si lavora tanto per un sistema, uno stato, una major cinematografica, o addirittura un pubblico che travisano il tuo lavoro e lo usano per propaganda o per guerra o per violenza… tu che dovresti fare? continuare o smettere?
Il film vive di queste riflessioni e di questi interrogativi, presentati con delicata mirabolanza pittorica e una narrazione subliminale e onirica (come sempre in Miyazaki) che sembra immobile mentre invece fila via talmente veloce che pare impalpabile o invisibile, ma che lascia per sempre l’impressione nella corteccia cerebrale… — SuperUp!

3) The Giver: il Mondo di Jonas – Phillip Noyce
Il soggetto distopico non era una cazzata (tratto da non so quale romanzino) e ci credo che Jeff Bridges abbia tanto insistito per volerlo tradurre al cinema, e se chiamava a dirigere Danny Boyle avrebbe avuto un capolavoro… Invece ha chiamato Noyce, che è sì un regista di mestiere che sa organizzare un set, ma di certo non ha l’inventiva per rendere interessante la cosa visivamente, e che quindi non ci s’è manco sforzato… l’espediente maggiore (i colori che sovrastano il bianco e nero via via che il libero pensiero e la libertà si insinuano nelle menti dei protagonisti) è dato per scontato con immagini da National Geographic (che si giustappongono al resto con stacchi così semplici da rasentare il sospetto di incapacità tecnica), ed è incorniciato da una inspiegabile voglia di infantilismo, che lascia l’operazione completamente elementare, a livello di sit-com per teen-agers anni ’80, sentimentale, con tante scene d’azione gettate là a caso solo per “insaporire” e prendere più bimbi ghiozzi possibile, di sicuro l’unico pubblico che la major voleva prendere con questa bimbettata, sì apprezzabile nel soggetto, ma certo inefficacissima nel risultato finale — Down!

4) Lucy – Luc Besson
Besson mischia Nikita con Leon (i suoi successi forse maggiori): la protagonista fica con il pistolone che ammazza tutti perché costretta, e un cattivo “inspiegabile”, pazzo e furioso, che la insegue facendo strage con l’artiglieria. La riflessione su quanto la malavita domini il mondo non è banale, le riflessioni fantascientifiche sull’uso del cervello sono un buon MacGuffin di trama e sono volutamente assurde per essere divertenti, la Johansson è fica, le scene d’azione spaccano occhi e orecchie con solida professionalità sia coreografica sia fotografica… per cui, nel complesso, è un buon divertimento… ma dice anche una sega… non ci sono teorie sull’affettività che spaccano il cuore (o allegorie del dramma del destino avverso che arriva) come in Nikita e Leon e quindi non ci sono scene che ti ricordano come si fa a piangere né che ti regalano angustie varie (non che me le aspettassi in un film che si intitola “Lucy”, ma la loro mancanza determina la fase eternamente tramontante della creatività di Besson, almeno a mio avviso) — Not so Down

5) Pasolini – Abel Ferrara
Ferrara illustra asetticamente gli ultimi giorni di vita di Pasolini con precisione cronachistica: gira certo con classe (ogni inquadratura è al suo posto) ma nella paura di sovrapporre il suo sguardo a quello di Pasolini sembra limitarsi. Siamo certamente lontani dal rischio “documentario di Mixer” (anche grazie alla buona performance degli attori), ma non si può dire che sia un film che coinvolga o che apra chissà quali orizzonti culturali o interpretativi sulla controversa figura di Pasolini, benché la ricostruzione dell’ultimo film progettato, con Epifanio alle prese con l’arrivo del Messia, regali più di una scena spassosa! — Not so Up

6) Sin City: una donna per cui uccidere – Frank Miller & Robert Rodriguez
Gran merda… Gli episodi o parlano di fica (essendo rappresentazione del detto “tira più un pelo di fregna che cento buoi”) o di elementari scontri edipici; la mirabolanza visiva è terribilmente deteriorata (i particolari colorati sono pochissimi); i grandi temi di scontro tra umano e “male” e tra giustizia e potere sono assenti; solo una scena è paragonabile, in bellezza, alle decine di splendide scene del primo (ed è Gordon-Levitt tagliato a fettine dalle gigantesche carte da gioco di Roark), il resto è filmetto baloccoso inutile. Un risultato che erode perfino le suggestioni del magnifico primo capitolo dando un volto ridicolo a ossessioni archetipiche e spiegazioni sceme ad affascinanti nodi nel primo capitolo genialmente irrisolti… quindi merda… — SuperDown!

7) La Trattativa – Sabina Guzzanti
Il miscuglio brechtiano tra attori, fiction e documento è affascinante, e la fotografia digitale “industriale” gli rende un bel servizio, ma la chiarezza non è al 100%… Il cinema ha dalla sua la dimensione visiva che poteva essere usata molto meglio per sottolineare snodi, svolte, misteri e parallelismi, e invece la Guzzanti spesso si è attenuta al racconto parlato, fatto di parole, che ogni tanto non ha corredato di immagini adeguate, e certi nomi di persona sono rimasti volanti così come certi colpi di scena, persi per strada, ma alla fine dati non solo per scontati ma anche per fondamentali: colpi di scena che, se erano così importanti, avrebbero potuto essere sottolineati in immagini invece che affidati a monologhi, spesso anche troppo teatrali (sì pregevoli, dato che gli attori sono ottimi professionisti, ma certo più adatti al palco e non alla macchina da presa) — Not so Up

8 ) Il Giovane Favoloso – Mario Martone
Un film che ha molti pregi: l’aver gratificato di emozioni Leopardi; l’aver documentato la sua dimensione eversiva e incontentabile; l’aver umanizzato un poeta che a scuola rimane spesso antipatico; l’aver vitalizzato l’Ottocento senza la spocchia sentenziosa che Martone ha impresso a “Noi credevamo” e senza trasformare il tutto in estetica troppo emo… un film che ha anche alcuni difettucci: non sfugge al didascalismo, soprattutto nella voglia consapevole di essere visto nelle scuole; ed eccede nelle citazioni pittoriche, come se i quadri, che si definiscono “realisti”, dell’ottocento avessero una valenza iconografica oggettiva e inequivocabile invece di essere opere d’arte da prendere documentariamente con le necessarie molle (forse Martone farebbe un film ambientato negli anni ’20 con personaggi spezzati come nei quadri di Picasso?)… però, tutto sommato, io l’ho trovato un’operazione compiuta, un gran bel film biografico su un artista… — Up!

9) Interstellar – Christopher Nolan
Dark Knight e Dark Knight Rises sono delle cacchiate, esagerate, dickensiane e sborghesanti, piene di pistolotti moralistici irritanti, di fierate vacue e di sacralizzazione fideistica verso il supererore che nemmanco la chiesa con Gesù… però sono piaciuti a tutti… e Nolan era un super-genio che manco Kubrick e che era un maestro del realismo (!? – c’è la Batmobile che fa dei salti che manco SilverSurfer: però sono film realistici… mah…).
Vi confesso un segreto: Dark Knight e Dark Knight Rises erano filmetti hollywoodiani scemi, che sono serviti per farsi due risate, quindi perché mai Interstellar avrebbe dovuto essere il film super fantascientifcio altissimo che parlava dei massimi sistemi della vita?
Che male c’è se Interstellar è un filmetto hollywoodiano scemo con la verosimiglianza che va a spasso e con il melodramma a palla?
Perché è stato considerato peggiore delle altre cagate batmanose?
Io che sono musicologo e che mi piace l’opera, ho molto apprezzato le scene strappalacrime di Interstellar, del tutto simili a quelle dei grand-opéra di Meyerbeer (Batman era Dickens e Interstellar è Meyerbeer: Nolan deve essere un patito dell’Ottocento, e questo basterebbe a differenziarlo da Kubrick, oltre agli evidenti gap artistici che solo un fan non riesce a vedere, poiché Kubrick era fissato con il Settecento) e infatti 3 volte che ho visto l’addio alla bimba e 3 volte che c’ho pianto…
Io che sono anche uno “storichetto cinematografichetto” del DAMS ho apprezzato le allusioni, sì scontate ma anche godibili, a 2001 e a Solaris (che, secondo me, fanno male gli altri a non citare e non Nolan a citarli), e anche alla struttura dei primi film “istituzionali”, con il montaggio alternato e le sequenze “all’ultimo minuto” del tutto simili ai risultati delle “pièce à sauvetage” di Griffith…
Quindi io dico che Interstellar è un film normale… e che lo sono anche i Batman di Nolan… perciò credo che il disprezzo per Interstellar sia dovuto solo a un’eccessiva considerazione dei Batman, che sono cazzate e quindi Nolan è uno che fa cazzate, non è un artista… anche Inception è una cazzatella! Svegliatevi! Non gridate allo scandalo perché Nolan ha fatto Interstellar che voi considerate una cazzata: Nolan fa solo cazzate! – Up!

10) I Guardiani della Galassia – James Gunn
I film Marvel sono tutti uguali, non si distinguono l’uno dall’altro, hanno la stessa trama che si ripete all’infinito (arriva il mostro da chissà dove e i più cretini e comici lo picchiano, con violenza, e salvano il mondo che dicono di disprezzare), tanto che non possono essere cosiderati film, sono strutture atte a sperimentare l’ingegno degli specialisti degli effetti speciali: sono softwares di sperimentazione informatico-digitale (gli unici film Marvel girati come “storia” e non come “Photoshop” sono il primo Thor e il primo Iron Man)…
Tutti mi hanno detto che la sceneggiatura di questo è più bella: boh, sì, forse sì, per almeno un paio di motivi: a) fa ridere e quindi ogni tanto ha il pregio di non prendersi troppo sul serio; b) riflette sulla differenza tra culture con il carinissimo espediente di rendere gli alieni estranei ai modi di dire umani, creando un “logos” non male su quanto gli umani diano per scontate le loro acquisizioni culturali personali (un logos che si può applicare a ogni razzismo e a ogni “esprortazione di democrazia”)… ma per “arrivare” a questi due bei motivi devi sorbirti comunque 3 ore di spari, di alberi finti e di procioni che sghignazzano (osannati perché hanno i baffi che si muovono indipendentemente l’uno dall’altro raggiungendo alti standard digitali finora mai raggiunti… me cojoni…), quindi boh… — Down!

11) Torneranno i Prati – Ermanno Olmi
Stupefacente riflessione sulla tragedia della guerra, illustrata con una classe fotografica sofisticata e lussuosa (che bada con spirito certosino alla cura di ogni più piccolo dettaglio) e narrata con una delicatezza intima e sincera (simile a quella di Miyazaki), che rende impossibile l’assenza di coinvolgimento e commozione, oltre che di indignazione per il proseguimento di ogni guerra… magistrale! — SuperUp!

12) Il Sale della Terra – Wim Wenders
Gran bel documentario su un grande artista. Wenders va sul sicuro e traccia con mestiere la parabola lavorativa di Salgado: sa quali sono i punti principali e come presentarli e crea un film di inequivocabile presa emotiva e di indubbio interesse – Up!

13) Due Giorni, Una Notte – Dardenne Bros.
Un film apprezzabile per tante cose, soprattutto per la valenza politica della trama e per il rigore visivo dei Dardenne, ma è anche un film tutto sommato “facile” e un po’ scontato poiché sa a chi rivolgersi. Mi spiego: è un film comunista che parla ai comunisti, e quindi quasi si sa già cosa dirà e come finirà, perciò a me m’è risultato inferiore rispetto ad altri film dei Dardenne come “L’Enfant” che illustrano in maniera più dolorosa conflitti e contraddizioni della società malata – Not so Up

14) Magic in the Moonlight – Woody Allen
La fotografia di Khondji è di un preziosismo cromatico e luminoso che fa impressione, un gioiello brillante, tutto è perfettissimo; e ormai Allen ha acquisito la grazia “naturale”, come altri vecchi prima di lui come De Oliveira. Però è arrivato da tanto a una tragica rimasticazione eterna di quanto ha già detto: anche Magic in the Moonlight non è che l’ennesimo remake di decine di altri film di Allen… – Not so Up

15) Jimmy’s Hall – Ken Loach
Quanto detto per i Dardenne vale anche per Ken Loach: un comunista che sa di parlare ai comunisti… solo che, siccome il suo è un cinema più narrativo, riesce a commuovere con espedienti risaputi ma sempre efficaci, e riesce a indignarti con storielline ben piazzate e ben congegnate… anche Loach, come Nolan, ha fatto un’opera lirica, e Loach l’ha fatta “comunista”, ma con lo stesso avvincente melodramma (con la fotografia piana e calligrafica ben curata e pittorico-paesaggistica e i costumi storici da teatro: le armi delle mise en scène teatrali vecchie quanto il mondo ma sempre stroncabudellanti) che strappa i cuori! – Up!

16) Big Eyes – Tim Burton
Burton gira bene: le atmosfere via via sempre più scure, con Delbonnel, mozzano il fiato; l’eleganza delle scene e dei costumi, tutti stilosi, è mirabile; i colori sono fantastici; la trama, con una sottile allusione ai procedimenti di marketing dei blockbuster (venduti come prodotti delle major e non del regista, che deve spersonalizzarsi per lavorare: tematiche autobiografiche per il Burton che si è visto portare via un Superman poi fatto da altri), è carina… però Burton sembra essersela presa comoda, sembra che non abbia dato tutto se stesso al 100%, e, infatti, il film finisce quasi “de abrupto”, come se alla fine mancasse il raggiungimento di un “quid” (manca, per capirsi, una scena tipo l’abbraccio di Edward e Kim, o il baccio di Wayne e Kayle che capiscono di essere Batman e Catwoman). Buono ma sembra un Burton “in vacanza”: fa un bel lavoro ma non tanto da gridare al miracolo! – Not so Up!

17) Gone Girl, L’amore bugiardo – David Fincher
Girato bene, con grande lusso (come sempre Fincher), però meno compatto di Zodiac; la tensione è massimissima, però nel finale si allunga troppo. Quindi? Un film interessante, uno dei più interessanti dell’anno, ma non un capolavorone – Up!

18) The Imitation Game – Morten Tyldum
Tyldum gira molto meglio del suo collega BBC che ha girato quella menata della Ladra di Libri: è più mobile, più inventivo, più attento alla narrazione e meno alla vuota ricostruzione, è un po’ più emotivo; però, certamente, è anche tremendamente tradizionalista, spesso scolastico, sì zelante, ma comunque scolastico, e sembra prendere il film più come un esercizio che come un’opera d’arte, e infatti più che un film sembra un bel docu-fiction della BBC… All’interno del genere “biografico”, Martone ha fatto cose migliori con l’umanizzazione di Leopardi di quante ne abbia fatte Tyldum con la sacralizzazione di Turing, per impersonare il quale ha anche scelto un pessimo attore con la faccia di plastica guarda caso impegnato tanto in TV in pessimi prodotti seriali (le cui trame sono scritte solo per rendere possibili orribili fan-fiction)… In soldoni: lo guardi volentieri e magari ci piangi, però ti rimane la voglia di vedere inquadrature più “sconsiderate” e meno manualistiche per illustrare una personalità sconsiderata e non manualistica, e non la solita divinizzazione “oggettiva” e “non fastidiosa visivamente, sennò la gente cambia canale” della TV… – Not so Up

19) Exodus: Dei e Re – Ridley Scott
La mirabolanza tecnica di Scott ormai è “naturale”: anche lui, come Allen e De Oliveira, ormai è allo stato di grazia eternante, e, in questo caso, spende tutti i molti soldi che gli hanno dato con cura e lusso. Innegabile è anche la sua apprezzabile voglia di parlare di argomenti complessi, come il conflitto tra religiosi, l’isterismo mistico, e la crisi medio-orientale all’interno dei suoi blockbuster, che diventano blockbuster “strani”, perché pieni sì di botte, spari e battaglie, ma anche pieni di chiacchiere irrisolte, di discorsi infiniti, di dialoghi contraddittori, di personaggi in conflitto tra loro tutti convinti di avere ragione. Tutto questo fa di Scott un regista sempre interessante, ed Exodus è un film interessante, ma è uno di quelli più zeppi di discorsi e di tiritere etiche, di dialoghi filosofici e complicati, che spesso si annullano a vicenda e fanno scorrere molto lenta la lussuosa baracca tra una scazzottata e l’altra e tra una scena d’azione e l’altra… Perciò Exodus è un film irrisolto, con dialoghi da ascoltare e scene da vedere che però collimano insieme in maniera poco liscia: un film quasi farraginoso che, all’improvviso, si ricorda di essere blockbuster e mette una battaglia in mezzo al dialogo, senza poi trovare la quadra nei conflitti cosmici venuti fuori nel dialogo: un film che punta sull’illustrazione dei gangli dei conflitti armati che poi, siccome si ricorda che deve durare 150 minuti, conclude la cosa o con buonismo o con faciloneria laddove aveva iniziato con complessità e intelligenza… Esempi simili nella filmografia di Scott: The Counselor, anch’esso colmo di dialoghi filosofici che negano quasi la narrazione, e Body of Lies, anch’esso così propositivo nel ricercare le complessità del conflitto da arrendersi a metà e lasciare il tutto all’irrisolto… – Not so Up

20) Boyhood – Richard Linklater
Linklater è famoso per i suoi film di speculazione verbale e di parlottamenti psicologici, vedi Waking Life e i film di Ethan Hawke e Julie Delpy… Boyhood è uno di questi: segue in tempo reale la vita di questi bimbi con la pretesa di parlare di un’America allo sbando piena di ubriaconi, di nazionalisti rincoglioniti e di infanzia sballottata da genitori inadeguati… la “Boyhood” del titolo, difatti, forse è da attribuire alla mamma, alla Arquette, che si sposa sempre con i primi venuti senza intelligenza, o al babbo, a Hawke, che per tutta la vita è stato sinistrorso per poi sposarsi con la repubblicana scema… Quello che è sicuro è che un comune mortale è autorizzato a farsi un po’ due palle con la regia anodina di Linklater, abbastanza intelligente da essere artistica ma mai “sguardosa” davvero come le regie europee per non turbare gli americani non abituati ai Rivette e ai Truffaut che Linklater cita a man bassa senza però “appropriarsene” mai davvero… – Not so Up

21) American Sniper – Clint Eastwood
György Lukács dice che si sente di più la “rivoluzione” nei testi del reazionario Balzac che nelle sparate dei socialisti Stendahl o Zola… quei reazionari, pur tanto contrari alla rivoluzione, hanno espresso così bene il tempo della rivoluzione, da diventare testimoni rivoluzionari quasi più fedeli dei rivoluzionari stessi che, per ragioni di esultanza o di propaganda, hanno trascurato la vena pulsante della vera rivoluzione, hanno trascurato il suo “negativo”…
Eastwood ha fatto una cosa simile a quanto fa Balzac secondo Lukács: un reazionario, che però ha illustrato così bene le ragioni della rivoluzione da averci restituito la sintesi più perfetta della rivoluzione stessa…
American Sniper è un film reazionario, che glorifica un deficiente militare, però, nel fare questo, forse involontariamente, documenta così bene l’assurdità della guerra, la crudeltà dei militari, l’ignoranza delle istituzioni, che funziona come perfetto film pacifista! È andata a finire che Eastwood ha espresso meglio di qualsiasi Ken Loach o Oliver Stone l’antimilitarismo, proprio mentre glorificava un militare…
Forse Eastwood è scemo, o ha fatto come Cristoforo Colombo, fatto sta che American Sniper si guarderà sempre con infinita attenzione: sia per l’eccezionalità visiva (con gli stacchi dal mirino e nel mirino che rendono lo sguardo sempre in bilico tra occhio oggettivo e vista soggettiva del carnefiche che coincide con quello dello spettatore, roba che manco Antonioni – certi passaggi di questi vanno ben oltre il già ottimo lavoro svolto da Samuel Maoz in Lebanon, tutto girato dallo spioncino di un carro armato israeliano che spara a tutti) sia per la grande efficacia di documento della crudeltà della guerra e della cialtroneria con cui viene condotta – SuperUp!

22) Pride – Matthew Warchus
Anche questo è televisivo, da BBC, però ha una natura underground che lo riscatta del tutto, una natura fatta di “sporcizia” di stacchi di montaggio duri e compatti, di piani mobili sballottosi e tremolosi (senza la cazzo di fissità pubblicitaria dei perfettini), di divertimento colorato e insieme fuligginoso della resa visiva. Una vivacità visiva che si sposa con una delle trame più carine, immediate e comunicative di qualsiasi altro film sulla tolleranza dei gay, e con una potenza sociale e politica molto più marcata di ogni altro film “politico”, proprio perché è frutto di un lavoro spregiudicato, immediato, sincero e quasi innocente nel visualizzare i conflitti e le contraddizioni, il “negativo” del movimento operaio… Slurpante! – SuperUp!

23) Il Ragazzo Invisibile – Gabriele Salvatores
Salvatores confeziona un film compatto, narrativamente e visivamente solidissimo, che risulta molto più ganzo e divertente di qualsiasi The Avengers, però afflitto da un certo buonismo italiano che gli impedisce di essere, nei cinecomics, quello che Per un Pugno di Dollari è stato nel western: sinceramente non vedo una via italiana ai cinecomics aperta da questo film, anche se questo non toglie nulla al carinissimo risultato finale – Up!

24) Jupiter Ascending – Wachowski Bros.
I Wachowski sanno come confezionare un action-movie e difatti il trucco e parrucco è fenomenale e l’iconografia futuristica si vede che è fatta con amore artigiano; la loro professionalità è evidente nel grandioso inseguimento tra i grattacieli di Chicago, fatto di macchine da presa che sguittano e si rinvolgono, con una tensione massima e una precisione di découpage che fa piangere da quanto è fatta bene (da notare anche le favolosissime musichine di Giacchino, con i coretti messi nei punti giusti e l’eclettismo quasi britteniano, tra gigantismi tardo romantici e strepitosi ritmi neoclassici, ad amalgamare goduriosamente ogni cosa)…
Però gli Wachowski sono anche pessimi narratori, perché si lasciano andare nei dettagli senza architettare le macrostrutture come si è visto in quella ridondante ciofecata di Cloud Atlas, in cui il messaggio apprezzabile di libertarismo elementare era annacquato da milioni di scemenze elefantiache… In Jupiter Ascending il discorso è simile: la solita storiella libertaria, che, però, i Wachowski decidono di adattare alla moda Marvel e, quindi, per narrarla, la rinchiudono in un film spaccone e effettospecialoso infantile, semplicissimo nella struttura tanto da sembrare preverbale (e inconcludente, come gli snodi narrativi di The Avengers, che non ci sono), e gonfio di tempi morti special fx (quelle scene che, come nei film Marvel, ci sono sono per far vedere le animazioni digitali) che lo fanno sembrare un palloncino pieno di nulla… — Down!

25) Birdman – Alejandro G. Iñárritu
Grande cazzata, forse la più grossa stronzata dell’anno. Vanesio, vistuosistico, borioso, sfacciato, perfettino, saputello, compiaciuto: tratta il “saper fare” come “dover fare”, e fa finta di essere radical-chic quando invece è il nulla con il suo triturare cazzate finto-poetiche come se fossero poesia vera… Una presa di culo ridicola involontaria – SuperDown!

26) Vizio di Forma – Paul Thomas Anderson
P.T. Anderson non gira mai male, ma qui ha toppato la sceneggiatura quasi come la Guzzanti e i Wachowski: ha moltiplicato la vicenda in tre tronchi, come il gigantismo dei Wachowski di Cloud Atlas, e quindi è ridondante, e spesso nomina nomi di persona che non mostra, come la Guzzanti… Risultato: non ci si capisce niente, tutto sembra scemo, per lo meno confuso e incompleto, e ti chiedi perché hai pagato il biglietto per vedere quello che sembra una “copia lavoro” di una sceneggiatura che sarebbe tutta da limare, tagliare ed emendare per essere un film vero… Poi, peraltro, il finale di compromesso con la mafia è simile a quello di American Hustler, così come la messa in scena psichedelica anni ’70… Vacuità pura con tanto di irritamento finale… ma Anderson è il maestro dell’affastellamento di scemenze che sembrano film, guardate Magnolia, forse la più immensa scemenza del mondo, che, solo perché non ci si capiva nulla, fu osannata come capolavoro dai radical-chic paurosi di stroncare le cazzate perché timorosi di passare per gente che disprezza “l’arte contemporanea” — SuperDown!

27) Cenerentola – Kenneth Branagh
Stronchi Anderson e ammiri il teatralismo di Branagh e della Disney??? Sì, decisamente! Anche perché Branagh, oltre, per lo meno, a imbastire uno spettacolo sontuoso e senza fronzoli esibizionistici né arie intellettualoidi radical-chic, restituisce una fiaba vera e autentica con le funzioni al posto giusto, senza le menate di elaborazione contraddittoria che vanno di moda ora in film e telefilm tipo Malefica, in cui il senso della fiaba di “trovare l’amore” viene rovesciato in “resto a casa da mamma”. Branagh ha il merito di fare delle principesse delle donne vere, che si innamorano, e non eterne bambine che stanno con mamma: donne vere che trombano e non eterne bimbeminkia che giocano con le fatine o che si innamorano per finta del primo venuto… 10 e lode! — SuperUp!

28) Suite Francese – Saul Dibb
Ricostruzione storica algida e oleografica, regia algida e oleografica (guai a fare stacchi di montaggio troppo veloci o a muovere la macchina troppo in fretta), attori algidi e oleografici, per un polpettone anni ’50… L’idea di fondo era molto nichilista e “guerrosa” e non banale (non ci può essere amore in guerra e l’amore non riscatta dalla guerra contro un nemico inumano, e quindi ti amo ma per ragioni più alte come la libertà ti ammazzo lo stesso), ma resa in modo polpettonesco diventa una mattonata, pesante, noiosa, indigesta… – Down!

29) Into the Woods – Rob Marshall
Marshall, come Branagh, sa imbastire uno spettacolo coi fiocchi, ma è un po’ più compiaciuto nel far vedere che è bravo e quindi stucca un pochino di più (certe virtuosità gratuite, come i goduriosi controluce, che fa sempre e che non servono mai a un cazzo se non a compiacimenti estetici), ma le musiche e la trama di Sondheim hanno l’ironia sufficiente per stemperare il suo compiacimento e creare un film divertente, triste e pensieroso ma anche speranzoso e moraloso davvero da libidine! – Up!

30) Mad Max: Fury Road – George Miller
Probabilmente il top dell’anno, il film più bello. È il grado zero della narrazione: minimale, sintetico, quasi archetipico nella sua semplicità, che non è stupidità come nei Wachowski o nella Marvel, né, tanto meno, infantilismo, ma è struttura portante della diegesi, che grazie a questa struttura minima ma forte diventa densissima, avvincentissima, potentissima, così tanto da non avere bisogno né di dialoghi né di discorsi per andare avanti, ma solo di azione, di movimento, di “tempo” e di “spazio”, entità rese materiali e visive da una mobilità sguardosa della macchina da presa che al cinema non si vedeva da tantissimo tempo, specie in un film di genere: la mdp guarda tutto, si sofferma su tutto e sembra non muoversi per niente, è lì anche quando non c’è ma sembra comunque non esserci per nulla, e questo grazie al minuzioso lavoro sui dettagli, sul look, sul package, che lì lì sembra ridicolo tanto è giocattoloso (e forse fin troppo somigliante a Waterworld) ma che via via ti acchiappa, ti avvince, ti fa capire la sua “unicità”, una unicità che permette alla mdp di posizionarsi in posti inediti ma che sembrano nati per lo “sguardo”, come i motori, le strade, la sabbia, il sole, l’aria…
A livello di script siamo di fronte a risultati speciali, quelli di massimo risultato con minimo sforzo, un massimo risultato di epicità autentica, simile solo a Omero o a Leone (il suo unico erede cinematografico).
A livello visivo siamo di fronte al massimo risultato che può portare la cura di un lavoro sul look del film, molto più di Avatar e molto più di Gravity, perché questo look si lega così tanto al progetto narrativo che snodi di trama e movimenti di macchina sono una cosa sola (laddove Cameron e Cuarón avevano sbracato in questo equilibrio tutto a favore del ninnolo visivo virtuosistico): è la macchina che crea snodo di trama e la trama che, con la sua epicità di “tempo” e “spazio”, è al servizio della macchina, come raramente è accaduto nella storia del cinema, forse solo con Hitchcock, Kubrick o Ophüls…
Magnifico… Ulteriore riflessione qui, e soprattutto qua… – SuperUp!

31) Tale of Tales – Matteo Garrone
Non è brutto. Garrone ha avuto la saggezza di chiamare il vecchio Suschitzky a fare la fotografia e ha ottenuto un risultato degno di nota a livello internazionale, molto più poetico e solido delle odierne fiabe statunitensi… Cosa non va? L’aver sottovalutato la componente psicologistica preferendo quella “storico-letteraria”, ottenendo così il Decameron, e perciò un film più storico che fantastico (giustificandosi con la fonte, Basile, che fu un “emulo” boccaccesco). E siccome giri quello che diventa un film storico, la “meraviglia” della macchina da presa (che si stupisce degli effetti speciali e degli ambienti “strani”) è più un autocompiacimento, con la mdp che sembra dire: “guardate come siamo bravi a inquadrare questi posti italiani non convenzionali! guardate come sembrano fiabeschi!”: ed ecco l’errore: i palazzi medieval-rinascimentali SEMBRANO fiabeschi ma sono “storici”, e uscirsene che la fiaba è comunque un prodotto della storia per cui la fiaba ha tratto suggestioni visive da quelle architetture manieriste è sì una teoria interessante, ma sottovaluta che le fiabe stilizzate, con i re e le regine, ci sono anche in posti dove non ha operato Bastiano da Sangallo, e quindi re, regine e castelli si originano NON dall’immanente storico, ma da una elaborazione IMMAGINARIA e quindi PSICHICA della storia: una elaborazione che, tautologicamente, non fa che immaginare se stessa, producendo fiabe tutte uguali, nelle loro funzioni, in tutti i paesi… Garrone, quindi, non ha fatto un film fantastico, ha fatto un film storico, e in un film storico la meravigliosa fotografia di Suschitzky è sì bellissima e sì fa stare benissimo, ma sposata a quella materia “psicologica” crea un ibrido che rischia di diventare “Decameron Pie”, esattamente quello che era lo stesso Basile, che aveva tramortito la valenza psichica dei racconti popolari per gonfiarli a letteratura alta, e aveva fatto un nuovo Decameron, tutto spocchia e poca indagine (ricordatevi che il Decameron è un’invenzione completamente aristocratica: osservate quanto i narratori disprezzino le loro stesse novelle)…
Detto così sembra che il film non mi sia piaciuto, invece è un’operazione apprezzabilissima, però non è da osannarlo a mille… – Up!

32) Youth – Paolo Sorrentino
Lusso, lusso, lusso fotografico che fa citazioni pittoriche surrealistiche con un compiacimento che rasenta la masturbazione, e non capisci perché le fa, quale bisogno ci sia di fare citazioni pittoriche in questa storiella scemetta su due vecchi barbogi che si accorgono di aver vissuto in un modo mentre invece potevano vivere in un altro. Due ore e mezzo. Con musiche classiche quasi neoromantiche manieristiche e ridondanti, scene che si autocelebrano così tanto da fare ridere, e personaggi secondari messi lì solo per aumentare la durata…
Sorrentino è forse il contrario di Eastwood: forse vorrebbe criticare i Gianni Agnelli ricconi che rappresenta nei suoi film ricconi, però, forse involontariamente, non fa che celebrarli, glorificarli, anche in pompa magna…
E uno che glorifica la ricchezza come Sorrentino, incontra il mio totale rifiuto estetico… — SuperDown!

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