La «Cinderella» della Sony con Camila Cabello

Un tempo c’era la TV…

Facevano tanti belli spettacoli in studio, sia seri (gli sceneggiati di Sequi, Majano, D’Anza) sia parodici (la Biblioteca di Studio Uno di Antonello Falqui e Gino Landi)…

Erano cose poco apprezzate dai teatranti veri, ma tanti teatranti ci lavoravano lo stesso… e col tempo la nostalgia ha fatto il suo lavoro, e quegli spettacoli TV (gli sceneggiati) oggi sono considerati bellissimi, il meglio che la TV abbia mai prodotto (secondo tanti non solo a livello italiano)… almeno quelli seri…

…ma anche quelli parodici non se la cavano male…
…e quelli parodici ebbero moooooolta “fioritura”…

L’ultimo episodio della Biblioteca di Studio Uno fu un’Odissea (era il 1964)… c’erano il Quartetto Cetra e tante altre celebrità a canticchiare canzoncine famose riadattate a scopi comici per prendere in giro Ulisse, Calipso, Circe e tutta la baracca…
era roba che non era nuova per niente (tutti i teatri fecero cose simili in *tutti i tempi*, perfino nella Grecia Antica, dove c’erano i drammi satireschi), ma divertiva tantissimi…

Nel 1991, Beppe Recchia, per la Fininvest di Berlusconi, fece un remake di quell’Odissea, con volti Fininvest (da Gerry Scotti a Maurizio Seymandi: Elena di Troia era Giannina Facio, quella che dopo 9 anni sarebbe diventata la compagna di vita di Ridley Scott: si sono sposati nel 2015)…

La formula, ripeto, era vecchia come il mondo, ed in quegli anni era usata, tra i tanti, anche dalla Premiata Ditta nei loro sketch teatrali (vedi Gallina vecchia fa buon Broadway) e televisivi…

Mentre alla RAI, dopo il 1975, si stancarono di fare tali carnevalate, alla Fininvest il carnevale diventò una formula sistematica per quasi tutti gli show prodotti…
in special modo per il contenitorone della domenica, cioè Buona Domenica, ideato nel 1985 da Maurizio Costanzo contro la Domenica In della RAI (ideato soprattutto da Corrado nel 1976 e giunto al successone con Pippo Baudo, dal 1979 al 1985, e da Mino Damato e il Trio Solenghi-Marchesini-Lopez dal 1986)…
O meglio: la formula della parodia musicale comicarola con le canzoni famose e gli attori truccati da personaggi dei romanzi è arrivata nella Buona Domenica del 1991-’92, quando, proprio sull’onda del successo dell’Odissea del ’91, Silvio Berlusconi affida a Beppe Recchia la gestione del contenitore domenicale al posto di Costanzo. Recchia sposta la produzione da Roma al mitologico studio della Fininvest di Cologno Monzese, nella altrettanto mitologica Milano 2, intorno al mitologicissimo Palazzo dei Cigni (tutta roba che Berlusconi aveva costruito coi soldi della mafia tra 1970 e 1979: lo studio però si inaugura nel 1984), e incarica della conduzione i proverbiali Marco Columbro e Lorella Cuccarini!
Sono loro, e poi i loro successori (Gerry Scotti e Gabriella Carlucci), fino al 1996 (quando Buona Domenica torna a Roma nelle mani di Costanzo e dell’a quel tempo drogatissimo Fiorello), a inzeppare le giornate festive della gente con i romanzi famosi presi in giro con le canzoncine poppettare in scenette riprese in studio, prima registrate e poi in diretta (fino al 1992 la RAI aveva il monopolio del live televisivo, cosa che Berlusconi aggirava con mezzucci talmente vieti e logori da far vacillare qualsiasi fede nell’azione penale italiana), dove, effettivamente, c’era da apprezzare almeno lo sforzo per cucire i costumi!

La Buona Domenica di Recchia-Columbro-Cuccarini e compagnia divenne verbo in tutta la Fininvest, tanto che anche il contenitore pomeridiano *feriale* di Rete4, in onda tutti i santi giorni a corollario delle telenovelas brasiliane, adottò la formula delle parodie romanzose comicarolo-musicali…
Quel contenitore pomeridiano di Rete4 si intitolò, dal 1989 al 1996, Buon Pomeriggio (poi lo cambiarono con vari altri epiteti: A casa nostra, Buona giornata, Buongiorno Amica e altre sciocchezze), ed era portato avanti da Fatma Ruffini con Patrizia Rossetti e Giorgio Mastrota…
Le prime edizioni furono lavorate in uno studio milanese sui Navigli, ma poi, dopo il successone della Buona Domenica di Recchia (che giungeva perfino a sorpassare gli ascolti della Domenica In, intanto passata a Toto Cutugno e Alba Parietti), anche Buon Pomeriggio fu trasferito a Palazzo dei Cigni, e anche Buon Pomeriggio si mise a fare le scenettine romanzesche canore: una si intitolava La vera storia della donna del mistero, parodia della telenovela Donna del mistero, e vedeva protagonisti Rossetti con i Ricchi e Poveri, Sandra Milo e Orietta Berti!

Varie celebrità che si prestano a fare le sceme in uno studio, truccate in crinoline e in costumi sfarzosi ed esagitati, pagate per cantare in playback canzoncine poppettare idiote riprese da una troupe multicamera che va d’istinto con gli stacchi senza apparente pianificazione preliminare di edizione
Tutto questo è stata la TV commerciale italiana per ben 5 lunghi anni, con Fininvest che poi diventa Mediaset nel 1993…

Non so cosa abbia determinato le trasformazioni Mediaset del 1996: magari davvero lo scorporo azionario di Mediaset dall’ancora esistente Fininvest, fatto apposta proprio nel ’96 per far credere ai ghiozzi che Berlusconi [nel frattempo presidente del consiglio (dal 1994 al 1995) e poi capo dell’opposizione a Dini, Prodi, D’Alema e Amato appunto tra ’96 e 2001] «non aveva più niente a che fare con le sue TV», volle dire qualcosa per la produzione televisiva: nel 1996, per esempio, il rampollo Pier Silvio Berlusconi diventava direttore dei palinsesti e cambiano diversi direttori di rete (il nuovo direttore di Rete4 decide di “degradare” Patrizia Rossetti e Giorgio Mastrota alle televendite)…

Oppure davvero la gente s’era stancata di vedere le celebrità cantare le canzoncine in calzamaglia…

…fino a oggi…

La Cinderella della Sony su Amazon Prime ci ripropone quello sfarzo della TV commerciale italiana del 1991-1996 in tutto il suo splendore

è difficile parlarne

perché, in ogni caso, la gente chiamata dalla Sony non è Patrizia Rossetti: è gente che, bene o male, di mestiere fa l’attore-cantante nell’industria musical-teatrale, o è pop star stipendiata… perciò l’effetto baracconata e carnevalata è un pochino meno presente…
…ma non è assente…

Cinderella,

  • pur con molte riprese esterne, è girato in studio in Inghilterra (ai Pinewood Studios) come gli sketch di Recchia erano girati in studio a Milano,
  • è parlato e cantato in british da star che si sforzano di fare i british determinando una sorta di estraniamento sonoro (non pochi sono i britannici nel cast, con Brosnan che è irlandese, ma la cubano-americana Cabello canta la parola “one” quasi come se fosse “wine”, e credo che la colpa non sia tutta della metrica) simile all’intruglio romano-milanese di Columbro e Cuccarini,
  • ha intenti del tutto pubblicitari come televendite erano bene o male gli show Mediaset (in Cinderella ogni cosa è product placement, anche quando non sembra),
  • è costituito da continui stacchi di montaggio: la cosa si giustifica col dare estro ritmico ai pezzi musicali, ma gli stacchi sono davvero tantissimissimi, e interrompono anche diversi movimenti di macchina, cosa che fa sbandare diversa continuity: quasi nessuno stacco di inserto si ricongiungere con la ripresa master in modo cristallino: ci sono sempre slittamenti, iati, gap… la cosa sarà certamente voluta, perché in effetti determina una concitazione riflettente la performance musicale ripresa, ma alla lunga dà anche l’idea che la post-produzione sia stata fatta in fretta, oppure addirittura che Cinderella sia stata girata in multicamera, come girava Recchia!
  • ha costumi costosissimi (di Ellen Mirojnick) come ce li aveva la Cuccarini,
  • ha le canzoncine poppettare rimasticate nel testo, come erano quelle di Patrizia Rossetti,
  • ha, per fortuna, un occhio più attento alla costruzione del set e a certe brillantezze fotografiche, ma si vede che quella costruzione è fatta a favore di macchina, come a favore di macchina era lo studio multicamera di Recchia…

perciò boh… vedere Cinderella per me è stato un rientro negli anni ’90 italioti molto particolare…

un rientro che si è giustificato con l’aggiornamento della fiaba più arrivista del mondo (la Cendrillon che anche Bettelheim si arrampica sugli specchi per allontanare dalla pura glorificazione dell’arrampicamento sociale!) in termini femminili e genderisti, e nei termini di andare oltre le imposizioni di tradizione: un aggiornamento che in effetti si può dire che regga, se riferito al target che è evidentemente precipuo destinatario dell’operazione… e questo forse lo vedremo dopo…

…ma è un aggiornamento che comunque è lì a dirti di fare o l’imprenditore di te stesso, e cioè di aprirti una schiavistica partita iva, o diventare commerciante e quindi lavorare 24/7 e cazzi tuoi su ferie, pensione e vita privata, o di diventare il galoppino di un potente che ti paga anche lui per lavorare 24/7 in giro per il mondo! Un potente che tu trovi frequentando le persone giuste, gli ambienti giusti, i ricconi e gli “imprenditori”, quelli che, nell’ottica neoliberista di questo aggiornamento di Cendrillon, sono gli *unici* che creano e dànno lavoro…

La cosa spiazza perché il “frequentare le feste giuste” con gli “imprenditori” e i ricconi visti come gli unici che dànno lavoro (sennò l’unico modo per lavorare è farti anche tu “imprenditore” di te stesso!) è un mito quasi alla Wall Street

E se poi lavori 24/7 per un riccone che differenza c’è col farti mantenere da un matrimonio con chi non ami, cioè la cosa che, nella narrazione di questa Cinderella, si *contrappone* al fare l’imprenditore di te stesso…?

E come mai il lavoro è solo “impresa” e mai un diritto in questa Cinderella?

Boh…

magari perché l'”impresa”, in perfetta voglia puritana pluricentenaria di glorificazione del self-made man, coincide col tuo essere: e quindi, sì, farti mantenere dal matrimonio è diverso dall’essere commerciante imprenditore di te stesso o dal farti mantenere dal datore di lavoro imprenditore o riccone (anche se col datore di lavoro finisci per essere “ugualmente sposato” 24/7) perché il datore di lavoro ti paga per *essere il tuo lavoro*, mentre se tu facessi il tuo lavoro diciamo per hobby all’interno del matrimonio allora tu *non saresti il tuo lavoro* e per il self-made man lavoro e persona coincidono per forza, perché il lavoro è vocazione, è modo di essere (oddio, che palle!)

Naturalmente il lavoro da fare, pur schiavizzato dal riccone/imprenditore o autoschiavizzato, è un lavoro “creativo”, ovvio: come se i lavori non creativi avessero meno dignità, o come se non si potesse essere creativi fuori dal lavoro, poiché, naturalmente, la vita coincide col lavoro!

C’è, ovviamente, anche il sogno arrivista classico di tutti i film di questo tipo, finora espresso per diventare cantante, attore, ballerino o popstar (nei vari ed eventuali Save the Last Dance e triliardi di altri esempi), che in questa Cinderella si esprime, pur traslato, per diventare imprenditore di te stesso!
Vabbé, la canzoncina che determina questo desiderio di espressione/determinazione, la solita canzoncina ritrita del «io sarò the one, sarò famoso, stupendo, bellissimo, spaccherò i culi e vivrò della mia arte senza mai menzionare le notti insonni a lavorare e nemmeno i cartellini timbrati per rendicontare!», quella canzoncina potrebbe essere intesa come arrivismo tout court, o come determinazione a *decidere* senza precostrutti cosa diventare, perciò, di per sé, è meno odiosa di quanto sto dicendo: diventa un po’ più odiosa perché poi è la diegesi del film ad applicarla al neoliberismo dell'”imprenditore di te stesso”: è come se la canzoncina cantasse: «e io sarò come Briatore e farò un sacco di soldi perché i soldi sono la cosa migliore del mondo!» [almeno in A Chorus Line di Attenbourough o nei film di Alan Parker non si taceva la componente di work e di professionismo: i ragazzi di A Chorus Line non è che diventano star coi miliardi, diventano semplice e dignitisossima *gente che lavora* secondo contratti e condizioni ben precise! — anche nella Little Mermaid della Disney, Ariel vuole autodeterminarsi, ma mica attraverso i soldi!]

Questo soldismo di Hollywood è vecchio…
In quella merda di La La Land, Emma Stone sembra abbia il sogno di fare lo spettacolino, ma quando lo spettacolino lo fa ci rimane male perché glielo vedono in tre persone… e allora viene fuori che il sogno non era fare lo spettacolino, ma era fare i soldi!
Nelle cagate di film di David O. Russell, tipo Silver Linings Playbook o Joy o American Hustle, i protagonisti sono dei disperati che smettono di essere disperati solo quando fanno i soldi (e in Silver Linings Playbook i soldi li fanno col gioco d’azzardo, e nessuno dice nulla; in American Hustle li fanno addirittura facendo un patto con la mafia, e per tutti è ok! Proprio pecunia non olet!)…
Questa Cinderella si instrada su questo sentiero ben preciso…

In Cinderella vediamo tutta la “filosofia del lavoro” neoliberista impressa in un gioiellino di cartapesta confezionata in studio, scintillante di canzoni e di belle faccine…

La cosa, ripeto, spiazza…

perché intorno a questo sottobosco lavorativo, l’aggiornamento in termini femminil-genderisti della vicenda è carinamente fiabesco e infantile come dovrebbe essere…
la fluidità delle identità sessuali è impagabile,
la naturalezza del dire quanto sia assurdo relegare le donne a mamme e sguattere è erogata con sicurezza,
la ragazzina che alla fine diventa re è adorabile!
il far diventare Cinderella sì schiava di una riccona ma anche, nel contempo, far scegliere al principello come vivere la sua vita, e farli anche partire insieme, nella general rejoicing (come nell’Oiseau de feu di Stravinskij), è carinissimo!
…per il target di riferimento, cioè i bimbi di 6-7 anni che guarderanno ‘sta roba sul computer o sul divano di casa, Cinderella è il massimo: i tuoi idoli supersonici (Cabello, Menzel, Corden, Porter) ti dicono che puoi diventare quello che vuoi senza gabbie pregiudiziali: la cosa è impagabilmente nutriente

Alla fine, quindi, lo spiazzamento si livella con la consapevolezza di stare vedendo una idiozia innocente, fatta per far ridere i ragazzini, e che quei ragazzini li fa ridere per davvero: una idiozia davvero identica all’Odissea di Recchia, con battutine facili, vecchie glorie imparruccate (qui c’è Brosnan vestito da soldatino sabaudo), e tanti bei giovanotti da rodare nel teatro musicale…

Ma rimane, leggero, l’amaro in bocca che tutta l’autodeterminazione, femminile e genderista, sanamente presentata, finisca per applicarsi a un mondo Wall Street
…cioè, líberati e sii come vuoi, certo, ma tanto poco cambia perché, sotto sotto, ESSERE siamo tutti uguali, cioè imprenditori e lavoratori che si muovono solo e soltanto per ricchezza e plusvalore: il mondo è del denaro: denaro che ce l’hanno in pochi per lignaggio e sfruttamento, e che in tanti devono raggiungere facendosi sfruttare o autosfruttandosi diventando “imprenditori di se stessi”…
…la serenità, il vivere felici e contenti, per i protagonisti di questa Cinderella è sì trovare se stessi, ma quei “se stessi” sono al lavoro 24/7! La felicità è, quindi, lavorare 24/7!
…wow…
proprio «If it’s a million to wine, I’m gonna be that oneey!»: l’uno su un milione di lavorare 24/7, che purtroppo non è uno su un milione: grazie a film come questo, siamo un po’ tutti!
…ahia!

Almeno Cruella aveva maggiori argomenti visivi, e, pur nella paccottiglia, è stata più brava a far prevalere la definizione personale e la lotta con l’Es sull’arricchimento…
Cruella è quindi molto più simile all’utopia di Che fare? di Černyševskij (vedi il post contro la violenza di genere), cioè il fare qualcosa di diverso con l’industria, qualcosa a partecipazione sociale più a misura d’uomo e, soprattutto, a misura e conduzione femminile: l’impresa finale di Cruella è consociativa e si contrappone al neoliberismo di Emma Thompson, mentre in questa Cinderella, dopo avercela menata sulla necessità di liberarsi dagli stereotipi, e averci detto che il principe può anche autodeterminarsi invece di regnare per forza, fa partire i protagonisti per farsi schiavizzare dalla regina solo e soltanto per denaro!

Boh…

In tutto questo, la povera Camila Cabello risulta simpatichina e fatta apposta per far spuntare un sacco di brufoli in tutti i 13enni del mondo, e nella sua nanerottolezza non viene ammiccamente sessualizzata come le succede nei post di Instagram e nei videoclip (e come succedeva alle povere donne che nel ’91 partecipavano agli show di Beppe Recchia!): quindi si può dire che le è andata bene! Benché nella post-produzione frettolosa di questa Cinderella (la cui principal photography è stata anche pausata più volte a causa del Covid), si veda tantissimo la diversa gestione tra campi lunghi e primi piani, cosa che rende tutta la sua performance più simile a una rimbecillenza disneyana argentina (simile a Violetta, per capirsi) che a un qualcosa di “compiuto”…
…non lo so se per lei si apriranno davvero vari spiragli hollywoodiani…
…anche perché la Sony, sarà stato per il Covid, o per la post-produzione problematica, ha deciso bene di distribuire ‘sta cosa come un pacchetto TV da testare: forse capirà cosa fare con operazioni simili in base ai click ricevuti (dimenticandosi che i click veri non dicono un accidente)

32 risposte a "La «Cinderella» della Sony con Camila Cabello"

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  1. Dalla tua recensione molto accurata (mi ha molto sorpreso il paragone con le televendite italiane degli anni ’90) il film sembrerebbe essere… Boh.
    Sembra una rivisitazione molto strana che cerca di aggiornare una favola che ha origini antiche ma allo stesso tempo sembra vecchia. Non lo so, credo di doverlo vedere per giudicare meglio, ma la tua perplessità era molto visibile (almeno su alcuni punti di vista).

    1. Sì sì, vedilo: così se ne parla!
      Io proprio non so se considerare il montaggio frettoloso completa imperizia o un tentativo estetico che non colgo…

      1. Di solito quando è così penso proprio che sia un goffo tentativo di dare ritmo alla storia. Tipo una scopiazzatura fatta male dei montaggi di Edgar Wright. Però è meglio che non giudico, visto che la pellicola non l’ho ancora vista.

  2. Non avendo mai guardato la tv del pomeriggio, riesco a immaginare solo vagamente il contenuto.
    ‘Sto Cinderella lo vedo giare da qualche giorno, lo guarderò, ma temo di stancarmi dopo dieci minuti…se ci arrivo.

      1. Vedo passare spesso dagli archivi Rai cose interessanti in bianco e nero, erano sicuramente migliori della roba più recendto.

      2. Avevano la grandezza di non prendersi poi così sul serio. Di essere cioè roba seria fatta da professionisti e mai con la presunzione di essere “arte”. Oggi forse vengono additati come capolavori assoluti in modo un po’ troppo adorante…

  3. No adoro
    Hai demolito ah che mi era piaciuto e di cui ho un ottimo ricordo

    Per me il cenerentola migliore è quello con drew barrymore e quello con hilary duff dal punto di vista adolescenziale

    Ma questo film proprio non mi ispira

    1. Io ho problemi con “Cendrillon”…
      ma mi piace “Pretty Woman”…
      è bellissima l’opera di Massenet, almeno ha motivi musicali dolcissimi (quella di Rossini non la reggo)…
      stupendo ma in fondo molto triste il balletto di Prokof’ev (ascoltandolo bene si capisce che “c’è qualcosa che non va”, come in altri lavori fiabeschi che Prokof’ev compose in quel periodo, tipo “Il brutto anatroccolo” o lo stesso “Pierino e il Lupo”)…
      Adoro, ovvio, il film Disney, per diverse ragioni non oggettive…
      …e molto carina la parte di “Cinderella” in “Into the Woods” di Sondheim (e del film che ne ha tratto Marshall)…

      American Hustle (ho dovuto sforzarmi per capire cosa volevi dire con “ah”) no, non l’ho sopportato…

      1. Sorry per l’acronimo allora
        Lol, nn sono cosi dotto: domani controllo i registi per capire a quali opere ti riferisci 🤣

  4. Ho visto solo qualche spezzone pubblicitario che in effetti non mi ha suscitato interesse, ma è bellissimo leggere le tue analisi perché sono degli excursus spazio-temporali fantastici!
    A parte che … veramente Gianina Facio è la moglie di Ridley Scott?!
    Io sono anche un po’ bipolare nel senso che: il Quartetto Cetra per me è sì, è un Amarcord, mentre Beppe Recchia e compagnia Fininvest sono sempre stati meno nelle mie corde.
    Al netto di questo, perché sprecare l’occasione di questo messaggio riuscito e fluido che dici ,per poi buttarla tutto su lavoro 24/7 e soldi soldi soldi?
    Che tristezza …
    Hai ragione: non siamo solo il nostro lavoro e soddisfazione professionale non deve per forza equivalere a ricchezza.
    La Cenerentola di Drew Barrymore mi piace anche solo perché cita Utiopia.
    La AH io non la so …
    Into the woods, visto in lingua originale, in effetti è stato comunque una sorpresa.
    Pretty Woman <3
    La la land invece fa arrabbiare.
    Chrorus Line è riuscito a sembrarmi vero.
    Cenerentola Disney non animazione non lo prendo neanche in considerazione a questo punto meglio Shrek e la Fata Madrina suocera, o no?

    1. Eeeeh, a me invece la Cenerentola di Branagh piacque… ma io sono fan di Branagh: non sono obiettivo!
      Però il cartone del ’50 è migliore, ovvio!

  5. Agli inizi del 500 Martin Lutero rivoluzionò il mondo cristiano introducendo la dottrina protestante. Uno dei capisaldi di tale dottrina era la teoria della predestinazione, ovvero la convinzione di Lutero per cui la salvezza di un uomo non dipende da come si è comportato durante la sua vita, ma dalla grazia di Dio, che ha già deciso se salvare o meno ognuno di noi prima ancora della nostra nascita.
    A quel punto però per i suoi fedeli si poneva un problema non da poco: io protestante come faccio a capire se Dio vuole salvarmi oppure no? Io lo voglio sapere subito, non voglio passare tutta la vita con quest’angoscia per poi scoprirlo solo dopo la mia morte.
    Una corrente dei protestanti (i cosiddetti calvinisti) elaborò una risposta davvero particolare a questa domanda: secondo loro era possibile capire se un individuo era destinato o meno alla salvezza eterna dal successo che aveva nel lavoro e nella vita in generale. Infatti se riuscivi a trovare un buon lavoro, fare i soldi e avere successo voleva dire che Dio ti aveva preso sotto la sua ala, che aveva un occhio di riguardo per te, e quindi che avevi un posto assicurato in Paradiso.
    Questo modo di ragionare aveva 2 conseguenze;
    – per i calvinisti raggiungere i soldi e il successo era una vera e propria ossessione;
    – i calvinisti valutavano gli altri unicamente in base ai soldi che avevano: se sei ricco Dio ti vuole bene e quindi sei un grande, se sei povero Dio ti disprezza e quindi ti disprezzo anch’io.
    Una buona parte degli europei che per primi colonizzarono l’America era composta da calvinisti, ed è per questo che tuttora è rimasta nella cultura americana quest’idolatria nei confronti del denaro e questa tendenza a giudicare gli altri sulla base di ciò che hanno e non di ciò che sono. Nessuno stupore che Cinderella rifletta questo modo di pensare.

    1. Certo, e dati i tanti anni passati, la consapevolezza dei drammi accaduti per via di questo modo di pensare (denunciati con lucidità da tanti fattori, e anche da grandi opere d’arte ammonitrici) e il pressapochismo di considerare i “popoli” e le “dottrine” come qualcosa di immobile e immutabile nel tempo (tutto dimostra che qualsiasi modo di pensare si adatta: basti pensare all’ebraismo dopo il 1789 e al cattolicesimo dopo Giovanni XXIII [che purtroppo ha anche avuto la reazione di aberrazioni appunto capitalistiche come è il “gruppo” di Comunione & Liberazione]), auspicare che quando fai un film tu lo faccia un po’ più “presente”, invece che seicentescamente “calvinista”, forse non è un brutto auspicio…

      1. Circa un mese fa ho letto sul Fatto quotidiano un articolo su Comunione & Liberazione. L’autore affermava che la Cartabia sta troncando ogni rapporto con questa specie di setta, perché è consapevole che i suoi legami con essa potrebbero essere un ostacolo decisivo nella sua corsa verso il Quirinale.
        Se la Cartabia ha preso questa decisione, vuol dire che ci conta veramente tanto di diventare presidente della Repubblica. A mio giudizio però lo scenario più probabile è quello che ha tracciato Rai News qualche giorno fa: Mattarella si fa rieleggere, tiene in caldo la poltrona a Draghi per un anno e poi dopo le elezioni del 2023 si ritira a vita privata.
        Per te chi ha ragione, il Fatto quotidiano o Rai News?

      2. Io non gradisco le rielezioni dei Presenti della Repubblica, mi sembrano scemenze (quando rielessero Napolitano mi arrabbiai tantissimo). Non tendo a essere “fan” di nessuno (forse solo di James Conlon, Myung-whun Chung o Igor Stravinskij), e quindi non sono fan di Draghi: tutti gli osanna che gli fanno mi imbarazzano, e pensare che quegli osanna possano durare 7 anni (se lo fanno PdR) mi spaventa… ma a me piace essere stupito e cambiare idea: appena eletto consideravo Mattarella inutile, che parlava quando c’era da stare zitti e stava zitto quando c’era da parlare, adesso lo considero uno dei migliori presidenti della repubblica di tutti i tempi, quindi chissà…
        Io sono un comunista idealista, quindi io al Quirinale ci voglio addirittura Bersani, se proprio non volessero eleggere Civati! ahahah!

      3. Per essere eletto presidente della Repubblica devi prendere una marea di voti, e quindi devi piacere un po’ a tutti. Bersani non piace alla destra (per quel “Berlusconi si deve dimettere” che lui ripeteva come un mantra) e neanche alla sinistra, perché fondò Liberi e uguali per il puro gusto di fare un dispetto a Renzi (sottraendogli qualche punto percentuale che gli avrebbe fatto molto comodo), e così facendo contribuì a far perdere le elezioni all’intera sinistra.
        Tornando all’argomento precedente, puoi elencarmi qualcuna delle opere d’arte ammonitrici a cui facevi riferimento prima? E quali sono i tanti fattori a cui alludevi?

      4. Guarda, così a memoria, e a mio modestissimo avviso, le più lucide critiche al capitalismo weberiano che dici tu sono:
        1) “Catch-22” (Comma 22): già il romanzo di Joseph Heller è lucidissimo, e ancora più truce è il film che ne ha tratto Mike Nichols (non ho visto la serie recente di George Clooney)…
        2) naturalmente “Elysium” di Neill Blomkamp…
        3) ovviamente “Wall Street” di Oliver Stone…
        4) senza dubbio “Cosmopolis” di Don De Lillo (col film di David Cronenberg)
        5) “Missing” di Costa-Gavras…
        6) “Dark Waters” di Todd Haynes…
        e sto andando sui recenti, sennò potrei tirare fuori i soliti Dickens (Hard Times), Cernysevskij e compagnia bella…

        Tra i diversi saggi che illustrano lo strazio del capitalismo weberiano di primo acchito mi vengono in mente:
        1) “This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate” di Naomi Klein (l’ha tradotto Rizzoli)
        2) “Sapiens” di Harari
        3) il mattone “Il lavoro nel XXI secolo” di Mimmo De Masi

        i fattori principali, tra i tanti, che io imputo al capitalismo weberiano sono
        1) che dà un prezzo a tutto (perfino ai farmaci salva-vita o all’acqua),
        2) si ritiene “libero” e concorrenziale (con ancora evocata addirittura la vecchia “mano invisibile” di Adam Smith) quando invece è regolatissimo con regole che lui stesso si impone per mantenere quelli che sono enormi monopoli costruiti solo e soltanto su roba ritenuta redditizia e su nient’altro,
        3) alimenta l’economicizzazione di tutto, perfino della personalità…
        4) le cose ritenute redditizie dal “mercato”, sono le cose che inquinano e che abbisognano di sfruttamento degli esseri umani…
        5) si è reso “favola” e “sogno”, tale che tutti voglio “fare i soldi”, anche quando sa benissimo che per fare i soldi nel modo che dice il mercato occorre sfruttare qualcun altro e contribuire a dividere il mondo in nord e sud: il nord che sta bene sul sangue del sud che sta male (e deve stare male perché è al sud che ci sono quelle cose secondo il mercato redditizie, lo sfruttamento delle quali, dicevo, il mercato regola come vuole alla san fasò solo per lasciarle al nord del mondo, al nord, appunto, dove risiedono i “mercanti” [sto parlando di “nord” e “sud” ideali, non certo geografici, anche se, oggi, si sta quasi davvero realizzando la divisione anche a livello geografico)

      5. Ti ringrazio per la tua dettagliatissima risposta, e ti faccio un’ultima domanda: cosa intendi dire quando affermi che l’ebraismo si è modificato dopo la rivoluzione francese? Confesso di non riuscire a trovare un nesso tra quell’evento e la religione ebraica…

      6. è tutto spiegato nell'”Ebraismo” di Norman Solomon (testo simpaticissimo e scritto in modo confidenziale):
        al momento della Rivoluzione francese, la religione ebraica si divise tra chi sposò in toto le idee illuministe e la “dichiarazione dei diritti dell’uomo” e chi se ne accostò con maggiore riserbo… questo produsse, in aggiunta alle secolari distinzioni (Sefarditi, Ashkenaziti e le miriadi di “specialità” ebraiche sparse in tutto il mondo dopo la diaspora del 79 d.C.), principalmente, tre grandi “idee” ebraiche: l’ebraismo riformato (quello oggi più diffuso in “Occidente”), l’ebraismo ortodosso di tipo moderno, l’ebraismo ortodosso di Haredi (coservatore) e l’ebraismo ortodosso propriamente detto (ultra conservatore)…

      7. Avevo detto che quella sull’ebraismo sarebbe stata l’ultima domanda, ma rileggendo la nostra conversazione me ne è venuta in mente un’altra: in che senso a tuo giudizio “Missing” di Costa Gavras si configura come una critica al capitalismo weberiano? Io l’ho interpretato come una critica ai totalitarismi, e quindi a mio giudizio il regista parlava di politica, non di economia…

      8. A parte che l’economia è purtroppo politica (come tutto, del resto: anche decidere come gettare i rifiuti è politica), Costa-Gavras smaschera che la CIA ha appoggiato Pinochet per ragioni “economiche” di capitalismo (lo dice proprio l’ambasciatore nel finale: “There are over three thousand US firms doing business down here. And those are American interests. In other words, your interests. I am concerned with the preservation of a way of life”; a quel punto, geniale, Costa-Gavras fa dire al militare che il “way of life” preservato è bellissimo, ma Jack Lemmon sardonico dice: “Maybe that’s why there’s nobody out there” notando come davanti all’ambasciata cilena in USA non ci sia anima viva!): gli USA non potevano reggere a una gestione nazionalizzata delle risorse del Cile: come non possono, tutt’oggi, reggere a un cambio di rotta economica “effettivo” nei paesi lì intorno (Nicaragua, Panama, Venezuela, Argentina, per non parlare del Brasile, della Colombia ecc.): sai che risate se capi di bestiame e cocaina venissero controllati da governi “altri” (e da mafie altre) rispetto ai “classici capitalisti”; oppure se quei paesi producessero una loro soda al posto della cocacola (e sono paesi dove l’acqua costa miliardi ma la cocacola pochi centesimi, e sono centesimi, tantissimi centesimi, che non vanno certo nelle tasche di chi vende la cocacola al dettaglio!)

      9. Pur essendo molto significativo, mi ero totalmente dimenticato di quel dialogo, e quindi non ho saputo cogliere quest’ulteriore critica di Costa Gavras.
        Riguardo alla Coca Cola, pensa che non la bevo addirittura da 18 anni. All’inizio del liceo infatti cominciai a tenere molto alla mia igiene orale, e quindi eliminai completamente questa bevanda, che danneggia lo smalto in maniera devastante. Ricordo ancora l’ultimo sorso che mi concessi, nel lontano 2003: ero in vacanza a Madrid, in Spagna avevano introdotto la Pepsi Twist (che in Italia ancora non c’era), e io per curiosità ne bevvi una lattina. Era buonissima, e quindi è stato un bell’addio al mondo della Coca Cola e affini. Grazie ancora per la tua pazienza e per la stimolante chiacchierata! :)

      10. Anche io da quando ho assaggiato la Molecola e la cocacola della Galvanina, la Coca Cola la uso per togliere il calcare del bagno e come antiruggine: per quegli scopi è imbattibile!

  6. Non ho visto il film ma da quello che racconti ci ho colto un paradosso simile a quello della Principessa e il Ranocchio, dove viene mostrato che ti puoi dare da fare quanto vuoi nella tua vita ma poi senza i soldini del principe non ce la fai… E un po’ dell’ingenuità dell’ultimo Aladdin, dove la principessa alla fine diventa sultano ma, visto che fino al giorno prima non sapeva che il pane si dovesse pagare, ci si domanda se sia davvero un bene… Insomma, mi pare che la Disney (specchio del nostro presente) stia soffrendo di un periodo di vuoto tra i vecchi valori che trasmetteva e i nuovi valori che ancora non sono ben definiti. Ci dice che la donna per essere felice non ha necessariamente bisogno del principe azzurro ma è ancora dubbiosa su cosa sia che fa davvero felice la donna. Non per niente Soul alla fine non ci mostra quale sia la scelta finale del protagonista, perchè sembra troppo difficile oggi determinare cosa faccia vivere “per sempre felici e contenti”. I cartoni e i film non sono che il riflesso di una crisi forte di valori che stiamo vivendo tutti. Comunque vedrò il film e penserò tutto il tempo a Lorella Cuccarini :)

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