Il colore nascosto delle cose

Quando il cinema italiano parla di qualsiasi cosa non siano vacanze di cafoni o storielle scoparole di corna varie, noi tutti ci meravigliamo…

e ci meravigliamo quando l’Italia tenta di parlare di qualcosa di poco raccontato, per esempio della vita nelle carceri minorili (Fiore di Claudio Giovannesi), della relazione omosessuale tra due donne (Io e Lei di Maria Sole Tognazzi), e, adesso, della vita dei nonvedenti…

Purtroppo sono tentativi spesso puerili, a metà, che dicono e non dicono, che raccontano ma non raccontano, e che hanno sempre una particolare codardia, evidente nelle questioni taciute apposta per compiacere o non turbare questa o quella parte di pubblico (della serie: il gay non può essere negativo sennò i gay si incazzano, oppure non si può dire che siamo tutti uguali perché sennò la chiesa storce il naso e boicotta il film, e altre cosette idiote similari)

Fiore di Giovannesi non è venuto male, ma Io e Lei della Tognazzi faceva pena… (se ne parla in Jiminy Cricket, ai numeri 2 e 45; e in Biancalana e i sette gnomi, parte V, in uno degli ultimi articoli)

Il cinema americano ha parlato delle stesse tematiche senza questi handicap “politici”, e ne ha parlato da moltissimo tempo, su tutti quanti, gay, ciechi, sedie a rotelle, sordi ecc. ecc.: nel parlarne, gli americani hanno creato dei paradigmi narrativi fortissimi, quasi dei cliché ma hanno anche prodotto dei classici: per esempio la Heidi di Allan Dwan con Shirley Temple del 1937 (da noi sarebbe Zoccoletti olandesi), The Best Years of Our Lives (I migliori anni della nostra vita, di William Wyler, 1946),  The Sign of the Ram (Il segno del Capricorno, di John Sturges, 1948), Miracle Worker (e cioè Anna dei Miracoli di Arthur Penn, 1962), The Raging Moon (Luna arrabbiata, di Bryan Forbes, 1971), Coming Home (Tornando a casa, di Hal Ashby, 1978), Whose Life Is It Anyway (Di chi è la mia vita, di John Badham, 1981), Mask (Dietro la maschera di Peter Bogdanovich, 1985), Children of a Lesser God (Figli di un dio minore, di Randa Haines, 1986), Blind Fury (Furia cieca, di Phillip Noyce, 1989), See No Evil, Hear No Evil (Non guardarmi, non ti sento di Arthur Hiller, 1989), Scent of a Woman (di Martin Brest, 1992), Blink (Occhie nelle tenebre, di Michael Apted, 1994, con Dante Spinotti alla fotografia) e altri miliardi e miliardi…

L’Italia si è spesso adagiata negli stessi cliché narrativi creati dagli americani (di cui parleremo), ma ha fornito ben pochi classici: Perdiamoci di vista (di Carlo Verdone, 1994), il lungometraggio televisivo di Rai2 Più leggero non basta (di Elisabetta Lodoli, 1998), visto però da massimo due persone, e quasi basta, in un panorama che vede questo tipo di soggetti di “ipo-dotazione” appannaggio del giornalismo, del documentario, o delle fictionette televisive camomillose… per non parlare dei soggetti di “diversità”: se nei film americani il personaggio gay, per fortuna, non si distingue più dagli altri, in Italia i gay devono sempre essere caratterizzati in modalità iperboliche e fumettare (Ozpetek docet)…

Oltre ai cliché vincenti a livello narrativo, gli americani sono sempre stati più abili a parlare della “ipo-dotazione” in termini cinematografici… Blink di Apted e Spinotti cercava di far vedere la poca visione della cieca: i risultati potranno anche non essere stati accurati, ma almeno c’era il tentativo…

così come c’era il tentativo di mettere la macchina ad altezza sedia a rotelle ecc. ecc.: tutte ragioni di cinema per la rappresentazione della “menomazione” fisica…

Silvio Soldini è considerato, non si sa perché, un grande autore italiano… nessuno si ricorda quello che ha fatto prima del 2000, anno in cui un suo film, per puro caso, divenne una sorta di campione d’incassi: Pane e tulipani… tutti lo adorarono, e da allora tutti hanno guardato a un suo progetto come a un bis di quell’exploit (che era exploit di botteghino, ma, a mio avviso, non certo un exploit a livello estetico)… trattiamo spesso Soldini come Ozpetek, come Muccino, quei non si sa perché “top” del nostro cinema…

Quelli di Soldini, dicevo, secondo me sono film modesti… e difatti ne ho visti pochi, solo 2:

Pane e tulipani, che al massimo strappa qualche risata, ma il suo logos è approssimativo, ridicolo…

Cosa voglio di più (2010, da me addirittura visto al Friedrichstadt Palast di Berlino durante il Festival del cinema berlinese, con tanto di Soldini e cast in sala), è una solida storia di corna, certamente però vista e rivista, copiata dai capolavori analoghi di Mike Nichols senza però averne la solidità, né la disperazione… comunque lo guardavi eh…

«comunque lo guardavi…»

un giudizio, cioè, di un film che non ti ammazza, ma che neanche ti piace…

che non è una merda, ma che guardi svogliato, che capisci essere manchevole di tante cose…

Il colore inaspettato delle cose, è così…

lo guardicchi, ma se hai visto i film americani sullo stesso tema, capisci che Soldini li copia a man bassa, e li copia anche male, poiché i cliché ci sono, ma non ci sono le trovate visive…

Uno dei cliché è quando la cieca e il playboy litigano, la cieca scappa, tutta decisa di non tornare mai più dal playboy, ma, combinazione, inciampa sul marciapiede e capisce che tanto lei è cieca e qualcuno con lei ci dovrà comunque sempre essere, perché non è autosufficiente, e allora è bene accontentarsi del playboy…

Un altro dei cliché è fare della cieca un angelo positivissimo e buonissimo capace di muovere a pietà il peggiore playboy (un playboy che, spinto dalla bontà della cieca, riesce perfino a riconcigliarsi con la da tempo odiata famiglia in un siparietto nella campagna toscana che desta solo ilarità), e a far ragionare la più depressa delle adolescenti…

Tutti cliché che poi gli americani emendavano con lo sguardo, ma Soldini, essendo italiano, colloca in una posizione “politica”, in quella «non posso scontentare nessuno»… e sicché la cieca deve essere per forza buona e si deve per forza affermare che è diversa dagli altri, sennò i normali si turbano…

ci sarebbe stato qualcosa di male a non far inciampare la cieca e ad affermare che i ciechi sono benissimo in grado di cavarsela da soli? — ci sarebbe stato solo nell’ottica tremolante dei bigotti fascistelli normo-dotati italiani, che al cinema vogliono solo storie narrate dal LORO punto di vista, e quindi sempre ribadenti l’alterità tra i “normali” e in “non normali” così da confermare la normalità dei normali e stigmatizzare la perturbante presenza dei “non normali”…

Uno stato di cose odioso che, come dicevo, non è emendato dallo sguardo…

Le riprese dal «punto di vista cieco» si riducono a inquadrature di spalle della Golino intorno a un ambiente fuori fuoco… accidenti, bella inventiva!… nel film si afferma che la Golino vede coi colori, allora come mai non fai una soggettiva tutta a colori, con gli alberi turchesi, le seppie rosa e il mare verde? come mai non mostri, col cinema, i pensieri della Golino, i pensieri di Giannini, i pensieri del “normale” e i pensieri della “cieca”, così da far vedere che le immagini in mente sono le solite? come mai non farlo? perché non sfrutti il cinema, visto che stai facendo un film? come mai non organizzi un qualcosa che non sia la sciatta ripresa di una finta realtà (cosa su cui torneremo)… — c’è il formato che si allarga e restringe a seconda della felicità della cieca, in imitazione scema dei risultati di Dolan, ma senza un’anticchia della sua potenza: il formato non cambia durante l’inquadatura, ma solo con stacchi di montaggio netti, e finisce che manco ti accorgi che il formato è cambiato…

La finta realtà che dicevo prima dipende dal fatto che Soldini insiste tanto sul “realismo”, ma la storia che racconta è tutta fatta di cazzate…

Sei realistico se ammetti di stare raccontando una parte di una realtà-mondo immensa che non si può conoscere… Fame – Saranno famosi di Alan Parker (1980) era “realistico” perché, specie all’inizio, inquadrava 16000 ragazzini, e tutti potevano essere i protagonisti, e solo a metà si concentrava sui veri “protagonisti”… cioè Parker operava una selezione delle cose da far vedere, in un mondo enorme impossibile da vedere tutto…

Soldini, invece, fa tornare tutto, con i cliché… però è convinto di essere realistico!

come è possibile?

La storiella della ragazzina depressa era carina, ma era carina se rimaneva inconoscibile, se rimaneva suggerita… invece Soldini la fa entrare nella diegesi per forza! Facendo rientrare anche la storia della ragazzina nella vicenda di Golino/Giannini, allora affermi che il tuo mondo, il mondo che guardi, non è immenso o enorme, ma è un mondo piccolissimo, fatto solo di Golino/Giannini e di nient’altro, e allora quel tuo piccolo mondo come può essere realistico? il tuo mondo è un piccolo mondo inventato di una storia… una storia narrata male, dallo sguardo cinematografico idiota, e dalle manchevolezze ideologiche fortissime!

Per carità… meglio questo film di un calcio nei testicoli… sicuro…

ma è un film che, inoltre, tratta la cosa anche fin troppo sessualmente (insiste tanto sulla fascinazione trombarola del playboy, certamente a sproposito), e affida la conciliazione finale non con un bacio, ma con il volgarissimo suono di un “rifrullo” linguale: proprio l’opposto del romance: e questo è un difetto grosso, poiché suggerisce che tra cieca e playboy il rapporto è sessuale più che qualcos’altro: un fallimento di tutto quel “romanticismo” invece ribadito dall’entrata nella vicenda della ragazzina (a cui si affida anche l’ingrato sproloquio degno di Moccia: «ti dico dove si nasconde la cieca, ma te lo dico solo se sei sicuro di amarla…» — finisce che glielo dice, il playboy la trova e cosa fanno? si linguazzano volgarmente… — beh… un semplice “sguardo”, con magari la cieca che si accorgeva [e sarebbero state utili delle immagini in proposito] della presenza del playboy, sarebbe stato più romantico)

Ultimi difetti: dura una vita… è noiosissimo… scorre malissimo… — è ossequioso del product placement veramente tanto…

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