Maria by Callas

Non sono incline a cedere al divismo…
Non ho mai preso parte alla polarizzazione, tanto in voga tra i melomani, tra Callas e Tebaldi (le ho sempre ritenute cantanti di repertorio “diverso”: la Callas più per Bellini, Donizetti e Bellini; Tebaldi più per Verdi e Puccini, nonostante i molti interventi verdiano-pucciniani-veristi della Callas)…
Per cui sono andato a vedere questo film per curiosità documentaria…

La Callas straborda di “letteratura” (anche visiva) celebrativa e aneddotica:
Callas Forever di Zeffirelli, gli speciali di Minoli, i libri spazzatura gossippara di Signorini…

Questo film non va troppo al di là dello speciale di Minoli… in più ha molte più immagini di interviste coeve, di riprese (sembravano super8) di dietro le quinte, più foto, più lettere, molto più lavoro documentario… E ha il merito di farci sentire la voce parlante della Callas affrontare con chiarezza tutti gli aspetti controversi della sua vita (la sua infanzia poco felice, la sua litigiosità, la raucedine di Roma nel 1958, gli attriti con Rudolf Bing del Metropolitan Opera House, il divorzio, Onassis, la crisi “pazza”, la riconciliazione, la fascinazione per Pasolini, i tour da festa paesana con Di Stefano degli anni ’70)…
Aspetti controversi che però non “spiega” granché, perché non li contestualizza… finisce che li capisci davvero se li sai già, altrimenti ti perdi nelle immagini e nell’io-narrante delle interviste/lettere, naturalmente parziale, sì interessante e lucido (specie nel ripensamento del ricordo delle ultime interviste), ma certamente “limitato”… molte volte, se non sai di che si parla, stai lì per minuti interi a chiederti «ma che mi vuole dire?»

Per il Callassista spietato, questo documentario sarà un paradiso: vedere le Callas, con immagini coeve spesso inedite e aliene da qualsiasi YouTube, molte volte a colori anche in anni “non colorati” (gli anni ’50), che parla e si muove “viva” e “presente”, è tutta emozione!
Per il non callassista (come me: io trovo il timbro della Callas “sporco”: riconosco che i ruoli belcantistici [termine scientificamente nullo] di Rossini, Bellini e Donizetti siano stati da lei arricchiti da una vibrazione recitativa, perfino stanislavskiana, che li ha ravvivati, innervati, animati, reificati e vivificati, resi unici e irripetibili [specie perché dopo di lei sono tornati a essere “fantocci” immobili, bambolette bellissime ma inerti, con le interpretazioni algide di Joan Sutherland, pur tecnicamente eccelsa], ma proprio questa verve scenica, suo enorme punto forte, era anche un punto debole: la faceva spesso “tremolare”, tentennare, indugiare insicura in certi caratteri, certe frasi, certe inflessioni: la sue Violetta, Norma, Lucia, e forse Macbeth, erano anche troppo “vive”, tutte sospirate, senza l’equilibrio tra musica e scena miracoloso che tutti le imputano, ma al contrario un po’ “soppresse” dal troppo empito colloquiale, dai troppi “soffi”, dalle troppe abbreviazioni buttate via, dal troppo “parlato” e dalla troppa “malattia”; e il suo [altro termine scientificamente nullo] “verismo” [Tosca, Santuzza, Maddalena di Coigny] era sgolato, squarciato, strappato, fatto apposta e costruito per un immaginario collettivo da manicomio che capiva solo a metà la musica) c’è l’interesse di vedere dal buco della serratura, in immagini come detto efficaci, il lavoro dei grandissimi (Visconti, Giulini) e la giovinezza di molti VIP (la regina Elisabetta, Jackie Kennedy, Vittorio De Sica) al lato della “diva” accentratrice di tutta l’attenzione del documentario…

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