Revenge

Revenge è anche il titolo di una palla di film del 1990, diretto da Tony Scott: una roba che non finiva più, e di una “sconfortanza” deprimentoide (in qualche modo doppiata 23 anni da Ridley Scott in The Counselor, dedicato proprio all’appena morto Tony) a metà tra il Naturalismo più vieto e il «latte alle ginocchia» dei detti toscani…

Parlare di questo dinamico film di Coralie Fargeat è invece difficile…

I primi 15 minuti sono quanto di più stupefacente il cinema possa offrire…
Fargeat ci presenta un florilegio magnifico di teoria dello sguardo, radicale quasi quanto quelli di Spielberg (vedi Minoriti riport), Refn (dal quale evince molti spunti visivi), e quanto il Basic Instinct di Verhoeven…
Con una gestione dei colori formidabile (fotografia di Robrecht Heyvaert) e un montaggio paradisiaco (della stessa Fargeat, con Bruno Safar e Jérôme Eltabet), il film ci fornisce l’emblema del cinema come corpo, del cinema come “vita”…
Il corpo splendido di Matilda Lutz è il cinema, e viene guardato e sguardato da nerboruti machisti rozzi e buzzurri, che sono sì adoranti (come sempre avviene nei film, vedi anche quanto detto in Ready Player One, e nei film lì linkati), ma sono anche violenti e “prevaricanti”…
Se il cinema è corpo e “vita”, lo sguardo è però violenza, le occhiate “squartano” più che sbirciare, e il *vedere* è un *peccato*, un atto di alterigia, un sopruso, una coercizione (vedi ancora quanto detto in Ready Player One)… se il cinema è corpo, il cinema è comunque fatto di visione, e se la visione è però violenza, allora il cinema è esso stesso violento, è voyeurismo, è concupiscenza mascalzona, è occhiata malevola…
Nei primi 15 minuti, un corpo bellissimo “attizza” gentaglia, *incriminando* la visione e smascherandola come abietta (la visione abietta di Hitchcock o Michael Powell o De Palma, e dei loro personaggi colpevoli di “aver visto” o di “voler vedere”): gli sguardi degli uomini (puri cavernicoli) sul culo della donna sono infatti, genialmente, accostati (con intuizioni degne di Ejzenštejn) alla lotta dei wrestlers sullo schermo della TV, mentre il montaggio svicola e sfiora su movimenti di macchina e su punti di vista così “sbirciosi” e “guardoni” come non si vedeva al cinema da molti anni… È il cinema che si incarna nella maniera più lubrica, ma anche nella maniera più catarticamente dionisiaca: una cinema come colpa ma anche come gioia, che si contrappone a uno “sguardo” incapace, crudo e preverbale, come si va a evincere…

…perché tutta questa teoria della visione si accosta a un supersonico mito ctonio (di venerazione della terra), simile a quello di Atteone, colpevole anche lui di “aver visto” Artemide nuda in un bosco, durante una battuta di caccia: Atteone viene punito dalla dea con la trasformazione nel cervo che egli stava cacciando! — oppure di una versione del mito di Tiresia, reso cieco da Atena ugualmente perché spiata da lui nuda…
Il contrappasso della visione, con te che credevi di vedere soltanto e di essere quindi innocente, ma invece “vedendo” eri colpevole, eri “violento” (“vedere=violentare”), e quindi ti meriti di tramutarti in vittima: hai “visto=violentato” e da cacciatore diventi cacciato, oppure vieni punito con la mancanza di visione…

A livello mitico-simbolico il cinema come corpo, libero e dionisiaco, si offende perché la sua libertà è scambiata per lascivia prevaricatoria! — E si offende di essere inteso come “violenza”!
il cinema è sguardo e voyeurismo, ma è anche, appunto, “corpo” e vita, che quindi si distingue e non sopporta il voyeurismo fine a se stesso, la “violenza fine a se stessa”…
Che tutta questa simbologia venga scoperta e resa palese dalla violenza verso il cinema, verso il “corpo”, verso la donna, da parte di nerboruti farabutti senza coglioni, rende il film interessantissimo: violenza come sopruso non solo immanente, ma anche filosofico; sopruso non solo contingente, ma anche “mitico”; non solo diegetico ma anche sociale…
Energumeni deficienti che disprezzano tutto e tutti sono così quasi perché sono schiavi solo dello “sguardo” e non capiscono il “cinema”; sono attratti dal “corpo” senza capire la “vita”; attratti dalla “luce” solo per spegnerla e non per parteciparvi!

E tutto questo, forse, perché il cinema come “corpo” e come “vita” ha in sé la chiave numero uno di *spiegazione* di tutto questo, e cioè la relazione e l’identità tra il *vedere* e il *conoscere*! [ricordiamoci l’«Ahi vista, ahi conoscenza!» di Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme liberata, canto XII]
Il corpo/vita/cinema sa cosa vuole e lo dichiara, mentre gli energumeni non ragionano né conoscono proprio nulla, attratti solo da stimoli primari (intrigante il ralenti sul sozzo ingurgitare di schifezze mangerecce da parte del complice dello stupro)…

Il cinema è offeso dalla vera e propria “violentatura” che gli fanno coloro che vedono senza conoscere!

La vendetta di tutto questo esplode con la prima vittima accecata (come Tiresia), in riva a un lago (come Atteone), da parte di un corpo/vita/cinema ormai in tutto e per tutto “divino” (la dea della vendetta indù s’intravede anche nei quadri della villa delle violenze e nella simbologia della “cauterizzazione al peyote”): una Artemide rediviva, a metà tra lo zombie e la vera essenza “scura” della terra (Artemide come Diana ctonia, o come “luna crescente”, che risorge dopo il novilunio: Artemide come componente notturna di tutte le divinità non mortifere: Artemide come “lato oscuro” del pensiero), “scura” ma giusta, che fa pulizia del losco e del non degno…

Dalla prima vittima in poi, vabbé, il grande sfoggio di inventiva cinematica della sequenza alla Rambo 2 lisergico di peyote, con tanto di cauterizzazione allucinogena e di incubi carpenteriani, non riscatta una seconda parte di pregevolissima fattura, di grande tecnica, e di portentosa azione (e che usa con intelligenza certi stilemi visivi del videogioco, quasi mai compresi nel cinema [vedi anche quanto dice a riguardo Bad Karma]), ma anche assai interminabile, e con un gusto per il sanguinolento sì giusto e giustificato ma che non riesce a non rasentare la parodia…

Perciò “consigliarlo” è dura…
È un film violentissimo, inverosimile e sconfinante nel parodico…
Un film di pura azione, con spari, botte, ed esagerazioni irrealistiche varie e compiaciute…
sicché è difficile dire «andate a vederlo»…

però, se non lo si vede, si perde:

  1. un grande testo di teoria dello sguardo, che tratta il cinema come componente necessaria per la stigmatizzazione di questa società tutto sguardo e niente conoscenza…
  2. un grande film femminile, che riporta il cinema alla sua necessità di “giustizia” insieme visiva e sociale, che vede nella unione tra vedere e conoscere la chiave per la catarsi di questo mondo malato di prevaricanza maschilista…

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