The Square

Forse è il collasso della società odierna, divisa tra ricchi e poveri, beoti ed elitari, che polarizza il cinema in due correnti estremizzate…

Nella società c’è metà della gente che miniaturizza la complessità del mondo rendendola «semplice»: Salvini, Trump, Le Pen, gli analfabeti funzionali: propongono modi semplici per affrontare problemi scomponibili e “vicini”, sbattendosene del “tutti” e delle cose che non vedono a un centimetro da loro…

e c’è l’altra metà della gente che, per tanto ossequio alla complessità, e per tanta consapevolezza della complessità, non riesce a comunicare, non riesce a «pulire in cucina che già è sporco in salotto», e quindi si sconforta, quasi non pulisce neanche in salotto, lasciandosi spesso andare nel nichilismo o nell’indifferenza: indifferenza disillusa, ma nei fatti assai congruente con lo sbattersene agito dalla metà salviniana…

Il vecchio Lev Tolstój, 150 anni fa, sembrava additare una probabile soluzione all’impasse dell’agire per egoismo, sbattendosene del complesso, e l’agire a metà, e in sordina, per la troppa paura del complesso… in alcuni momenti di Guerra e pace Pierre, ansioso di voler accontentare tutti, aizza l’odio di chiunque dei suoi “servi” (i suoi mužiky, leggi «mugikí» con la g del francese jardin), mentre Andréj, lasciando, quasi nell’indifferenza, a ognuno la libertà di agire per se stesso, fa prosperare la sua immensa tenuta di Lysye Gory, rendendo tutti felici e contenti come pasque…

Tolstój additava un certo “anarchismo pacifista” come soluzione della contrapposizione tra menefreghismo e paura… un “anarchismo” che 100 anni dopo Milan Kundera ripropone, ancorandolo però molto al “non essere”: per lui la condizione giusta per l’uomo sarebbe smettere di vivere nel divenire rettilineo del tempo umano per tornare a vivere nello spazio ciclico del tempo animale (una cosa che alcuni anni dopo ispira anche Chuck Palahniuk: una delle visioni di Tyler Durden in Fight Club è l’uomo che torna al suo essere primitivo, vestito di pelli, cacciatore-raccoglitore), pur sapendo che il sottrarsi al divenire umano è anche sottrarsi a tutto ciò che umani ci rende (ed ecco il “non essere”), sottrarsi alla gentilezza, alla giustizia e soprattutto all’Amore (nell’Insostenibile leggerezza dell’essere, Tomáš, il più vicino al ciclico animale, alla fine si rende conto che con la sua condotta sta rinunciando al vero Amore di Tereza)… l'”anarchismo pacifista”, nel 1870s, è visto da Tolstój come “praticabile”, forse perché lo sente connesso con la natura stessa, e con la natura stessa dell’essere umano (tutti felici finché nessuno insozza la libertà degli altri: la libertà tua finisce dove comincia quella degli altri: concetti che Tolstój sente come gli unici elementi necessari in un contratto sociale); il tempo ciclico animale, nel 1984, è invece visto da Kundera come chimera ideale (teoricamente è la morte che unisce davvero Tomáš e Tereza, e che pone fine ai conflitti umani, dalla Primavera di Praga a Pol Pot)… in cento anni la “libertà” stessa è diventata una chimera, per via delle implicazioni “complesse”, che, sempre più radicali, adesso siamo qui ad affrontare in due diversi modi: nel modo degli idioti e nel modo dei “sopraffini”…

Il modo di agire degli idioti, semplicistico e menefreghista, e il modo di agire dei sopraffini, tendenti a spezzare il capello in cento parti, è evidente dalle tendenze del cinema… da una parte c’è la Marvel e c’è Netflix, dall’altra i super-autori…

Marvel e Netflix riflettono perfettamente la filosofia di Salvini e Le Pen: nerboruti poco istruiti (tutto quello che Capitan America riesce a dire di concreto è «c’è solo un dio»: il pensiero dei pastori della Mesopotamia del 3480 a.C.), che appena vedono una “minaccia”, di cui non capiscono un cazzo di nulla e non sono per nulla interessati a capirla, la picchiano, senza se e senza ma; film incarogniti di TV, piatti e scialbi, anonimi e industriali, che addormentano il pubblico con il loro montaggio prevedibile e camomillante… film che dicono «c’è un nemico, un invasore, e va ucciso, senza domande; e tra uno sparo e l’altro si fa a chi ce l’ha più lungo, a chi piscia più lontano, a chi solleva più pesi, in puro spirito macista dannunziano, poiché le altre cose non contano, né l’intelligenza, né la comprensione di una complessità che tanto non ci riguarda a noi, a quelli belli come noi che siamo tanti… addormentiamoci insieme guardando due o tre cazzotti e siamo tutti contenti!»

Gli autoroni, come Ruben Östlund, o come LanthimosGarrone, Haneke, concepiscono trame lunghe, cerebrali, sottili, e, per reagire all’annennamento di Netflix, te le sbattono in faccia, cercando di sconcertarti, di farti svegliare scrollandoti violentemente dal torpore della Marvel, ma, in fondo in fondo, non dicendoti granché se non banalità, ovvietà, ridondanti constatazioni della complessità del mondo, che suonano come «non puoi pulire in salotto, perché appena cominci il salotto sarà già sporco anche in cucina: come si fa? il mondo è impossibile… sconfortiamoci insieme!»

Morale: non sono tempi buoni, né per vivere né per andare al cinema…

The Square è simpatico, visivamente rigoroso, drammaturgicamente sensazionale, ma non quaglia… constata, indica, ma poco altro…

almeno Lynne Ramsay, indicando, mostrava cause psicanalitiche (ci prova anche Garrone a farlo), e si sottrae al semplice sconforto, un po’ come Tolstój, quasi dicendo «è così, ma è così perché me lo immagino io, perché l’ho costruito io, e anche se adesso non ci posso fare nulla ho ancora il potere di SOGNARLO un mondo diverso…» (quasi le stesse cose dice Xavier Dolan) — anche Jarmusch accenna almeno a goderselo questo divenire senza esserne tramortiti, senza per forza “morire” nel ciclico animale, accenna a essere felici almeno interiormente, così da rendere felice anche qualcun altro, così da innescare un circolo virtuoso che “viva il vivere” senza il menefreghismo idiota, “vivere il vivere” al di là dell’abitudine o anche confortati dall’abitudine (alla fine di Paterson due dei protagonisti ce la fanno a “cavalcare”, o accettare, il paradosso dell’abitudine di David Hume)…

Östlund è bravo, e i suoi argomenti visivi e scrittori sono eccezionali:

  • Lavora pochissimo con i controcampi, facendo quindi un film quasi solo di “campi” (i figli della Valentini a Firenze, ortodossi di Francesco Casetti, non potranno subito partire in automatico con la perifrasi «non satura lo sguardo», con susseguente cenno al primo King Kong), generando una poesia del fuori campo, una poesia dell’insufficienza del pro-filmico…
  • Usa una macchina superfissa, fissa come le certezze, che osservano senza reagire anche le massime atrocità, al massimo andandole a sbirciare più per automatismo che per curiosità: la macchina gira e si muove molto spesso, ma sembra sempre (o almeno il più delle volte) in qualche modo scollegata dall’azione, come impegnata a fare altro, o lì a inquadrare solo per dovere (anche se siamo lontani dai sensi di “spia” della macchina della Conversazione di Francis Ford Coppola, una macchina dichiaratamente “di sicurezza” che spia il film, un capolavorissimo, il modo visivo di Östlund regala comunque significanti davvero slurposi)…
  • I rimandi visivo-tematici di trama, dall’insistere su interludi affidati ai mendicanti, al concatenarsi sicuro, quasi sofocleo o fieldinghiano (o anche solo gilliamiano, e dai risvolti dichiaratamente coeniani), delle varie tranches della trama, denotano una sceneggiatura coi controcazzi… forse l’arco diegetico con Anne si può considerare puro ninnolo, ma interessantissime sono tutte le sottolineature sulla filosofia dell’arte contemporanea (forse, però, un po’ troppo stigmatizzata come scema: si vede che si prende in giro Arthur Danto e la sua Trasfigurazione del banale) e sull’incoerenza tra intenti e fatti (l’arte, come le persone, sembra predicare bene, di fratellanza e amore, ma poi non sembra riuscire, non per cattiveria, ma per entropia, a impedirsi di razzolare male: le opere d’arte sono inutili e non comunicano così come le persone si impiastricciano nell’assurdo)

Ma le sue esplosioni di violenza, come quelle di Lanthimos, atte a prenderti per forza, e il suo non trovare una effettiva quadra, una effettiva direzione, né una effettiva IDEA da proporre o seguire, lasciano tutti questi pregi a fluttuare nel niente…

Tanto bello, tanto carino, ma che ti dice?

Che il mondo è crudele? E tu, a riguardo, che intendi fare, visto che la crudeltà si impone anche su chi cerca di reagire? Cosa racconti? Racconti il mondo, o racconti il non-mondo? Ti piace il mondo così? Non dài giudizi?

Il film ti fa riflettere? Davvero? E su cosa? Che il mondo è a caso…? — beh… Grazie al cazzo…

La banalità del dire che il mondo è a caso è quasi insopportabile come la rozzezza dei cazzotti di Capitan America: in qualche modo tutti e due i “modi” si arrendono alla complessità, uno beandosene o frignando, generando immobilità di comprendonio o compassione, l’altro sbattendosene e ribadendo solo l’egoismo dei cazzi propri…

E se la Marvel rimarrà uguale a se stessa per sempre, il prossimo film d’autore dirà: «domani piove, prendi l’ombrello, ma occhio, perché tanto, anche se prendi l’ombrello, recherai offesa a chi se l’è dimenticato… e chi se l’è dimenticato si vendicherà uccidendoti, maciullandoti mani e piedi con un cassonetto di rifiuti mentre ti fa la morale urlandoti contro “così impari a sentirti migliore di me”…»

ricapitolando: The Square

carino, dagli argomenti visivi splendidi, dalla sceneggiatura ottima, però non quaglia… cincischia sul nulla, quasi compiacendosi di cincischiare sul nulla…

Il doppiaggio di Fabrizia Castagnoli vira tutto verso il comico, e Vittorio Guerrieri (la voce del protagonista) sa come renderli i tempi comici… non so, però, quanto questa scelta sia aderente alle intenzioni del film…

si parla del film anche in Elogio di EVA

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