Il papiro del 2021/2022

Gli altri papiri sono in Indice

Papiro risicatissimo, di soli 25 titoli…
Però più dell’anno scorso, quando sono stati solo 13…
ma ci sono 6 film visti non in sala per cui però si spenderanno meno parole…

E vabbé…

La riduzione della mia presenza in sala è dovuta al lavoro, che adesso è parecchio “inglobante”: le ore settimanali da garantire sono tante e in “turni” spalmati anche nel weekend…

e invece che al cinema, ho dedicato gran parte del mio tempo libero a Golding e a un sacco di roba “raccattata” dal vivo (in questa estate, oltre a The Witches Seed, di cui ho parlato per non rischiare il divorzio, c’è stata perfino Cristina D’Avena a Piombino! e io sono andato a vederla, tornando a casa alle 3 del mattino e poi andando a lavorare la mattina alle 8: proprio come i fan sfegatati! e non vi ho parlato di quell’esperienza proprio per mancanza di tempo e raziocinio! ma Cristina è stata bravissima, anche se, purtroppo, il cantare con la base non l’aiuta ad eccellere!)

eh oh…

inutile lamentarsi…

oltre a Golding non ho neanche letto un cacchio… accidenti!
Il lavoro ti dà da mangiare ma ti “inaridisce” culturalmente: che cacchio dé!
Ma o bere o affogare!

Ma cercherò di recuperare in tutti i modi!

Ci sono:
4 SuperDown
7 Down
2 Not so Down
2 Not so Up
6 Up
4 SuperUp

per quelli che sono stati film quasi sempre troppo lunghi e quasi sempre autocompiaciuti nei soldi spesi per farli…

1) THE SUICIDE SQUAD — James Gunn — Warner Bros. — Up!
Mica brutto!
Gunn, da me sempre considerato un demente, trova l’equilibrio tra le risate comicarole del non prendersi mai sul serio, la necessità degli adynaton del film di supereroi (che riesce insieme a prendere in giro e a rispettare quasi alla lettera: ne esce una baracconata controllata assai particolare: insieme parodia e genere: davvero interessante: quando sei lì a ridere per una canzonatura di uno stilema dei cinefumetti, quello stilema si trasforma in un elemento centrale della trama e dello showing: soluzioni davvero “geniali”), e la possibilità di argomentare, di “dire qualcosa” di vagamente sociale, per non fare proprio una sciocchezzuola scacciapensieri del tutto gratuita…
Parliamoci chiaro: è un film in cui si picchiano e basta…
ma rispetto ad altri ha una non disprezzabile critica di come viene condotto il potere, e ha argomenti visivi (tra macchina a mano e peculiarissima gestione delle scene d’azione, spesso concentrate sull’agente dell’azione che sull’azione stessa, mediante spettacolari soggettive inverse che sembrano quasi “autopensieri” dei protagonisti) tutti da guardare!

2) SIBYL — Justine Trenet — Valmyn — Down
L’ho trovato un film visivamente molto pronto…
Narrativamente, però, era confuso…
Virginie Efira ce la mette tutta, ma il senso sfugge…

3) DUNE — Denis Villeneuve — Warner Bros. — SuperDown!
Sì sì, il world building, come no…
Può essere la cacchiata più grande del mondo, ma se implica il world building, allora, allora è bello per forza…
Ti inventi una scemenza deistica, e non andresti lontano… ma se la ambienti in un posto in cui le montagne sono capovolte, e riesci a inventarti una idiozia fanta-geologica tale per cui ha un senso che le montagne siano capovolte, allora fai i miliardi…
se ce la fai anche ad architettare una serie di scemenze burocratiche, con tanto di note di funzionamento della burocrazia, sei a posto!
Si può fare anche noi:
Per via degli influssi del vento solare della galassia Quadrumpa, il vento erode le pendici dei monti del pianeta Froskone, che quindi è costellato da catene montuose a “piramide rovesciata”: questo ha fatto sviluppare la civiltà degli speciali scalatori Appikkini, che eleggono il loro capo tramite un sistema di votazione che prevede il lancio di pietre rotonde (preparate apposta da uno speciale camerlengo che nella vita fa solo quello, ed è addestrato a far quello dalla nascita, sulla cima piatta dei monti più alti), contrassegnate con il nome di battesimo della mamma da nubile dei candidati, dal basso delle montagne verso l’alto… tutti gli Appikkini maschi che abbiano gli occhi marroni (il colore che richiama le montagne) si trovano in fondo alle montagne, un fondo fatto di una piccola porzione di roccia che si inspessisce sempre più via via che va in alto: ognuno reca con sé le pietre contrassegnate dai nomi delle mamme dei candidati, preparate e a loro consegnate dal camerlengo secondo circoscrizioni basate sulle singole montagne…
un Appikkino maschio marronocchiato decide quale pietra lanciare in alto: se vuole che il candidato il cui nome della madre sta impresso sulla pietra vinca, allora il lancio non solo deve esse in alto, ma anche “di sbieco” così da raggiungere il livello più alto e lontano possibile della montagna rovesciata che sta sopra di lui…
poiché il nuovo capo degli Appikkini è quello che ha il nome della mamma da nubile che sta sulla pietra lanciata più in alto, e l’alto, in un mondo a piramidi rovesciate, vuol dire anche lontano!
gli Appikkini non vanno a maggioranza nell’elezione, ma solo ad altezza-lunghezza di tiro: è un vecchio modo per onorare il vento solare che ha forgiato il pianeta, che soffia sempre “alto” ma anche “lontano”…
Ovviamente i candidati tramano nell’ombra per far sì che i migliori lanciatori marronocchiati stiano dalla loro parte!
E c’è tutta una trama per “falsificare” i nomi delle mamme da nubili! I poveri orfani, anche se migliori degli ottimati, fanno di tutto onde forgiarsi un nome di madre da nubile: e sono anche disposti a uccidere pur di appropriarsi di un nome di madre!
E in questi sotterfugi sta il motivo della straziante corruzione che insozza il povero pianeta Froskone, che invece sarebbe tanto bello a livello paesaggistico!
Come al solito, la corruzione umana, e il lerciume insito nell’entropia, rende le cose difficili…
Ma un eroe marronocchiato (figlio illegittimo di un ottimate con una povera servetta dei fiumi: la civilità froskona, di roccia, disprezza le persone dedite all’acqua) forse si è stufato della situazione decadente, e con le armi fornitegli dalla fede nel dio vento e la sua conoscenza delle acque, il cui spruzzo può aiutare le pietre elettorali a volare più lontano, forse cambierà per sempre la situazione, e creerà per Froskone una nuova e sgargiante stagione di fede nel vento, di nuova irreggimentazione delle acque e di pace per tutti!
Naturalmente, ovvio, in questa storia si intravede ma si tace che il nuovo eroe massacrerà chiunque non creda al dio vento, ovvio: ma essendo l’eroe appunto un eroe, a nessuno fregherà una minchia!
Queste sono le fandonie che uno può scrivere con il world building
e le può realizzare con tutto il know how possibile: con le macchine da presa aggiornate, con le musichette di sferruzzagliamento di mixer (che si trovano perfino a vincere l’Oscar, wow! allora, se hanno vinto, vuol dire che sono belle, accidenti! Sicuro!), con gli attori glamour ricchi di “feromoni” di stardom
E allora forse è il gusto che entra in azione…
se a qualcuno piacciono ‘ste robe, ok…
a me fanno ridere e, anzi, nonostante tutti gli sforzi di metaforizzare l’inquinamento petrolifero, a me di Dune, già 30 anni fa, rimase solo il cristologismo… e finché era Lynch, bravo nel depauperare (tramutandole in spiritualismo) tutte le implicazioni pseudonicciane sulla “forza”, bene, ma Villeneuve tutto lo pseudonicciano lo cavalca in maniera a mio avviso vergognosa…
E ora c’è da pupparsi anche il secondo…
È il primo dei tanti film di quest’anno (vedi anche i film di Anderson, del Toro e Luhrmann) che si crogiolano nel modellismo

4) 007, NO TIME TO DIE — Cary Joji Fukunaga — MGM/Universal — Up!
E invece 007 fa un gran bel filmettino, come piacciono a me…
Dura un fottìo, davvero troppo (come molti altri film di quest’anno, come se Hollywood, per contrastare MERDflix, avesse “perso” la misura: accadde anche negli anni ’50 con la TV e con la durata smisurata dei “sandaloni”, vedi anche IT 2), ma ha tutti i costrutti di metacinema e di metanarratività al punto giusto (Bond, alla fine, sì si sacrifica, ma diventa mito e cinema: esauriente ed efficace!), oltre che una intelligente allegoria della Storia (con l’URSS vista come peccato originale della sinistra)…
Da non gridare al miracolo, perché il tempo “perduto” è davvero tanto (le trame in ballo, tra Ana de Armas, Jeffrey Wright e Lea Seydoux, sono almeno 5, e che diavolo!), ma, vabbé, se proprio si deve fare un blockbuster forse è meglio farlo in questa maniera…
Mi è risultato quasi come termine di paragone di tutti i blockbuster dell’anno!

5) THE LAST DUEL — Ridley Scott — 20th Century Studios (Disney) — Not so Down
E il povero Scott (e di Scott ho quasi scritto troppo: tutti i link sono nella recensione) quest’anno è uscito con due film che non sono stati il massimo…
The Last Duel ha fatto flop ma adesso sta riemergendo nell’interesse “critico”, mentre House of Gucci ha fatto qualche soldo ma a livello “culturale” ha un po’ deluso…
Last Duel non è un film facile: vorrebbe dire tanto, e lo vorrebbe dire anche più volte, con ben 3 riproposizioni della trama, ma, come sempre in Scott, quel che dice è serio, grosso, tanto da non riuscire a stare in una trama, in una fiction
La Storia e la storicizzazione della condizione femminile è roba che sta stretta anche ai saggi di 1500 pagine, figuriamoci in un filmetto, certo interessante, ma con al suo interno troppe voglie meramente figurative per risultare davvero pregno… Scott amministra tantissime battaglie che con la vicenda non c’entrano nulla ed erra quasi felice nella ricostruzione minuziosa e anche minima (della vita di tutti i giorni) del ‘300 francese, crogiolandosi nel suo sopraffino décors
Che dire, quindi?
Che è un film che non conclude granché, poiché lascia aperti tutti i perché che sfiora…
ma i film così a me piacciono: un film di sole domande, senza risposte, e quindi senza la spocchia del “predicante” (quella di Villeneuve o anche di Anderson) ma solo lo scetticismo di chi sa che le cose (le rebus latine) sono un casino, irrisolvibili, complicaterrime e mai districabili… un film che guardi maciullandoti i testicoli con le inutili e oleografiche battaglie, ma anche in qualche modo riflettendo sul mondo… se la riflessione ce la fa a sopravanzare una certa noia di fondo, ok, altrimenti… dipende da voi…
Sicura è invece la maestria di Scott nel fare del grande cinema di “spettacolo”: al contrario di quelle di Villeneuve, le capacità tecnico-artistiche di Scott si vedono subito nell’ancoraggio sopraffino tra trama e visione: Scott, seppure si insinui pericolosamente verso il “limite”, e, s’è detto, cada con tutte le scarpe nell’oleografico, non oltrepassa mai il limite del modellino: il suo è un film, non è modellismo… Lo sfoggio di costruttività di set e di ripresa è sbalorditivo ancora di più perché è necessario al farsi del film, anche nelle scene inutili di guerra, non è solo dispendio di denaro… il duello finale è tensivo e lo pseudo trionfo conclusivo c’è per riflettere e non per lusso… anche l’ultima inquadratura, finto consolatoria, ha il sapore del sogno più che del lieto fine: e sono tutte cose da apprezzare… se bastano, ovviamente, a vostro gusto!

6) FREAKS OUT — Gabriele Mainetti — Lucky Red/01 Distribution — SuperUp!
Il primo e più commovente SuperUp dell’anno!
Ha anche lui i suoi difetti, perché ha una durata e una gestione drammaturgica non calibrate: le avventurette che vivono i protagonisti sono un po’ troppe, e il finale dura troppo…
Ma per il resto è un trionfo di “appassionanza” di storia antifascista coi fiocchi, realizzata con valenze metafilmiche goduriose e con personaggi azzeccatissimi!

7) MADRES PARALELAS — Pedro Almodovar — Warner Bros. — SuperUp!
Altra storia antifascista con le controgonadi, amministrata con una maestria che lascia disperati, sbigottiti e piagnucolosi a leccarsi le ferite per la denuncia dell’essere già tutti morti a causa dei phasci della fava, attoniti davanti a questa consapevolezza sotterranea, carsica, brividosa e sottopelle, che non ci lascia mai, e che all’improvviso affiora come un’eruzione di vulcano in mezzo a quella che sembra essere la più borghesuccia delle storielle sensazionaliste da feuilleton ottocentesco…
Spaventosamente ficcante!

8) THE FRENCH DISPATCH — Wes Anderson — 20th Century Studios (Disney) — Down
Non rimane…
A parte l’essere ormai, il modo di Anderson, una maniera rattrappita di stile del tutto secco, come una pianta senz’acqua, un tempo bellissima ma oggi boccheggiante, per di più ha anche la confusione politica di prendere in giro il ’68, e il caos di filosofia di cinema di inquadrare tutto senza sapere perché, con voglie metateatrali che non quagliano, idee sinestetiche (i colori sono un delirio) allo sbando e un senso della sintesi del tutto inesistente: c’è, per esempio, un inseguimento muto a cartoni animati che dura quasi mezz’ora e che è stato fatto solo per farlo, senza vero motivo
È il tripudio del modellismo cinematografico…
Quando cose simili le fa Alex Cox, e le fa palesi ed esagerate apposta per ridere, la gente dice che fa delle cacchiate (e magari ha ragione), se invece le fa Wes Anderson c’è da gridare al capolavoro…
Non è SuperDown solo perché funzionano i 4 secondi di Saoirse Ronan!

9) ANNETTE — Leos Carax — I Wonder Pictures/Amazon — SuperDown!
Non ci si capisce niente, tanto le voglie simboliche sono smisurate…
Non finisce più…
La butta nella carneficina finale per non sapere come concludere…
Per me un disastro…
Ed è un peccato perché Carax dimostra di saper girare in un modo conturbante e interessante!

10) GHOSTBUSTERS: AFTERLIFE — Jason Reitman — Columbia (Sony) — Down
Ivan Reitman ha fatto in tempo a vederlo ultimato e poi è morto: lasciando tutti nello sconcerto (come Fred Ward, Paul Sorvino, David Warner, Franco Zucca, Joe Turkel, Jean-Louis Trintignant, Gianni Cavina, Michail Jurovskij, William Hurt e altri che mi scordo e che aggiungerò con l’edit)…
Se hai 12 anni è un film che è carino, ma è debole, troppo dipendente dall’ipotesto dell”84 e con personaggi abbozzati…
Mi è piaciuta McKenna Grace (ho anche adorato la canzoncina Hunted House, e anche il singolo successivo Post Party Trauma: avessi avuto 12 anni sarei stato a sentirle a nastro tutto il dì: ma aspetta un attimo: l’ho fatto lo stesso anche se di anni ne ho 40!), ma Finn Wolfhard non lo capisco (e qui torna la mia età anagrafica); Paul Rudd è diligente ma Carrie Coon e Oliva Wilde non reggono… e non reggono davvero neanche i cameo dei protagonisti dell”84, almeno nel difficilissimo doppiaggio italiano (sono quasi tutti i morti i doppiatori dell”84 e se la passano male anche i doppiatori dell”89)…
Jason Reitman non gira male: certi inseguimenti al tramonto sarebbero degni di altre vicende più saporite…
ma è un film che passa e va, con troppa nostalgia da funerale: la parte finale è fin troppo un requiescat per Ramis, forse quasi da prefica… ma sono cattivo!

11) ENCANTO — Byron Howard — Disney — Not so Up
Non brutto…
ma anche questo, alla fin fine, poco sapido, un po’ uguale a mille altri similari della Disney (e della Pixar)…
È tutto al posto giusto, intendiamoci, con una cura più alta della media per le forme metafilmiche…
Ma si percepisce di stare guardando un prodotto ben fatto, ma risultante da una catena di montaggio: è come ammirare un bellissimo amplificatore audio della Sony o della Marantz o della Bose, o un piano cottura AEG o Bosch: roba sopraffina, ma non mi ci fisserei…

12) HOUSE OF GUCCI — Ridley Scott — MGM/Universal — Not so Down
E riecco Scott, che dopo il flop di Last Duel torna a dire le stesse cose di incomprensibilità del mondo in maniera melodrammaticamente teatrale…
Dicono che in italiano il film risulti più godibile, perché non si avverte la componete di totale baracconata fintosa che ha in inglese… una baracconata fintosa che però non è per niente innocente, visto che serve per esprimere appunto lo strazio dell’esistenza casuale in cui si passa dalla padella (il capitalismo di inizio Novecento, fatto di arricchiti alto borghesi oramai trasfigurati in aristocrazia) alla brace (il neocapitalismo anni ’90 dei petroldollari che spazza via qualsiasi anticchia di “umanità” e di “artisticità” artigiana che permaneva, sotto la crosta, nel capitalismo di inizio secolo): un passaggio che Scott sente come pateticamente rappresentativo, come se avvenisse più per le ragioni dell’apparire invece che per le ragioni dell’essere… come se la Storia fosse una faccenda di teatro invece che di economia e sociologia…
Mah…
La cosa non regge granché, perché come al solito il film è lungo e irrisolvibile nei tanti problemi drammaturgici (Pacino e Leto strabordano in minutaggio senza alcun motivo) e attorici (Lady Gaga si sforza senza effettivamente risultare davvero efficace)…
Ma Scott incanta i suoi fan, cioè me, con la consueta sapienza nella costruzione artistica dell’immagine: ogni singolo frame è un quadro studiatissimo quasi alla Velázquez…

13) DIABOLIK — Manetti Bros. — 01 Distribution — Up
Anche questo lunghissimo, ma la sua idea di “giallo” non convenzionale, con poca demarcazione tra buoni e cattivi, e con un deuteragonista (Ginko) strepitoso, unita a una felicità di fattura coinvolgente (davvero al bacio le eccellenze costruttive dimostrate), lo rendono una gioia di visione…
Miriam Leone stende e le canzoni di Manuel Agnelli sono da sentire e risentire!

14) WEST SIDE STORY — Steven Spielberg — 20th Century Studios (Disney) — SuperUp!
Un grumo così entusiasmante di disperazione, commozione, riflessione, conoscenza della visione, capacità strappacuore e saggezza di attualizzazione non me lo sarei mai aspettato dallo Spielberg “consolatorio” degli ultimi anni…
Uno stritolamento di ghiandole lacrimali rimbalzante e mozzafiato: da singhiozzi continui!

15) MATRIX RESURRECTIONS — Lana Wachowski — Warner Bros. — Down
Una non terribile resa visiva scura nella prima parte non riesce a salvare un film che gira a vuoto, con deprimenti buchi neri di trama (gli accenni a Neo che avrebbe avuto, un tempo, un altro volto, non vanno in nessun posto) e desolanti inserti attanziali (il personaggio della razza-piccione cosa vorrebbe significare?)… E nella seconda parte, anche i colori cominciano a rattrappirsi…
E lasciamo perdere le aberranti implicazioni sul provare a salvare la saga dalle appropriazioni dei complottisti proprio mentre si sta facendo un altro film di “coda di pesce” tra il ribellismo e il conservatorismo fatto quasi apposta per alimentare altro complottismo…
Confuso…

16) SCOMPARTIMENTO N. 6 — Juho Kuosmanen — BIM — Up
Nonostante in italiano ci siano complicazioni di traduzione, il film è piacevole, scorrevole e dalle intense metafore di rappresentazione dell’inconscio…
Adorabile!

17) AMERICA LATINA — D’Innocenzo Bros. — Vision — SuperUp!
È di quelli tosti, di quelli super…
L’avessero fatto in Francia o in Germania avrebbe vinto dozzine di premi…
L’avesse fatto Gaspar Noè sarebbe stato osannato e studiato da tutti…
Nella superba tradizione dei film psico-violenti, America Latina è un incubo mentale da vedere e rivedere e studiare per le deformazioni allegoriche dei deleteri effetti del machismo, del maschilismo, della desolazione della periferia, della chiusura alto-borghese del “professionista in carriera”, quasi alla Easton Ellis, con picchi di disperazione alla Ellroy, però tutto traslato nello psicologico, nell’inconscio, nell’interiore, più alla Albee…
Un tripudio di istanze freudiane rappresentato con uno speciale espressionismo fauvista novecentesco, tra Pollock e Barnett Newman, con inquadrature che come pennellate sbrindellano colori e linee compositive stupefacenti, ipnotizzanti e capaci di comunicare l’angustia della visione e dell’allucinazione…
Impagabile!

18) NIGHTMARE ALLEY — Guillermo del Toro — 20th Century Studios (Disney) — SuperDown!
C’è una risposta toscanaccia impertinente quando si ha la sfortuna di avere un braccio o una gamba ingessata: l’interlocutore chiede: «cosa hai fatto alla gamba?» e la risposta è: «m’avanzava tempo, e me la sono rotta!»
Anche a del Toro, evidentemente, “avanzava tempo”, e soprattutto avanzavano soldi, e ha deciso quindi di mettersi a fare Nightmare Alley, il classico film noir in cui tutto è prevedibile e previsto (la tensione quindi sbroda) ma non puoi dire che è “brutto” perché le sedie e i divani sono portentosi, le giacche e le cravatte portano via, e gli espedienti di ripresa, meramente esornativi, sono raffinatissimi e costosissimi…
Più che un film è un catalogo di una rivista di decorazione d’interni, o un esercizio di ricopiatura di Mario Bava…
E dura 3h e mezzo…
Tutti gli attori sono insopportabili e la spirale di violenza, quasi come quella di Annette, è risaputa, uguale a mille altre, e soprattutto, la conosciamo già tutta quanta…
Un obbrobrio…

19) DEATH ON THE NILE — Kenneth Branagh — 20th Century Studios (Disney) — Up
Branagh sfoggia lo stesso lusso di ripresa e di costruzione di del Toro, ma sa immetterlo in una storia di dramma della rappresentazione, e quindi fintizza certi elementi con intelligenza per fabbricare una storia di triste consustanzialità tra Amore e Denaro, tra sentimento e ricchezza, che piange per la mancanza di vero sentimentalismo nella società primo Novecentesca e quindi odierna…
Un gialletto classico ben reso, con in più questa vena sottotraccia di malinconia piangente per il mondo…
Non male!

20) THE BATMAN — Matt Reeves — Warner Bros. — Not so Up
È un peccato che l’abbonato alla minchiata Matt Reeves arrivi a fare il suo miglior film, dalle voglie horror feroci (connesse con gli aberranti gruppi antiscientifici su Telegram) e con punti macchina e intuizioni metafilmiche quasi geniali, per poi decidere di diluirlo e annacquarlo, fino a farlo diventare un Batman di quasi 4h poco compattamente fiabesco, sfilacciato e dal sentore di déjà vu esagerato…
Non finisce più, e ci si incazza di vedere tanta ottima concezione artistico-fattiva al servizio del solito compitino velatamente conservatorista “batmaniano” della Warner Bros., oramai lontano anni luce dalle interessanti “aberrazioni freudiane” e antifasciste burtoniane…
Lo vedi e non sai che pensare: se al tempo perso, o al dispiacere di vedere tali ottimi sforzi applicati non a qualcosa di interessante ma al solito rumore cinefumettaro transeunte…

21 ) LICORICE PIZZA — Paul Thomas Anderson — Focus Features (Universal)/MGM — Up
È molto bello, a livello sonoro-visivo tramortente, sublime e colossale, ma non è il massimo per via di un mancato, nel finale, equilibrio tra il nichilismo e il buttarla in sogno…
In ogni caso, una delle esperienze più goduriose dell’anno!

22) THE NORTHMAN — Robert Eggers — Focus Features (Universal) — SuperDown
Anche qui, non si capisce come certi film, in tempi in cui ci sono guerre e pestilenze, trovino dei soldi…
Si discute tanto della cultura machista che avvelena il mondo, ed Eggers e Skarsgård non trovano niente di meglio da fare che glorificare la violenza, i soliti vichinghi palestrati, e la più becera insolenza guerresca con un linguaggio visivo costruitissimo, preziosissimo e costoso…
Della serie: «ti spacco le palle, ma te le spacco con un’ascia di Prada!»
Non so se il sadismo (e il fondamentalismo religioso) ormai è connaturato al mondo post-berlusconiano, trumpiano e putiniano, dove le morti dei migranti non fanno che suscitare esultanze invece che vergogna, così tanto da far passare film come questi (e come il Dune di Villeneuve) come capolavori… ma mi sa proprio di sì, invece!

23) TOP GUN: MAVERICK — Joseph Kosinski — Paramount — Down
La love story con Jennifer Connelly è una chicca, ma consuma tutto il film…
Un film che, pur prendendo davvero il meglio dal Tony Scott dell”86 (la costruzione di meta cinema, traslata anche in interattività videogiocara, e la spinta fiabesca), è di quelli che paga pegno alla drammaturgia merdflixiana dei cliffhanger lì dove non servono a un cacchio e dell’eroe che è persona invece che funzione…
Non è tempo perso, ma lascia per aria diversi perché

24) ELVIS — Baz Luhrmann — Warner Bros. — Down
È la solita stupenda immaginazione di Luhrmann, con tanto di colonna sonora commoventissima e recitazione sgargiante… ma è triste vedere Luhrmann così ancorato agli stilemi del biopic musicarello (quello che si descrive nei post della cinemusica) così tanto da non riuscire a non annoiare, dato che, anche questo, dura quasi 3h…

25) THOR: LOVE AND THUNDER — Taika Waititi — Marvel (Disney) — Down
Tante risate, che vorrebbero essere bilanciate da pianti riflessivi sulla fine del capitalismo deistico… ma è un film americano, e quindi il capitalismo non può davvero essere criticato, ma solo osannato in salsa nuova, generazionale, e piena di “esportazione di democrazia” con bambini-soldato…
Boh…
Se questi devono essere i film, allora è meglio ritirarsi a leggere come fanno i precog alla fine di Minority Report!

non visti in sala:

a) CINDERELLA — Kay Cannon — Columbia/Amazon
è stato come vedere un varietà Fininvest di inizio anni ’90… estraniante!

b) È STATA LA MANO DI DIO — Paolo Sorrentino — MERDflix
vi dico solo che la scena clou è un 16enne che scopa con una 90enne…
e nessuno dice niente!

c) DON’T LOOK UP — Adam McKay — MERDflix
sì, carino, con ottima morale anti-trumpiana e ambientalista, ma interminabile, e, di fondo, un po’ incolore… il graffio satirico, alla fine, dopo tanti minuti, perde un po’ di forza…

d) BELFAST — Kenneth Branagh — Focus Features (Universal)
visivamente brillantissimo, anche se con protagonisti forse un po’ slavatini, ma costruito apposta per commuovere un pubblico salviniano che pensa ancora che dal Burkina Faso la gente non veda l’ora di farsi inculare dai trafficanti per lavorare anni e anni nei lager della Libia per poi rischiare di affogare su un gommone verso Lampedusa solo per arrivare a vivere a spese di coloro che votano Meloni: Belfast farà capire a questi caproni cosa vuol dire vivere nei troubles (veri, non quelli presunti di cui ci lamentiamo in Italia)…
per gli altri, beh, Branagh riserva solo ottime immagini e buoni sentimenti… non poco, ma forse non abbastanza…
ma è un film che è bene che ci sia… forse più efficace, nel fare del “bene”, rispetto alla satira “andante” di Don’t Look Up

e) THE POWER OF THE DOG — Jane Campion — MERDflix
interminabile… con la prima parte da buttare nel cesso…
ma poi diventa il film di MERDflix più bello che abbia mai visto, sfumato di follia e di svarionamento assassino, e adattissimo a stigmatizzare appunto quel machismo che Reeves ed Eggers non ce l’hanno fatta a denunciare…
Molto interessante!

f) THE LOST DAUGHTER — Maggie Gyllenhaal — MERDflix
smania di sotterfugio e senso di paranoia per un film che è il più bieco peana alla piccolo-borghesità di chi ha avuto figli, forse non li voleva, e ora non sa con chi prendersela: e si lamenta con tutti tranne che col capitalismo e il maschilismo!
a me ha fatto uscire dai gangheri!

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4 risposte a "Il papiro del 2021/2022"

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  1. Di quelli che citi ne ho visti in sala 6: e tutto sommato concordo con te, anche se aumenterei di uno scalino “The French Dispatch” e calerei di uno “Diabolik”… Di “Elvis” ho anche parlato in un mio post. Come stai, per intanto? Il caldo ci ammazza, quest’anno!

  2. lol, dei tuoi ne avrò visti 5 o poco più, con il nuovo lavoro non riesco ad andare al cinema facendo sempre turno serale (X l’ho saltato e forse mi toccherà saltare pure Nope)

    Belfast mi è piaciuto molto, molto meglio di Poirot
    The Batman mi è piaciuto anche se forse è meglio la prima parte, ma l’immaginario crime è molto piacevole come rilettura
    Freaks out carino ma troppo dipendente nell’immaginario da cose già viste in America
    su Elvis concordo

  3. Ho visto poco del tuo listone, ma mi sembra che il tema dominante sia la lunghezza dei film: lo standard è passato da 90 minuti a 180 in pochissimo tempo!

    Condivido molte delle tue riflessioni, anche se probabilmente Dune e The Northman a me sono piaciuti di più che a te (ma sul fare film così in periodi storici come quello che viviamo concordo con te).

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