Il filo nascosto

Io ho un pessimo rapporto con Paul Thomas Anderson… Mi sono piaciuti solo The MasterUbriaco d’amore… tutto il resto lo trovo (e ammetto di trovarlo così solo io) compiaciuto, autocelebrato, “sono bravo solo io”… gli Whip Pan dei primi film (vedi anche quanto detto in La La Land) erano il massimo del vanesio, e la perfezione calligrafica degli ultimi lavori lo renderebbero quasi un maestro di quei film “storico-biografico-seri” di cui parlavamo in L’ora più buia, se non fosse per una sempre eccellente gestione dello *sguardo* e del senso cinetico delle immagini che nessuno gli può negare, anche nella più virulenta idiosincrasia personale (come la mia)…

Il filo nascosto è proprio da film “storico-biografico-serio”, proprio James Ivory, proprio Luchino Visconti… e Anderson evita la freddezza solo grazie ai suoi “sguardi”, sempre intelligenti e interessanti, che quando meno te lo aspetti rendono obliqua quella che sembra la più oggettiva delle immagini…

Queste finezze, questi frames obliqui*, giungono a insaporire una meraviglia di trucco/parrucco/stucco però prevalentemente fredda, tesa a illustrare una vicenda per lo meno poco sana (dal punto di vista psichiatrico) di consapevole rapporto quasi sado-masochistico, di reciproca disfunzionale convivenza tra mania di essere controllato e patologica voglia di controllare l’amato…

Finché la patologia non si scopre, il film, visto come forza dell’amore “intimo” positivamente contrastivo di una mente maniaca (nel senso: l’amore testardo che vince un’esistenza anti-sentimentale di facciata), regge anche, e regge bene… ma la svolta ossessiva passivo-aggressiva sporca un po’ tutto… e i frame obliqui, di fronte a questa svolta, fanno ben poco…

Quindi?

Cinematograficamente molto piacevole, ma sono piaceri di contorno e di sfondo in una sceneggiatura un po’ assurda…

Roman Polanski, ogni volta, esplora gli stessi aspetti con molta più compattezza… e il film “madre” del Filo nascosto, e cioè L’età dell’innocenza di Scorsese (1993), resta aereo e siderale in un impossibile confronto…

In attivo c’è da citare l’ottimo impasto musicale di Jonny Greenwood, e la molto passionale prova degli attori, che il doppiaggio di Marco Mete, ovviamente, vanifica non poco (Massimo Lodolo gigioneggia fin troppo, e i soprannomi britannici, vedi «mia vecchia tale e quale», faticano a funzionare)

Devo ammettere, comunque, che a un certo pubblico il film piacerà molto: la riflessione sulla sottile demarcazione tra amore e “distruzione” (personale e mentale), raccontata con tanta timidezza (in modo quindi estraneo a qualsiasi cruda “paura” che potrebbe spaventare troppo i benpensanti), gratificherà molto coloro che vogliono vedere “un bel film riflessivo”…

Chi è abituato a Luna di fiele, o anche alle Relazioni pericolose, lo troverà invece all’acqua di rose…

Sam Simon si è annoiato più di me, e secondo me a ragione!

Frammenti di cinema, come me, ammette una “mixed experience”

Ultimo Spettacolo, invece, è tra i positivi!

*fatti tutti da Anderson: Michael Bauman è accreditato come lighting cameraman e Colin Anderson come camera operator: cioè le due professioni dell’industria cinematografica inglese che vengono indicate quando la funzione del cinematographer o del director of photography è espletata dallo stesso regista: in teoria, ma molto teoria, e in riferimento alla vecchia maniera della pellicola, il lighting cameraman, in quanto responsabile dell’illuminazione, sarebbe da accreditare quando il regista fa funzioni di camera operator, cioè quando è l’occhio del regista a essere nel mirino della macchina, cioè quando il regista stesso è camera operator (nella teoria colui che mantiene la responsabilità sul frame, sull’inquadratura, i.e. Michael Seresin è stato lighting cameraman di un Alan Parker sia regista sia camera operator, Douglas Milsome e Larry Smith sono stati lighting cameraman di Kubrick sia regista sia camera operator dopo la morte di John Alcott nel 1986); quando c’è un director of photography è invece lui a gestire sia frame/inquadratura sia illuminazione, e quindi fa diventare lighting cameraman camera operator suoi “dipendenti” (Raymond Stella era camera operator di Dean Cundey, per esempio; Milsome è stato anche camera operator di Alcott, oltre che di Don McAlpine e Gerry Fisher; il grande Jordan Cronenweth è stato camera operator di Conrad L. Hall): il director of photography ha sia l’occhio nella macchina da presa (che lascia al suo dipendente camera operator per questione di “sforzo”) sia il controllo sulle luci quando non fa proprio lui stesso sia lighting cameraman sia il camera operator (vedi, molto recentemente, Dan Laustsen in The Shape of Water)… è quindi insolito che lighting cameramancamera operator vengano indicati entrambi (benché, nella recorded history, è stato un evento rarissimo che un regista abbia svolto davvero la funzione di camera operator tutto il tempo per tutta la principal photography: un camera operator è stato sempre, quindi, accreditato, anche per i citati Parker/Seresin e Milsome-Smith/Kubrick, ma NON nei titoli principali “grandi”, i main titles, che si leggono bene, ma in quelli “piccoli” che si leggono male, anche se questa dei titoli è una distinzione per nulla scientifica), ma Anderson li accredita entrambi, nei main titles, senza accreditarsi lui stesso come director of photography, a sottolineare forse una sua responsabilità primaria nella gestione delle immagini, e ad additare chiaramente le “consulenze” dei professionisti nei due campi che lui, non essendosi accreditato director of photography, non ha potuto padroneggiare (altri suoi colleghi registi, quando espletano controllo sia sul frame/inquadratura sia sull’illuminazione, quando cioè agiscono da directors of photography veri e propri, non accreditano proprio nessuno nei main titles, né come director of photography né come lighting cameraman né come camera operator, e  indicano le inevitabili professionalità, che comunque come detto permangono, nei titoli “piccoli”: vedi Steven Soderbergh, Robert Rodriguez e David Lynch) — nei suoi film precedenti, Robert Elswit (il suo director of photography maggiore) e Mihai Malaimare Jr. erano sempre stati normalissimi directors of photography

5 risposte a "Il filo nascosto"

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  1. devo dire che io l’ho apprezzato molto, anche se per la prima ora mi è sembrato di essere di fronte ad un clone di Ivory (paragone che hai fatto anche tu, quindi conferma la mia impressione)…
    concordo invece con quanto hai detto sulla colonna sonora, che è piaciuta molto anche a me…
    io l’ho visto in lingua originale e poi mi son visto il trailer in italiano per capire la resa… beh devo dire che il doppiaggio non è il massimo (è la prima volta che DDLewis viene doppiato da Lodolo, e mi chiedo: perché?)…
    mentre, come mi è stato confermato da chi lo ha visto in italiano, si perde totalmente (o quasi) il fatto che Alma sia di origine straniera…
    comunque per me un grande PTA, che meriterebbe l’Oscar alla regia, a mio avviso, ma che tanto non lo vincerà…

      1. posso dirti che è quello che mi ha convinto di meno tra i 9? messo vicino ad un film molto simile, ma uscito quarant’anni fa, come Out of the Blue di Dennis Hopper a mio avviso non gli tiene minimamente testa…

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