Un bilancio di Zeffirelli

È bene notare subito che fu un uomo orribile…
Elitariamente di destra, berlusconiano, omofobo… nonostante a lui stesso piacessero gli uomini! Un cortocircuito molto comune nei gay che, a livello politico, la pensano destrorsamente: considerano la loro affettività come qualcosa che non necessita regolamentazioni giuridiche, e sentire che le proprie inclinazioni comportano differenze quotidiane, esperienziali e pratiche nei confronti delle altre persone (differenze discriminatorie) non induce in loro nessun problema, anzi, stigmatizzano gli altri gay che invece i problemi discriminatori li sentono, dicendo loro che sono sciocchi (questo pensiero è riassunto fantasticamente da Giorgia Meloni: madre single e convinta come madre single di *non avere* gli stessi diritti delle madri sposate e non sentirsi né discriminata né a disagio per questo, e non solo, si sente velatamente autorizzata a dire che chi sbaglia sono le madri single che si lamentano delle discriminazioni, a cui dice: «dementi voi che volete cose che non potete avere»: davvero interessante come filosofia politica)

fu anche un figlio illegittimo, del tutto alieno dall’affetto paterno, e questo lo ha sempre fatto schierare contro qualsiasi tentativo di adozione da parte di coppie omosessuali (con la solita litania ripetuta: «io sono cresciuto senza padre e so che i bambini hanno bisogno della mamma e del papà, dei quali non possono ritenersi dei surrogati le due mamme o i due papà delle coppie omosessuali, perché manchevoli delle due figure chiave di maschile e femminile necessarie allo sviluppo» e altre sciocchezze che i contrari alle adozioni gay ripetono come mantra, o formula magica, contraria a qualsiasi evidenza esperienziale, scientifica ed empirica), e, per di più, anche contro qualsiasi permissività nei confronti dell’aborto, essendo lui un “errore” filiale di cui il padre tentò di sbarazzarsi proponendo l’aborto alla madre: e, come ogni destrorso berlusconiano, e come ogni identità insicura e infantilista, pensa che siccome tutto ciò è successo a lui allora tutto ciò accade e accadrà a tutti, per forza e senza eccezioni, e quindi se sua mamma ha rifiutato l’aborto, allora tutte le mamme dovrebbero rifiutarlo e se non lo rifiutano sono odiose e dovrebbe essere loro impedito di abortire (e chi lo fa meriterebbe perfino la pena di morte!): sembra un ragionamento del tutto demente, ma Zeffirelli e tutti i suoi vicini politici la pensano sorprendentemente esattamente così!…

ci sono pure due o tre accuse di molestie sessuali nei suoi confronti, mosse da alcuni suoi attori e assistenti…

Nel lavoro, molti lo descrivono superficiale e pressappochista per questioni di messa in scena tecnica di post-produzione (montaggio e musiche), là dove a livello di décors o di visualità (sul set) era invece maniacale, millimetrico e pedante…
Ennio Morricone racconta che in post-produzione prendeva decisioni quasi più per quieto vivere che per scelta artistica: nel monologo di Hamlet (1990), Zeffirelli chiese a Morricone una musica di sottofondo, ma l’attore Mel Gibson era presente in sala di montaggio (!) e pretese di non avere una musica sotto la sua voce, del tutto sufficiente a comunicare emozione senza alcun supporto altro!
Morricone si aspettò da Zeffirelli una presa di posizione del tipo «io sono il regista, io scelgo dove va la musica», ma invece trovò uno Zeffirelli disinteressato, stanco delle lamentele dell’attore, che scelse di non scegliere: nella copia per il mercato americano (che sarebbe stata vista da Gibson), la musica non c’è, in quella per il mercato europeo (probabilmente ignorata da Gibson), la musica c’è!

Naturalmente, nonostante questi problemi personali, comuni a moltissimi artisti, Zeffirelli ha avuto grossi pregi…

  • Le sue intenzioni registiche vertono quasi sempre per una esasperata vitalità: i suoi personaggi (e spesso anche la macchina da presa insieme a loro) piangono, urlano, si arrabbiano, si picchiano, sbraitano, si inferocizzano: un espressionismo delle emozioni, un buttare fuori tutto, che si adatta benissimo a certe opere e che rivitalizza tanti lavori…
  • Le sue intenzioni visive sono spesso effettivamente prodigiose… Zeffirelli era prima di tutto scenografo e pittore, e tutte le volte che dichiarava le sue idee sul cinema (o sulla regia tout court, anche quella teatrale e operistica) diceva che dirigere era dipingere: non stupisce quindi che le sue regie si limitino spesso a essere illustrazioni prive di qualsiasi scavo (se non l’espressionismo buttato fuori che si diceva prima)… al Museo della Fondazione Zeffirelli, nel complesso di San Firenze, l’esposizione è quasi tutta fatta di suoi bozzetti scenici, molte volte realizzati in sontuosi quadri a olio, che da soli riassumono quasi completamente il tono, l’idea e la realizzazione delle sue semplicissime regie…
    Quest’idea visiva si traduceva in cinema grazie a ottimi direttori della fotografia: Ennio Guarnieri, Armando & Daniele Nannuzzi sono stati quelli che ci hanno lavorato di più, ma almeno due sono stati più che “esecutori”, sono stati veri e propri “plasmatori” degli smaglianti look di alcuni suoi film: Pasqualino De Santis gli ha insegnato a imbrigliare la luce, e David Watkin gli ha girato i film visivamente migliori… Nell’Autobiografia della Mondadori, Zeffirelli dedica interi capitoli a Watkin: era lui il costruttore di immagini dei suoi film “americani”, lui che imponeva certe idee di “senso” alla ripresa, al contrasto luce/buio, e all’organigramma dei colori: cose che Zeffirelli, negli altri film con Guarnieri, Nannuzzi ecc., tira fuori molto più raramente…

A questi punti forti, Zeffirelli ha accompagnato sempre un punto debole, o forse “ancipite”: le sue regie sono regie di IMMAGINARIO COLLETTIVO, e questo è sia un bene sia un male…
È un bene perché comunica col pubblico molto bene… e comunicare i capolavori che ha comunicato a una audience di massa può essere considerato assai meritorio: molti si sono avvicinati a Shakespeare e all’Opera proprio grazie a Zeffirelli, e questo è da lodare a mille…

È un male perché, lavorando di immaginario collettivo, Zeffirelli comunica cose che il pubblico vuole sentirsi dire… Zeffirelli dà al pubblico quello che vuole il pubblico… Zeffirelli è un panem et circensem formidabile che propone al pubblico un divertimento culturale piacevolissimo per gli occhi e per lo spirito, privo di scossoni se non quelli catartici propri della trama, e denso di coccole e carezze visive…

Zeffirelli dà al pubblico una bella pagina illustrata basata sul capolavoro che comunica, e poco importa se in quell’illustrazione c’è solo metà del capolavoro che comunica (era un vero maestro di tagli e compattamenti, specie in Shakespeare), o solo una componente del capolavoro che comunica, magari la componente più facile, più facilona, più liscia e consolante…
La messa in scena di Zeffirelli, specie quella operistica, si origina da luoghi comuni consolatori e alla portata di tutti coloro che abbiano un’istruzione media…
Senza peccare di alcun senso di “superiorità” nei confronti di nessuno, il seguente esempio spiega le messe in scena di Zeffirelli: se si domanda a un ragazzino di terza media di raccontare la trama di Amleto o di Traviata, il ragazzino fornirà notizie e contenuti superficiali, carini e giusti, ma certamente non rendiconterà sullo stato interpretativo di Amleto o Traviata, non dirà che Amleto si può “intendere” o “interpretare” in un modo o nell’altro, né dirà che Traviata è un’opera di riflessioni su tematiche implicite nella trama ma non immediatamente visibili (il delirio, la metafisica del dolore), no… il ragazzino dirà che Amleto e Traviata sono così: sono le loro “storie” e non i loro “discorsi”, sono le loro “trame” e non le loro “modalità di racconto”, sono le loro “fabule” e mai i loro “intrecci”… questo dirà il ragazzino…
…e questo ha detto Zeffirelli…
e sia il ragazzino sia Zeffirelli sono convinti che Amleto e Traviata propongano CERTEZZE, RISPOSTE, e mai DOMANDE…
sono convinti che Amleto e Traviata parlino all’oggi solo come exempla di un passato e mai come una riflessione sul presente e sul futuro…
Amleto, per loro, è la cristallizzazione di ciò che fu, che CONFORTA il vivere in ciò che è, e non mai un “aiuto attivo” nel comprendere ciò che è e magari plasmare ciò che sarà…
I capolavori, Zeffirelli li intende come evasione (ed ecco il panem et circensem), divertimento ed elegia di un momento SENZA PENSIERO, fatto di istinti e passioni libere (ed ecco il suo espressionismo passional-vitale dei suoi personaggi), organizzato in cornici, confezioni e scatole visive bellissime, ipnotizzanti, imbambolanti, addormentanti…
In teatro, e al cinema, Zeffirelli ci ha detto: «non pensate all’oggi, dormite beati in questo sogno favoloso di lacrime e commozione splendidamente cromatica e pittorica che io vi fornisco grazie alle tramette catartiche dei capolavori che vi racconto: tramette che sono solo cullante consolazione, sfogo e abbandono per il pianto provato, sfogo e abbandono che fanno stare bene»…
Amleto e Traviata (e tutto il resto), Zeffirelli li ha trattati come ninnoli di piacere, come giocattoli belli, preziosi e da ammirare in teche lucide, lussuose, care e vistose… li ha tramutati in status symbol di felicità e insieme li ha relegati in un passato mitico, da accarezzare ma non da vivere, perché popolato da oggetti che non ci sono per stimolarci la riflessione sull’oggi, non ci sono per farci pensare (in quanto base del pensiero occidentale e non solo) ma solo per consolarci di turbamenti superficiali; i capolavori non sono strumento di conoscenza e di raziocinio, ma solo carezzina confortevole per dimenticare crucci superflui della vita di tutti i giorni, che il capolavoro mai mette in discussione, mai interpreta, mai “critica”: il capolavoro non informa su vari «come potrebbe essere» che la società ci offrirebbe, né meravigliosi spunti “risveglianti” le coscienze, no no: il capolavoro, secondo Zeffirelli, ADDORMENTA…

il riflesso di Zeffirelli nel ragazzino delle medie si rinnova anche pensando quanto le idee registiche di Zeffirelli si limitano, molte volte, e proprio per venire incontro alla voglia di «lettino di sonnellino» in cui viene immesso il capolavoro, a pochi tratti distintivi che appunto anche un ragazzino delle medie sarebbe pronto a fornire:
Romeo e Giulietta? in molti pensano, e soprattutto i bambini, che Romeo e Giulietta siano ragazzini innamorati melensi… e questo Zeffirelli ha fatto…
Amleto? un pazzoide arrabbiatone… ed eccoci qui…
Traviata? una storia d’amore pateticona… preciso…
chiunque abbia letto o ascoltato questi lavori di Shakespeare e Verdi avrà senz’altro pensato che, almeno in superficie, sono davvero così… e Zeffirelli non ha mai fatto in modo di smentire questi assunti e di far al contrario vedere quanto quelle opere fossero invece cangianti, complesse, determinanti azioni vitali e schemi di pensiero contrapposti e articolati, no no, li ha proprio fatti così: semplici, puri e, in qualche modo, inutili
e facendo così era anche convinto di essere l’unico a restituire le vere opere, senza le sovrastrutture degli intellettualoni, dimenticandosi che, per farcele apparire così, interveniva eccome sul testo (tagliandolo, semplicizzandolo, banalizzandolo), ed ergendosi a vero vate della regia, a unico cantore del vero artistico…
la sua autorevolezza pubblica (fatta anche di una persona televisiva e di rotocalco) imprimeva ai suoi lavori un’aura di “unicità”: se la faceva Zeffirelli nessun’altro poteva eguagliarlo… Zeffirelli riuscì a costruirsi l’aureola del maestro assoluto, che meglio di lui non faceva nessuno, e difatti spesso le sue regie diventavano standard impossibili da sostituire nella mente di quel pubblico che Zeffirelli gratificava… Zeffirelli mettendo in scena i luoghi comuni del pubblico medio, costituito da ragazzini delle medie cresciuti, diventava l’idolo di quel pubblico, che andava in teatro non per pensiero e per conoscenze (per imparare o guardare interpretazioni diverse fedeli alle mille sfaccettature del capolavoro), ma per vedere appunto le sue stesse idee rappresentate!
Se uno pensa che Traviata sia solo il decotto sentimentale che parla di nulla, si sentiva del tutto felice a vedere che anche un maestro come Zeffirelli la pensava così e la dirigeva così!
In questo Zeffirelli è stato davvero un super, nel farsi cantore (e così torniamo all’inizio del discorso) di un immaginario condiviso, ovvio e risaputo, inerente a quel capolavoro… un immaginario che si imprimeva nel pubblico medio grazie a strumenti tecnici (le messe in scene belle e costosissime, che venivano recepite come stupefacenti) e che si imponeva, si diceva, come unica soluzione possibile… quando un allestimento di Zeffirelli si sostituiva, subito il pubblico confrontava l’allestimento nuovo con quello di Zeffirelli e Zeffirelli in persona si arrabbiava, affermando sui giornali e in TV che il suo era migliore di quello nuovo! Quando Riccardo Muti, nel 2001 usò un nuovo allestimento, di Graham Vick, per l’apertura scaligera di Otello, un allestimento che andava a sostituire l’Otello zeffirelliano del 1976, Zeffirelli se ne ebbe a male, e strombazzò disappunto da giornali e riviste, buttando furente discredito su chi aveva osato sostituire una sua messa in scena: la sua era meglio, perché in linea totale con la musica, e quindi era definitiva, nessuno mai avrebbe dovuto, secondo lui, fare un Otello alla Scala se non lui stesso… e questo atteggiamento si trasferì tranquillamente al pubblico che considerò ben presto quella di Zeffirelli come la regia vera, contrapposta a tutte le regie “finte” che si facevano, troppo intellettuali, troppo interpretanti, troppo impegnative
Un atteggiamento denigratorio che Zeffirelli trasfuse anche su chiunque osasse fare un film su Gesù dopo il suo del 1977: accusò The Last Temptation of Christ (1988) di Scorsese di antisemitismo (!?) e buttò fango su The Passion of the Christ (2004) di Mel Gibson (con il quale ebbe pessimi trascorsi nell’Hamlet del 1990)

Naturalmente, se il pubblico è rappresentato solo da ragazzini delle medie, l’approccio di Zeffirelli è ottimo: le sue regie davvero plasmano il gusto per i classici nei ragazzini…
Se un ragazzino ha avuto il primo approccio a un capolavoro grazie a Zeffirelli, quel ragazzino sarà felicissimo, e avrà un ragguardevole termine di paragone e un contentissimo mattone rappresentativo su cui poggiare future interpretazioni e riflessioni (e qui è la componente sana e meritoria delle sue regie), che però verranno da tutt’altri allestimenti…
Zeffirelli, in quanto immaginario collettivo, è un formidabile PRIMO APPROCCIO, adatto a tutti, e il suo errore è stato forse solo quello di considerarsi invece un ultimo approccio…

Si sa tutti che Zeffirelli fu assistente di Luchino Visconti (le sue primissime esperienze furono con Luigi Zampa, e lavorò molto anche con Clemente Fracassi): era naturalmente l’assistente scenografico, mentre quello registico era Francesco Rosi…

È con Visconti che comincia la carriera teatrale a Londra, dove le sue idee sintetiche non vengono per niente accolte male…
il suo Hamlet presentato con un’unica scena circolare, un po’ simboleggiante inconscio e un po’ omaggio a un’arena all’aperto riflettente lo spazio teatrale elisabettiano, fu molto ben recepito dagli shakepeariani…
È a Londra che si fa una più che ottima reputazione tra tanti attori e da Londra (dopo l’esordio in Italia con Camping, con Nino Manfredi, nel 1958) si muove a Hollywood…
Guardiamo qualcuno dei suoi risultati…

LA TRAVIATA [allestimento alla Scala 1964, poi film 1982]
È la Traviata di Karajan di cui parliamo al numero 16 di Operas II, ed è uno di quei lavori in cui il distacco consolatorio e immutabile zeffirelliano si vede a mille… Il film che ne ha tratto nel 1982 (con Ennio Guarnieri) è l’emblema del ninnolo, del decorativo, dell’oleografico e del nullo… una Traviata che è innocente, inconcludente, che si limita a osservare, come seduta in poltrona, la sua stessa trama… Sergio Miceli ne tenta una sorta di analisi con cui non si può che essere d’accordo: Zeffirelli non fa che raddoppiare, anche in maniera pedissequa, quello che Verdi ha lasciato in superficie, senza alcun tentativo di comprendere cosa quella superficie in effetti coprisse, quali significati, quali sentimenti: quella di Zeffirelli risulta quindi una superficie al quadrato, insulsa e, oggi come oggi, a causa dei costumi per lo meno fumettistici, del tutto parruccona…

LA BOHÈME [allestimento alla Scala 1963]
È forse La Bohème più longeva dei palcoscenici mondiali, senza esagerazione… tutt’oggi è proposta regolarmente dalla Scala…
Ne esiste una cattura sonora di Herbert von Karajan (fatta in studio, ma desunta dalle recite) del 1965, che poi, con modalità a metà tra il live e il film musical in studio, è stata impressa su pellicola da Walter Sammelroth, in un film distribuito nel 1967…
Da allora è stata ripresa in video almeno altre due volte dalla RAI:
il 22 marzo 1979, condotta da Carlos Keliber (molto amico di Zeffirelli: o, almeno, così dice Zeffirelli nella sua Autobiografia), e non si sa con certezza chi fu il regista del video (forse Ilio Catani o magari Zeffirelli stesso)…
e nel 2003 è stata catturata da Carlo Battistoni con Bruno Bartoletti sul podio: quest’ultima è forse una delle letture di Bohème più belle che si possano sentire…
È una Bohème facile, che sarebbe riuscito a fare chiunque, e ha tutti i luoghi comuni della Bohème, declinati, come sempre, col massimo budget possibile…

TOSCA [allestimento al Covent Garden del 1964]
Ne esiste un video, forse della BBC, del solo primo atto, a immortalare la Callas, Tito Gobbi e Renato Cioni [la ripresa video non accredita alcun direttore, ma il cast e la data coincidono con una performace condotta da Carlo Felice Cillario]…
L’allestimento è rimasto pressoché identico negli anni e ha girato diversi altri teatri: ne esistono riprese video di Kirk Browning dal MET di New York (1985, direttore Giuseppe Sinopoli), e di Andrea Bevilacqua dall’Opera di Roma (2000, direttore Plácido Domingo)…
Il programma di Zeffirelli di non interpretare mai le opere e illustrarle soltanto è evidente nella Tosca… le componenti libertarie, blasfeme e sessuali della partitura di Puccini scompaiono del tutto in uno show in cui si capisce ben poco di stare vivendo sotto una dittatura, ben poco si capisce del triangolo amoroso tra i protagonisti, e i cui simboli religiosi ci sono solo per identificare ambientazioni e mai intenzioni…

THE TAMING OF THE SHREW [film del 1967]
Zeffirelli fa i suoi primissimi passi a Hollywood (fotografia del vecchio Oswald Morris) grazie a due mattattori potentissimi e popolarissimi: Liz Taylor e Richard Burton…
Ne esce quello che è forse il suo film migliore in assoluto…
Lavorata in sceneggiatura da Suso Cecchi d’Amico (una collaboratrice quasi perenne di Zeffirelli, così come il produttore Dyson Lovell, che amministrerà per lui praticamente tutti i set), questa versione filmica shakespeariana convoglia in cinema tutto il lavoro teatrale fatto da Zeffirelli a Londra… Zeffirelli lascia parlare gli attori, guidati con la sua modalità vitalistica ed esuberante, e ne risulta una Bisbetica sgargiante, divertentissima, supersonicamente vivida, sardonica, felice…
La Columbia garantì le sue migliori maestranze (vedi John DeCuir, futuro scenografo di Ghostbusters) e Zeffirelli portò con sé dall’Italia Nino Rota, Giovanni Natalucci e Danilo Donati, per confezionare il tutto con il lusso laccato senza il quale Zeffirelli non vive…
Un pezzo di teatro strepitoso, ripreso con sicura prassi diegetica…
Implicazioni sulla natura totalitaria del metodo di Petruccio non ci sono, e tutto è virato in burletta e in comicità, benché la grossa intelligenza degli attori riesca bene a far trasparire, soprattutto nel finale, le diverse ambiguità del testo…
Raramente Zeffirelli farà di meglio…

ROMEO AND JULIET [film del 1968]
Ancora oggi uno dei top di incassi di Zeffirelli, e pietra miliare soprattutto in USA: con questo titolo Zeffirelli divenne un must totale negli Stati Uniti, quasi antonomasia di lusso e sontuosa fattura…
Stavolta il cast è di giovinastri puliti del tutto inesperti, scelti da Zeffirelli secondo canoni visivi: se Olivia Hussey, icona della Giulietta più onnicomprensiva (e quasi banale), riesce bene a comunicare giovinezza e ingenuità, Leonard Whiting, sconosciuto prima e sconosciuto dopo, è l’emblema del miscasting
Per il resto c’è Pasqualino De Santis a plasmare la luce naturale in modi sommi; ci sono i luoghi reali medievali (Siena, Pienza, Gubbio, Viterbo, Tuscania) a rendere del tutto immediata l’azione; c’è Nino Rota a incastonare il tutto con una delle sue musiche più lacrimose… e la Paramount (contrattata da Zeffirelli grazie a Dino De Laurentiis) là a garantire una copertura mondiale…
È più smelenso della Shrew, ma le effusioni e le fusa instupidite degli amanti veronesi vi sono rappresentate in modo proprio immaginifico, esemplare, proprio exemplum da immortalare, da custodire nella credenza dei gioielli buoni…
E questo atteggiamento zeffirelliano, in Romeo e Giulietta è ancora sopportabile, perché ancora non prevaricante…
Io lo riguardo sempre molto volentieri…
Come molte cose di Zeffirelli, è un ottimo primo passo nell’approcciarsi a Romeo and Juliet, ma guai a fermarsi a questo, considerando che ci sono da vedere anche West Side Story e la versione di Baz Luhrmann (1996)…

FRATELLO SOLE, SORELLA LUNA [film del 1972]
Ancora giovinastri rispulizziti a fare San Francesco e Santa Chiara, con Ennio Guarnieri alla fotografia, Riz Ortolani alle musiche, Suso Cecchi d’Amico allo script e Danilo Donati ai costumi… ma stavolta Zeffirelli parte in ritardo rispetto al Francesco, Giullare di Dio di Rossellini (1950)…
Aveva chiesto l’appoggio artistico di Leonard Bernstein (amico di sempre: nel 1966 i due lavorarono per inaugurare la nuova Metropolitan Opera House del Lincoln Center a New York con la prima mondiale di Antony and Cleopatra di Samuel Barber, con la piramide semovente centrale che Zeffirelli riciclerà nelle sue Aida: ma Bernstein non riuscì a farsi ingaggiare, e la prima fu condotta da Thomas Schippers), che avrebbe dovuto comporre le musiche di quello che sarebbe dovuto essere una sorta di filmopera… Bernstein ci lavorò dapprima a singhiozzo, anche con Paul Simon (di Simon & Garfunkel) come paroliere, ma Zeffirelli non sentiva il lavoro di Bernstein adatto al suo film, e, col tempo, anche Bernstein cominciò a considerare quanto stava facendo come un lavoro troppo indipendente e “importante” per essere “ridotto” a mero accompagnamento di un film…
Finì che Bernstein assemblò con Stephen Schwartz quanto già composto per Zeffirelli nell’opera Mass, che debutta all’apertura del Kennedy Center di Washington nel 1971… e Zeffirelli esce nel 1972 con Fratello Sole, Sorella Luna, con le musichette semplicione e orecchiabili di Riz Ortolani e canzoncine ai limiti dell’elementare di Claudio Baglioni…
Il vitalismo di Zeffirelli rende Chiara e Francesco quasi degli esagitati sessantottini, ma certe loro movenze, essendo gli attori inesperti e allo stato brado, rischiano quasi sempre il ridicolo involontario…
E anche visivamente Zeffirelli sembra certe volte perdere il controllo dei frame

OTELLO [allestimento e ripresa TV del 1976, poi film del 1986]
E dopo un San Francesco non così esaltante, Zeffirelli accetta di riprendere per la RAI, rigorosamente live, la diretta dalla Scala dell’Otello, con l’adorato Carlos Kleiber, ingaggiato dall’allora maestro scaligero Claudio Abbado apposta per aprire la stagione il 7 dicembre 1976…
Otello ha spettacolari precedenti visivi: in studio, la RAI aveva fatto un film di Otello nel 1958 con Franco Enriquez alla regia e Tullio Serafin alla direzione d’orchestra… Korbinian Köberle aveva già trasmesso per la TV tedesca l’Otello di Hans-Peter Lehmann dalla Deutsche Oper di Berlino diretto da Giuseppe Patanè nel 1962 (la ripresa immortala quei tempi in cui i cantanti cantavano in italiano ma il coro nella lingua madre del teatro!)… e Herbert von Karajan, con l’amico Ernst Wild, si era avvalso dell’ottimo regista televisivo Roger Benamou per un Otello filmico della Unitel nel 1973…
Ma Zeffirelli tentava la diretta scaligera, in quella che è la prima diretta scaligera dopo la riforma della RAI del 1975 se non la prima diretta scaligera in assoluto (e certo quella con maggiore diffusione in un contesto italiano in cui la diretta musicale era già diffusa [tanti furono i live di musica sinfonica dall’Auditorium del Foro Italico degli anni ’60, affidati soprattutto a Fernanda Turvani, e nel 1963 ci fu una diretta operistica dall’Arena di Verona di Maria Maddalena Yon], ma non ancora granché compresa o somatizzata)… e accetta di sovrintenderne sia lo spettacolo sia la ripresa TV (ancora oggi non si sa chi l’abbia assistito nella realizzazione TV)…
È uno dei capolavori più superpiù di Zeffirelli…
Il maestro dell’immaginario collettivo, del banale, e del ninnolo oleografico, in Otello sfoggia un inaspettato senso espressionista, metafisico e soprannaturale…
Lo sfondo lontano di alberi marinareschi delle imbarcazioni è in continuo movimento (molto di più dei vicini cronologicamente, e similari, scenari di Giorgio Strehler per altre opere verdiane scaligere con Abbado), e non nasconde la sua natura quasi di ombra cinese, di marionetta
Piero Cappuccilli in Iago e Plácido Domingo in Otello applicano l’esagitazione tipica zeffirelliana alla trama, per fare un Otello allucinato, inconscio, funzionale: Cappuccilli si lascia andare a delle risate sfrenate alla fine del terzo atto, in un modo diavolesco, atroce, e sembra quasi un golem di cinema tedesco anni ’20; Domingo (in uno dei suoi primi Otello, accompagnato anche da polemiche di cast da parte di chi gli preferiva Carlo Cossutta o James McCracken) è violento, forte, nerboruto e stritolante ma intensamente pazzoide, davvero un folle, e anticipa quasi del tutto il rabbioso Mel Gibson dell’Amleto
Kleiber (contestato, all’inizio del terzo atto, con schiamazzi del tipo: «povero Verdi! Sembra una banda!») va dietro all’impostazione zeffirelliana con una musica sbrindellosa e bacchica, a strombattuto…
E Zeffirelli riprende il tutto in un modo ancora oggi sbalorditivo, che dopo l’istituzionalizzazione di Brian Large non s’è più rivisto: riprende spesso e volentieri Kleiber, anche nei momenti di trama più concitati (cosa poi proibita, se non in rarissimi casi, dalle fumisterie *immersive* di Large, che ritiene l’immagine del direttore come distraente dalla trama dell’opera: che idiozia: usare ontologie di cinema narrativo durante quella che è la documentazione di uno spettacolo live è risibile: all’opera, il gesto del direttore *fa parte* della diegesi operistica, tagliarlo è eliminare gran parte del senso delle immagini), e costruisce, con piani laterali e spesso anche abbastanza sopraelevati e mobili (cose assai inusuali nel dopo Large, che è quasi sempre a piano fisso, con solo il montaggio a dare movimento), un paradiso di dettagli che si incastonano nella bellissima prevalenza del totale scenico (indispensabile all’opera per vedere il palco, e sempre tramortito da Large per far posto a odiosi frame di pedissequo inseguimento del cantante, come se il cantante fosse il centro del visibile, e non la scena: sciocchezze) al fine di sottolineare al massimo molti spunti di trama: splendido e poetico il dettaglio delle mani di Otello e Desdemona, quella di lui nera e quella di lei bianca, che si intrecciano in «Già nella notte densa»…
Questo Otello è senza dubbio un felice errore di Zeffirelli, che nelle sue successive rielaborazioni di Otello non farà che peggiorare… Nel 1978 appronta un nuovo allestimento per il MET di New York (direttore James Levine: ne esiste una ripresa tv di Kirk Browning), del tutto parruccone… e nel 1986 traduce l’opera in uno dei peggiori filmopera di tutti i tempi, realizzato con i produttori Golan & Globus (Ennio Guarnieri alla fotografia e Gianni Quaranta alle scene): in esso la musica (affidata a Lorin Maazel) viene maldestramente tagliata, e si insegue un esotismo d’accatto, di plastica, davvero cartapestoso e ridicolo, con danze orientalesche (del tutto assenti in Verdi). Zeffirelli ha cercato in malo modo di unire l’opera di Verdi con la tragedia di Shakespeare, cercando, impossibilmente, di metterle in scena insieme, come se una compenetrasse l’altra… ne viene fuori un pastrocchio bello grosso di flashback e di primi piani di cantanti estatici (Katia Ricciarelli in Desdemona è iconicamente una sorta di Madonna), con colori brillanti, luci soffuse sbrellucicanti (fanno l’effetto di una fotografia scattata a caso nelle circostanze più involontarie) e movimenti di macchina del tutto immotivati…
La colonna sonora fu registrata da Maazel alla Scala nel 1985, e il direttore non fu granché contento dei tagli approntati nel film: volle che la colonna sonora fosse distribuita come un disco completo dell’opera, da far rientrare negli Otello completi della EMI…

GESÙ DI NAZARETH [sceneggiato televisivo in 5 puntate del 1977, accorciato in due parti per una distribuzione al cinema]
Forse è col successo dell’Otello del ’76 che la RAI affida a Zeffirelli una coproduzione internazionale italo-inglese (oltre alla RAI, c’è la ITC di Sir Lew Grade) costosissima, da girare tra Marocco, Tunisia e Messico, con un cast all-stars, da trasmettere in pompa magna la settimana di Pasqua (si dice con il tacito benestare di Paolo VI, che però si mantenne a una certa distanza “pastorale” dai brindisi della produzione)…
Jesus Christ Superstar (1970) è appena stato portato al cinema da Norman Jewison (1973), e l’idea era quella di restituire un Gesù umano e non divino, poco miracolistico ma molto metafisico… l’impostazione di partenza fu affidata da Lew Grade addirittura a Anthony Burgess, l’autore di Arancia Meccanica… con l’arrivo di Zeffirelli arriva anche Suso Cecchi d’Amico e le idee di Burgess vengono accantonate… Burgess prese in giro la svolta del tutto economica e soldosa della produzione in alcuni saggi, dove si burla di Lew Grade, in delirio per le probabili e lucrose trasmissioni da fare perfino in Israele e per le molto alte percentuali sugli incassi della versione filmica… Scrisse anche un romanzo, Man of Nazareth, nel 1979, basato sul suo primo script…
Zeffirelli trova qui David Watkin, talentuoso cinematographer inglese, che imprime una ferrea disciplina alla macchina da presa, rispettata anche da Armando Nannuzzi, chiamato ad aiutare Watkin nell’immenso set…
Con Watkin, Gianni Quaranta (che basò le sue scenografie su disegni dello stesso Zeffirelli), Marcel Escoffier ed Enrico Sabbatini, e con gli strepitosi attori (Zeffirelli impone Olivia Hussey, già sua Giulietta, nel ruolo della Madonna), tutti vogliosi di apparire, Zeffirelli crea un caleidoscopico universo di caratterizzazioni, stagliate nello scenario desertico del (manco a dirlo) immaginario collettivo messianico… Watkin è miracoloso nel garantire nuance notturne e chiaroscuri “dipinti” a un film altrimenti piattamente giallo, e proprio la gestione “luminosa” delle scene notturne regala le maggiori suggestioni pittoriche… e Zeffirelli guida bene l’eterogeneo cast, formulando dozzine di tic per distinguere le dozzine di personaggi, ma pecca nel tassonomizzare quei tic in gradi troppo polarizzati tra la rabbia esteriore e l’estaticità santificata… tra gli arrabbiati ci sono lo stesso Gesù (Powell: curioso notare come molti elementi di questo film siano quasi desunti dai film di Ken Russell: Powell è un attore di Russell e anche Watkin aveva già lavorato con Russell), il San Pietro di James Farentino, il Battista di Michael York, il Pilato di Rod Steiger, il Barabba di Stacy Keach, la Maddalena (anacronisticamente anzianissima, sembra più vecchia anche della Madonna!) di Ann Bancroft, l’Erode il Grande di Peter Ustinov, l’Andrea di Tony Vogel, il Caifa di Anthony Quinn… tra i santocchi ci sono la Madonna della Hussey (ovviamente), quasi tutti gli apostoli tranne i nominati, il Centurione di Borgnine, il Giuseppe di Arimatea di James Mason, il Nicodemo di Laurence Olivier, la Marta di Maria Carta, il Yehuda di Cyril Cusack, il San Giuseppe di Yorgo Voyagis…
In una sorta di tentata via di mezzo ci sono gli istrionici magi (Fernando Rey, Donald Pleasance e James Earl Jones), l’Erode Antipa di Plummer, e l’Erodiade di Valentina Cortese… A metà tra rabbia e santità è anche il Giuda di Ian McShane…
A livello di trama è chiaro l’intento di far contenti tutti, dato l’enorme potenziale audience anche interreligioso, un intento che si scontra con una necessità diegetica classica, quella di avere un “cattivo”, che nei film cristologici precedenti era quasi sempre localizzato in Giuda… Zeffirelli e d’Amico invece scelgono di creare un personaggio ex-novo, proprio apposta per non turbare nessun santino presente nelle sacre scritture: creano lo Zerah di Ian Holm, macchiavellico burocrate ebraico che tiene su di sé tutte le malignità e i sotterfugi al fine di uccidere il messia: un personaggio che appesantisce tutta la trama della Passione, rendendola ancora più assurda di quel che è (perfino la Via Crucis è interrotta da lunghi stacchi su Ian Holm che passeggia da solo nelle vuote sale del Sinedrio dove c’è stata la condanna a morte, senza alcuna posa luciferina che, a quel punto, Zeffirelli avrebbe anche potuto dargli per risolvere l’impasse narrativo in soprannaturale, ma invece no, si sceglie di rimanere nell’anodino e nel noioso suggerendo colpe banalissime e improbabili su un singolo personaggio: forse si voleva dimostrare che il male è banale ma si è ottenuto solo scene banali!)…
Il Gesù di Zeffirelli ebbe un successo immenso, e convinse la RAI a sperimentare sceneggiati televisivi meno teatrali di quelli fatti fino ad allora (quelli degli anni ’50 e ’60 di Bolchi, Majano, D’Anza), e più aperti alle star, agli esterni, al plein air… e per un ragazzino, sentire il Vangelo recitato in modi così vividi (Robert Powell non sta proprio mai zitto), prorompenti, stanislavskiani, e incorniciati in un intrico di emozioni e passioni così ben calibrato in immagini di sicura suggestione e qualità pittorica, è ancora oggi un’esperienza notevole, che lascia il segno…
Certamente, però, la discussione, il dubbio, le domande suscitate dalla inesplicabile vicenda, Zeffirelli non ce le fornisce mai… lo Zeffirelli fervente cattolico gratifica il Vangelo di una superba certezza: la vicenda messianica non poteva che essere così, in essa non c’è alcun mistero, poiché la fede, per Zeffirelli non è mistero che si rinnova ogni giorno, ma è sicurezza, inequivocabile consapevolezza… e la stranezza metafisica che si ha intorno a Gesù e alle sue azioni è più localizzata negli apostoli increduli di stare vedendo una potenza così prorompente e mai messa in discussione… il Gesù di Zeffirelli è quasi un supereroe, che c’è, fa i miracoli e stupisce, ma non può che fare così e nient’altro…
E vedere un Gesù così evidente e convinto, privo di qualsiasi mistero fa bene per comprendere proprio il pensiero nevralgico del cattolicesimo, spiegato chiaramente come in un cristallino manuale: come al solito, il Gesù di Zeffirelli è perfetto da vedere in età scolare, più chiaro che sul Vangelo stesso, e come qualsiasi manuale è perfetto per stimolare una curiosità che è bene però si sviluppi in altri film: il Gesù di Zeffirelli è l’apripista per rintracciare “testi messianici” in cui si indaghi la “fede” più per “ragione” (indagata proprio per venire smentita dalla metafisica indimostrabile del deismo) e per “volontà” che per immediata sicurezza… testi più aperti a una dicotomia tra “dubbio” e “fede” che a una presentazione immacolata della sola “fede”… testi forse più adatti all’arrivo critico verso la fede (per chi, per cavoli suoi, vuole trovarla) che non alla esibizione di una fede già compiuta… quanto sono più pregnanti le domande suscitate in Jesus Christ Superstar, così aperto all’ateismo, allo svincolo delle vicende messianiche dagli obblighi chiesistici, delle risposte di Zeffirelli; e quanto sono più appassionate le perorazioni irrazionali di fede nei contesti di pensiero di Martin Scorsese e Abel Ferrara, così combattuti tra il volerci credere e il non poterci credere…
Ma è anche vero che senza Zeffirelli non avremmo un testo ufficiale, più realista del re, a cui aggrapparci e cullarci per annullare ogni dubbio… ancora, Zeffirelli fa una camomilla e una scuola carina e cullante, dove tutti decidono tranne noi pubblico, in cui alle volte può fare piacere immergersi senza raziocinio (e altre volte no)…
Anche se sempre tutta uguale, io trovo sempre molto coinvolgente la musica di Maurice Jarre…

CARMEN [allestimento alla Wiener Staatsoper del 1978]
Ancora con l’adorato Kleiber, Zeffirelli si occupa dell’allestimento e della diretta televisiva per la TV austriaca (e stavolta si sa chi lo assistette, l’esperto Franz Kabelka) della Carmen alla Staatsoper di Vienna…
Carmen è stata affrontata tantissime volte da Zeffirelli, in numerosissimi altri allestimenti dappertutto, e soprattutto all’Arena di Verona: una Carmen in cui non riflette mai sulle componenti “atroci” della trama ma che illustra solo nelle sue componenti di cornice: la Spagna, i matador, le corride, e basta…
La Carmen di Zeffirelli, visibile in questa diretta, è proprio l’ectoplasma della Carmen… non è davvero la Carmen, è quello che il popolino pensa che la Carmen sia: non un’opera d’arte densa di riflessione, ma una baracconata carnevalesca dove non c’è da pensare ma solo da ammirare, ammutoliti come degli incapaci, i cavalli in scena, i tori, e le masse corali tutte vestite di colori sfavillanti…
È curioso che l’Opéra de Paris e Lorin Maazel, quando decisero di fare un film sulla Carmen nel 1983, non chiamarono Zeffirelli, ma Francesco Rosi, l’altro assistente di Luchino Visconti…

ENDLESS LOVE [film del 1981]
Assurdo e dai consueti personaggi esagitati che fanno cose completamente prive di senso comune, è un film tutto di immagine, ancora gestita da Watkin: Brooke Shields non sarà mai più così bella, e Watkin la avvolge di una luce carezzevole, che incornicia il suo volto in maniere sempre più sorprendenti…
La trama è improbabile e affastellata di stilemi da feuilleton ottocentesco, tra incendi, incidenti con le macchine, seduzioni e amori dichiarati tra le urla…
Stavolta, però, Zeffirelli ce la fa a dare a un’immagine un’anticchia di ambiguità: l’inquadratura finale, con Shields che sembra andare a trovare il suo amato, nuovamente in galera, e che si conclude con un suo fermo immagine “ghiacciato”, potrebbe essere solo un sogno del fidanzato in cella…
Uguale a mille altri, ma dalla fattura prodigiosa… e mortalmente noioso…

CAVALLERIA RUSTICANA [vari allestimenti teatrali e film del 1982]
Già ricordata nei 10 coetanei, la Cavalleria di Zeffirelli del 1982 è desunta da diversi allestimenti teatrali (si può vedere il revival curato da Ande Anderson e Charles Hamilton, trasmetto da Humphrey Burton e Brian Large, e diretto da Robin Stapleton dal Covent Garden di Londra nel 1976; di quello che forse è il “debutto” dell’allestimento, al Metropolitan di New York con Leonard Bernstein nel 1970, non fu fatta alcuna ripresa video, ed esiste solo un raro bootleg, di qualità pessima, per l’audio; si vocifera di un video del revival al MET diretto da Nello Santi nel 1978, ma io non l’ho mai trovato)…
Nel film, girato nel 1981 tra Vizzini in Sicilia e il Teatro alla Scala di Milano (con Georges Prêtre a dirigere, Armando Nannuzzi alla fotografia, Anna Anni ai costumi e Gianni Quaranta alle scene), Zeffirelli imprime il plein air che aveva trovato nel Gesù, e lo fa penetrare nelle crinoline del filmopera…
È un film che distrugge tutte le intenzioni “dubbiose” della musica e della trama (rivedi quanto si dice qui), e ha tutte le idiozie iconiche che chiunque si immagina in una Sicilia completamente fumettistica (la processione coi cappucci, i costumi colorati tradizionali) e ottocentesca (i gendarmi col pennacchio), che forse anche Mascagni ossequiò, ma gli esterni, la rappresentazione delle malelingue del paese, la caratterizzazione dei personaggi (soprattutto l’Alfio di Bruson e la Mamma Lucia di Fedora Barbieri), il vitalismo immediato della recitazione (cifra zeffirelliana) e l’inventiva con cui rende cori e scene di sola musica (l’inizio etnologico coi bimbi da svegliare all’alba e le idilliache scene di paese sono simpaticissime) lo rendono davvero unico e forse ancora oggi, in mancanza di altri testi paragonabili (l’allestimento espressionista di Philipp Stölz a Salisburgo, condotto da un ottimo Christian Thielemann e ripreso in modo asettico da Brian Large nel 2015, tenta di riconnettere Mascagni con i suoi epigoni germanici, soprattutto con Berg, ma risulta più depressoide, incolore, ridicolo involontario e smorto che altro; idem il film di Karajan e Åke Falck del 1968, desunto da Strehler, che tenta la stilizzazione senza riuscire a realizzarla davvero), si attesta come standard, nel bene e nel male… Io auspico davvero una bella Cavalleria da teatro dell’assurdo, ma ho paura che sia davvero di là da venire, o addirittura impossibile, visti i luoghi comuni che ancora affliggono l’esegesi dell’opera, alcuni anche cementati proprio dal film di Zeffirelli, la cui efficacia, come altre volte, risulta difficilissima da scalfire [una speranza è rappresentata dalla Cavalleria a Matera di Barberio Corsetti, vedi qui]… nell’attesa, certo, “adagiarsi” su Zeffirelli stavolta è meno spinoso del solito…

TURANDOT [allestimento alla Scala del 1983, prestato al MET e all’Arena di Verona]
Ancora una diretta scaligera, il 7 dicembre 1983, per la Turandot, che Zeffirelli cura anche nella trasmissione televisiva (stavolta, nei titoli, è proprio accreditato lui come «regia teatrale e televisiva»)… Sul podio Lorin Maazel…
L’allestimento è desunto da quello approntato da Giovacchino Forzano per la prima del 1926, che Zeffirelli segue quasi pedissequamente, mettendo di suo solo alcuni tagli di luce… il gong in mezzo e le aste coi dragoni sono imperanti… uno spettacolo del tutto “ottocentesco”, fatto di centralità bric-à-brac, di immobilità, di bidimensionalità e di noia mortale…
Zeffirelli ancora una volta è migliore come regista televisivo: le inquadrature sono tante, da tanti punti di vista, e il visivo è sempre rimescolato da felicissime dissolvenze e zoom diegetici…
Lo show fu venduto al MET di New York pressoché identico, e lo possiamo vedere in due broadcast: uno del 1988 di Kirk Browning (direttore James Levine) e l’altro di Gary Halvorson del 2009 (direttore Andris Nelsons)…
Con minime varianti, la regia passa anche all’Arena di Verona, e la si vede i una ripresa di Andy Sommer, con Giuliano Carella sul podio, del 2010…

HAMLET [film del 1990]
I pregi e i difetti zeffirelliani sono in gioco in modo davvero esemplare in Hamlet, pagato dalla Columbia e lavorato da tutta la squadra superlusso (Watkin, Millenotti ai costumi, Ferretti alle scene, e stavolta Ennio Morricone alle musiche)…
Lo sforzo vitalistico, documentato dal furentissimo Amleto di Gibson, dall’esagitato Claudio di Alan Bates, dalla piangiulente Gertrude di Glenn Close, e dalla sdrucita Ofelia di Bonham-Carter, e la geniale caratterizzazione dei personaggi (c’è Ian Holm a fare un saturnino Polonio), garantiscono una sicura presa vitalizzante al testo, che però è tagliato assai, e si conforma come fin troppo simile, anche nelle intenzioni edipiche, all’Hamlet di Laurence Olivier (1948), di cui questo di Zeffirelli è quasi un remake…
Una scena è però ottima, quella del litigio tra Amleto e Ofelia…
Ambientata nella scena circolare implementata da Zeffirelli in teatro al Londra, usa una macchina da presa mobilissima, quasi sempre impegnata in continui long takes anch’essi circolari, che girano intorno ai personaggi con giravolte davvero furenti, adattissime alle urla rabbiose di Gibson…
E scena e movimento di macchina circolari rendono al meglio il senso di raggiro (quello che tenta Ofelia nei confronti di Amleto) e controraggiro (quello dell’idrofobo Amleto nei confronti di Ofelia) che si hanno nel testo… Davvero spettacolare… e ancora più sorprendete sapere che il girotondo ravvicinato sui personaggi non fu ottenuto da una steadicam ma da un tappeto atto ad assorbire gli urti del carrello, che veniva tolto a tempo di record durante i long takes… Sopraffino!
Nell’Autobiografia, Zeffirelli parla del set di Hamlet come di un set difficile, a causa dei tremila contrasti con Mel Gibson: ubriaco e morboso, attratto dalla morte, tra le pause beveva come una spugna e faceva solo discorsi macabri sulle diverse modalità di putrefazione dei cadaveri e su quanto dolore possano sopportare le diverse parti del corpo umano… Zeffirelli dice anche che Gibson tramava continuamente con la Columbia per farlo licenziare e divenire lui stesso regista (il suo esordio registico arriva poco dopo, nel 1993), ma in questi scheming trovava sempre il resto degli attori del tutto contrari (Zeffirelli racconta che soprattutto Glenn Close trovava sgradevoli i discorsi mortiferi di Gibson, quando non direttamente repellenti)… Abbiamo già ricordato dell’aneddoto di Morricone su un Gibson presente addirittura in sala di montaggio, cosa che in qualche modo conferma il racconto di Zeffirelli…
Negli specials del DVD, Gibson non si difende granché, ma parla di uno Zeffirelli poco rispettoso della continuità del testo, che interrompeva la sua performance in uno scheduling per lui assurdo, del tipo: riprendere metà del monologo in un take e l’altra metà in un altro take da fare dopo settimane!
Nel doppiaggio italiano, curato da Pino Colizzi, amico di lungo corso di Zeffirelli e doppiatore di Robert Powell nel Gesù, Gibson è doppiato da Giancarlo Giannini: Colizzi dice di non essere stato d’accordo con la scelta, e avrebbe preferito Claudio Sorrentino… È il secondo contrasto tra Colizzi e Zeffirelli riferito al doppiaggio: nel Gesù, diretto al doppiaggio da Renato Izzo, Colizzi appare nelle vesti di un ladrone, e si sarebbe voluto autodoppiare, ma Zeffirelli lo volle solo come voce di Gesù, e impose che sul ladrone/Colizzi ci fosse la voce di Cesare Barbetti! [tra l’altro ci sono altre curiosità insolute sul doppiaggio del Gesù: James Mason, non si sa perché, nella maggior parte dei punti è doppiato da Sergio Graziani, in altri ha la voce di Renato Mori!]

JANE EYRE [film del 1996]
Con Watkin e lo scenografo Roger Hall, Zeffirelli garantisce immagini bellissimissime (i giochi di luce terrorizzanti degli specchi all’inizio sono supersonici!), ma stavolta gli manca un pochino di afflato vitalistico: tutti sono abbastanza smorti…
Ne esce un film smelenso, dalla carezzevole musica di Alessio Vlad e Claudio Capponi, che piace ai sentimentali e che illustra comodamente il romanzo… un film da poltrona, da Rete4, non brutto… una bella e riposante camomilla che fa bene al cuore…
Nel doppiaggio, Pino Colizzi riesce stavolta a scritturare Claudio Sorrentino come voce del protagonista William Hurt!

UN TÉ CON MUSSOLINI [film del 1999]
Dopo solo due anni dai miracoli visivi di Jane Eyre, Zeffirelli e Watkin, ormai vecchiotti, si divertono a riprendere Firenze con professionalità, ma non graffiano più: le immagini non acchiappano e si perdono nell’assolata Toscana cartolinosa…
Il film è decente per le disillusioni storiche (e Pino Colizzi ci appare anche come attore) e per l’interessante ripudio del fascismo da parte di un uomo di destra… Ma anche questo è da pomeriggio di Rete4, da vedere appunto col té e i pasticcini… una scoperta dell’acqua calda (il pivotal moment è Maggie Smith che si accorge che Benito Mussolini è un poco di buono: accidenti che notizia!) simpatica e non di più…

AIDA [allestimento scaligero del 2006]
La prima apertura scaligera, il 7 dicembre 2006, senza Riccardo Muti, andato via tra le polemiche e i chiacchiericci che lo raccontavano oramai dispotico con gli orchestrali… Lo racconta così anche Zeffirelli stesso nell’Autobiografia: lo dice altezzoso e geloso di qualsiasi complimento non fosse rivolto a lui: se chiunque faceva i complimenti a un cantante senza prima farli a lui, Muti si inalberava…
Zeffirelli si legò al dito, anche lui per pura altezzosità, la volontà di Muti, nel 2001, di creare un nuovo Otello per la Scala (con Graham Vick) invece di continuare a riproporre l’allestimento zeffirelliano del 1976…
Non stupisce, quindi, che Zeffirelli accetti di buon grado di dirigere la prima scaligera senza Muti… con l’Aida, l’opera kolossal per eccellenza…
A condurre l’orchestra c’è Riccardo Chailly, che sperava forse di diventare subito nuovo maestro scaligero dopo Muti, ma nulla: gli amministratori chiamano Daniel Barenboim [Chailly ce la farà a diventare maestro scaligero proprio dopo Barenboim, nel 2015]
Stavolta, uno Zeffirelli anziano non sovrintende alla regia TV, che è affidata dalla RAI a Patrizia Carmine…
L’Aida di Zeffirelli, di cui questa è solo l’ultima di una lunga serie teatrale, è proprio banalissima: piramidi, uomini condor, sfingi a volontà… introspezione zero e zero cura dei movimenti per una gestione diegetica della trama…

Attratto dalla sua semplicità e dal suo esteriore vitalismo, io ho molto amato Zeffirelli in gioventù, e come scenografo, pittore ed esteta dell’immagine lo trovo davvero ottimo…

Ma la sua mancanza di riflessione l’ho sentita tutta una volta cresciuto!

4 risposte a "Un bilancio di Zeffirelli"

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  1. Un articolo stupendo dove non solo elenchi tutti i lati positivi e negativi di quest’uomo ma riesci anche a parlare delle sue pellicole con grande destrezza. Ottimo lavoro!

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