Il giovane Karl Marx

È un film simile a quelli descritti in L’ora più buia

Laccato, attento alla ricostruzione, preciso, rievocante…

Non è spiacevole, ma, a mio avviso, ha

  1. alcuni problemi di freddezza e di “volare basso”… più che i film citati in L’ora più buia, ricorda prodotti un po’ “minori”, o un po’ più “persi” nello stream dei tanti film storico-importantosi… ricorda molto da vicino le Suffraggette di Sarah Gavron (2015), o Einstein and Eddington di Philip Martin (2008)… Delle Suffragette ha la voglia di far vedere le privazioni della vita ottocentesca, ma la Suffragette è girato bene, mentre questo, a parte due o tre immagini di luce soffusa e onirica, e qualche interessante ma non davvero incisivo movimento di macchina, non ha granché da offrire… Di Einstein and Eddington ha sia la “normalità” visiva (il film di Martin è girato per la TV), sia la voglia di indugiare nella vita privata dell’eroe eponimo… — evocazione dell’Ottocento e insistenza sulla vita privata che preponderano spesso sull’effettivo succo…
  2. ha molti problemi di “altezza” diegetica…
    È ovvio che il modello vero e dichiarato, più che i citati, è Reds di Warren Beatty (1981)… Beatty (con Storaro) racconta la Rivoluzione d’Ottobre e il clima culturale che l’ha generata durante la Prima Guerra Mondiale così come Peck vorrebbe raccontare le Rivoluzioni borghesi del 1848 e il clima culturale che l’hanno generate, soprattutto la stesura del Manifesto del Partito Comunista… ma Beatty racconta “basso”: racconta in mezzo alle cose, e rende la sorpresa di ciò che avviene: rende la vita di quello che accade, anche se impianta il suo film sul ricordo e sulla vita privata, che funzionano come puntelli su cui si regge l’architettura della resa dell’happening degli eventi narrati quasi in prima persona, in mezzo…
    Peck racconta “alto”: elimina il ricordo, ma tiene la vita privata, che però non riesce a far funzionare da puntello, la rende al contrario quasi un intralcio, un orpello: il suo sguardo racconta “sopra” le cose, come se sapesse già cosa è avvenuto, e quindi quasi non vive l’happening ma SPIEGA l’avvenuto… Se Beatty ha fatto “film”, Peck ha fatto quasi docu-fiction, ha fatto film DIDATTICO, consapevole di essere visto nei circoli eruditi e nelle scuole, magari commentato, e quindi non c’è sorpresa ma quasi conferma in quanto avviene, e per questo le vite private, e le privazioni ottocentesche, sembrano quasi accessorie, puro ninnolo, lì solo per far dire al commentatore «vedete quanto vivevano male!?»

Comunque, un bel film didattico e documentarioso non è spiacevole…
La messa in scena di certi personaggi (Proudhon e Weitling) aiuta molto a conoscerli meglio, e in questo Peck fa davvero un ottimo lavoro didattico, da maestrino bravo… ovviamente, però, il guizzo e l”emozione” non ci sono per nulla… se in Reds piangi al canto dell’Internazionale durante la presa del Palazzo d’Inverno (e piangi anche in Suffragette), qui, alla proclamazione della Lega dei Comunisti e al lancio del motto “proletari di tutto il mondo unitevi”, si rimane un po’ senza brividi, più contenti di un senso di “come volevasi dimostrare” che emozionati da un evento epocale che si agisce davanti a noi…
e questo perché, come detto, a quegli eventi ci si arriva in maniera farraginosa: dopo tante lungagnate sui bimbi nati, e, soprattutto, dopo tante chiacchiere filosofiche…

Quest’ultimo aspetto è una croce e delizia del film: da una parte aiuta a capire che il Comunismo fu soprattutto lotta di pensiero e di mentalità (anche Reds aveva molti momenti di “dichiarazione di intenti”, ma erano momenti che Beatty in qualche modo “criticava”, e poi erano giustificati dal grado basso della narrazione dell’happening: non sapevi quello che sarebbe successo, quindi ti emozionavi anche a vederne le premesse teoriche), dall’altra, le tante conversazioni, luuuuuunghe, appesantiscono l’andamento (che si fa lento e tanto “morbidoso” da annoiare), e illustrano i personaggi come persone un po’ adulanti e tendenti a farsi i complimenti tra loro, incensandosi a vicenda le teorie bellissime a chiacchiere, invece di “agire” per davvero (quando si conoscono, Marx ed Engels stanno quasi 10 minuti a complimentarsi tra loro, e Proudhon comincia a fidarsi di Marx dopo che questi gli ha stra-lodato il nuovo libretto)…

Vita privata didascalica, ricostruzione storia un po’ piattella, chiacchiere, diegesi didattica… sono tutti difetti a cui si aggiunge una poco compatta gestione di una voluta ma non realizzata Ringkomposition onirica alla Leone: il sogno che apre il film, con i boscaioli che raccolgono i rami e l’esecuzione di uno di loro per furto, con Marx che spunta a vederla traumatizzato, è una cosa che Peck butta là senza controllo: ce lo mostra all’inizio e ce lo mostra nel mezzo e si intuisce che ce lo voleva mostrare anche alla fine, per Ringkomposition, ma alla fine non c’è: è come se se ne fosse dimenticato…

E allora cosa ha di buono questo Karl Marx?

ha di buono l’evocazione didattica che si spera insegni effettivamente a qualcuno in qualche scuola, in una visione commentata…

Le cose buone, e tutte le sue intenzioni lodevoli, Peck le tira fuori quando è troppo tardi, nei titoli finali, in cui spiega che c’è stato il 1848 con illustrazioni dei poveracci coinvolti nella rivoluzione, con Bob Dylan in colonna sonora e con il montaggio (la cosa comunque migliore del film) a farci vedere come grazie al 1848 e al Manifesto del Partito Comunista sono potuti esistere Martin Luther King, Mandela ecc.
Un finale che è però un po’ poco…

e anche il problema della fiducia nel marxismo è particolare: l’individuazione del nemico nella borghesia capitalista sfruttatrice è oggi messa in discussione perché come “nemici” vengono individuati non gli sfruttatori ma gli sfruttati… e vengono individuati così dagli stessi marxisti!
Un corto circuito personificato da Diego Fusaro, il sedicente comunista marxista gramsciano, che vorrebbe uccidere i gay e i neri perché secondo lui non sono sfruttati ma sono “entità” inventate dal capitalista per aumentare produzione e consumi: il gay fa aumentare la produzione/vendita di prodotti unisex più facili da produrre e vendere; e i neri sono manodopera a costo zero fatta venire apposta dal capitalista per avere lavoratori/schiavi per produrre meglio e annientare un proletariato ormai troppo organizzato e non più schiavizzabile… gay e neri hanno la colpa di stare a questo gioco del capitalista e quindi dovrebbero semplicemente sparire! Non dovrebbero “liberarsi” e lottare insieme al proletariato, no… e neanche il proletariato dovrebbe lottare per i diritti di gay e neri, perché il proletariato deve lottare solo e soltanto per se stesso… e quindi gay e neri sono fuori dalla filosofia marxiana, e quindi non meritano coscienza di classe, né meritano di individuare a loro volta dei nemici, no… gay e neri devono morire: non devono proprio esserci! Nell’ottica dell’idea marxista di «individuare dei nemici», i nemici si sono individuati in chiunque non fosse proletario: non solo il più ricco del proletario, ma anche il più povero del proletario!
Questa ortodossia marxista allucinata, lisergica e delirante, che va alla lettera del Kapital come l’ISIS va alla lettera del Corano, e che non tiene per nulla conto dei 250 anni passati e della società diversa da quella del 1848, ha proseliti in tante organizzazioni marxiste, e quindi inneggiare alla fiducia nel marxismo è ancora una cosa possibile? Dire di “individuare un nemico” quando è facile che anche il sinistrorso lo individui in gay e neri invece che in imprenditori e potenti, è davvero salutare?

Forse sì… forse no… forse film didattici come questo ispireranno studi migliori (non come quelli di Fusaro) su Marx, Proudhon e Weitling… studi in grado di soppiantare la marcia pseudo-ortodossia marxista, intollerante e razzista, che impera in Italia (quasi complice, e ispirata dallo stesso razzismo, della Lega)… o forse film freddini come questo, poco emotivi e poco “vivi”, aiuteranno a cristallizzare quelle idee in motti fermi nel tempo che verranno ulteriormente fraintesi nel presente…?

boh
staremo a vedere

il doppiaggio torinese è molto accurato, ma assai atono…

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