Le musiche delle stagioni

E dopo le musiche per il Giorno della Memoria e quelle sulla Luna, finalmente giungiamo al più banale elenco delle musiche stagionali

Come detto nel TAG dell’Estate, fare un elenco per ognuna delle quattro stagioni comporterebbe la ripetizione di quelle composizioni che effettivamente si riferiscono già in prima istanza a tutte le quattro… ed è di queste che qui parleremo, partendo dalla più celebre, ma anche la più complessa da “spiegare”…

1 – LE STAGIONI DI VIVALDI (1727, composte già nel 1717)
Sarà difficile da capire, ma Antonio Vivaldi (1678-1741) non ha mai composto qualcosa che si intitolasse Le stagioni, oppure Le quattro stagioni

Vivaldi ha pubblicato (con l’editore Michel-Charles Le Cène di Amsterdam) un opus (un librone di composizioni) di 12 pezzi (per violino solista, orchestra d’archi [di violini primi, violini secondi e viole] e basso continuo [nelle parti pubblicate, il “basso” {cioè tutto il sistema di accompagnamento, realizzabile in una ampia ma controllata gamma di improvvisazione del tutto gestibile dall’esecutore} è attribuito al «violoncello» e a un «organo»]) intitolato Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione, op. 8 [cioè era l’ottava opera che Vivaldi pubblicava]

Di questi 12 pezzi, i primi 4 hanno dei titoletti riferiti alle stagioni, «La Primavera», «Estate», «Autunno», «L’Inverno»… e sono preceduti da quattro «Sonetti dimostrativi» [proprio c’è «Sonetto Dimostrativo Sopra il Concerto Intitolto La PRIMAVERA», «Sonetto Dimostrativo Sopra il Concerto Intitolato L’ESTADE (sic)», «Sonetto Dimostrativo Sopra il Concerto Intitolato L’AUTUNNO», «Sonetto Dimostrativo Sopra il Concerto Intitolato L’INVERNO»], che non sono posti prima di ognuno, ma uno dopo l’altro prima della musica e dopo la dedica [cioè, nell’edizione Le Cène, c’è il frontespizio, la dedica a Venceslao conte di Marzin (ovvero Václav z Morzinu, un nobile che abitava, ricchissimo, in una reggia a Praga e regnava, formalmente, su piccoli feudi nella campagna praghese), poi subito, uno dietro l’altro, i sonetti]…
Hanno titoletti anche il pezzo numero 5 «La Tempesta di Mare», il 6 «Il Piacere», e il 10 «La Caccia»…
Dei numeri 9 e 12, nella prima edizione, viene detto «Questo Concerto si può fare ancora con l’Hautbois» (cioè con l’oboe solista al posto del violino solista)…
Che il numero 5 si intitoli «La Tempesta di Mare» crea molta confusione, perché come «La Tempesta di Mare» Le Cène e Vivaldi pubblicano anche il primo pezzo contenuto nella op. 10 (la decima opera pubblicata da Vivaldi)… ma di questo è bene non parlare sennò si fa notte!

Tutto questo, tornando a bomba, prova che le famose Quattro stagioni di Vivaldi propriamente non esistono, esistono i primi 4 pezzi del Cimento dell’Armonia, e cioè gli op. 8 nn. 1-4…

Però, quei pezzi sono circolati comunque da soli, senza il resto del Cimento dell’Armonia, per via di numerose circostanze…

Vivaldi fu un grande, un sommo: componeva felice, beato e ricchissimo per il teatro (quasi 50 opere liriche soprattutto per i teatri di Venezia, ma anche per Verona, Mantova, Milano, Reggio Emilia, Firenze, Roma e Praga), per la chiesa (quasi 100 pezzi sacri tra Messe, Glorie, Magnificat, Salmi, Inni, Mottetti, Oratori) e per i più vari complessi strumentali, e finì per lavorare a quasi 800 pezzi…

Vissuto in un’epoca in cui la «riproducibilità tecnica dell’opera d’arte» non esisteva affatto, Vivaldi era convinto che la sua ricchezza fosse data dalle esecuzioni live delle sue opere, concerti e messe… sicché, di quegli 800 pezzi ne pubblicò solo 114, divisi in 12 opere come segue:

L’op. 1, pubblicata con Giuseppe Sala a Venezia nel 1705 contiene 12 pezzi…
L’op. 2, con Antonio Bartoli a Venezia nel 1709, altri 12 pezzi…
L’op. 3, con Estienne Roger ad Amsterdam nel 1712, altri 12… [è un opus intitolato L’Estro Armonico]
L’op. 4, di nuovo con Roger, nel 1715 (o giù di lì), altri 12… [è intitolato La Stravaganza]
L’op. 5, con Roger [non con Estienne, ma con una delle sue molte eredi/socie/figlie, cioè con Jeanne Roger], nel 1716, contiene 6 pezzi…
L’op. 6, ancora con Jeanne Roger, non si sa di quando (tra il 1716 e 1719), è di 6 pezzi…
L’op. 7, di nuovo con Jeanne Roger e di nuovo senza data, torna a contenere 12 pezzi…
L’op. 8 è il Cimento dell’Armonia, 12 pezzi con Le Cène del 1727 (Le Cène altri non era che il marito di una delle eredi/socie/figlie di Estienne Roger, che intanto era morto intorno al 1723)…
L’op. 9, di 12 pezzi, si intitola La Cetra, ed è con Le Cène, di nuovo del 1727…
L’op. 10, 6 pezzi, è con Le Cène, del 1728
L’op. 11, 6 pezzi, Le Cène, 1729
L’op. 12, 6 pezzi, Le Cène, 1729

Questa di pubblicare in maniera controllata quello che si riteneva adatto a una esecuzione “domestica” era comune…
La partitura completa di un’opera lirica per il teatro, con orchestra colossale e decine di cantanti, cosa si stampava a fare? solo un teatro avrebbe potuto eseguirla, e al teatro bastavano le parti manoscritte, su cui intervenire facilmente con correzioni e aggiustamenti per il cantante sgolato o per la virtuosa di turno, correzioni che si facevano assai peggio sulle stampe…
Idem per i pezzi delle messe, fatti per formazioni corali molto grosse…
Chi ce l’aveva un coro così se non una cattedralona supertop?
Di opere e messe era meglio stampare singole arie, singoli pezzi, adatti magari alle scuole di canto, o ai cantanti dilettanti, che però arrivarono con la cultura “domestica” dalla seconda metà del Settecento, non prima (fu l’Inghilterra una delle prime nazioni a stampare singole arie d’opera italiane per i neonati “dilettanti” di canto)…
Per cui si stampavano i pezzi strumentali, e si stampavano non in partitura, ma in set di parti, così erano bell’e pronte per l’esecuzione: magari qualche strumentista professionista se le comprava per portasele dietro durante un tour, o un nobile le acquistava per la sua orchestra privata…
Così funzionava…
E come Vivaldi avevano fatto anche, per esempio, Arcangelo Corelli (1653-1713), che stampò 6 opere (tutte a Roma) ognuna di 12 pezzi; Giuseppe Valentini (1681-1753) che ne stampò 9 (a Roma, solo una ad Amsterdam); Benedetto Marcello (1686-1739), che pubblicò, tra stampe e ristampe, poco più di 5 pezzi (tra Venezia e Bologna, con ristampe a Londra e Amsterdam), di cui fece successone L’Estro poetico armonico (Venezia, Domenico Lovisa, 1724-1726); Georg Friedrich Händel (1685-1759) che stampò 7 opere (quasi tutte a Londra), una con 15, 3 con 6, 2 con 12 e una con 7 pezzi (e Händel pare abbia scritto 612 pezzi); e Georg Philipp Telemann (1681-1767), che pubblicò alla rinfusa 60 opere in Germania (poco rispetto ai più di 2200 pezzi che ha composto)…
E c’era anche chi non stampava per nulla: Johann Sebastian Bach (1685-1750) non stampò nessuno dei 1080 pezzi da lui composti: nonostante nella sua stessa città, Lipsia, almeno dal 1723, fosse attivo l’editore Bernhard Breitkopf, solo nel 1756 suo figlio Johann sistematizzò un sistema rivoluzionario di stampa musicale che forse avrebbe potuto incuriosire Bach (e la ditta di Breitkopf è tutt’oggi attiva, è la Breitkopf & Härtel, ed è ancora a Lipsia!)…
Fu la generazione successiva a quella di Vivaldi (quella dei nati dopo il 1720-1730) a rendere la stampa musicale del tutto di massa

Le opere di Vivaldi, pur poche, circolavano e venivano stimate a mille: Bach (10 anni più giovane di Vivaldi) un po’ le copiava e Nicolas Chédeville (1705-1782), nel 1737, pubblicò una sua composizione, Il pastor fido, col nome di Vivaldi, per sfruttarne il successo: suo complice fu l’editore parigino Jean-Noël Marchand, che accettò di dividere gli incassi del falso… Nel falso cadde un alto editore parigino, Elisabeth-Catherine Ballard-Boivin, che ristampò nello stesso 1737 Il pastor fido come di Vivaldi, e ancora nel 1954 e 1956 le blasonate editrici Schott e Bärenreiter stampavano Il pastor fido come fosse di Vivaldi (ancora nel 2007, Schott pubblicava Il pastor fido col nome di Vivaldi in copertina, specificando la paternità di Chédeville solo nella prefazione)

Poi, però, Vivaldi morì e la sua fama si spense…

Dal 1741 agli anni 1930s, le 12 opere stampate da Vivaldi diventavano vecchie e obsolete, certo per rinnovamenti stilistici (si impose nel gusto quello che poi venne chiamato il classicismo della «Scuola di Vienna», cioè di Haydn, Mozart e Beethoven, che fu anche molto agguerrita nello stampare in massa) nel frattempo intercorsi, ma anche perché nel 1829, Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847), a Lipsia, cominciò a rendere pubbliche alcune di quelle 1080 opere che Johann Sebastian Bach non aveva mai stampato… Ciò determinò un Romanticismo musicale (che proprio negli anni 1820-1830 prendeva il via dopo i prodromi Sturm und Drang già presenti nella Scuola di Vienna) tutto virato, nel gusto della riscoperta, su Bach e su chi gli somigliava, cioè gente germanica

Vivaldi sfuggì a cose simili agli interessi

  • di Robert Schumann (1810-1856) per Franz Schubert (1797-1828), che, alla lunga portò alla riscoperta di quasi tutte le sinfonie schubertiane negli anni 1860s (vedi il numero 10 di Symphonies)
  • di Hector Berlioz (1803-1869) per Christoph Willibald Gluck (1714-1787), che sfociarono nel grosso revival dell’Orfeo ed Euridice di Gluck (1762 e 1774), tutto riaggiustato da Berlioz, al Théâtre Lyrique di Parigi nel 1859
  • di Vincent d’Indy (1851-1931) per Claudio Monteverdi (1567-1643), che portò alla riesumazione di L’orfeo (1607) a partire dal 1904 (prima con esecuzioni in forma di concerto, poi con performance teatrali, alla Fenice di Venezia, diretta da altri nel 1910, e poi, supervisionata proprio da d’Indy al Théâtre Réjane di Parigi nel 1911); di L’incoronazione di Poppea (1643) a partire dal 1905 (in performance al Théâtre des Arts di Parigi nel 1913); e del Ritorno di Ulisse in patria (1639-40) dal 1925
  • di Richard Strauss (1864-1949) e Gustav Mahler (1860-1911) per Mozart (1756-1791), che vide la riscoperta soprattutto di Così fan tutte (1790), data da Strauss al Residenz Monaco di Baviera nel 1897, da Mahler a Vienna nel 1905, ancora da Strauss al Nationaltheater di Monaco nel 1910 [in contemporanea, Thomas Beecham allestiva l’opera all”Her Majesty’s Theatre a Londra] e quindi al Festival di Salisburgo, in pompa magna, nel 1922
  • di Strauss, Johannes Brahms (1833-1897) e Maurice Ravel (1875-1937) per François Couperin (1668-1733), che portò a diverse composizioni in stile couperiniano di Strauss e Brahms e Tombeau de Couperin di Ravel (1917)

perciò Vivaldi venne sempre più relegato in un oblio serio…
Nel 1910-’20 ben pochi si ricordavano di lui, e soprattutto, praticamente nessuno era più a conoscenza delle oltre 700 opere da lui composte e rimaste inedite…
Dal 1741 al 1910s di quelle opere si era persa traccia… nessuna sapeva che esistessero…

Vivaldi è morto a Vienna e tutte le sue carte, inclusi gli autografi di tutte le 800 sue composizioni (comprese le 114 che pubblicò), sono rimasti agli “eredi” che non si sa chi furono davvero… si sa solo che erano collegati in qualche maniera con la famiglia Durazzo…
Era una famiglia genovese, della quale un rampollo bello rampante, Giacomo Durazzo (1717-1794), era arrivato a fare il diplomatico a Vienna: con costui, con il livornese Ranieri de’ Calzabigi (1714-1795) e il fiorentino Gasparo Angiolini (1731-1803), anche loro emigrati a Vienna, Gluck ideò la sua Riforma teatrale
Fu forse Giacomo stesso o chi dopo di lui a dare parte delle “cartacce” (anche musicali) della famiglia ai salesiani…

Tutto questo si sa perché un salesiano, all’improvviso, nel 1926, fece una grossa donazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, con moltissime carte musicali, che un tal Alberto Gentili, incaricato dalla biblioteca, valuta per la prima volta…

Gentili sospetta che quelle carte dei salesiani provengano dai Durazzo, per via di stemmi ed ex-libris vari… e forse comincia a sospettare che siano di quell’oscuro compositore, Antonio Vivaldi, che un tempo pubblicò 12 opere…

Grazie alle donazioni di industriali ricchissimi che si incuriosiscono, Roberto Foà e Filippo Giordano (è da loro che prende il nome la collezione, ancora oggi all’Universitaria di Torino, il Fondo Foà-Giordano), Gentili riesce a provare l’origine delle carte dalla famiglia Durazzo e riesce ad acquistare, a Vienna, il resto delle musiche della famiglia per riunirle con quelle a Torino portare dal salesiano…

Gentili comincia a lavorare sul provare che quelle che sta trattando sono gli autografi completi di Vivaldi, e nel farlo aizza gli interessi di Alfredo Casella (1883-1947) e del ricchissimo conte Guido Chigi-Saracini (1880-1965)…

Costoro, fomentati da una rinnovata voglia nazionalista sul primato musicale italiano voluta dal fascismo, tutta protesa a creare revival di musiche italianissime da contrapporre ai forestieri Bach e Couperin (oltre che a togliere Monteverdi dalle mani del francese d’Indy), e, naturalmente, a provare il *primato* italiano su qualsiasi tipo di altra musica, si mettono a lavorare proprio sulla “causa Vivaldi” del Fondo Foà-Giordano, esattamente per celebrare Vivaldi come un mito *precedente* a Bach, che Bach non aveva fatto altro che copiare!

Casella collaborò con Chigi-Saracini nel cercare in tutti i modi di garantirsi l’esclusiva sulle carte Foà-Giordano e per un po’ lo scopo quasi fu raggiunto…
Essendo l’Universitaria di Torino una istituzione statale si fece presto a burocratizzare l’accesso alle carte Foà-Giordano così tanto da scongiurare chiunque non fosse disposto a “pagare”… Casella aveva i soldi di Chigi-Saracini, ma in mezzo si misero delle celebrità (per esempio Ezra Pound: anche lui, a un certo punto, cercò di pagare per avere l’esclusiva di sfruttamento delle musiche vivaldiane, in un primo tempo anche in accordo con Casella e Chigi-Saracini), o gente più ricca (l’editore Ricordi, spalleggiato dal businessman veneziano Antonio Fanna)…

Nel frattempo il fascismo imperava: le leggi razziali costrinsero l’ebreo Alberto Gentili a fuggire, ed ebrei erano anche gli stessi Foà e Giordano, anche loro espatriarono…
Senza Gentili, Casella e Chigi-Saracini, per un po’, sembrarono in pole position sui diritti di sfruttamento di Vivaldi…
Con le sue conoscenze, Chigi-Saracini ottenne da Giuseppe Bottai (ministro dell’educazione fascista dal 1936) un certa aurorale esclusiva sul Fondo Foà-Giordano, riuscendo ad allontanare molti studiosi…
Il francese Marc Pincherle, per esempio, fece innumerevoli tentativi di avvicinarsi altre carte vivaldiane dal 1926 in avanti, ma trovò xenofobia (con le scuse del tipo «lei non può vedere il Fondo Foà-Giordano: quel fondo è escluso dalla consultazione in quanto è in fase di catalogazione», ma Pincherle nel frattempo vedeva che altri lo consultavano, ma a quelli veniva permesso perché erano *italiani*: Pincherle scrisse anche a Chigi-Saracini per collaborare con la divulgazione di Vivaldi e nel progetto di sfruttamento delle musiche, ma Chigi gli disse tranquillamente che nel suo libro-paga c’erano già valenti esperi italiani) e riuscì a vedere il fondo solo nel 1946-’48, arrivando dopo Mario Rinaldi (che visionò le carte senza pagare solo nel 1943)…
Chigi-Saracini e Casella (con tutta una loro squadra, tra cui Virgilio Mortari) ottennero diverse prime edizioni di Vivaldi in conseguenza delle Settimane Musicali Senesi dell’Accademia Chigiana, che dal ’39 in poi fu una seria avanguardia nell’accaparramento dei copyright vivaldiani e promosse (e dai diritti guadagnò) diversi concerti radiofonici dell’EIAR e contratti editoriali con Ricordi e Carisch…

Ma tra la guerra e il disfacimento del fascismo, alla fine, nei tentativi di privatizzazione del fondo riuscì a spuntarla l’editore Ricordi che, coi soldi di Fanna, dal 1947, cominciò un serio lavoro editoriale sulle composizioni di Vivaldi, con grande scorno di Guido Chigi-Saracini, la cui pole position “di favore” (nello sfruttamento vivaldiano del Fondo Foà-Giordano) sfumò una volta caduto il regime: lo scorno fu sentito perché anche Chigi-Saracini, poco prima dell’8 settembre, aveva avuto accordi pourparler con Ricordi, in sinergia “danarosa” con Ezra Pound, nel tentativo di “sostituirsi” a Fanna (Alfredo Casella, intanto, era morto, nel marzo del ’47; Pound spesso sostenne i concerti delle Settimane Musicali Senesi di Chigi anche acquistando strumenti musicali dell’epoca di Vivaldi)…

Ricordi e Fanna incaricarono Gian Francesco Malipiero (1882-1973) di dirigere la baracca delle pubblicazioni, che si andava a realizzare in proporzioni belle grosse: l’intera pubblicazione del Fondo Foà-Giordano
Malipiero (aiutato anche da Angelo Ephrikian e molti altri musicisti) si mise non solo a trascrivere (in modi novecenteschi adatti all’esecuzione) quanto trovava nel Fondo ma anche a realizzare tutti i bassi continui (praticamente li compose ex-novo) e a risolvere tutti i problemi filologici (che Malipiero praticamente ignorò)…
Tra il 1947 e il 1972 (poi Malipiero muore), la Ricordi ebbe praticamente la tanto agognata esclusiva vivaldiana e pubblicò, in 43 volumetti, ben 530 delle 800 composizioni di Vivaldi…

È solo da qui, dal 1947, che Vivaldi tornò al top della fama…

Gli anni ’50 e ’60 videro l’invasione delle Quattro stagioni dappertutto perché fu nel 1950 che Malipiero ed Ephrikian pubblicarono il loro volume vivaldiano Ricordi numero 7, contenente le composizioni del Cimento dell’Armonia pubblicizzate come Le Quattro Stagioni!
In quel volume Malipiero realizza il basso continuo al fine di completare l’orchestra d’archi secondo il gusto del 1950, sicché ci aggiunge anche i contrabbassi…

Mentre l’edizione Ricordi va avanti, Antonio Fanna ne approfitta per “catalogare” le composizioni di Vivaldi secondo un suo complicaterrimo catalogo, le cui sigle (F seguito da numero romano ed n seguito da arabo) egli appone ad apertura di ogni volume Ricordi… Un catalogo che completa e pubblica a parte nel 1968 e che si aggiunge alle numerazioni che avevano fatto Mario Rinaldi (RN) nel 1943, e Marc Pincherle (P) nel 1948…

Mentre Ricordi va avanti, probabilmente negli ultimi anni ’60, uno studioso danese, Peter Ryom, a voglie privatistiche sfumate, riesce a rivedere il Fondo Foà-Giordano e a studiarlo dal punto di vista squisitamente musicale e non “editoriale”…

Nel 1973, quando Malipiero muore e Fanna ha fatto il suo inadeguato catalogo, Ryom comincia a pubblicare il suo Ryom-Verzeichnis (RV), l’unico sistematico, strutturato per organico, e l’unico che si è aperto alla ricerca di tutte le fonti vivaldiane, al di là del comunque fondamentale Fondo Foà-Giordano
Nel 2007, Ryom cura la sua ultima redazione del catalogo (per Breitkopf & Härtel), e lascia in eredità il prosieguo della sempiterna ricerca di aggiornamenti e aggiustamenti (si spera dovuti a nuovi ritrovamenti vivaldiani) a Federico Maria Sardelli…

Dopo tutto questo si deve indicare che la «Primavera», che fu l’op. 8 n. 1 durante la vita di Vivaldi, è il pezzo contrassegnato da Ryom come RV 269, che corrisponde a quello designato P 241 da Pincherle, a F. I n. 22 di Fanna, e al numero 76 dell’uscita Ricordi (volume VII)…
«Estate», op. 8 n. 2, è RV 315, P 336, F. I n. 23, Ricordi 77;
«Autunno», op. 8 n. 3, è RV 293, P 257, F. I n. 24, Ricordi 78;
«Inverno», op. 8 n. 4, è RV 297, P 442, F. I n. 25, Ricordi 79…

Io non amo granché Vivaldi, lo trovo un pochino lezioso… specie queste Stagioni
Ma si deve essere onesti nel riconoscere che Vivaldi è STRAORDINARIO nel *descrivere* in musica circostanze esperienziali dovute alle stagioni…
Il temporale dell’Estate (il terzo tempo dell’Estate: ogni pezzo del Cimento dell’Armonia è diviso in tre movimenti) è sempre straordinario per immediatezza e foga e tutti i temporali successivi (in primis quelli di Beethoven [1770-1827] e Rossini [1792-1868]) gli devono qualcosa…
L’angoscia apatica del secondo tempo dell’Autunno è palpitante e vivida…
Lo stringere, quasi di ghiaccio che si forma e ti circonda, dell’inizio dell’Inverno, ti atterrisce ogni volta!
E il pizzicato dei violini d’orchestra, nel secondo tempo dell’Inverno, rende a meraviglia le goccioline di nebulizzata pioggia invernale che battono per terra (o su un vetro di finestra)…

Inoltre, queste Stagioni hanno avuto una diffusione così capillare, per pubblicità, film, pezzi d’infanzia, e anche caricature varie, che sono “nella testa” di tutti quanti: è impossibile non aver sentito almeno uno dei 12 movimenti!

Per pura reperibilità “youtubica” vi posto la versione di Zubin Mehta, i suoi amici (Pinchas Zukerman, Itzhak Perlman, Isaac Stern, Shlomo Mintz), e la Israel Philharmonic, eccola qui

2 – DIE JAHRESZEITEN DI HAYDN (1801-1802)
È una bestia di oratorio (è l’Hob. XXI:3), una cantantona per soprano, tenore e basso solisti, un coro di soprani, contralti, tenori e bassi, e una bella orchestrona, quasi beethoveniana…
Haydn lo compose per un pubblico nobile: lo comprarono gli Schwarzenberg di Vienna, che lo eseguirono la prima volta nel loro palazzo a Vienna, il 24 aprile 1801… poi si ebbe una esecuzione pubblica nella Redoutensaal di Vienna, il 29 maggio…
Haydn era vecchiotto, aveva quasi 70 anni: Mozart era morto da 10 anni, Beethoven, piano piano, si imponeva come nuovo talento e la vecchia guardia della sua generazione (tra i coetanei di Haydn c’è gente come Pleyel, Pichl, Vaňhal solo per dirne tre) sentiva un’aura del tutto romantica che stava per arrivare (e Carl Maria von Weber comincia a comporre davvero proprio da quegli anni)…
Al tema “romantico” del “sublime numinoso”, Haydn si era già “adeguato” un paio d’anni prima con Die Schöpfung (Hob. XXI:2), denso e potente…
Adesso si adeguava anche all’altra branca romantica, quella della Natura: il testo delle Jahreszeiten è tutto una vitalistica esaltazione della vita “bucolica”…
Haydn è convinto di giocare bene la sua battaglia coi romantici, e si concentra sul vendere bene Die Jahreszeiten… Sa di andare ancora molto forte a Londra e quindi si industria per comporre da subito una musica, pur su testo tedesco, che si adatti a una immediata traduzione inglese… E alla fine pubblica tutto quanto (nel 1802) con Breitkopf & Härtel di Lipsia, che gli garantiscono una distribuzione a tappeto in tutta Europa…
Haydn, con le Jahreszeiten, è come Scorsese con The Irishman: è circondato dalla Marvel (e magari ne parla anche male), ma sa di valere ancora e sa di poter fare seri colpacci al botteghino!
Grandiose e divertenti, Die Jahreszeiten di Haydn anticipano quasi certe soluzioni di Rossini, di Schumann, di Donizetti, di Bellini, e perfino di Britten, ma di certo sono manchevoli di un’adeguata sintesi…
Vi posto una versione “romanticizzata” (Karl Böhm, Wiener Symphoniker, 1967: eccola), e una, al contrario, tutta “classicistica” (Nikolaus Harnoncourt, Wiener Philharmoniker, 2013: questa)

3 – LE CANZONCINE DI FANNY MENDELSSOHN
Fanny (1805-1847), sorella di Felix, scrisse più di 450 pezzi, per lo più canzoni (Lieder), o duetti per canto e pianoforte, oppure lavori per coro misto a cappella, su testi vari di poesia tedesca di tutti i tipi…
Almeno 3 sono dedicati all’inverno, 4 all’estate, 7 all’Autunno, 8 alla Primavera… Riuscì a pubblicarne uno dedicato all’Autunno (op. 3 n. 3), e uno alla Primavera (op. 7 n. 3) nel 1846… gli altri sono stati scritti tra il 1822 e il 1844…
Compose anche un album intitolato Das Jahr (l’anno), con 12 pezzettini, uno per ogni mese dell’anno…
Le canzoni sono dolci, carine e rassicuranti… Das Jahr è un po’ più corposo…
Vi posto Das Jahr, O Herbst e Dämmernd liegt der Sommerabend per coro, e Der Winterwind entflieht

4 – LES SAISONS (ВРЕМЕНА ГОДА, VREMENA GODA) DI ČAJKOVSKIJ
Composti per pianoforte solo tra il dicembre 1875 e il maggio 1876, Čajkovskij li chiama 12 «pezzi caratteristici» che, come Das Jahr di Fanny, dedica a un singolo mese dell’anno… a ognuno Čajkovskij appioppa un titoletto da aggiungere al mese…

  • gennaio è Dal cuore
  • febbraio è il Carnevale
  • marzo è il Canto dell’allodola
  • aprile è il Bucaneve
  • maggio sono le Notti bianche
  • giugno è Barcarola
  • luglio è il Canto del mietitore
  • agosto è il Raccolto
  • settembre è la Caccia
  • ottobre è il Canto d’Autunno
  • novembre è la Sulla Trojka, intesa come carrozza
  • dicembre sono le Feste Natalizie

Čajkovskij ha sempre un equilibrio invidiabile tra malinconia, gioia, introspezione e contemplazione… irresistibile!
All’inverno, Čajkovskij ha anche dedicato la prima sinfonia (numero 20 di Symphonies), Lo schiaccianoci (vedi qui e qua), l’opera Čerevíčki (1887, rifacimento del Kuzen Vakula del 1874), e il dramma (scritto con Ostrovskij) Snegúročka (1873)… echi di stagioni si possono sentire anche nei quattro movimenti del Souvenir de Florence per sestetto d’archi (1890)…
Nelle Saisons vi posto Vladimir Aškenazi

5 – LE ULTIME SINFONIE DI RAFF
Le sinfonie 8, 9, 10 e 11 di Joseph Joachim Raff (1822-1882), composte nel 1876, 1878 e 1879, sono dedicate alle stagioni: alla Primavera la 8, all’Estate la 9, all’Autunno la 10, e all’Inverno la 11, che è rimasta incompiuta…
Formale come Brahms, ma saturnino come Schumann, elucubrato come Berlioz ma anche estetizzante come Mendelssohn, Raff è davvero il compendio del Romanticismo musicale!
Mai davvero geniale, no, ma sempre godibile e intriso di Zeitgeist ottocentesca sopraffina!

6 – I MOLTI PEZZI “STAGIONALI” DI DELIUS
Uno che ha composto per le stagioni proprio facendo sul serio è stato Frederick Delius (1862-1934)…
Nel 1890 compone Three Small Tone Poems, costituito dalla Summer Evening, la Winter Night e la Spring Morning… Cullanti, impressionisti ma non troppo, evocativi e tardo-romanticoni… fanno stare bene… anche se sono un po’ leziosini e perfettini…
La prima e la quarta delle Seven Danish Songs (1897-1901) sono dedicate, rispettivamente, all’estate e alla primavera… Scritte per voce sola, Delius le ha rielaborate spesso con diversi accompagnamenti: in uno di essi si aggiunge una song anche per l’autunno…
Nel 1902 scrive Summer Landscape che orchestra nel 1903; nel 1908 ecco In Summer Garden; nel 1911 c’è Chanson d’Autumne su testo di Paul Verlaine; nel 1913, Two Pieces for Small Orchestra sono costituiti da On Hearing the First Cukoo in Spring e da Summer Night on the River; infine, nel 1932, Delius scrive A Song of Summer, un po’ più aperta a inquietudini post-stravinskiane… ma non troppo…
In Inghilterra, Delius è ancora molto considerato, come Holst o Elgar, ma fuori dal Regno Unito nessuno sa più chi sia… Nel 1968, Ken Russell girò un biopic di Delius per la BBC… eccolo qui

7 – LE STAGIONI DI GLAZUNOV
Aleksándr Glazunóv (1865-1936), prima rampollo tardo romantico alla Strauss, e più che altro alla Dvořák, poi compositore sovietico un po’ tonto (si accontentava veramente di tutto), scappò dall’URSS subito prima delle repressioni staliniane…
La sua Primavera del 1891 è un giochino tutti ninnoli infantili; più movimentato e carino il balletto Stagioni, che compose per il grande (e ormai anziano) Marius Petipa. Fu Petipa a preparare la prima niente meno che al Teatro dell’Ėrmitaž a San Pietroburgo, nel 1900…

8 – LE STAGIONI DI VAUGHAN-WILLIAMS
Già trovato ai numeri 25 e 30 di Symphonies, Vaughan Williams ha scritto Winter’s Willow nel 1903; Winter Piece nel 1943; la colonna sonora del film Bitter Springs di Ralph Smart (1950); e la canzone In the Spring nel 1952…
Ma sono le Folk Songs of the Four Seasons, del 1949, con tutto il loro rusticismo facile e buontempone, a essere il “capolavoro stagionale” di Vaughan-Williams…

9 – LA “PRIMAVERA” DI STRAVINSKIJ
Igor’ Stravinskij (1882-1971) ha composto almeno 4 pezzi dedicati, o riconducibili (anche alla lontana), alla Primavera: L’oiseau de feu del 1910, Petruška del 1911, Le sacre du Printemps del 1913 e Perséphone del 1934…
Sono nel post apposito sulle Musiche per la Primavera

10 – LE STAGIONI DI ALBERT BAX
Bax (1883-1953) compose Enchanted Summer già nel 1910, bello denso di debussysmi… poi Spring Fire, del 1913, è una sinfonia bella grossetta, già inquieta almeno di mahlerismo… ha fatto Winter Forests nel 1915 e Summer Music nel 1917… Del 1917 anche November Woods, trascinante di meravigliosi stravinskismi… Winter Legends, del 1930, per pianoforte e orchestra è già alla Weill… Infine, Red Autumn per due pianoforti (1931) ha un’inquietudine tutta sua, quasi alla Bernard Herrmann

11 – LE STAGIONI DI MILHAUD
Darius Milhaud (1892-1974) ha trovato ispirazione nelle stagioni quasi quanto Delius…
Alla Primavera dedica un pezzo per violino e pianoforte nel 1914, dalle nuances orientaleggianti… poi un lungo ciclo per pianoforte, scritto tra 1915 e il 1920… Anche la sua Prima sinfonia da camera (1917) è dedicata alla Primavera…
Nel 1932 passa un attimo all’Autunno, per pianoforte, tutto tristemente sghembo…
Nel 1934 è di nuovo in Primavera, con un concertino, sbrindellantemente delizioso…
Nel 1940 scrive la canzone Voyage d’été (viaggio d’Estate)…
Nel 1944 scrive il balletto Jeux de Printemps e Printemps lointain
Nel 1950 scrive un pezzo tratto dal Winter’s Tale di Shakespeare…
Nel 1951 decide di dedicare concertini anche all’Autunno, all’Estate e, nel 1953, anche all’Inverno (questi, con quello della Primavera del ’34, vengono raggruppati nelle Quatre Saisons de Milhaud per convenzione)

12 – LE STAGIONI ITALICHE DI MALIPIERO
Già conosciuto per l’edizione Ricordi di Vivaldi, Malipiero scrive nel 1922 queste Stagioni Italiche dense di dannunzianesimo, di debussysmo, di francescanesimo, di decadentismo più estetizzante, certamente un po’ in ritardo, ma, in qualche modo, anticipatore di certe cose successive (come non pensare a certi ribattuti di Ligeti?)
Sono quattro: la Lauda per un morto, il Canto della Neve, Capriccio e Ditirambo terzo

13 – THE SEASONS DI JOHN CAGE
Il primo balletto e la prima composizione per orchestra composta da Cage (nel 1947)… Fu commissionato da Merce Cunningham e Cage lo lavorò prima al pianoforte, poi lo orchestrò per la performance allo Ziegfeld Theater di New York…
I suoni rarefatti e la poetica aleatoria lo rendono un lavoro per lo meno curioso…

14 – GLI ULTIMI LIEDER DI STRAUSS
Alla fine della vita, nel 1948, Strauss, vecchio amico di questo blog (il numero 4 delle Musiche per il giorno della memoria è suo), scrive Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder), per soprano e orchestra… I primi due sono legati alle stagioni e si intitolano Frühling (Primavera) e September… Anche se la malinconia supersonica Strauss la tira fuori solo con l’ultimo Lied (Al tramonto: usato da David Lynch come main theme di Wild at Heart, 1990), tutti gli ultimi Lieder sono il capolavoro immane dell’impermanenza terrestre!

15 – LE STAGIONI DI TAKEMITSU
Toru Takemitsu (1930-1996) ha avuto una fortissima predilezione per l’Autunno…
November Steps (1967)
In An Autumn Garden del 1973 (rielaborato nel 1979)
Autumn (1973)
Glowing Autumn (1978, per la colonna sonora di un film)
Il primo movimento di Rocking Mirror Daybreak (1983) è dedicato all’Autunno…
String Around Autumn (1989)
Ceremonial Autumn Ode (1992)
Ha arrangiato l’Ottobre delle Stagioni di Čajkovskij per clarinetto solista e quartetto d’archi (1993), e Autumn Leaves di Joseph Kosma per archi (1993)

Non ha disegnato l’Estate, ma in composizioni meno sentite:
Le musiche di scena per Summer and Smoke di Tennesse Williams (1954)
La colonna sonora del film Summer Soldiers di Hiroshi Teshigahara (1972)
Le musiche per il film Dear Summer Sister di Nagisa Oshima (1972)
L’arrangiamento di Summertime di Gershwin per chitarra nella terza delle 12 Songs for Guitar (1974-1977)

Non ha “sentito” per niente la Primavera, a cui ha dedicato solo l’arrangiamento per chitarra della Song of Early Spring di Akira Nakada, per le 12 Songs for Guitar

Ha sentito poco anche l’Inverno, a cui però ha dedicato un denso poema sinfonico nel 1971

Compositorone bello grosso, post-weberniano ma sempre a modo suo, eterodosso e sincero, Takemitsu è davvero uno dei più significativi compositori di tutti i tempi…

16 – LE ESTACIONES PORTEÑAS DI PIAZZOLLA
Scritte da Astor Piazzolla (1921-1992) in diversi periodi e per diversi scopi, queste stagioni sono davvero tra le più trascinanti possibili!
La Primavera fu composta nel 1970; il Verano nel 1965 e pubblicato nel 1972; Otoño fu scritto nel 1969; Invierno fu concepito nel 1970…

17 – LE STAGIONI DI ROREM
Ned Rorem (nato nel 1923), amico di Leonard Bernstein, ha scritto Winter Pages nel 1981; End of Summer nel 1985; Spring Music nel 1990 (ha 5 movimenti: Aubade, Toccata, Fantasia, Bagatelle, Presto) e Autumn Music nel 1997…
Inquieto ma mai banale, Rorem usa un minimalismo davvero elaborato, da accompagnare con un sentimento meditativo tutto da ascoltare!

18 – SECONDO CONCERTO PER VIOLINO, DETTO AMERICAN FOUR SEASONS, DI PHILIP GLASS
Scritto per Robert McDuffle e la Toronto Symohony nel 2009, è un sunto abbastanza manierato del classico minimalismo di Glass… Eccolo qui

Continua con le Musiche solo per l’Autunno, con le Musiche per l’Inverno, con le Musiche per la primavera, e con le Musiche per l’Estate

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