«Inside Llewyn Davis» dei Coen: il lutto come incontro-scontro tra Arte e Industria

Finora abbiamo visto film che illustravano una intera parabola di un gruppo rock, vero o fittizio che fosse… e nei film che abbiamo visto si vedeva affinarsi un linguaggio che abbiamo visto spopolare in grossi successi mainstream di oggi: A Star is Born, Bohemian Rhapsody e Rocketman

Oggi iniziamo a vedere altri aspetti: vediamo quanto gli stilemi di quei film possono essere usati per altri tipi di film “musicale”…

Inside Llewyn Davis è un film che la musica la lambisce, ma non ne parla granché, impegnato in un messaggio complesso, che vedremo… il film che vedremo la prossima volta (tra un mese) è un lavoro più “documentaristico”, poi vedremo quanto il linguaggio che abbiamo visto affinarsi si adatti anche ad altri tipi di genere musicale: al balletto (vedremo The Company) e all’opera (vedremo Moulin Rouge!)…

Inside Llewyn Davis è un film particolare, che è industria senza esserlo, che è “artistico” ma con un management di cast e promozione del tutto industriale… è in pratica quasi come Walk the Line (ci sentiamo la stessa musica country, arrangiata anche dallo stesso musicista, T Bone Burnett), e, come Velvet Goldmine, ha al centro personaggi del tutto inventati, con molte allusioni a figure reali (Dave Van Ronk e naturalmente Bob Dylan), e ha una seria mancanza di una trama convenzionale…

È quindi una sorta di crasi tra i due film: una sintesi tra il linguaggio hollywoodiano spinto (che abbiamo visto nascere in Almost Famous e trionfare in Walk the Line) e l’avanguardia (che abbiamo visto in A Hard Day’s Night e Velvet Goldmine)…

Senz’altro d’avanguardia è la trama visiva, dei registi artistici (i Coen), dello scenografo (Jess Gonchor) e del direttore della fotografia (uno Bruno Delbonnel in spolvero)…

Di solito molto luminosi (con Roger Deakins), stavolta i Coen dànno mano libera a Delbonnel, che aveva cominciato crogiolandosi nel rosa più pacchiano con Jean-Pierre Jeunet (Amélie), e che proprio allora cominciava a “scurirsi” con David Yates (Harry Potter and the Half-Blood Prince, comunque ancora con toni rosa, vedi Lavanda e certe nuvolette)…

Delbonnel dipinge con ombre di colori freddi e cupi, spessissimo con vignettature laterali nerissime, e fa scoprire, ai di solito indifferenti e mobili Coen, il soffermarsi su stills pittorici, il gusto per il frame di contorno, la cura per il dettaglio d’atmosfera, e la citazione artistica modernista (l’Edward Hopper di David Lynch, Todd Haynes [il regista di Velvet Goldmine], e qualche anticchia di Tim Burton [con cui Delbonnel si avviava a lavorare])…

Mainstream è invece il trattamento degli attori, che erano tutte stelline, più o meno importanti: la Mulligan, Oscar Isaac, Justin Timberlake, Adam Driver…

Ci sono anche vecchie conoscenze dei Coen, tipo John Goodman…

Il film, freddo e cupo, onirico e glaciale, è diviso in tre parti, attorcigliate in un cerchio: le parti “esterne” (inizio e fine) vanno avanti abbastanza consequenziali, e propongono episodi ed eventi il cui centro è un protagonista abbastanza inconsapevole, un inetto alienato che prende decisioni idiote e si lascia sbattere dalle conseguenze come se non fosse neanche colpa sua (e infatti lui dà la colpa a tutti tranne che a se stesso, ma è lui che origina tutti i suoi mali)… un protagonista attonito che porta a un film dalla paratassi diegetica simile a quella di After Hours di Scorsese, o a quella del Maestro e Margherita di Bulgakov (a questo libro somigliano certe ingarbugliatezze burocratiche che il personaggio principale deve affrontare con nessuna cognizione di causa)…

Al centro di queste parti esterne, c’è una sorta di Catabasi, che comincia de abrupto, incorniciata e inframezzata da pesanti dissolvenze in nero (oltre che da tante dissolvenze incrociate designanti un lungo tempo che passa durante il viaggio New York-Chicago), che interrompono la consequenzialità… una Catabasi del tutto irrealistica, popolato da personaggi super-strambi, totalmente pazzoidi, e da situazioni completamente metaforiche (neve, sonno, buio, droga, gatti osservanti con cui trattare)… un centro che è forse viaggio inconscio, interiore, fatto per affrontare i propri fantasmi, i propri errori, e certamente i propri lutti, verso un guru, un demiurgo completamente sognato (e infatti appare spesso circonfuso da una luce “mitologica”)… Una Catabasi che, però, è ripresa, a parte pochi tratti, come le parti esterne…

Ne consegue che quell’onirismo inconscio della Catabasi potrebbe applicarsi anche alle parti più “normali”, più diegetiche, più consequenziali delle parti esterne… sicché anche la consequenzialità della “trama” potrebbe tutta essere “distorta”, mentale, e difatti la troviamo piena di simboli, simboli di scissione alienata e di simulacri da interpretare (il gatto, oppure i dischi che continuano a spuntare nei momenti meno opportuni: cose che sono insieme specchio e zavorra del protagonista, da cui non riesce a distaccarsi, in una sua autorappresentazione di loser dovuta al suo lutto, a cui ha finito per aggrapparsi)… e la “consequenzialità” della trama, infatti, si rivela subito finta, perché è in realtà coinvolta in un cerchio, in un loop nichilista, che ribadisce l’impossibilità di smarcarsi dai propri fantasmi…

In mezzo a tutto c’è un protagonista contraddittorio, il cui loop mentale di lutto lo rende del tutto idiota: tutto preso da un’idea sciocca di musica come Arte per l’Arte, rimprovera la Mulligan di usare la musica per guadagno, ma quando gli accademici gli dicono di cantare, il protagonista va in bestia affermando che la musica è il suo *lavoro*… e se è lavoro perché redarguire gli altri che lo trovano effettivamente un “lavoro”? (disprezza la canzoncina scema che compone Timberlake e, per contingenze quasi bulgakoviane, rinuncia ai lauti guadagni che la partecipazione alla registrazione della canzoncina gli darebbe)

Tutto questo che cos’è?

Denuncia del clueless Arte per l’Arte che non ce la fa a fare niente e dà la colpa agli altri che non riesce a fare niente?

Apologo di disperazione anarchica per la mancanza di anarchia, perché il mondo è burocratico, kafkiano, bulgakoviano (le astrusità fiscali sembrano quelle di Brazil di Gilliam) e chi è clueless, chi è Arte per l’Arte, non riesce a starci, per ego (il pensare che il figlio della Mulligan sia suo, per egocentrismo, e non pensare mai che la Mulligan possa mentire), per mancanza di svegliezza, e quindi questo mondo cattivo lo riempie di cazzotti…?

A Llewyn è da ridergli in faccia perché è cretino… o è da compatire perché è un artista che è, per fortuna filosofica, ma per sfortuna pratica, alieno da un mondo soldoso e kafkiano idiota…?

Il fatto che alla fine canti Bob Dylan, a dirci che il protagonista è forse solo in anticipo su un gusto che sta per esplodere, funziona solo come denuncia fatalista di un fato burlone molto crudele con gli umani verso cui è totalmente indifferente o beffardo?

Oppure è tutto una metafora inconscia di lutto, che riguarda il mondo intero, l’umanità intera: soggiogata dai propri sensi di colpa (i propri lutti), l’umanità non riesce a relazionarsi con nulla, né con la società che ha creato né con la natura foriera di messaggi per lui (il gatto) che rimangono inascoltati? e quindi è un’umanità che riesce a capire solo i cazzotti?

Alla fine i Coen che cercano di dirci?

Criticano l’artista perché l’artista è un demente?

O criticano un mondo burocratico, freddo (come i colori di Delbonnel), mai a misura d’uomo?

Anche a livello di idea di cinema i Coen presentano un conflitto: sono super-arte ma sono più consequenziali di Haynes: se Haynes diceva che il perdersi era la meta, il viaggio era la meta, i Coen invece vanno consequenziali nelle parti estreme del film (inizio e fine), mentre scolorano in sogno inconscio la parte centrale…

in pratica dicono che le parti estreme sono un “presentarsi del problema” che si snocciola, affronta, visualizza, nella parte centrale…

ed è un problema che ha a che fare con l’arte per l’arte e con il ridurre il mondo a misura d’uomo, oppure con lo “svegliarsi” dalle chimere, ed elaborare i lutti…

ma il sogno del centro, essendo il centro, a parte le dissolvenze in nero, ripreso come le parti estreme, ci suggeriscono, sotto sotto, che anche le parti estreme, all’apparenza consequenziali, possono essere “sogno”, “inconscio” e “metafora”… Anche qui i Coen sono un Haynes più user friendly: un Haynes formattato per l’industria… oppure un’industria intelligente che comunica a un pubblico di “massa” idee di arte più radicale (Haynes): a noi scegliere… sull’interpretazione della vicenda del film e sulla natura del film stesso…

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