Ella & John

Virzì cerca di tornare al patetico della Prima cosa bella… ma allora giocava in casa, a Livorno, con “mali” vissuti nel profondo, con ambienti e “Storie” (con la maiuscola) calpestate in prima persona, e con Pecorini, alla fotografia, a compattare il suo sguardo in maniera egregia…

Sulla costa orientale degli Stati Uniti, invece, e in un genere (l’On the Road) così “americano”, e già molte volte sbagliato da Virzì (sia Tanino sia il precedente La pazza gioia sono On the Road abortiti), il regista non trova lo stesso milieu di vissuto, di Erlebnis, di «agito in prima persona», ma si imbatte nelle leggi del genere, nelle leggi di rappresentazione di un genere che non padroneggia, e in queste leggi ci si perde, proprio senza bussola… e senza bussola, quelle leggi, da “regole di rappresentazione” si trasformano in cliché, in déjà vu, in prevedibile, in stanchezza

Come accennato in Manchester by the Sea, il grande critico d’arte Roberto Longhi diceva che il troppo naturalismo, la troppa aderenza al realistico, è inutile, è pedissequa, è banale, è uguale a mille altri… e questo è il film di Virzì…

è così conforme a quello che è (a quello che la Realtà offre in questi casi) da non arricchire l’esperienza, ma soltanto illustrare un già conosciuto, un già veduto, un già vissuto…

e mi direte «anche La prima cosa bella è così…» — Eh no: nella Prima cosa bella, Virzì, in casa, era riuscito a mettere in scena “l’emozione” del fatto e non il fatto in sé (come Beethoven, che diceva, a proposito della sua sesta sinfonia, di essersi ispirato più ai sentimenti della natura che alla pittura della natura – anche se si fa fatica a immaginare qualcosa di più pittorico della sesta sinfonia di Beethoven)… qui, in America, e con Bigazzi al posto di Pecorini, Virzì non ce la fa, fa pittura e basta.

Bigazzi, forse abituato a lavorare con Sorrentino, imbastisce il quadro, garantisce professionalità, i tramontoni della East Coast, la tavolozza di colori e frame adeguata, e assicura il buon prodotto, ma non supporta per nulla lo sguardo di Virzì, non si inventa niente per partecipare… solo a volte la macchina sbircia, come un bambino che guarda da dietro i mobili: ogni tanto spunta da dietro i camper, mezza nascosta da altri oggetti, e gli ci vogliono diversi long takes inutili per «guardare dal buco della serratura» (un precetto appunto naturalistico, alla Zola) quello che accade… ma molte altre volte è solo il montaggio (di Jacopo Quadri: buonissimo, ma con alcuni stacchi di grana grossissima, per esempio quello successivo alla caduta per terra della Mirren) ad architettare immagini oggettivissime, anonime, formali, fredde, secche, campi lunghi d’ambientazione, turistici più che diegetici… alcune volte la macchina è addirittura a mano, in maniera per niente coerente: i passi più “tristi” vorrebbe renderli con la macchina a mano, ma lo fa in modo davvero infantile, ingenuo, quasi “madrigalesco” (quel componimento che mette una musica funebre alla parola cimitero qualunque sia il contesto generale del testo)…

Ne risulta un film simile a un ghiacciaio… con zero partecipazione… girato in un’America che, a differenza della Livorno della Prima cosa bella, dove Virzì poteva parlare di cambio di società italiana e di urbanistica labronica, offre solo una modesta presa in giro di Trump come “Storia” (maiuscola) a cui aggrapparsi… e avviluppato in una vicenda rappresentata bene, grazie a Bigazzi e agli attori (e ai doppiatori professionali, che però, a dir la verità, si sforzano assai poco: sia Giannini sia la Modugno vanno parecchio di scioltezza), ma non coinvolgente, non “acchiappante”, così vera da apparire fintissima

Ovviamente, così come la sesta di Beethoven, nonostante le intenzioni, è pittoricissima, forse anche La prima cosa bella è uguale a The Leisure Seeker: fredda e marmorea… e forse sto solo parlando di gusto…

Fatto sta che, a livello di testo filmico, la freddezza di Bigazzi mi è sembrata davvero fredda: sbirciamenti, oggettive, campi lunghi della pro-loco della Florida… cose che Pecorini, con Livorno, non aveva fatto…

sicché, sì, a mio gusto, il testo di Pecorini è meglio e per questo mi ha più coinvolto del testo di Bigazzi…

anche per via del testo parlato: in La prima cosa bella si andava di elisioni e di progressive “comprensioni” di quel che è successo, qui, invece, lo snodo di vicenda è chiaro fin dall’inizio, è telefonato (un po’ com’era telefonato lo snodo di La pazza gioia), risaputo, e quindi quando arriva è quasi nullo… Il tentativo di twist “cornoso” è puerile, inutile, e i dialoghi sulla malattina («sono stanca di ricordarmi le cose per tutti e due») sono sconfortanti tanto sono privi di idee (sono dialoghi che chiunque potrebbe scrivere su argomenti simili, anche noi altri che non siamo né registi né drammaturghi)…

Forse questa banalitàrisaputezza del testo parlato, così aderente al testo filmico, vuole essere una riproposizione dei drammi della vita vera di Hemingway, tanto citato nel film, e MacGuffin (motore immobile) dell’intero plot… Ma Hemingway avrebbe eliso quei dialoghi risaputi e scemi, e avrebbe mantenuto l’oggettività del filmico su una linea non turistica (magari con qualche inserto di “indifferenza” maggiore) — più che davanti a Hemingway, quindi, e dato gli incerti risultati precedenti di Tanino e di La pazza gioia, siamo forse davanti a un buon dilettante in drammaturgia, o a un praticone, che però deve ancora affinarsi davvero…

Quindi, che dire?

piacevole, certo…

strappa qualche sorriso… e qualche lacrimina a chi ha vissuto storie simili (e saranno tantissimi, data la trivialità, nel senso di storia comunissima, della situazione) la farà scendere…

ma ci sono film ben più pregnanti

Su Virzì e la Pazza gioia confronta il terzo (o quarto, non mi ricordo) film trattato in Biancalana e i sette gnomi, parte V

N.B.: in colonna sonora, il preludio del Parsifal di Wagner e il Sogno del Guglielmo Ratcliff del livornese Mascagni giungono un po’ «alla san fasò» in mezzo al decotto appiccicaticcio minimalista di Carlo Virzì…

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