Call Me By Your Name

Il discorso è questo…

è che al mondo esistono persone come Mario Adinolfi…

sicché, finché esistono tali aberrazioni, di film come questo ce ne sarà sempre bisogno…

finché esistono caproni teste di merda come lui, allora un discorso di puro buon senso (finanche rasentante la tautologia) come quello che fa Stuhlbarg (il babbo) alla fine (quando dice al figlio 17enne che non gliene frega un’assoluta sega se è gay o no e che anzi lo invidia perché lui un sentimento vero non l’ha mai provato: e cioè, nizzole e nazzole, un discorso che in un mondo senza Adinolfi sarebbe così normale che sarebbe da idioti farlo vedere in un film come pivotal moment: sarebbe come inquadrare, parafrasando la metafora giornalistica di Bogart o Dana, un cane che morde un uomo nel momento clou del film, o far vedere un uomo che si bagna sotto la pioggia senza ombrello, sarebbe un’ovvietà scema), sarà recepito al contrario come supersonico momento poetico, magico, spirituale…

In un mondo in cui esiste Adinolfi questa storiellina d’amore estiva tra un ragazzino viziato e riccone e un americanone ugualmente viziato e riccone, che dura un mesetto, normalissima e comunissima, è recepita come una storia d’amore superplus, da batticuore, bellissima…

In un mondo in cui Adinolfi fomenta omofobia, e in cui ci sono deficienti che picchiano i gay per la strada, questo film è purtroppo assai necessario…

In un mondo futuro senza Adinolfi, senza omofobi della fava, in cui la parola “gay” equivarrà finalmente alla parola “castano” (pensateci, e sostituite “gay” con “castano”: un omofobo che dice: «l’ho picchiato perché è castano!», sarebbe un assurdo idiota… e quindi è ugualmente assurdo e idiota sentir dire: «l’ho picchiato perché è gay»… un po’ come dire: «i castani non dovrebbero sposarsi», «i castani non dovrebbero adottare figli», «i castani possono fare i castani a casa loro ma non possono baciarsi tra loro in pubblico» e altre stronzate simili) un film come questo sarà visto come quello che è…

…e cioè una merda…

La trama è questa:

è esattamente quella raccontata dal testo di Summer Nights di Grease

arriva un maschione americano, maleducato e saccente, a casa mia: mi innamoro, gli annuso le mutande, imbastisco con lui un gioco di seduzione/attrazione basato su interminabili corse in bicicletta in paesaggi orribili dell’alta pianura Padana, cerco di farlo ingelosire con una povera ragazzina cretina mentre il giochino seduttivo va a rilento risultando in una mia eccitazione così sfrenata da farmi cominciare a masturbare nei peggio modi (alcuni davvero imbarazzanti)… alla fine riesco a trombarlo e mi accorgo che potrebbe essere eterno amore, ma intanto l’estate è finita… il maschione se ne va, io piango, e d’inverno sento che s’è sposato… ci rimango di merda ma sono comunque contento di aver vissuto una grossa passione, e comunque contento di sapere che il maschione, pur sposato, pensa a me sempre…

oltre a Summer Nights questa storiella sembra anche Un’estate fa di Califano (o Michel Fugain, o dei Delta V, come volete)

a mettere pepe e “interesse” nella cosa dovrebbe esserci il fatto che il film è ambientato nell’Italia craxiana del 1983 e quindi ci dovrebbe essere un clima di omofobia vario, di paura di essere picchiati dai democristiani e altre cose… cose che Guadagnino, nella sua immensa scempiaggine, ha comunque deciso di non mostrare… che siamo nel 1983 viene detto all’inizio ma poi ce lo dimentichiamo ben presto… che siamo in Italia è ribadito con siparietti pacchiani irritanti… e che c’erano i democristiani omofobi si omette: la famiglia del bimbo è tutta tranquilla, ha ospiti gay senza alcun problema, e a nessuno (giustamente) gliene frega una minchia che il maschione e il ragazzino siano gay…

ed è giusto così…

sicché, rieccoci: è una storia normale e banale, da canzoncina estiva, e sicché perché la si dovrebbe raccontare…? — la si deve raccontare solo e soltanto perché al mondo continuano a esistere Adinolfi e gli omofobi…

Si dirà: «la si racconta anche perché Guadaganino la racconta bene a livello di immagini»

Vi ricordo che Guadagnino è il regista di Melissa P. e di Io sono l’amore… quali argomenti visivi volete che abbia?

Lo stile di Guadagnino è fatto di musica minimalista, montaggio imbecille e fotografia dai colorini pastello… e così è fatto Call Me By Your Name

L’idea geniale sarebbe dovuta essere quella di raccontare una storia alla Califano e alla Grease in uno stile da supersonici del cinema: Califano raccontato da Rivette, da Rohmer, da Truffaut, da Godard, da Antonioni e Bertolucci…

Il casino è che l’idea deve averla avuta James Ivory (uno dei capi produttivi del progetto) poiché Guadagnino deve sapere molto poco bene chi sono questi registi… È andata a finire che Guadagnino li ha visti Rivette, Rohmer, Truffaut, Godard, Antonioni e Bertolucci, ma non li ha compresi, li ha bensì imitati

Guadagnino sta a Rivette, Rohmer, Truffaut, Godard, Antonioni e Bertolucci come Denis Villeneuve sta a Malick in Arrival, o come J.J. Abrams sta a Spielberg e Lucas in Super8 (vedi Starkiller): la superficie sembra identica, ma è superficie, è esteriorità, mentre il “succo” è perfino tradito…

Io, ballo da sola di Bertolucci è il modello per l’ambientazione e Professione: reporter di Antonioni e molto Rivette/Godard sono i modelli per la ripresa e il montaggio, ma il risultato è per lo meno aberrante…

perché una scena come questa

in Antonioni e Tovoli ha un senso, ma se la copi da lì e la incolli da un’altra parte che senso ha?

Guadagnino cerca continuamente di rifare questa scena ma

  1. non c’ha Tovoli: Sayombhu Mukdeeprom non costruisce l’immagine male finché la macchina è ferma (nonostante i colorini pastello imposti dal regista), ma quando si muove fa solo disastri (come vedremo)
  2. nella storiella alla Califano, questa scena cosa c’entra?

Per capirsi:

in Call Me By Your Name (come in Arrival) c’è disparità tra rappresentato e rappresentazione, o, come dice Paolo Bertetto (Lo specchio e il simulacro. Il cinema nel mondo diventato favola, Milano, Bompiani, 2007-2008), c’è disparità tra configurato e configurazione

Califano ripreso da uno che imita Antonioni/Rivette/Godard che senso ha?

È un capolavoro o fa ridere?

A me ha fatto ridere:

la macchina da presa ogni tanto entra nelle stanze massosa e tremolante, quasi correndo per tutta la stanza, poi si ferma di colpo e non si muove più…

perché?

Perché così faceva Antonioni… ma Antonioni lo faceva per mostrare l’impossibilità del cinema di mostrare: la macchina si fermava per sancire un suo limite (inoltre, Antonioni non faceva mai “correre” la macchina)… in Guadagnino la macchina fa lo stesso? no: perché nella scena dopo ci fa vedere cose ben al di là di quel limite fissato nella stanza nella scena prima…

Nei momenti più intimi la macchina non partecipa, anzi, se ne va: quando finalmente trombano la macchina sembra diventare all’improvviso timida e si mette a guadare gli alberi fuori di finestra, con un movimento proprio a mostrare che la macchina è lì, è presente, ma volontariamente si volta…

perché?

perché se la macchina è presente non guarda questi personaggi?

perché la macchina non coincide con questi personaggi?

perché non c’è mai uno “sguardo” del bimbo verso il maschione?

perché ci sono solo tante e troppe oggettive di una macchina presente ma inutile, che ogni tanto spia, ogni tanto sa, ogni tanto non sa…?

c’è coerenza?

il montaggio non indugia quasi mai sui corpi, non mostra mai immagini mentali, né ricordi né pensieri: ogni tanto ha inserti da angoli ribassati (dai petti dei personaggi, per esempio), da angoli “strani” che fanno vedere solo i gomiti o le spalle degli attori, o solo i muri della casa, o angoletti del paesello… perché?

perché così facevano Ozu e Bresson… ma in Bresson la “frammentazione” dell’attore in tanti parti/frame simboleggiava mentalità scisse e inconoscibili, mentre qui del ragazzino e del maschione si sa tutto, quindi come mai?

è solo per “scimmiottare” Bresson? è solo per darsi un tono d’autore quando non si sa che fare?

questi stacchi di montaggio arrivano anche parecchio a caso, e fanno davvero ridere: mentre i personaggi camminano, ogni tanto si vede che il film stacca su un gomito a caso… o su uno sbandamento della macchina da presa velocissimo (da sinistra a destra) che non ha alcun motivo!

Cose che vorrebbero forse ottenere estraniamento, ma che al contrario fanno apparire il film quasi come fosse montato da un cieco con gli scarti…

Guadagnino, come l’Ozpetek di Napoli velata, spara nel mucchio dei “grossi” per dare l’illusione di capacità, ma in realtà rivela zero competenza drammaturgica (il film per ingranare ci mette una vita e forse ci mette anche di più a finire: ben 4 potrebbero essere delle perfette sequenze finali; la parte centrale è interminabile), zero coerenza di configurazione visiva, un ambito in cui imita autoroni a caso, senza averli compresi… ed è qui che sbaglia di più, perché imita stili sguardosi che NON SONO NARRATIVI al fine però di NARRARE UNA STORIA: ecco il problema!

Dico io: «imitali anche Antonioni, Rivette, Bertoucci ecc., ma in non-storie, in metafore, in archetipi, non in vicende alla Califano! — per storielle alla Califano occorrono altri metodi, altri modi»

Se invece della “freddezza teorica” di Rivette/Antonioni avesse imitato il Todd Haynes di Carol, o il Kechiche di Adèle, e quindi se avesse ancorato lo sguardo come “soggettiva” dei personaggi, se avesse lavorato con sogni e pensieri, se avesse scelto il romanticismo come modello di ripresa, allora il film sarebbe stato migliore… se i movimenti di macchina fossero stati “a servizio” della storia e non puro sfoggio imitativo antonioniano, allora il film avrebbe funzionato!

invece così finisce che semplici raccordi hanno long takes esorbitanti mentre scene “diegetiche” sono riprese con glaciali macchine fisse smorte: finisce che la macchina sembra più emozionata a farci vedere loro in bicicletta per la 40esima volta piuttosto che enfatizzare il sentimento… finisce che gli stacchi di montaggio sui gomiti, o gli inserti con gli “sbandamenti” di macchina risultano tutti ridicolissimi e impiegati in scene senza alcun senso, con la solita musichina minimalista a caso (di per sé anche carina) a non dire nulla…

Call Me By Your Name è un pastrocchio di uno che ha studiato cinema senza capirlo; un rigurgito di configurazioni casuali arronzate senza sapienza; un calderone di capitoli sulla Nouvelle vague letti male e recepiti peggio…

questo è Call Me By Your Name

Perfino Muccino lo avrebbe fatto meglio…

e ho detto tutto

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