Il «Dune» di Villeneuve

DOPPIATO MA IN IMAX

L’ho visto in un lussuoso doppiaggio di Carlo Cosolo, lussuoso ma comunque impotente nei confronti di certe tessere: a un certo punto Chalamet dice «Give me water» con la voce delle Bene Gesserit, e per rendere la voce, Villeneuve opta per “non farla sentire” e quindi Chalamet usa solo il labiale: lì il doppiaggio fa poco, perché nella scena con la voce “normale” precedente alla scena silenziosa, il doppiato «Dammi l’acqua» non abitua un cacchio a vedere nel labiale «Give me water»… un bel problemone (come quando, nel secondo dopoguerra, riscrivevano i duetti delle opere di Rossini e Bellini scritti per soprano e mezzosoprano, con il mezzosoprano en travesti per fare il maschio in una coppia eterosessuale: il perbenismo anni ’50 impose che da mezzosoprano il ruolo maschile si trasformasse in tenore, ma in questo giochino si perdeva il senso musicale [un senso ben studiato dai compositori] di avere, spesso, due voci femminili a contrapporsi, magari, con un coro maschile: bel casino!)

Cosolo ha anche fatto di tutto per aderire a mille alle scelte fatte da Renato Izzo per il film di Lynch dell”85: a parte la pronuncia un po’ più anglosassone dei nomi, le formulette canoniche, tipo «la paura uccide la mente», sono rimaste quelle di Izzo… e non credo che sia un male, anche se, alla lunga, induce un certo senso di déjà vu

L’ho visto doppiato ma in una sala IMAX: di quelle che hanno le sedie reclinabili e perfino il poggiapiedi, e che tremano col subwoofer alle chiappe… accorgimenti che, più che a vedere un film, ti fanno sembrare in una giostra di parco giochi… accorgimenti, quindi, che rasentano il pacchiano…

VILLENEUVE È PRETENZIOSO

Dune ha tutti i difetti del cinema di Villeneuve…

Sembra che le immagini portino istanze plurime (nelle prolessi delle visioni di Chalamet), ma poi quelle istanze sono invece al servizio della trama come mere illustrazioni simboliche di qualcos’altro (morte simbolica, addestramento simbolico ecc.)…
In The Last Jedi, l’inghippo dell’immagine di Luke sconvolto davanti a Ren comporta DUE TRAME, che si fronteggiano nella diegesi e determinano la storia guerresca che è storia psichica, lotta tra Es e Super-Io, di conoscenza di se stessi attraverso le immagini…
Villeneuve fa una cosa simile, ma non uguale…
perché quei simboli delle illustrazioni dei sogni parlano di una sola trama che sulle prime appare come inconscia ma poi inconscia non è per nulla, anzi, è effettivamente fattuale… e allora, nella fattualità della trama, le immagini simboliche di Villeneuve deludono, perché si rivelano solo e soltanto servizi di una storia che è conoscenza di sé attraverso le immagini solo in superficie mentre invece è mero elemento della diegesi, in quanto svarionata sciamanica di un Gesù (Chalamet)… Ti sembra di vedere sogni da interpretare in quanto fondanti le immagini, invece stai guardando solo trucchetti, miserrimi, di ravvivamento della trama…
Ti sembra di vedere psiche simbolica, invece guardi soltanto un mezzuccio di intreccio…

è un difetto che fa perdere forza alle immagini, poiché da strumento polisemico, “altro” rispetto a tutto e suggerente tutt’altro rispetto al contingente del film (il rapporto universale tra visione e conoscenza), quelle immagini si scoprono invece ninnoletto che non vuol dire e non suggerisce niente se non il film stesso!
quelle immagini tramesche invece che polisemicamente inconsce, *deludono* nel rivelarsi semplice immanente, semplice contingente
Con quelle immagini, Villeneuve fa confusione: fa come se Luke, nella grotta di Empire Strikes Back, non vedesse se stesso nella maschera di Vader, ma vedesse direttamente Hayden Christensen!

Un sistema simile a quello di Villeneuve è quello di Jean-Marc Vallée, regista coinvolto spesso in trame non sopraffine (il film Wild o la serie Sharp Object), che lui fa però volare in interesse proprio perché le inzeppa di immagini polisemiche di inconscio!
Villeneuve è il contrario di Vallée: formula immagini che sembrano inconscio ma non lo sono! Sono solo trama illustrata!
ti fa girare le palle
perché Villeneuve parte, con la ricercatezza della fotografia, e dice «questo è un film artistico con immagini polisemiche»…
…passano due ore e mezzo e te sei lì ad aver visto una bojata narrativa classica e risaputa ILLUSTRATA da immaginette che pretendono di essere arte quando invece sono solo espediente di trama, lì a dire: «ahahah! ci avete creduto! le immagini non sono polisemiche! sono solo specchietto per le allodole di intorbidazione di una trama risaputa, e difatti, quando le rivedrete, invece che stimolarvi a cercare interpretazioni diverse, sarete lì a considerarle semplici spoiler interni!»… [già Blade Runner 2049 era così]

Nel dirti questo, Villeneuve è PRETENZIOSO… pretende di essere arte quando l’arte la sta solo imitando…

e la cosa è deludente più ancora perché Chalamet ha a che fare con i “libri-film”, con uno strumento proiettivo che sarebbe potuto essere usato a mille da Villeneuve (che poteva far coincidere le immagini dell’enciclopedia del libro-film con le visioni di Chalamet: invece niente): nulla accade: segno che Villeneuve proprio non carpisce la tematica inconscio-polisemica delle immagini: proprio non ce la fa…

DUNE LO ABBIAMO TUTTI GIÀ VISTO

Dune ha i difetti che hanno tutti i reboot Disney…

s’ha voglia di dire che, magari, gli attori (forse ne parleremo) di Villeneuve hanno più compattezza stanislavskiana rispetto a quelli di David Lynch, ma il Dune di Villeneuve è *identico* al Dune di Lynch…

io sarò anche vecchio, ma mi sono trovato davanti a una cosa simile all’Aladdin di Ritchie

Ritchie, coi miliardi e il digitale, riesce a ottenere un effetto PEGGIORE di quello ottenuto da Michael Powell nel 1940 con i fondali dipinti e la cartapesta… e allora ti viene da dire: “cacchio: ma allora usiamo la cartapesta!”
idem succede qui tra Villeneuve e Lynch:
Lynch, coi soldi De Laurentiis, che però fecero comprare solo know how (Freddie Francis, Tony Masters, Bob Ringwood e Carlo Rambaldi), legno e plastica, gira un Dune che regge…
Villeneuve, coi miliardi e gli effetti speciali, gira un Dune che è IDENTICO, in effetto, a quello di Lynch: anzi, appare anche meno magniloquente (la tuta fremen disegnata da Jacqueline West è fatta con gli scarponi del Decathlon!)…
Allora ti viene da dire: tanto valeva usare la plastica e farla meno lunga… [è più evocativo, allora, il Dune di John Harrison – persona che tra l’altro figura tra i produttori di Villeneuve – che almeno c’aveva Vittorio Storaro a sovrintendere tutto]
NON SOLO
siccome è identico a quello di Lynch, ti viene da dire, come succede con la nuova Mary Poppins: perché cacchio non si recupera il Dune di Lynch, film che, tra l’altro, trasmettono in tv tutti i santi ultimi dell’anno…???
Se quello di Villeneuve è uguale, cosa c’è che lo “giustifica”?
che sia più “fedele”?
Mah…
che sia appunto più stanislavskiano?
Mah…
[magari Patrice Vermette, con i suoi diversi bassorilievi applicati alle camere da letto di diversi personaggi, ha qualcosa in più di Masters, ma Masters ha costruito molto di più!]

VILLENEUVE È FONDAMENTALISTA

Il fatto che Villeneuve sia più “fedele” è in effetti, paradossalmente, un problema…

nel 2021 dell’Afghanistan e della paura del fondamentalismo, Villeneuve ricalca, paro paro, un romanzo di lotte ispirate a Israele e Palestina scritto nel 1965, e finisce per fare un film in cui la gente si fa esplodere “per fede” in mezzo a gente che considera “nemica”… finisce per fare un film in cui si blatera di forti e di deboli

che quegli argomenti ci fossero nel 1965, ok… sono cavoli del 1965 e di chi cura il Dune in edizione odierna (la Fanucci di Roma mi sembra lo fa curare da Sandro Pergameno, che giustifica tutto con la cacchiata, oggi molto diffusa, che Dune sarebbe una saga ambientalista invece che fondamentalista cristologica: bella scemenza; la traduzione del 1973 di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, condotta per la Editrice Nord di Milano, è invece rimasta la stessa e di “ambientalismo” non ha effettivamente niente)…
…ma che quegli argomenti vengano riproposti identici in un film di oggi, senza mediazione, è fallimentare… è fondamentalismo della letteratura…

perché un conto è *negare* la visione di Gone with the wind o dello Zauberflöte di Mozart, ed è una sciocchezza (vedi Favolacce e fiabole), ma un altro è proporre oggi, senza ottica odierna, un qualcosa di odiosamente contingente col 1965…
è come pubblicare l’Odissea e prendere per buona la strage che Ulisse fa dei pretendenti di Penelope (e delle loro donne) senza alcuna spiegazione o introduzione (tutti gli adattamenti dell’Odissea, giustamente, in ambito appunto di adattamento OMETTONO quella strage)…
o, peggio, è farci un film in cui tutta la strage è illustrata in immagini così come l’ha descritta Omero, senza che venga data alcuna contestualizzazione…
o, ancora peggio, è come fare *oggi* Birth of a Nation di Griffith, uguale a come l’ha fatto Griffith, senza mediazione, senza contestualizzazione
…senza, in una parola, ADATTAMENTO
[è fare come Mel Gibson e fare una deliranza religiosa sul Vangelo prendendolo alla lettera, senza rendere conto delle implicazioni, anche lì, inconsce, metaforiche, allegoriche, ecc., oltre che ridicolmente ortodosse]…

Ripeto: Villeneuve fa un film dove i soldati gridano il nome della loro nazione, o meglio, del loro padrone o perfino del loro dio, prima di farsi esplodere onde ammazzare i “nemici”…
ha senso fare una cosa del genere nel 2021 quando gli eserciti che urlano e poi scoppiano ci sono davvero?

uscirsene con «eh, ma era così» non aiuta, perché c’è una scelta dell’opera d’arte, cioè tu SCEGLI di farlo in quel modo per veicolare certi messaggi, sennò scegli altre storie da raccontare (i beoti che hanno fatto Il primo re avevano forse in mente di “contestualizzarci” come vivevano i romani del 753 a.C.??? o volevano solo far contenti dei sensazionalisti che non sanno leggere?)

CATTIVE INTERPRETAZIONI DI NIEZTSCHE

Che Frank Herbert descriva i rituali dei fremen secondo la logica di forte e debole deriva da una cattiva interpretazione che, dal 1900 al 1980, si è fatta degli scritti di Friedrich Nieztsche sul superomismo

Uscirsene con «ma così fanno i popoli primitivi» è una cacchiata, in quanto i “popoli primitivi” (perifrasi che non vuol dire un cacchio di niente: è come dire “i toscani”, sapendo bene che i toscani si odiano tutti tra loro) usano ben altri termini: che si dica forte e debole, implicando un odioso darwinismo sociale, è colpa atroce delle interpretazioni fasciste di Nietzsche, le quali, là dove Nietzsche scriveva forte interpretavano in senso atletico-sociale invece che in senso mistico-sacrale: si continua a dire “Superuomo”, in traduzione del nicciano Übermensch (che sarebbe “Oltreuomo”), per colpa di ‘sti cazzo di phasci!
Nietzsche parlava, in filosofia mistica, di qualcosa che “sta al di là” o che “viene dopo” l’umanità, non certo di un essere “umano” più atletico degli altri e quindi il solo degno di campare in mezzo a poveracci meno abili che possono morire senza rimorso! Così hanno interpretato i phasci perché sono phasci, e quindi razzisti, delusionali ed eugenetici… [sono interpretazioni phasce alla cazzo simili a quelle che quell’imbecille misogino di Julius Evola impose al Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler: là dove Spengler diceva “sangue”, Evola traduceva “razza”: e poi la gente si stupisce che a CasaPound leggano solo Spengler e agiscano “perché lo dice Spengler”: idiozie: Spengler non ha detto nulla, è solo stato il phascio amico loro Evola che ha deturpato Spengler!]

…che Frank Herbert, nel 1965, sia cascato nelle interpretazioni phasce di Nietzsche, ok: era il 1965…
e Herbert è stato bravo a traslare il tutto in termini appunto cristologico-messianici (molto più coerenti con l’intento di Nietzsche) [nel 1985, anche John Boorman riesce a traslare la logica dei forti e dei deboli dei fasci nicciani in termini di “rito di passaggio”, in Emerald Forest]…

…che Villeneuve, nel 2021, si rimetta a parlare di forti e deboli (che spero con tutto il cuore siano retaggi che Carlo Cosolo non ha saputo adattare: spero che in inglese non ci siano strong e weak) è irritante…

PESSIMI FRAINTENDIMENTI DI OSCAR WILDE

…e irritante è presentare la “morte simbolica” del “rito di passaggio” come morte violenta effettiva: con Chalamet che deve ammazzare un tale per venire accettato!
Solo dopo che Chalamet ha ammazzato qualcuno, Zendaya fa a Chalamet gli occhi dolci!
‘sta cosa è un qualcosa che, nel 2021, è riprovevole…

Queste erano cose patriarcali che, negli stessi anni di Nietzsche, prendeva benissimo in giro Oscar Wilde (Wilde e Nietzsche sono morti lo stesso anno: Nietzsche ad agosto, Wilde a novembre)…

Nella Florentine Tragedy (lasciata incompiuta da Wilde nel 1900: nel 1911-1913 fu adattata in opera da un giovane Sergej Prokof’ev, che non riuscì a curarla a modo [strumentò seriamente solo una scena], poi fu presa in considerazione come soggetto da Giacomo Puccini all’inizio della Prima Guerra Mondiale [la prima italiana della pièce fu nel 1913], ma neanche Puccini ne fece di niente, infine fu messa in musica da Alexander von Zemlinsky nel 1917: e quella di Zemlinsky è un’opera lirica davvero straordinaria!), Wilde illustra un marito, uomo noioso e sciatto, in ambasce perché sente che la moglie, lamentosa della sua natura noiosa, sta per tradirlo con un tale: il marito uccide il tale davanti alla moglie e la moglie è contentissima perché vuol dire che il marito non è così noioso dopo tutto!
è una scenettina geniale, sagace, che denuncia con arguzia gli orrori prodotti dalla cultura del patriarcato con i suoi idoli appunto di forza e prevaricazione (Wilde l’aveva già fatto in Salomé): è uno scherzo, una presa in giro calzante…
Villeneuve, invece, prende questa scenettina come realistica, e a Zendaya fa fare gli occhi dolci a Chalamet dopo che Chalamet ha ammazzato qualcuno! Non per scherzo, ma per davvero!

L’uscirsene con “ma era un rito di passaggio”: no: nei riti di passaggio la morte è simbolica…
il blaterare di Sparta, che loro facevano così, e altre cretinate: no: Sparta obbediva a ragioni etnologiche di rapporto tra risorse e popolazione diverso…

e se Villeneuve voleva fare Sparta o il rito di passaggio *lo diceva*… dei fremen ce lo spiega il rituale dello sputo, quindi ci poteva spiegare anche il rito di passaggio in termini meno patriarcali…

e anche se il rito di passaggio fremen comunque implicava morte nel 1965 (per via delle cattive interpretazioni di Nietzsche), replicare quella morte nel 2021 e parlare di forti e deboli, in un modo davvero patriarcale, dove i maschi si vergognano di essere deboli e reprimono la rabbia, è riprovevole!

potresti non farlo…
potresti adattarlo…

invece no

Villeneuve l’ha fatto fondamentalista…

il che mi fa dire:

che

schifo

PRIMO FILM

Uscirsene con “eh ma è il primo capitolo, poi, nei successivi, aggiusterà il tiro, come ha già fatto vedere in alcune ritrosie di Chalamet ai disegni di Rebecca Ferguson” vale comunque poco: intanto un film fondamentalista l’hai fatto… ed è un film di grosso hype e di vasto “pubblico”… per cui, aggiustare il tiro sarà *tardivo*!

SFRUTTAMENTO VS ALLEANZA

“e la tematica degli Harkonnen sfruttatori e oppressori per profitto contrapposti agli Atreides proponenti alleanze e sinergia con gli indigeni”?

sì: quella è una cosa carina, che speriamo Villeneuve riesca a esplorare negli eventuali seguiti… ma è una tematichina facile facile, che non ce la fa a controbilanciare la grettezza fondamentalista preponderante di tutto il film con la gente che a frotte s’ammazza gridando nomi di divinità…

FORZA PITTORICA DELLE IMMAGINI

“e la forza pittorica delle immagini?”

sì, i contrasti tra buio e luce, o una certa grana di forte “realismo voluto” nella rappresentazione fotografica, non sono trattati male…

ma si sta parlando di un film diegetico, in cui, ai pochi secondi di scene strange (che si sono viste all’inizio) si alternano le ore e ore di montaggio narrativo classico, hollywoodiano, con gli accordi sull’asse e i canti/controcampi più che prevedibili…

sicché, sì, sicuro: qualità pittorica… hai voglia… va bene…

ma siamo sicuri che la perifrasi “qualità pittorica” si possa davvero usare in Villeneuve come la si usa per Miyazaki o Tarkovskij o, magari, esulando, per Claude Lorrain?

magari no…

GLI ATTORI

Gli attori, come si preventivava, sono forse la cosa migliore di questo strazio fondamentalista di Villeneuve…

Villeneuve, gli va dato atto, è stato davvero bravo a guidarli in performance psicologicamente informate e dall’impatto emotivo bello potente…
Villeneuve ha anche pagato Benjemin Millepied (il coreografo marito di Natalie Portman, quello di Black Swan) per realizzare dei passi di danza stanti per il cammino fremen del deserto, segno che ha proprio voluto lavorare sulle circostanze date in maniera ottima… quei passi sono ridicoli e quando vengono agiti fanno ridere: ma il fatto che ci siano dimostra una ferrea volontà di raggiungere l’optimum dello psicologismo!

rimane da considerare esteticamente, nel 2021, delle performance di metodo attorico così tradizionale…

se confrontate con performance più olistiche (che cioè comprendano non solo lo psicologismo ma anche la fisicità), come si vedono, che ne so, in Sleuth di Branagh, allora quelle di Dune diventano performance che si possono dire “teatrali”…
…e, con falsi sillogismi, quindi, si possono considerare davvero confrontabili con le performance che vedi in teatro (dove, magari, si usano metodologie più particolari rispetto a Stanislavskij, tipo quelle di Orazio Costa o chi so io, che a Stanislavskij vanno via di tacco mentre dormono)?
direi di no…
si possono definire ottime performance attoriche un po’ più alte dello standard hollywoodiano, quello sì, ma non davvero di più…

…e anche così va bene!

Oscar Isaac, da me sempre giudicato a metà (anche in Llewyn Davis) tra pesce lesso e “vorrei ma non posso”, trova finalmente il ruolo giusto: bravo…
è doppiato da un bravissimo Gabriele Sabatini, anche lui misurato e sicuro: davvero “regale”…

Rebecca Ferguson è tra i top del cast, quasi da Oscar…
molto ben doppiata da Gaia Bolognesi…

Jason Momoa poteva fare una figuraccia, invece è centrato e ben messo: Francesco De Francesco, il suo doppiatore, è ugualmente egregio…

Bravissimo anche Rodolfo Bianchi su uno Stellan Skarsgård che ottiene tanto col minimo sforzo…

più fumettistico Roberto Pedicini su Bardem…

Arriva bene anche Chalamet: anche lui, come Isaac, trova finalmente il ruolo della vita… e dà ad Alex Polidori del filo da torcere! [e questo anche se è evidente che Chalamet ha solo una decina d’anni meno di quella che dovrebbe essere sua mamma e poco più di 15 meno di quello che dovrebbe essere suo padre]

ZIMMER

La musica di Hans Zimmer è orripilante di sferruzzamenti in studio e di facili semitoni risentiti (nello stesso Zimmer [con James Newton Howard] nei Batman di Nolan): non la si sopporta…

JODOROWSKI

Tutti i recensori parleranno, oltre che dei precedenti di Lynch e Harrison, anche del mancato Dune di Jodorowski (che abbiamo incontrato sia in Spielberg I sia in Alien: Covenant), che fu, come Arrakis dagli Harkonnen, depredato, in idee e know how, da Hollywood…
con il Napoleone di Kubrick, il Viaggio di Mastorna di Fellini, il Nijinsky di Tony Richardson, il Megalopolis di Coppola (all’alba della pellicola digitale), The Thief and the Cobbler di Richard Williams (vedi Spielberg IV), il Superman di Burton, e tanti altri che aggiungerò con un edit, il Dune di Jodorowski, di cui rimangono solo due rendering degli storyboard disegnati a mano, è davvero l’opera d’arte che, col solo sentito dire, ha influenzato il prosieguo della storia dell’immaginario occidentale: roba paragonabile alle notizie che si avevano dei cantieri del grande (e mai realizzato) duomo di Siena (di cui l’attuale doveva essere il transetto: è rimasto il “facciatone” incompiuto), dei cantieri gemelli dell’Empire State Building e del Chrysler Building, dei cantieri concorrenti tra le varie cattedrali d’Europa (e.g. duomo di Pisa e duomo di Spira, per esempio): o paragonabile alle concorrenze dell’interfaccia visiva dei sistemi operativi tra Xerox, Apple e Windows: o degli esperimenti sulla bomba atomica (vedi Copenaghen): quella roba cioè che col solo parlarne hanno fatto Storia, anche quando non sono mai state realizzate…

Ne ha parlato anche Sam Simon

16 risposte a "Il «Dune» di Villeneuve"

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  1. quindi il problema è il regista/sceneggiatore, non il reparto tecnico o attoriale
    non sapevo fosse prodotto dalla disney, si spiega perke il trailer mi abbia ricordato star wars però

  2. Appena hai nominato James Newton Howard mi hai mandato in estasi: la colonna sonora che ha scritto per Wyatt Earp è una delle più belle nella storia del cinema.
    Ho letto la tua recensione di Blade Runner 2049: perché ritieni che Ryan Gosling e Jared Leto non siano bravi attori?

    1. Perché non sono uno stanislavskiano, non amo i “metodi” attorici basati sulla “devianza” comportamentale, e perché reputo validissima la distinzione tra *divi* e *attori*…
      Sulla seconda accezione: Gosling si è costruito come *divo*, e difatti nei suoi film non interpreta nessuno, rimane Gosling, riconoscibile e uguale a se stesso come furono Cary Grant o Clark Gable: sì, potrà cantare/ballare e sbraitare, ma è Gosling (è come Tom Cruise: rimane sempre Tom Cruise)…
      Sulla prima accezione: Leto si sforza tanto di trasformarsi, e applica il suo “metodo”, ma i risultati sembrano valere più per lui stesso che per chi lo guarda — un problema che Stanislavskij si pose, negli anni ’30, ma problema che Lee Strasberg (colui che portò i dettami stanislavskiani in America, insegnando a De Niro, Pacino, Hoffmann, e prima a James Dean ecc.) non considerò granché, e infatti i suoi allievi (forse non i citati, ma tanti altri sì) hanno davvero il dramma di “recitare per se stessi”, con la recitazione intesa come sfida psicologica personale o perfino terapia psichiatrica individuale invece che come “mestiere” o “artigianato”…
      Se confronti Leto con un medio attore europeo (ma il confronto è palese soprattutto con la scuola britannica, che seguì Stanislavskij in maniera molto più calmierata; evidenti le differenze anche con le scuole dell’Est Europa o del Nord Europa, di Grotowski o di Eugenio Barba; oppure con un’altra scuola americana, quella di Julian Beck e del Living Theatre), ti accorgi subito che la portata “emotiva” dell’europeo è maggiore perché ha strumenti tecnici in grado di comunicare meglio…
      è come con i musicisti:
      1) quelli che si immedesimano nella musica, e suonano tutto d’emozione, stonano…
      2) quelli che sono tutta tecnica, annoiano…
      3) quelli che sono la via di mezzo sono i grandi musicisti…
      Leto è come i primi…
      gli attori con lo Stanislavskij calmierato (o di Grotowski/Barba/Beck) sono i terzi…

      1. La via di mezzo è la soluzione più saggia in quasi tutti gli ambiti e le circostanze. Poi certo, ci sono delle circostanze in cui bisogna agire in maniera brusca e radicale e altre in cui invece ci vuole il massimo tatto e la massima gradualità, ma in linea generale una giusta via di mezzo dà quasi sempre buoni risultati. Grazie per la risposta! :)

  3. Ecco.
    Direi dunque che oltre alla “fedeltà” con il 1984 ha in comune anche le controversie …
    Un film che indubbiamente rimane impresso: ricordo il mio stato d’animo al cinema nel 1984 con i miei anni del tutto insufficienti, o meglio, gli anni forse erano anche sufficienti, ma io no.
    Però almeno era Lynch e non Villeneuve, da ciò che leggo.
    Sono contenta per gli attori, avevamo già parlato di Chalamet e qui mi sta prendendo punti, molto bene.
    Alla fine la domanda rimane la stessa: perché più conoscenza abbiamo, meno sappiamo creare?

    1. Ma secondo me siamo in una fase simile a un ciclo… longobardi, impero romano ravennate, bizantini ecc erano in mezzo a un sacco di arte che non comprendevano più, e facevano arte come pareva a loro. Oggi, a chi ha presente il passato, certa roba non è all’altezza, ma a chi non l’ha presente è roba normale, magari anche bella. E non è un difetto eh: sono solo orizzonti culturali diversi (mica i bizantini e i longobardi sono “peggio” dei romani o dei greci!)

  4. Interessantissimo il tuo pensiero, come sempre! Capisco molte delle tue critiche, e un po’ mi hanno riportato alla mente quelle che furono mosse a Jackson per aver fatto andare gli elfi di rinforzo a Helm’s Deep: molti videro in quel tradimento ai danni di Tolkien un omaggio alle truppe inglesi che andarono ad aiutare quelle statunitensi in Afghanistan e Iraq. Tra l’altro Jackson non poteva che farli sterminare tutti quegli elfi, perché non aveva senso che stessero lì e non avrebbe saputo cosa farci se fossero sopravvissuti (risvolto curioso date le ultime notizie da Kabul, e pure in Iraq non è che se la passino benissimo).

    Secondo me sei un po’ troppo sbrigativo nel liquidare la saga di Dune come cristologica: non l’ho ancora terminata (ho letto i primi tre libri, sto per cominciare il quarto), ma ci sono tantissimi argomenti ed è innegabile che uno di quelli, tra i principali, sia quello ecologista. Di fatto si ritrovano elementi di Dune anche nella Mars Trilogy di Kim Stanley Robinson, altro scrittore che dell’ecologia parla parecchio nelle sue opere!

    Detto questo, la troppa fedeltà all’opera è probabilmente un difetto del film di Villeneuve: da una parte non attualizza il materiale, ma lo riprende pari pari (con tutte le sbandate del caso, vedi omicidi rituali nel deserto che portano a risvolti positivi invece che negativi in tempi in cui i talebani tagliano teste e mani come fossero barba e capelli), e dall’altra ci sono tantissimi elementi che rimangono solo sullo sfondo e solo chi abbia letto il libro li può comprendere. Quindi, come sempre… hai ragione! :–)

    1. Sarò anche prevenuto e sarà anche gusto personale…
      Ma io davanti a Villeneuve isso bandiera bianca: per me, più che il regista doveva fare l’illustratore (come Nolan che, più che regista, doveva fare il romanziere: a mio antipatico e parzialissimo avviso)…

      E davanti a Dune, mah…
      io sono di quelli che non lo comprende…

      1. Non sei il primo che mi dice questa cosa di Villeneuve (Lucius de Il Zinefilo lo chiama creatore di screensaver!), e ti capisco: che stava pensando quando girava la scena in cui Paul uccide il Fremen per far cominciare subito dopo la storia d’amore con Chani? Possibile che non si sia fatto delle domande? Che abbia freddamente riportato ciò che c’era nel romanzo senza pensare al contesto in cui stiamo vivendo? Evidentemente gliene frega solo di riportare immagini, del contenuto gli frega il giusto…

      2. Tra l’altro, sì, è un creatore visivo effettivamente bravo, ma per le sue creazioni vedo fare paragoni “pittorici” che mi sembrano esagerati — perché, secondo me, se allora lo si considera cinema di pura oleografia, puro pittogramma, Villeneuve, a concorrere con gente come Zeffirelli o anche il povero Vincent Ward, a mio avviso perderebbe! però a mio gusto eh… e se proprio c’è da considerarlo “pittorico”, comunque, se Villeneuve concorresse con Brueghel mi sa che perderebbe lo stesso, mentre invece, che ne so, Miyazaki o Tarkovskij un po’ di punti li fanno! — poi la piattezza del suo montaggio! Accidenti!
        sì, è narrativo, ti fa vedere le cose bene, chi discute… ma è scrittura visiva noiosa: anche lì, se lo vuoi davvero mettere in competizione con un montaggio “modernista” di Abel Ferrara, o di Scorsese, o anche di Bellocchio, boia, mi sa che anche lì perde…
        e se vuole essere considerato “pittore”, ok, ma pittura è anche Velazquez e Las Meninas, cioè roba che in una sola “inquadratura” ha miliardi di sensi, mentre invece Villeneuve che sensi ha?

        Mah, io mi sento di esagerare nel parlare male di questo povero regista che piace a tanti, ma veramente, anche per le dichiarazioni che fa sull’immersività delle sue immagini e altre menate, bah, mi viene da rispondergli «sì, bello, sì: bravo, ma abbassa la cresta!»

      3. Non ho mai sentito una sua intervista, ma se è arrogante quanto Winding Refn (incredibile un suo dialogo con friedkin) alora ti do ragione di sicuro!

        Anche io sono circondato da gente a cui piace Villeneuve. A me Arrival mi ha lasciato un po’ perplesso, Prisoners non mi è parso sto gran film, Blade Runner 2049 nemmeno… Insomma, io non mi metto di sicuro tra i suoi fan!

  5. Invece io l’ho apprezzato. E’ stato un film molto fedele al romanzo di Herbert con un comparto tecnico favoloso. Inoltre la saga di Dune tende a mostrare elementi come la figura dell’uomo forte o l’attaccamento a una nazione o a un credo estremista come sono veramente: elementi che possono portare a delle disgrazie. Dune parla di tante cose, politica, religione, ecologia ecc…
    E’ un’opera complessa in cui i protagonisti non sono mai veramente positivi e anche Paul lo dimostrerà in seguito.

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