La casa sul mare

Il cinema francese è visto poco bene dal grande pubblico, che ne accetta solo (anche se spesso con molto successo) la versione comicarola, e spesso è oggettivamente radical chic nelle sue espressioni “politiche”…
Chi è abituato a discorsi politici “seri”, a livello “americano”, contrapposti tra una destra marcata e una “sinistra” marcata (democratici e repubblicani: che, sia detto, di marcato non hanno un bel nulla), non può che trovare generici o complicati i logoi politici pluripartitici europei…
Chi è abituato altresì al montaggio dei film di genere americani fa fatica a “guardare”, o meglio, a sostenere lo sguardo lungo, osservatore, essenziale e poco movimentato dei francesi…

La casa sul mare, un film francese, è un coacervo di istanze a cui un pubblico normale, atrofizzato dagli Avengers, o voglioso di visualità più mobile (film anche d'”autore” più attivi, di un Danny Boyle come di un Coppola o Scorsese), non potrà che ribellarsi, definendolo “due palle”… Io stesso ho definito insopportabile il birignao artistoide della Mélodie, e interessanti ma non troppo la tranquillità del Medico di campagna e lo scarso graffio finale del Profilo per due (per limitarmi a esempi recentissimi)…

La casa sul mare si instrada su quegli esempi ma forse li supera a livello di mio personale gusto: è tranquillone, dallo sguardo asciutto, asettico, ma per niente scemo a livello cinematografico (lo scorrere della macchina da presa sugli oggetti, rigorosamente in inquadratura oggettiva ma facente un’ottima funzione di soggettiva, è tutto da analizzare), e foriero di una vicenda poco graffiante a livello politico, e tentennante alla ricerca di un facile consenso in questi tempi salviniani, ha però una ottima gestione dei personaggi e una sincerità di metodo invidiabile… un metodo alla Čechov o alla Kusturica: il film non prende le parti di nessuno e illustra tutti nella medesima maniera. Punta sui personaggi trascurando una “trama”, ma descrivendo molto semplicemente l’atmosfera, la quotidianità, la noia e il vissuto, lento e inespressivo e continuo, del tempo e dei giorni che si susseguono, e in cui i personaggi “esistono”, quasi in una trance de vie idealizzata…
Questo sistema è ovvio che fracassi i coglioni, ma la cura del dettaglio psicologico dei dramatis personae (molto poco drammatici vista la staticità, e quindi semplicemente persone) e la perfetta coerenza con cui è portato avanti, dopo poco, ci aiutano a *farci entrare* e *farci perdere* anche a noi pubblico in questo vissuto, in questo esistere dei personaggi… e il McGuffin finale, da telefonato e facile, diventa un qualcosa di molto “oggettivo”, di molto “vivo”, da “vivere” anche noi, noi osservanti…

In tempi di triste destrorsità razzista e anti-razionale, questo modo di “dirci” la vita, di mostrarci la vita, è elegiaco, nostalgico, semplicistico e misoneista, simile alle idee poco compatte di Bassani nel Giardino dei Finzi-Contini e molto simile all’odioso “si stava meglio quando si stava peggio”, ma anche nichilisticamente lucido: la gente che ragiona, la gente “buona”, circondata dalla barbarie, e incapace di combatterla davvero (poiché la lotta è contraria al principio della “bontà”: come osservava Baliano in Kingdom of Heaven, che rifiuta di uccidere con l’inganno il cattivone e prendere il regno sposando Sibilla, perché così andrebbe contro la “bontà”, anche se questo inganno lo farebbe re, e sarebbe un re giusto e bravissimo: se è preso con l’inganno non potrà essere “buono”… anche il povero Henry di Once Upon a Time, prima che sbracasse, diceva che il “buono” non potrà mai vincere col “cattivo”, poiché il buono a differenza del cattivo è obbligato a giocare pulito), si ritira e si rifugia nell’utopia sognata delle teorie, che trasferisce negli oggetti e nei paesetti lontani dal mondo, e nelle casette e negli esercizi commerciali ma non capitalisti, che cerca di gestire in un mondo inesistente, isolato, in qualche modo morente, o forse anche già morto, “spettro” fotografico di immagini ricordate, con cui ci si balocca anche pateticamente, carezzandole e idolatrandole nella già detta elegia, nell’irrealtà, che produce per forza di cose misoneismo, cocciutaggine e tradizionalismo di difesa, sfociante quindi nella stessa irrazionalità della barbarie tanto odiata…
un’antinomia illogica che il film non tace, anzi, su cui riflette molto bene con ottimi dialoghi čechoviani o brechtiani, facendosi quasi un manifesto dell’impossibilità della “civiltà” in un mondo imperfetto (un manifesto simile al Conan di Miyazaki, anch’esso foriero di certi analoghi spunti: perfino nell’utopistica Hyarbor è stata possibile l’emarginazione, e il bestiale Orlo testimonia l’impossibilità del contratto sociale), e riscattandosi dal suo essere effettivamente due coglioni…

3 risposte a "La casa sul mare"

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      1. Sono convinto che ne rimarrai estasiato anche tu: lo ritengo uno dei pochissimi capolavori usciti in questo decennio ormai al termine. Grazie per la risposta! :)

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