Ritratto della Giovane in Fiamme

È un film sulla compulsione scopica dell’essere umano…

Non arriva ai livelli di Cafarnao, né a Revenge, o ai capolavori di De Palma, ma ha i suoi argomenti:

  1. Presenta il mondo come una serie di frame che sono quadri, in un’idea di cinema che è pittura, è rappresentazione figurativa
    La macchina cita Caspar David Friedrich, Delacroix e Goya, come se questo fosse il suo unico scopo: dipingere e non inquadrare
    Una funzione pittorica simile a quella di Polanski, alla Danish Girl (terzo film di Biancalana e i sette gnomi, parte III), e molto diversa dalla dimensione di certo Ridley Scott o di Zeffirelli, poiché non si avverte una messa in scena fatta apposta per rimembrare iconograficamente un quadro (cosa che ha perfino Kubirck in Barry Lyndon), ma si assiste a una macchina che *si crede quadro*, che *è quadro* essa stessa, come se non «inquadrasse un profilmico», o, addirittura, come se un «profilmico» manco ci fosse, tanta è l’aderenza tra “pittogramma” e “frame”… Attrici e ambiente sembrano direttamente disegnati sull’obiettivo, in immagini che arrivano a somigliare a certi guizzi anni ’30-’40 di Cameron Menzies, o all’ultimo Tim Burton con Delbonnel…
    Il risultato è per lo meno suggestivo…
  2. Al contrario di Guadagnino, la regista Céline Sciamma non imita Michelangelo Antonioni, ma lo comprende a fondo, presentandoci un campionario di false soggettive, e un florilegio di sguardi effettivamente godurioso, proprio da manuale di cinema
    Ogni frame è sguardo e quando non lo è, è almeno pretesa di sguardo, poiché la macchina non è narratrice ma solo punto di vista: non è diegesi ma pittura… la storia la racconta lanciando e lasciando fluire la polisemia dell’immagine più che intervenendo, ma ciò altro non è che la sua maniera peculiare proprio di raccontare!
    Un cortocircuito visual-narrativo che ricorda la concezione seriale di William Hogarth, le cui Rake’s Progress (1734-1735) e Harlot’s Progress (1731-1732) sì *raccontano* ma solo per *sezioni di quadri*, per episodi visivi conchiusi, per staticità più che per movimento (e ciò è quasi il “contrario” del cinema, oppure è la sua natura più profonda, radicata in Lumière, nella fotografia, o in Dreyer)…
    Un racconto che è quindi ellittico e costruito più su quello che non c’è (non c’è il classico montaggio di découpage), e procede in un gioco di sguardi che sono più negati che concessi, più rubati che offerti: è tutto il contrario del cinema hollywoodiano odierno che ti mette davanti tutto…
    Lo sguardo si nega: la macchina, spesso, non arriva dove deve arrivare, e ti tortura negandoti il piacere del vedere, negandoti la comodità dell’offrirti l’informazione! [sintomatiche le riprese delle nuche, come la Betty di Gerhard Richter, che negano il volto dell’oggetto di sguardo]
    Per questi frangenti, Sciamma somiglia anche al Garrone di Dogman (con qualche anticchia del Stephen Frears di Dangerous Liaisons, che però è molto più “spiattellante”)…
    Ma la macchina è anche crudele nel farti vedere per forza certe cose, con il solito campionario di verbi scopici («guarda», «vedi», «ho visto», «voltati») espresso nelle battute e designante i momenti chiave, quelli che guardare non si vorrebbero, esprimendo bene la sconcezza della nostra malata concezione visiva del voler vedere tutto per poi vergognarsene!
  3. Sciamma è brava ad esprimere tutto questo anche in sceneggiatura, suggerendo una lettura fantasmagorica, di segno visivo-poetico, del mito di Orfeo…
  4. Impagabile quando la pittoricità dello sguardo filmico si stempera di delirio, in allucinazione: cose con cui c’è da fare i conti guardando e interrogandosi…
  5. È un film supersonico quando presenta il campionario della sofferenza che era l’essere donna in un mondo passato e negante le necessità femminili, con un gusto quasi per l’etnografico simile a quello che ogni tanto mostra Paolo Benvenuti (per esempio in Puccini e la fanciulla), e denunciante, in riflesso, la situazione di adesso, di un presente altrettanto assurdo…
  6. E presenta una storiella d’amore forse facilina (e anche un po’ improvvisa), ma che ha tutte le caratteristiche della Love Story atrocemente commovente…

Un giorno dovrò fare una disamina dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca come ho fatto della Gerusalemme liberata, dell’Orlando furioso e (purtroppo in misura assai minore) dell’Eneide

Nel Canzoniere, Petrarca usa tutti gli stilemi visivi usati da Sciamma: l’oggetto dello sguardo che si nega, la voglia del soggetto di guardare ma trova ostacoli alla visione (veli, mani, barriere)… e Petrarca ha vissuto molti anni in Francia, la patria di Sciamma…

Naturalmente niente è perfetto e non tutto funziona

Per esempio, nonostante l’impasto musicale (con la polifonia Fugere non possum [una interiezione latina riferita forse alla passione di Cristo che si trova nelle meditazioni di Bernardo di Chiaravalle] e con il temporale dell’Estate di Vivaldi) sia ottimo e molto adeguato a fare ambientazione geo-cronologica, io la mancanza di una musica l’ho un po’ sentita…

Il doppiaggio di Maura Vespini è certamente eccellente… Per la prima volta non mi è pesato lo squittìo di Federica De Bortoli, che Vespini è riuscita a non farmi riconoscere (per tutto il film ho pensato che fosse la sorella Barbara), e Chiara Gioncardi è un’attrice molto apprezzata e apprezzabile per misura e tecnica… In ogni modo, però, la loro professionalità si sente avere di molto tarpato le ali a certi sfumati e sospirati che “in video” si vedono tutti…

2 risposte a "Ritratto della Giovane in Fiamme"

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  1. Davvero una bella recensione, molto professionale e che riesce a spaziare da vari registi e tipi di cinema. Questo personalmente è un film che adoro parecchio sia per messa in scena che per storia. Una piccola perla per me. Complimenti ancora per la recensione.

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