Il ritorno di Mary Poppins

Dovremmo partire dalle considerazioni fatte a proposito del rumoreggiato reboot di Buffy: cosa rende un film “intoccabile” e cosa invece ne rende indispensabile, agli occhi del pubblico odierno, il rifacimento…?
Perché la gente non sta nella pelle di vedere il nuovo Re Leone di Favreau e invece condanna qualsiasi rumors su possibili seguiti/remake di Ritorno al futuro o dei Ghostbusters (hanno trattato tutti malissimo il reboot di Paul Feig)?

Essendo la cosa al di là di qualsiasi buon senso, di qualsiasi criterio, di qualsiasi logica, è inutile farsi queste domande…

E altre domande inutili sono quelle che ci si fanno per capire come mai la Disney butti così tanto nei seguiti/reboot di vecchi film…
Dalla Carica dei 101 di Stephen Herek (1996), sentito forse come un esperimento, dalla Alice in Wonderland di Burton (2010) in poi quasi un anno sì e un anno no ci sono reboot diseyani: i progetti di Favreau cominciano nel 2016 con il Jungle Book, e seguono i tentativi di Sam Raimi con Oz (2013), di Robert Stromberg con Maleficent (2014), e di Bill Condon con Beauty and the Beast (2017), uno peggio dell’altro (Raimi è quello che si regge di più)… e si aggiungerà, oltre che il Lion King di Favreau, anche il Dumbo di Burton…

Nella seconda metà degli anni ’90 (come un po’ si disse anche in Moana), la Disney passò da un periodo di scarse idee e di rifacimenti simile a questo odierno…
Jeffrey Katzenberg, mentre era presidente di tutto il reparto filmico (sia live action sia animazione, dal 1984 al 1994), aveva dato l’ok a una serie di progetti, ma nel 1994, una complicata girandola di starnazzate di troppi galli nel pollaio (c’erano Michael Eisner, CEO di tutta la compagnia, e Roy Edward Disney, nipote di Walt, azionista di supermaggioranza e, si dice, verde di gelosia nei confronti di Katzenberg, pur avendolo, in qualche modo, “assunto” nel 1984), gemellata con la morte di colui che spesso faceva da paciere (il povero Frank Wells, presidente di tutta la compagnia, che nel 1994 muore con l’elicottero), lo fanno letteralmente fuggire per fondare un nuovo studio, la DreamWorks (con Steven Spielberg e David Geffen), nel quale porta tutti i progetti da lui vidimati alla Disney, letteralmente (o almeno questa è la storia raccontata dagli animatori) RUBANDOLI DI SANA PIANTA e realizzandoli, perfino, in modo più dozzinale e quindi più veloce, così da farli uscire prima degli “originali” spesso ancora abbozzati alla Disney…
Fu probabilmente una delle tragedie più orribili per la Disney, dopo lo sciopero del 1941 e la morte di Walt nel 1966…
Per reagire, Roy Edward Disney, oltre a una drastica rimasticatura di quel che era in cantiere (la Disney non poteva uscire dopo la DreamWorks con progetti identici alla DreamWorks: molti film dovettero trasformarsi a livello proprio radicale: a farne le spese fu soprattutto Kingdom of the Sun, che divenne The Emperor’s New Groove) decise una dissennata politica di seguiti e reboot (probabilmente sempre bocciata da Katzenberg in passato: André Previn racconta che Katzenberg, intorno al 1986, odiava così tanto il progetto di Roy di una nuova Fantasia da volerla trasformare del tutto, togliendole la musica classica: chiese a Previn di preparare arrangiamenti orchestrali delle canzoni dei Beatles), che lui stesso supervisionò, a partire dal 1999…
Vennero fuori improbabili seguiti di Peter Pan, del Libro della Giungla, di Bambi ecc. ecc.
Roba che perdeva soldi…
Nel 2003, i profitti erano solo dei live actions (i Pirati dei Caraibi) e della Pixar (distribuita da Disney, ma non “fatta” dagli animatori Disney), mai dei reboot animati di Roy… E Michael Eisner, ancora CEO, cominciò a prendere decisioni brutte: acquistare la Pixar del tutto e chiudere il reparto animazione 2D…
Questa fu la conseguenza principale dei seguiti e dei reboot: fu la FINE DEI CARTONI ANIMATI…

Adesso, Roy Edward Disney è morto (nel 2009); Michael Eisner ha fatto nuovi affari nella TV, nel cibo, e in una squadra di Football; la DreamWorks di Katzenberg, dopo pochi anni al top, non ha avuto spinta creativa continuativa ed è naufragata in diversi proprietari (come tutte le compagnie di Spielberg, oggi formalmente “comprate” da una ditta indiana), con Katzenberg che si è messo a progettare occhiali hi-tech (dal 2017); e alla Disney hanno comandato John Lasseter, il “genio” della Pixar (accusato di non chiarite molestie a molta gente, si è licenziato per fondare uno studio di animazione per conto di una medio-grossa TV) e Bob Iger…
È Iger a dare il via libera ai seguiti…
Chissà che disastro verrà fuori tra una decina d’anni: se nella prima ondata di reboot finì distrutto il reparto animazione, chissà cosa potrà subire danni in questa seconda ondata…?
Oggi di “danni” se ne possono fare parecchi, visto che la Disney possiede anche Lucasfilm, Marvel e diverso magazzino della 20th Century Fox…
Vedremo…

Ma mentre “vediamo”, tocca sorbirsi questa maleodorante stagione di imitazioni e riproposte di vecchie cose, anche stantie, e spesso anche già oggetto di “rimescolamenti di paiolo”: Mary Poppins era già stato “usato” per un soggetto “autocelebrativo”, l’anonimo Saving Mr. Banks di John Lee Hancock, del 2013, di neanche tanto tempo fa…

Perché fare un’altra Mary Poppins?

Starkiller, Valerian, Wonder Woman, Justice League e le considerazioni su Call Me By Your Name, oltre che i film già linkati, e molti altri discorsi di questo blog, lottano spesso con questa impossibilità di capire il perché di certe scelte…

Rob Marshall, con la sua squadra di tecnici bravissimi (John Myhre alle scenografie, Dion Beebe alla fotografia, Sandy Powell ai costumi), decide di perdere tempo e denaro nella imitazione visiva e tematica, industrialmente competente quanto poco “moralmente” accattivante, di un film di 55 anni fa… Del quale si tenta di “replicare” tutto quanto, dalle acconciature agli accordi musicali, per non si sa quale motivo…
Operazione archeologica, come il Rischiatutto di Fabio Fazio su Rai3?
Esercizio di stile storico, come The Artist di Michel Hazanavicius (2011), che prese anche un sacco di Oscar?
Lavoro “filologico” per farci risentire un tempo passato, come le esecuzioni di musica barocca fatta con strumenti d’epoca?

Data la disponibilità della Mary Poppins del ’64 non solo in DVD ma anche in forma televisiva ritrasmessa durante qualsiasi festa comandata, qualunque sia stato l’intento è un intento che “viene meno”, poiché il tutto avrebbe avuto senso se Mary Poppins fosse un oggetto ormai introvabile, bisognoso sì di filologia, archeologia e di esercizi storici, e non quel film che si vede ogni 5 minuti… C’è davvero da fare archeologia per la Fiat Panda, anche se di Pande vecchie se ne continuano a vedere tante?

«Eh, ma i bimbi millenials non vedono la TV, vanno solo su Internet, e Mary Poppins non l’hanno mai vista»…
Una frase che, oltre che densa di luoghi comuni, giustifica una visione di Mary Poppins, non della sua imitazione odierna…

Perciò, che dire?

È un film che si guarda (Marshall è impiegatiziamente più bravo di Bill Condon: non fa un lavoro tecnicamente scimunito), ma è

  1. antipatico perché, come i film di David O. Russell, la butta fin troppo sull’importanza del denaro — se Julie Andrews portava “spirito divertentoso” in un padre vittoriano poco presente, Emily Blunt sembra portare solo e soltanto soldi alla famigliola simpatica come le suole sporche in bocca…
  2. debolissimo — i parrucconi e le espressioni degli attori, tutti del tutto inadeguati, sono ridicole, e le scene musical, retro e “antiche”, sono di un anacronistico senza fine: si svolgono davanti a noi e manco ci se ne accorge: le musichette (del povero Marc Shaiman, che in passato ne ha fatte di cose buone, poveraccio, brutta fine), obbligate a essere identiche a quelle di 50 anni fa, non hanno senso, così come le coreografie e i modi di riprenderle: su tutto aleggia quell’obbligo di imitazione che tramortisce tutto: è un film da esecutori, freddo, con zero coinvolgimento (e sono così quasi tutti i film di Marshall, anche quelli tecnicamente fatti meglio, vedi, in primis, Nine)
  3. insapore

Il doppiaggio di Fiamma Izzo, infine, contribuisce molto allo spaesamento…
Quando c’è da rendere le canzoni in italiano, chiamano la Izzo, che già ha asfaltato The Phantom of the Opera (2004) e quindi ha tutte le carte in regola per asfaltare anche questo…
Se in Frozen la Izzo non aveva fatto malissimissimo (male, sì, ma non malissimissimo), nel Ritorno di Mary Poppins il suo doppiaggio torna ai fasti del Phantom: è fatto di puccioserie degne di un negozio di peluches…
Né Domitilla D’Amico (sempre uguale a se stessa) né Serena Rossi si ascoltano su Emily Blunt…
È bene che Giorgio Borghetti (su Lin-Manuel Miranda, già inadeguato pesce lesso di suo) metta fine alle sue velleità canore…
Tutti gli altri doppiattori, inclusi anche i “mattatori” (Carlo Reali su Dick Van Dyke, Marina Tagliaferri sulla Streep, Stefano Benassi su Firth), agiscono di rimbambimento…

quindi, sì, Il ritorno di Mary Poppins conferma tutto il confermabile del vuoto pneumatico filmico odierno…

ovvio, ci sono film moooooolto peggiori, ma anche migliori

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: