Up and Down di Ridley Scott: un regesto della sua carriera

Un primo tentativo di parlare diffusamente di Ridley Scott c’è stato nella recensione di Exodus in Cabbages and Kings, purtroppo assai confuso e poco coerente…

Dopo il sondaggio di Vincenzo sull’Ultimo Spettacolo, mi sono ripromesso di aggiustare quel tentativo, ma non so se ci riuscirò, dati gli impegni lavorativi… chissà che ne verrà fuori!

Vediamo:

io divido i film di Scott in 5 ere geologiche:

  1. L’AVVENTO NEL FANTASCIENZA/FANTASY: Duellists (1977), Alien (1979), Blade Runner (1982), Legend (1985)
  2. POLIZIOTTESCHI (FIUME CARSICO): Someone to Watch Over Me (1987), Black Rain (1989), Thelma & Louise (1991)
  3. LA LUCE DEL SOLE (CRISI): 1492 (1992), White Squall (1996), G.I. Jane (1997)
  4. RENAISSANCE: Gladiator (2000), Hannibal (2001), Black Hawk Down (2001), Matchstick Men (2003), Kingdom of Heaven (2005), A Good Year (2006), American Gangster (2007)
  5. FIUMI DI PAROLE: Body of Lies (2008), Robin Hood (2010), Prometheus (2012), The Counselor (2013), Exodus (2014), The Martian (2015), Alien: Covenant (2017), All the Money in the World (2017)

in esse si rintracciano alcune caratteristiche:

  1. SCENOGRAFIA: Scott è prima di tutto uno scenografo (è laureato in scenografia)… I suoi film sono film visuali… Riesce a fare eccellenti storyboard (e si sa che molti disegni degli Xenomorfi di Alien definitivi sono quelli suoi e non quelli di Carlo Rambaldi o di Hans Rudolf Giger) ma per le trame si appoggia sempre a sceneggiatori…
  2. SPOT: È, secondariamente, un pubblicitario… Ha una casa di produzione di spot per qualunque cosa, dagli spazzolini alle automobili… Il suo lavoro più famoso in questo campo è quello fatto per Steve Jobs per il primo Mac nel 1984, ma di pubblicità ne ha fatte davvero migliaia, e per la sua compagnia hanno lavorato decine di registi britannici (anche Alan Parker), i suoi familiari (il fratello Tony e i figli Jake, Luke e Jordan), i suoi “allievi” (poi avviati alla carriera registica, benché il solo Marco Brambilla abbia davvero fatto un film suo, e tra l’altro, ben poco carino, e cioè il Demolition Man con Stallone, in cui sono comunque evidenti gli influssi scottiani) e molte delle maestranze usate poi nei film (per esempio Adrian Biddle, Hugh Johnson e Alexander Witt)… L’attenzione all’immediatezza della pubblicità, costituita da un linguaggio fatto molto spesso di sole immagini, è evidente in Scott, come vedremo: lui preferisce molte volte far parlare le immagini piuttosto che scrivere dialoghi…
  3. INDECISIONE: L’indecisione produttiva, soprattutto letteraria (a livello di sceneggiatura) di Scott è documentata in molti episodi (relativi soprattutto alla prima era della sua produzione, quella fantascientifica). Uno dei più famosi è quello che racconta William Hjortsberg nei contenuti speciali di Legend, eccoli qui — Hjortsberg racconta di uno Scott iperattivo e pieno di idee, davvero molte idee, ma tante quanto confuse, e ovviamente virate sul visivo… Uno Scott che si immagina un Jack (Tom Cruise) verde e a forma di lucertola e comincia a disegnarlo prima di rendersi conto che la principessa, nella trama stabilita, mai potrebbe innamorarsi di una lucertola… — Uno Scott quindi impulsivo, che deve essere sempre trattenuto da uno che sappia scrivere: quando lo sceneggiatore collabora con lui, ed è presente sul set, allora il film riesce, altrimenti sono guai… — Paul M. Sammon ha documentato bene quanto le idee fioccassero un po’ a caso durante la lavorazione di Blade Runner, con Scott che voleva per forza indagini su indagini senza preoccuparsi di giustificarle, solo per andare dietro a feticci noir totalmente visivi (il detective con l’impermeabile che aggeggia con bustine e impronte: voleva così tanto scene così che ne girò una perfino senza Harrison Ford: quando Deckard trova le squame di serpente ad agire è la controfigura e non Ford!); e voleva un Deckard replicante solo per seguire le sue poco coerenti suggestioni personali (anch’esse visive) derivate dalle storie a fumetti della rivista Heavy Metal: Hampton Fancher e David Peoples, per non parlare dei produttori, non riuscirono a incorporare le idee di Scott in una trama fino ad allora concepita in maniera del tutto diversa (senza vere indagini e senza replicanti di troppo), e Scott andò quindi a tentoni, disseminando indizi ovviamente solo visivi (gli occhi brillanti di rosso dei Nexus, gli origami di Gaff ecc. ecc.) che risultarono confusissimi in tutte le innumerevoli versioni di Blade Runner, e che furono risolti (cioè immessi in un concetto diegetico-filmico coerente) davvero solo nella Final Cut del 2007 (15 anni dal debutto nei cinema)… — di tutto questo Scott ha sempre dato la colpa ai produttori cattivi e maligni, e agli sceneggiatori poco ricettivi, ma testimonianze sia dirette sia indirette (per esempio le memorie di Terry Gilliam, Gilliamesque, 2015) ci dicono che le cose non andarono affatto secondo il manicheismo professato da Scott: sarà anche stato vero che le avversità saranno state tante, ma in moltissimi film di Scott si osservano decine di versioni alternative, di Director’s Cuts (è stato proprio Scott a coniare la dicitura Director’s Cut e proprio a proposito di Blade Runner, nel 1992), di alternate versions, che non variano di poco l’una dall’altra, ma proprio cambiano sulla natura stessa della trama (Legend ha una versione malinconicissima e una super-felice): segno di una indecisione cronica del regista, e, come sottolinea Gilliam, frutto o di una sua scarsa perseveranza, o di una mancanza di idea vera (mancanza questa spesso confessata da Scott, vedi ancora il making of di Legend), o, addirittura, di una taciuta connivenza con i tanto bistrattati produttori… Gilliam accusa Scott di parlare male dei produttori in pubblico, ma in privato addirittura collaborare con i produttori nell’alterazione del film: Gilliam afferma che tutte le modifiche che Scott “corresse” nella Director’s Cut di Blade Runner del ’92 le aveva fatte lo stesso Scott nell”82! Il finale di Shining, il taglio dell’unicorno, la voce fuori campo: tutte cose approntate da Scott stesso! Perché inserirle/tagliarle se non gli andavano bene??? Secondo il duro e puro Gilliam, Scott non avrebbe dovuto mettere il nome su una cosa che disapprovava (non avrebbe quindi dovuto firmare il Blade Runner cinematografico dell”82 né contribuire a farlo: non avrebbe dovuto telefonare a Kubrick per scovare il materiale per girare un finale che non voleva) o, comunque, non doveva ergersi a paladino della libertà quando “ricorreggeva” quegli atti da lui stesso perpetrati… — Non voglio prendere parte in questa diatriba tra registi, ma sono sicuro che Gilliam abbia visto giusto in almeno un aspetto del lavoro di Scott: è indeciso, e quando i produttori e gli sceneggiatori fanno la voce grossa, Scott è incapace di contrapporre loro una sua “visione” coerente del film, e si adatta ai loro voleri un po’ a caso, in maniera cerchiobottista, ottenendo per i cinema un risultato mediocre che tenterà malamente di aggiustare con i Director’s Cuts
  4. PENSOSITÀ: Questa indecisione, almeno da Someone to Watch Over Me ma soprattutto da 1492 (anche se lo stesso Duellists ha al centro due visioni contrapposte della vita) è incorporata da Scott nella trama stessa del film… Le sue vicende sono spesso dissertazioni di più punti di vista contrapposti, che si amalgamano molto male… e Scott è lì a vedere le modalità problematiche di quest’amalgama con atteggiamento riflessivo, tormentato, e mai risolutivo… — questo è un aspetto molto interessante dei suoi film, ma anche uno dei meno “attraenti”: i suoi, spesso, sono film molto «chiacchiere e distintivo» (specialmente quelli della fase Fiumi di parole), e riescono ad essere, allo stesso tempo e paradossalmente, sia molto parlati sia per niente parlati, con gli snodi affidati solo a immagini d’azione lunghissime che tarpano le ali a qualsivoglia discorso efficiente e decisivo sugli argomenti trattati, che, senza quel discorso efficiente, risultano quindi quasi mai “trattati”, ma solo “sfiorati”… Questa pensosità si concretizza al massimo quando Scott la applica a situazioni davvero irrisolvibili, per esempio la questione di Israele e del MedioOriente: in questi scenari (toccati molto spesso da Scott, anche alla lontana: la Libia di G.I. Jane e la Somalia di Black Hawk Down sono propedeutiche a una vera trilogia «d’Israele» composta da Kingdom of HeavenBody of Lies ed Exodus), il regista trova un terreno congeniale per la sua elusività…
  5. BATTAGLIE: Molti ritengono che uno dei temi conduttori di Scott sia il duello (d’Hubert vs Feraud dei Duellists; Ripley e Xenomorfo in Alien; Deckard e Batty di Blade Runner; Jack e Darkness di Legend; Keegan vs Venza in Someone to Watch Over Me; Conklin vs Sato di Black Rain; Thelma & Louise contro il mondo; Colombo vs Sanchez e Colombo vs Moxica in 1492; O’Neill vs Urgayle e O’Neill vs DeHaven di G.I. Jane; Maximus vs Commodus in Gladiator; Roy vs Frank in Matchstick Men; Lucas vs Roberts in American Gangster; Mosè e Ramesse di Exodus), e non so se hanno torto… Si potrebbe affiancare al duello anche la battaglia, poiché spesso, specie da 1492 in poi, sono le sequenze di battaglia che irrompono nella trama, come dicevamo, a interrompere discorsi e logos importanti e irrisolvibili… In ogni film di Scott dal 1992 in poi la sequenza di battaglia è centrale, e occupa una porzione davvero consistente della durata del film, ed è, spesso, la sequenza dove Scott sviscera tutto il suo estro visivo: durante le battaglie Scott diventa un genio, un maestro della visualità: durante la battaglie c’è lo Scott che usa l’immediatezza della pubblicità a fini diegetici e fa una poesia delle luci, dei colori e delle scenografie… è nelle battaglie che Scott è un vero maestro… e forse lo sa, e per questo ne gira così tante e così lunghe…
  6. EDIPO: Un padre discutibile ha un figlio naturale degenere e un figlio adottivo bravissimo. Il figlio degenere uccide il padre discutibile e instaura un regno di terrore finché il figlio adottivo uccide il figlio degenere… Questa è una trama che si può scovare in Blade RunnerGladiatorPrometheus ed Exodus
  7. ITALIA: Scott ha sposato Giannina Facio, sì costaricana, ma per un po’ adottata dalla TV italiana, e gira o ambienta volentieri in Italia: Roma, Firenze, le campagne sarde e calabresi, vere o finte, sono state spesso oggetto del suo occhio (qualche volta ricostruite a Malta, ma per Hannibal, il non realizzato The Vatican, e All the Money in the World in Italia c’è venuto davvero), con tanto di apparizioni di attori italiani (Giancarlo Giannini, Francesca Neri, Fabrizio Gifuni, Ivano Marescotti, Nicolas Vaporidis, Giulio Base), e maestranze italiane (molti scenografi: Marco Trentini, Cristina Onori ecc.; ma anche aiuto registi come Roy Bava; per non parlare di Pietro Scalia, suo montatore principale dal 1997 in poi)
  8. MAROCCO: Anche se la location che ama di più è il Marocco, del cui re è amico personale…
  9. COLLABORAZIONI SINGOLE: Sebbene abbia collaboratori abituali, ogni tanto Scott lavora con persone con cui poi non lavora più… Quando queste persone sono i direttori della fotografia, quello che fa con loro sono film davvero singolari, quasi forse i suoi capolavori: Jordan Cronenweth per Blade Runner, Alex Thomson per Legend, Jan De Bont per Black Rain (benché si dica che molto del film l’abbia girato Howard Atherton, che poi dette le dimissioni stufo delle pessime condizioni del set giapponese, e solo allora subentrò De Bont; in ogni caso anche per Atherton è stata una collaborazione singola scottiana), Slawomir Idziak per Black Hawk Down, Harris Savides per American Gangster… fa eccezione Philippe Le Sourd per A Good Year, senz’altro non un capolavoro…
    Sono collaborazioni singole, spesso, frutto di set stressanti, i cui cinematographers hanno ogni tanto poco sopportato Scott (Mia Sara racconta che, in Legend, Scott era spesso assai poco specifico su come illuminare lo studio, cosa che faceva fare alla squadra di Thomson il quadruplo del lavoro)…

ESORDIO

Andando nel dettaglio possiamo dire che la prima fase della fantascienza fu davvero folgorante: un esordio coi fiocchi… The Duellists era magnifico, così come Alien… ma l’indecisione, i problemi, ci sono eccome: il Tristano e Isotta mancato nel 1975 (lo ha cullato fino addirittura al 2006, quando pagò Kevin Reynolds per farlo), il Dune mancato nel 1978 o giù di lì, e i disastri produttivi di Blade Runner Legend, perché purtroppo quello furono nel 1982 e 1985… Blade Runner ha per lo meno 5 versioni diverse, Legend ne ha almeno 3: arrivati dopo Stigi (plurale del fiume Stige) di ripensamenti e di battaglie con le major, a cui, come dicevamo prima, Scott non seppe rispondere se non con varianti, aggiustamenti, modifiche in corso d’opera, che distrussero qualsiasi coerenza potevano avere questi progetti al loro inizio (si dice che la prima versione di Legend scritta William Hjortsberg sia uno degli script non realizzati più belli della storia)… Anche nella Final CutBlade Runner continua ad avere rattoppi di sceneggiatura notevoli, e Legend non ha ancora beneficiato dello status di cult necessario per far uscire un cofanetto con la versione cinematografica americana (con le musiche dei Tangerine Dream), europea (con le musiche di Jerry Goldsmith) e con la terza versione Director’s Cut che è un bellissimo guazzabuglio costruito su entrambe… In questo periodo Scott è veramente un Torquato Tasso del cinema: esita, non è sicuro di quanto fa, si fa spaventare dai produttori e dagli sceneggiatori, ma riesce comunque a sfornare capolavori… Alien e The Duellists sono i prodotti più “compiuti” (cioè più di successo) di questo periodo perché Walter Hill, egli stesso un grande regista e per fortuna produttore a capo del progetto, intervenne seriamente e di persona nella sceneggiatura di Alien (con l’invenzione di Ash, vedi Alien: Covenant) e Joseph Conrad ha messo molto di suo nella riuscita dei Duellists, che venne bene anche perché era un progetto tanto a lungo accarezzato dagli impiegati pubblicitari di Scott…

Per fortuna Blade RunnerLegend possono essere visti oggi come capolavori senza le preoccupazioni produttive. Tutte le loro versioni, grazie all’estro visivo di Scott, possono dirsi bellissime… Blade Runner è il testo definitivo del cyberpunk (non c’è bisogno di ribadirlo, vedi anche 42) e ancora oggi Legend è la fiaba cinematografica più completa e inarrivabile, sia nella versione malinconica del Director’s Cut sia in quella gioiosa vista in Europa con la magnifica musica di Goldsmith… peccato che Scott non abbia poi più lavorato seriamente con le maestranze di Blade Runner (una troupe americana che lo odiò): Jordan Cronenweth lavorò affetto da un mal diagnosticato Parkinson e molto hanno fatto Haskell Wexler, Brian Tufano e Steven Poster (per un po’ Cronenweth è stato fuori dai giochi e riprese a lavorare solo alla fine degli anni ’80 con Francis Ford Coppola prima che la malattia avesse il sopravvento definitivo)… con Poster, Scott è tornato a girare Someone to Watch Over Me… fanno eccezione i costumisti Charles Knode e Michael Kaplan, che molto spesso rispuntano nella filmografia di Scott, e l’arredatrice Linda De Scenna, richiamata un paio di volte — e non ha lavorato più neanche con quelle di Legend (mai più né con Alex Thomson né con Assheton Gorton) — in DuellistsAlien, Scott ha invece impiegato molti amici, che sono in qualche modo sempre rimasti con lui: Adrian Biddle (morto nel 2005), Hugh Johnson, lo scenografo Benjamin Fernandez, e Sigourney Weaver, sempre ben felice di apparire nei film scottiani in piccoli ruoli chiave… e Duellists Alien sono lì a dire che Scott ha fatto un esordio coi contro-fiocchi: nonostante i flop, ha esordito davvero con un capolavoro dietro l’altro…

IL REGISTA DI BLADE RUNNER

Il flop di Blade Runner, inoltre, fu ben presto riassorbito, tanto che già dal 1987 Someone to Watch Over Me fu pubblicizzato come «dal regista di Blade Runner»… Questa nomea ha un po’ disturbato i film poliziotteschi del periodo 1987-1991… A chi gli domandava a gran voce un film di fantascienza, Scott rispondeva con questi poliziotteschi, sì carini e solidi, ma (a parte Black Rain), molto lontani dallo status di capolavoro che invece i primi film avevano… Solo dopo più di 30 anni Scott tornerà alla fantascienza…

Perché?

Forse l’etichetta di regista di Blade Runner gli stava stretta?

Forse voleva esplorare altri generi…?

Si sentiva a suo agio nel poliziesco? In un genere di film che tanto volle inserire in Blade Runner, quel film che gli sceneggiatori e produttori malevoli trasformarono in fantascienza?

Si è fatto influenzare dall’adorato fratello Tony, anche lui dedicatosi al genere proprio nel 1987 con Beverly Hills Cop 2?

fatto sta che al poliziesco dedica tre film di fila…

Non sono film brutti… è in Someone to Watch Over Me che spunta quella pensosità peculiare di Scott, stavolta declinata dal punto di vista dell’amor coniugale (Tom Berenger sta molto del film a chiedersi se tradire la moglie sia stato giusto o no), che giunge a “imbrattare” una trama già non proprio cristallina, in cui le scene d’azione tutte visive (tra cui una memorabile che ha il suo punto chiave in un riflesso ottenuto dal getto d’acqua di un rubinetto), agite in ambienti lussuosi e splendidi e in una New York stupenda, accadono in maniera non sempre giustificata… Un film lungo e che sembra sempre un po’ stanco… — Black Rain, invece, forse per via della gestione più sicura della produttrice Sherry Lansing, non fila male, e la pensosità, declinata sulla corruzione del poliziotto e sul cambiamento sociale del Giappone degli anni ’80, si accorpa bene a una trama semplice che quindi riesce a mantenersi lineare nonostante tutto… In Black Rain, Scott trova due collaboratori che staranno con lui molti anni: lo scenografo Norris Spencer continuerà a lavorare con lui fino al 2001, e Alexander Witt, assistente di De Bont, starà con lui ad assistere i direttori della fotografia fino al 2010, oltre che prendere parte alla sua azienda di spot pubblicitari… — Thelma & Louise ebbe un successo immenso: le accensioni visive (di Adrian Biddle) sono così curate che perfino l’acqua di un annaffiatore in controluce regala suggestioni immense; la trama femminista (scritta e prodotta da Callie Kahouri) attecchì al massimo… Oggi io lo trovo un film bello ma non al massimo, più dalle parti di Someone to Watch Over Me che di Black Rain… ma comunque un film ottimo, “storico”, nel senso che parlava di tematiche allora poco illuminate dal mainstream hollywoodiano, forse un pochino fatalista, ma senza dubbio iconico, tanto quanto Blade Runner… ma rispetto a Blade Runner non ha inciso sul lungo periodo, forse perché la butta un po’ sull’esagerazione (il suicidio finale sembra più un adynaton che una conseguenza possibile, e l’arco di trama con Brad Pitt potrebbe essere preso tranquillamente come ridicolo), o forse perché, parlando molto del suo “presente” è invecchiato peggio: fatto sta che Scott rimase «il regista di Blade Runner» anche dopo il successo di Thelma & Louise (si dirà «dal regista di Blade RunnerThelma & Louise»; la cosa è ironica se si pensa che, per molto tempo, Scott pensò di far dirigere Thelma & Louise a Richard Donner…)

Nel passare ai polizieschi, Scott ha perso un grande collaboratore: Terry Rawlings, che aveva montato tutti i suoi film da 1979 al 1985 sparisce del tutto dopo il 1987… Invece Les Healey, assistente al montaggio di Rawlings, rimarrà con Scott fino al 1992… Someone to Watch Over Me fu montato da Claire Simpson: tornerà a lavorare con Scott 30 anni dopo in All the Money in the World… — Brad Pitt, che appare in Thelma & Louise, torna a lavorare con Scott in The Counselor 26 anni dopo…

1492

Quando molti gli chiedono come mai cambi genere così spesso, e se le sue scelte obbediscano a una logica autorale, Scott risponde: «You ask me “what’s my plan”, but there’s no plan!»

Difatti, proprio quando aveva attecchito nel poliziesco, arrivando al successo con Thelma & Louise, e quando quindi avrebbe potuto essere «un regista di polizieschi» oltre che di Blade Runner, Scott abbraccia un filmone del tutto diverso: un film STORICO ed EPICO…

1492 è la chiave di volta della filmografia scottiana: una “pietra miliare”: dopo 1492 c’è un periodo di aggiustamento (la crisi della fine degli anni ’90, quando Scott sembra perdere ogni contatto con pubblico e critica), che alla sua fine, nel 2000, aprirà un periodo gloriosissimo del tutto mutuato dalle idee visivo-narrative viste in 1492… per capirsi: qualsiasi film che Scott gira da Gladiator in poi, e lo stesso Gladiator, non sono che remake o riimmaginazioni di 1492, o, forse, e meglio, sono *miglioramenti* del progetto ideato con 1492

Perché se 1492 apre a molte idee, come vedremo, è ben lontano dall’usarle davvero bene…

vediamo di capirci:

A livello visivo, da 1492 comincia in Scott, finora attratto dalle oscurità, un’attenzione sempre maggiore verso i paesaggi assolati, verso la luce, verso la luminosità diurna… Un interesse già molto evidente negli annaffiatoi fiammeggianti di tramonto, e nei canyons, di Thelma & Louise, ma che da 1492 diventa davvero sistematico… Sia White Squall sia G.I. Jane sono film “diurni”, e 1492G.I. Jane (come, per certi versi, anche Thelma & Louise) sono film *desertici*: gialli come la sabbia… (solo da Gladiator, Scott imparerà ad amalgamare bene buio e luce, ma non gli sarebbe stato possibile senza il “passo falso” di G.I. Jane e la sperimentazione tropicale di 1492)

A livello narrativo, 1492 è il film in cui la pensosità di Scott si manifesta di più: è da 1492 che la pensosità, scovata in Someone to Watch Over Me, diventa componente irrinunciabile di Scott, diventa essa stessa *trama*…

A livello stilistico, 1492 è il primo film di Scott con una *battaglia*, di quelle che affolleranno i suoi film dal 2000 in poi…

È da 1492 che Scott comincia a preferire il décors alla sceneggiatura vera e propria: una cosa che ha sempre preferito, ma che da 1492 diventa ancora più evidente, proprio *sistematica*

In 1492 Colombo è un uomo che Scott dipinge irrazionalmente sempre nel giusto, anche se non lo lascia parlare quasi mai: preferisce illustrare il posizionamento della campana nella nuova chiesetta colonica (in una stupenda sequenza di fotografia e montaggio che dura quasi 5 minuti del tutto inutili se non per puro sfoggio di straordinario cinema arte per l’arte) invece di scrivergli dialoghi risolutivi… Colombo è anche alle prese con cattivi irrazionali (Sanchez e Moxica), con cui belligera in battaglione esotiche, forse per libertarismo anti-nobiliare, o forse per benevolenza con gli indigeni, o forse solo perché essi si oppongono a un non meglio identificato “progresso” che lui stesso sente di incarnare metafisicamente… comunque ci belligera per un’infinità di idiosincrasie spesso allegoriche di situazioni storiche (lo schiavismo, l’arrivo dell’età moderna, la difficoltà di assorbire le nuove scoperte geografiche) e non di situazioni personali, idiosincrasie quindi enormi, difficili e davvero troppe, complicaterrime…

1492 è il primo film irrisolto di Scott: è tematicamente il padre di Kingdom of Heaven, di Body of Lies, di Exodus: un film che è una magnifica e calligrafica illustrazione di irrisolvibili questioni storiche più che una narrazione: un film fluviale di precisa ricostruzione, fatto di episodi più che di compattezza, di impressioni d’immagini (splendide quelle dei mari e delle Americhe), di suggestioni etiche più che di risposte e di unità ideologica e sicura… Un film di interrogativi decorati al massimo grado di perfezione…

Si potrebbe quasi dire che, fino a 1492 Scott ha lottato tanto per legare immagini e trama, arrivando, come Tasso, anche a doppie e triple versioni, o, ancora come Tasso (stavolta quello dell’Aminta), giungendo alla semplicità lineare dei polizieschi (anche se sempre “sporcati” dalla pensosità) — Da 1492 in poi, invece, Scott sembra non accontentarsi più di una sola trama, ne vuole almeno tre, oppure vuole i problemi e le domande della trama al solo scopo di costruirci sopra le sue immagini… Dal 1492, per Scott la trama diventa definitivamente la rappresentazione di battaglie e duelli non solo di corpi e personaggi ma anche di *concetti*: la trama diventa la giustapposizione di idee immiscibili e la rappresentazione di conflitti eterni… e siccome sono conflitti irrisolvibili, Scott decide appunto solo di *rappresentarli*: da 1492 Scott tira fuori un gusto del tutto PITTORICO del cinema, quasi oleografico… Da 1492 in poi, Scott diventa un po’ un Franco Zeffirelli della complessità… nei suoi film non si capirà da che parte si sta, quali sono i buoni o i cattivi, e non si capirà perché le cose accadano davvero, ma di certo i bottoni, le spade, le bandiere, le luci e la macchina da presa saranno tutti quanti tirati a lucido, preziosissimi e bellissimissimi…

LA CRISI DI WHITE SQUALLG.I. JANE

Il vero problema di 1492 è che fa fiasco… solo dopo 4 anni trova un contratto con la Disney di Michael Eisner (che allora aveva fondato la oggi defunta Hollywood Pictures su idea di Jeffrey Katzenberg, per differenziare la produzione: a tale scopo furono fondate anche la Touchstone e la Dimension)… con la Hollywood Pictures, Scott gira quelli che sono i suoi due veri disastri creativi…

Disastri creativi che, poveracci, qualcosa di buono comunque hanno: White Squall è di una malinconia innegabile, e porta avanti bene la pensosità scottiana in una trama irrisolta; e G.I. Jane è femminista quanto Thelma & Louise… ma sono film che sorprendentemente sono atroci a livello visivo… come se lo sforzo di 1492 avesse costretto Scott a ripiegare su visualità sciatte, quasi televisive… alcune ambientazioni “oscure” durante l’addestramento di G.I. Jane sono interessanti, ma sono assorbite dalla terribile luce gialla del deserto, che fa da scenario a stacchetti di montaggio sincopato/ritmato sui neri e cattivi elicotteri libici che neanche una fiction di Canale5…

Sono gli unici film che Hugh Johnson, l’amico scottiano di una vita (presente nel reparto fotografico fin dai Duellists), gira di persona come direttore della fotografia (anche le prove che farà in futuro lontano da Scott non saranno esaltanti, basti citare Eragon) — e sono una sorta di “pausa riflessiva”…

G.I. Jane fece comunque un certo succès de scandale grazie a Demi Moore, che allora era davvero sulla super-cresta dell’onda (Ghost è del ’90, Proposta indecente del ’93, Rivelazioni del ’94, La lettera scarlatta del ’95, e Striptease è del ’96, appena l’anno prima di G.I. Jane): vederla nei panni di un militare, in un soggetto complicato, intriso di femminismo ma anche di maschilismo (molti critici donne, come Piera Detassis, detestarono G.I. Jane perché “mortificava” le donne invece di elogiarle: stroncature che alimentarono il succès de scandale), vestita da uomo ma comunque bellissima, costituiva uno dei massimi motivi di curiosità per lo spettatore… che di certo, comunque, non uscì dalla sala contento della gestione fantapolitica della trama, arronzata tra libici improbabili, militari scemi, e dirigenti donne finto-emancipate…

Il vox populi e il passaparola parlarono di G.I. Jane come di una immensa boiata… White Squall, almeno, aveva fatto flop in maniera inosservata, in silenzio: nessuno lo vide e quindi nessuno ne parlò male, mentre invece G.I. Jane tonfò col botto: incassò, certamente, ma non piacque a nessuno…

Dal 1997 al 2000 Scott è nel freezer… sembra un autore dimenticato, o un autore ormai fuso…

Pianifica altri due film in questi anni: Hot Zone con la Fox sulla nascita del virus Ebola, e I Am Legend… quest’ultimo lo prepara proprio nel 1998, con Arnold Schwarzenegger e la Warner Bros., ma il finanziamento fallisce (capiterà nelle mani di Will Smith e Francis Lawrence dieci anni dopo)… un vero e proprio strazio…

Forse per ovviare all’impasse produttivo decide di tentare la carta della televisione col fratello Tony: nel 1997 dànno il via al telefilm The Hunger, con David Bowie… La cosa non va male… Scott, con Tony (morto nel 2012), metterà i soldi in un sacco di altre serie TV di successo (Numb3rs, 2005-2010; The Good Wife, 2009-2016; The Good Fight, 2017; The Man in the High Castle, 2015-2016;  Jean-Claude Van Johnson, 2016-2017) oltre che nelle fiction sui bestsellers (I pilastri della terra, 2010; Mondo senza fine, 2012)… benché, soprattutto le serie, si vede che sono prodotti a cui non manca il budget, segno che Scott fa il suo mestiere di executive producer, non si può certo dire che Scott vi agisca da show runner: sono più che sicuro che Scott non ci mette un’anticchia di creatività… però è impossibile non notare la pensosità scottiana in The Good Wife (tutto giocato tra la dicotomia americana irrisolvibile tra repubblicani e democratici, e sui conflitti e cavilli complicaterrimi della legge, sempre in bilico tra “morale” e “giustiza”, e tra “etica” e “privato”), e certamente è stato Scott a interagire con gli eredi di Philip Dick per l’adattamento a serie di The Man in the High Castle: secondo la figlia di Dick, Isa, le discussioni con Scott, amico dai tempi di Blade Runner, sono durate 5 anni al fine di trovare la forma giusta di trasposizione… — in molti di questi prodotti televisivi appare l’attore Rufus Sewell, chissà perché usato da Scott solo nelle produzioni (è anche il re cornuto del Tristano e Isotta di Reynolds) e mai nei suoi film da regista… — questa vena produttiva di Scott nasce esattamente da The Hunger, durante il freezer successivo a G.I. Jane, e forse grazie a questa vena Scott riuscirà ad avere le energie e i contatti giusti per approntare il Renaissance…

In The Hunger, Scott trova uno dei suoi collaboratori “speciali”: il direttore della fotografia John Mathieson (con lui per i 13 anni successivi, anche se non esclusivamente)… e in questo periodo (e nel tanto bistrattato G.I. Jane), Scott trova altri due dei suoi collaboratori “definitivi”: lo scenografo Arthur Max e Pietro Scalia… 

Un periodo però non buono…

RENAISSANCE

Così poco buono che tutti ci si stupisce intorno al 1999 di sentire Scott al lavoro su ben due film, entrambi girati in Europa, e uno perfino a Firenze! Gladiator Hannibal sono stati quasi girati insieme, benché Hannibal è poi uscito con Black Hawk Down l’anno successivo…

Dalle anticipazioni del set maltese di Gladiator si sentivano un sacco di voci incoraggianti: nelle interviste Russell Crowe diceva che Scott era uno dei maggiori artisti visivi degli anni ’80; il vecchio Richard Harris si diceva entusiasta del film e della sua carica visiva (nelle interviste si chiedeva: «come si fa a immaginarsi cose così straordinarie?»)…

Si veniva anche a sapere di Scott a Firenze, con un sacco di attori italiani, alle prese con il seguito di Il silenzio degli innocenti! — Una notizia clamorosa anche perché il film risultava prodotto da Dino De Laurentiis, colui che dopo il flop di Manhunter di Mann (1986: il primo film con protagonista Hannibal Lecter, basato sul primo romanzo di Thomas Harris) aveva regalato schifato il soggetto del secondo romanzo di Harris a Jonathan Demme, convinto che portasse male! — Doppiamente clamorosa perché tra Scott e De Laurentiis non scorse affatto buon sangue nel 1978, quando Scott abbandonò il progetto di Dune per girare Alien: tanto che De Laurentiis cercò di “sabotare” il successo di Alien con un remake non autorizzato: il Leviathan di Cosmatos (1989) — che Scott quindi stesse girando con De Laurentiis un film su Hannibal Lecter suonava davvero sorprendente, poiché Hannibal sanciva la pace tra Scott e De Laurentiis e la pace tra De Laurentiis e il personaggio di Lecter…

Crowe, in seguito, ha anche raccontato che durante Gladiator Scott gli parlava spesso di un Wine Project, poi risultato in A Good Year, uscito 6 anni dopo…

In pratica, quindi, dopo il succès de scandale di G.I. Jane e mentre è nel freezer della disapprovazione generale, Scott medita molto e decide di REAGIRE attraverso la terribile considerazione di aver fatto pochissimi film! — Ne risulta che dopo il 2000, Scott si butterà a capofitto nel lavoro come mai aveva fatto prima: la tappa di un film all’anno non è per nulla lontana, e tutti si sono stupiti di questo: un regista già abbastanza vecchiotto (il suo esordio a 40 anni nel 1977 lo rende più anziano dei Lucas, degli Spielberg e dei Carpenter che debuttano nello stesso periodo), ragionevolmente vessato, nel 1999, dai tanti flop che cominciavano quasi a superare in numero i vecchi successi (solo Thelma & Louise fa un serio boom nel ’91 in mezzo ai disastri di 1492White Squall e ai comodi ma non esorbitanti guadagni degli altri film successivi al 1979), che a più di 60 anni mette il turbo produttivo e comincia a sfornare decine di idee e mille produzioni cinetelevisive (dal 2000 in poi la Scott Free diventa una delle case più prolifiche, quasi quanto l’azienda di Spielberg, la Amblin)…

Lo stesso Scott parlerà della cosa affermando che l’esperienza gli ha fatto trovare a quest’altezza cronologica i collaboratori più adatti alle sue esigenze (a Max, Mathieson e Scalia si aggiunge la costumista Janty Yates da Gladiator in poi), con i quali può prendere decisioni più in fretta, così da rimediare ai pochi film fatti, che lui stesso sentiva come pochissimi in rapporto agli anni di attività… 

GLADIATOR

Questa iperattività avrebbe forse avuto le ali tarpate se Gladiator non avesse fatto il successo che ha fatto…

Gladiator altro non è che la tematica edipico-etica di Blade Runner mischiata alle modalità visive di 1492

Forse per pressione dei produttori (Douglas Wick è una vecchia volpe di Hollywood), o per intelligenza della sceneggiatura, Scott non indulge troppo nella luce del sole e nell’oleografia zeffirelliana in Gladiator, ma sfrutta le somiglianze con lo Spartacus di Kubrick per creare un film che porta il duello e la battaglia dei suoi altri progetti nella sfera visiva: la luce del sole si alterna all’oscurità delle molte scene nordiche e notturne e l’oleografia storica si mischia con una divertente dose di anacronismo figurativo smaccatamente fittizio (forse a sottolineare anche una certa metafora dell’industria dello spettacolo o a riflettere sulla natura rappresentativa dell’esistenza: circenses in lotta su una arena colossale come individui in lotta nella struggle for life a metà tra verità e fantasia — tutte interpretazioni che Paolo Mereghetti nega ma che Gabriele Rifilato abbraccia totalmente) — l’equilibrio così raggiunto è effettivamente invidiabile, così come lo è quello tra l’azione e l’etica morale proposta, da molto pubblico giustamente ritenuta assai commovente… — manca forse la pensosità scottiana, ma l’esistenza di una versione alternativa, la prima dopo quella di Legend di 15 anni prima, e la prima dopo il Director’s Cut di Blade Runner del 1992, collega subito Gladiator ai fasti degli esordi (così come anche la già detta vicenda edipica di Blade Runner), quelli dello Scott/Tasso…

Gladiator fa il botto e, come 1492, diventa un’altra pietra angolare del percorso autorale di Scott… o meglio, come si diceva, Gladiator diventa una bella copia di 1492, un 1492 rivisto e corretto, che stavolta fa centro anche negli incassi…

Da Gladiator spuntano i forasacchi pollinosi (un po’ pappi della pioppa, o fiocchi di neve, o granelli di polvere, o bruscolini vari) che affolleranno molte inquadrature di tutti i film successivi: uno stilema che si osserva incipiente già in Legend ma che da Gladiator, con Mathieson, diventa sistematico…

E, soprattutto, il successo di Gladiator affranca per sempre Scott dall’essere «il regista di Blade Runner» come tutti questi anni era stato bollato… da Gladiator, Scott sarà «il regista di Gladiator»… e anche stavolta sia nel bene sia nel male… se nei primi anni il successo da cavalcare giova molto al Renaissance scottiano, alla lunga la nomea “gladiatorea” viene usata da Scott per giustificare la sua ansia di grandeur zeffirelliana e la sua voglia di sequenze battagliose prive di dialogo: ne risulteranno anche film fin troppo uguali a Gladiator

HANNIBAL

Uscito dopo questo trionfo, Hannibal sembra invece un film del periodo del freezer: molto simile per certi versi a G.I. Jane, specie negli svarioni visivi, e anche di nuovo ansioso di esplorare per forza il poliziesco e condirlo con il sentimentale (come il vecchio Someone to Watch Over Me)… Hannibal sarà l’ultima collaborazione di Scott con Norris Spencer, scenografo quasi esclusivo da Black Rain, e per certi versi è la vera pietra tombale dello Scott pre-Gladiator, anche se certi suoi aspetti (dall’ambientazione italiana al discorso tentato sulla corruzione) giungeranno diretti a All the Money in the World 16 anni dopo…

Hannibal non è un brutto film: come dice Pino Farinotti, se lo si considera un film horror o gotico ci scorgiamo molti pregi (magari anche quello di essere una sorta di versione del Satyricon di Petronio), ma è davvero avulso dallo Scott post-2000: ha zero voglia storica, zero interesse per la bellezza delle immagini se non in rarissimi casi, e ha pochissimo della pensosità tipica scottiana… non si fa un torto a dire che è un passo falso, che Scott avrebbe potuto girare nel 1990… benché rivederlo metta sempre di buon umore, grazie a Firenze, a Giannini, e a certe scene splatter autoparodiche (le budella che penzolano da Palazzo Vecchio) che contrastano davvero ridicolmente con certe immagini “elegiache” (la sequenza di Vide cor meum, quella dell’inseguimento/guida al telefono, il finale sospirato col taglio della mano)

BLACK HAWK DOWN e KINGDOM OF HEAVEN

Per i film successivi fino al 2007, Scott va raccontando in giro di voler alternare progetti grandi con progetti piccoli, per cui Black Hawk DownKingdom of Heaven, e American Gangster si alternano a Matchstick Men e a A Good Year

Kingdom of Heaven è davvero figlio di discendenza direttissima di 1492Gladiator: la stessa dinastia continuerà in Robin Hood ed Exodus

come accennato prima, la nomea di «regista di Gladiator» fa sì che l’eccellenza visiva sia sempre garantita, e sia garantita anche la pensosità etica, ma, per contrasto, il successo di Gladiator, sentito come bella copia di 1492, giustifica Scott nel ricadere nello zeffirelliano… Kingdom of Heaven è il primo prodotto dello Scott/Zeffirelli aperto da 1492, voluto ma evitato in Gladiator, ma da Kingdom of Heaven elevato a vero sistema…

Le bandiere, le battaglie infinite, l’irrisolvibile questione storico-etica, i tanti discorsi contrastanti in proposito… sono tutte cose che appesantiscono l’operazione, che, guarda caso si estende nell’ennesima versione alternativa, ancora più battagliosa e discorsosa… Kingdom of Heaven fa quasi sospettare che il film ideale di Scott non sia l’equilibrio di Gladiator che ha una trama e una fine “fittizia”, ma sia un eterno film storico che illustra gli snodi problematici dell’umanità all’infinito, in un alternarsi senza fine di discorsi e battaglie, battaglie e discorsi: discorsi irrisolti e battaglie stupendissime con luci stratosferiche di art pour l’art, in un décors di bandiere, armature, drappeggi e calligrafia ricostruttiva… — Mathieson fa forse la sua prova migliore in Kingdom of Heaven, e il risultato, così accorato (Scott e il suo personaggio Baliano proprio piangono per non riuscire a trovare concordia in una situazione così virulenta e complessa), non può non piacere o destare ammirazione in chiunque auspichi una “pace” nel mondo, ma la domanda se non sarebbe stato meglio fare una “storia” sull’argomento, e non un quadro visivo-parlato privo di sintesi e di “metafora fictionosa”, aleggia perplessa… — Kingdom of Heaven suggerisce così tanto la realtà che indulge nella sua rappresentazione bellissima e sì finta, essendo cinema, ma anche tanto ansiosa di non apparire finta! Le battaglione e i discorsi, che si limitano a contrapporsi senza che si prenda una decisione, sono cose sì realistiche e anche nutrienti in un mondo in cui si ascolta poco le opinioni altrui, ma forse deleterie per un film, per una storia… Kingdom of Heaven eccede nel documentaristico senza però essere documento, vista la lussuosa e pregevolissima resa visiva del tutto cinematografica: risulta un documento fintoso, una docufiction, senz’altro carinissima ma non perfetta…

Kingdom of Heaven è un film che amo, che ispira riflessioni, che fa parlare e discutere, ma non si capisce perché si “fermi” così tanto nell’impasse della Storia quando avrebbe potuto organizzare quella stessa Storia (maiuscola) in una bella storia (minuscola)…

Black Hawk Down sembra non incappare negli stessi difetti proprio grazie a una quantità di “inverosimiglianza” visiva molto alta… Alla fotografia, difatti, non c’è Mathieson, ma, non si sa perché, Slawomir Idziak, in quella che è la sua unica collaborazione con Scott… — Il verde della notte, l’interscambio delle situazioni, la natura del completo pericolo a 360°, accomunano Black Hawk Down davvero alla fantascienza, come molti critici notavano: i somali sono come gli xenomorfi, ma questo, invece di essere un male, è un bene per il film, poiché questa impostazione fiction sorregge in metafora tutta la sua indecisione politica, che senza la fiction sarebbe davvero inspiegabile… — Non si capisce mai se il film sta con gli americani, se ritiene l’intervento giusto o anche addirittura “possibile”: il film illustra una situazione di orrore conradiano (come The Duellists) o anche allucinato (come Joseph Heller e Catch-22), di un conflitto senza senso, che è trasmutato infatti con immagini quasi oniriche, cacofoniche, irreali, ed è popolato da soldati clueless, molte volte privi di raziocinio, quasi costretti per esigenze “metafisiche” a continuare una battaglia che si adombra essere la stessa vita (come sottolinea in esergo la citazione di Platone: «solo i morti hanno visto la fine della guerra»): alla fine Eversman (Hartnett) non riesce a spiegare a Blackburn e al cadavere di Smith come mai i soldati intervengano, né Gibson (Bana) trova le parole per far capire il motivo per cui ritorna a cercare di salvare gli altri “compagni”: e sono due non-spiegazioni che escludono l’eroismo o il professionismo militare ma sono più virate verso l’ineluttabilità, forse una ineluttabilità della stessa lotta tra bene e male, interiore o mondiale… — una impostazione così “metafisica”, dicevo, che riscatta perfettamente le oscillazioni tra militarismo e repubblicanismo evidenti e forse volute dal produttore Jerry Bruckheimer (alla sua unica collaborazione con Ridley Scott, dopo invece tantissimi film con Tony)

Dopo GladiatorBlack Hawk Down è il primo capolavoro del Renaissance di Scott, e con le Rules of Engagement di William Friedkin (dell’anno prima) ha un po’ rivoluzionato l’impianto visivo-diegetico dei film di guerra, aggiungendo la componente “irreale” e “indeterminata” alla rappresentazione della guerra: forse Friedkin e Scott uniscono l’iperrealismo di Spielberg e Saving Private Ryan e l’onirismo di Malick e The Thin Red Line (entrambi del 1998) per affermare che la guerra è sì cruenta e iperreale ma è anche e nello stesso tempo la manifestazione meno certa e meno “possibile” dell’umanità, e lo affermano con immagini oblique e con rese visive totalmente “fictionose”… prima di loro, i film di guerra, come dimostrano i citati lavori di Spielberg e di Malick, erano o iperreali o onirici, da Scott e Friedkin in poi si comprende che iperrealismo e onirismo assurdo potrebbero non essere contrapposti in questo genere cinematografico (comprendendo quindi la guerra tra le assurdità dell’umanità)

MATCHSTICK MEN e A GOOD YEAR

Se Black Hawk Down è stato un capolavoro e Kingdom of Heaven è stato un prodotto buonissimo ma non il massimo, gli stessi risultati si replicano nei progetti “piccoli” di questo periodo scottiano… che sarebbero anche potuti essere diversi: nell’iperattività, Scott considera da qui il seguito di Alien, si balocca con un seguito di Gladiator, nel 2004 pensa a un film su un romanzo di Cormac McCarthy con la Paramount: incarica William Monahan di Kingdom of Heaven e ingaggia Tommy Lee Jones un po’ prima che i Coen realizzino No Country for Old Men (2007); il film non si fa, ma Scott inanella ancora la storia di una giornalista in Iraq scritta da Dana Stevens con in mente Angelina Jolie, e il colossale Tripoli ancora con Monahan, ambientato nel 1800… — Progetti che verranno trasformati nel tempo: per Alien nel 2002 la Fox sembra per un po’ preferire il progetto di Neill Blomkamp e Scott ripiegherà su Prometheus di conseguenza, che però arriva a essere concreto solo nel 2010 (Scott in qualche modo si “vendicherà” chiudendo il film di Blomkamp una volta ottenuto il potere supremo di Alien dalla Fox), con McCarthy farà The Counselor nel 2013, e l’idea della corrispondente in Iraq viene passata a Monahan e si trasforma in Body of Lies nel 2008… Tripoli invece verrà via via dimenticato (nel 2013 Scott disse di averlo pausato «per ragioni personali»)

A realizzarsi davvero sono Matchstick MenA Good Year, che, come dicevo, ripropongono un capolavoro (Matchstick Men) e un film simpatico ma non di più (A Good Year)…

L’inganno, il raggiro, la natura fallace della visione e delle convinzioni, l’importanza della dissimulazione e della “recitazione” nella vita, sono tutti ingredienti di Matchstick Men, che, per di più, si avvale della consueta lussuosissima fotografia di Mathieson e di attori in stato di grazia… — è da Matchstick Men che Scott comincia davvero a essere considerato un regista di attori, come non lo era mai stato prima… — Matchstick Men rappresenta anche l’ultima collaborazione con artisti per lui storici: il costumista Michael Kaplan e il compositore Hans Zimmer, che non lavoreranno mai più con lui dopo più di 25 anni di coesistenza… — Da Matchstick Men parte, inoltre, un periodo di sostituzione di Pietro Scalia con Dody Dorn, che gli monta i due film successivi (Kingdom of HeavenA Good Year) — Probabilmente può essere visto come la prima “commedia” di Scott, benché l’esito diegetico non idilliaco non aiuti a definirla tale, e può essere visto come il secondo capolavoro, dopo Black Hawk Down, del Renaissance post-Gladiator… — il produttore è Robert Zemeckis… — l’azione che si svolge quasi tutta in interni lussuosissimi dove i personaggi parlano, e con poche sequenze esterne che sono comunque fiammeggianti, piene di vampate visive stupende e di splendidi contrasti cromatici (il vino rosso bevuto da Rockwell, in una scena, risalta come un rubino sullo sfondo della raggelante luce fredda trovata da Mathieson: un contrasto degno di un quadro), oltre che i rapporti interpersonali basati sul profitto e la bugia, sono tutti ingredienti che quasi preludono a The Counselor

A Good Year, come abbiamo visto pensato già dal 2000, si risolve invece in una elegia della vita tranquilla in Provenza, in una asettica condanna dell’avarizia, e, come è intuibile, si affloscia un po’ in una “luce del sole” molto simile a quella dello Scott pre-2000 (Mathieson non si unisce alla troupe francese e alla fotografia c’è Philippe Le Sourd), in cui si vede anche uno pessimo piccolo zoom sulla Cotilliard bambina, alternato alla faccia di Freddie Highmore, la cui prurigine sembra tolta da un film di Tinto Brass o Lando Buzzanca… — non tutto è da buttare: in Good Year Scott trova un collaboratore importante, il compositore Marc Streitenfeld, che musica tutti i suoi film fino all’avvento di Daniel Pemberton in The Vaticae in The Counselor; inoltre, Marc Klein scrive dialoghi simpatici, gli attori sono bravi e Scott, come visto in Matchstick Men, non è incapace di gestire la commedia, benché, forse intuendo il risultato non brillante di A Good Year, non ne girerà più altre…

LA FINE DEL RENAISSANCE

E anche il giochino dei film piccoli alternati a quelli grandi finisce con A Good Year… Da allora solo produzioni grandissime per Scott, sempre più magniloquenti…

American Gangster è il terzo capolavoro del Renaissance post-Gladiator (dopo Black Hawk Down Matchstick Men)… Body of Lies tenta la carta di replicare Black Hawk DownRobin Hood, invece, riprende quella discendenza da 1492Kingdom of Heaven che proseguirà in Exodus

American Gangster è l’unica collaborazione di Scott con Harris Savides (morto nel 2012), e la seconda (dopo Hannibal) e quasi ultima con Steven Zaillian che tornerà sì in Exodus ma insieme a tanti altri… e, in qualche modo, è il terzo capolavoro ma anche l’ultimo film del Renaissance… 

S’è capito che questo Renaissance è stato sempre giocato sul cercare un equilibrio tra le istanze “zeffirellose” e oleografiche e quelle di trama: quando le cose quagliano abbiamo i capolavori, quando non quagliano si hanno film bellissimi ma un po’ monchi…

Grazie a Savides e a Zaillian, American Gangster applica tutta la voglia illustrativa di Scott (la ricostruzione storica, i costumi al posto giusto, i capelli ben messi, tutto eleganza e rievocazione del periodo) a una costruzione diegetica che si applica alla perfezione alla sua proverbiale voglia di pensosità, alla sua poetica dei contrasti delle visioni del mondo irrisolvibili: l’idea geniale di esplicitare questi conflitti insolubili, in una personificazione degli stessi conflitti con due personaggi contrastanti che si fronteggiano nella vicenda, invece che in una battaglia rincorsa (come in Black Rain) o in una battaglia bellica estenuante (come in Kingdom of Heaven), è davvero vincente… in questo modo, sistemata la trama, la consueta calligrafia visiva può trovare essa stessa nuovi motivi di applicazione, soprattutto nell'”oscurità”, che non si vedeva così genuina in Scott davvero dai tempi di Black Rain (anch’esso frutto di una collaborazione singola con Jan De Bont), invece di indulgere nel solito alternarsi di dialoghi/battaglie stancante… — American Gangster ha ovviamente una edizione alternativa, del tutto inutile: non fa che allungare i conflitti irrisolvibili che tanto piacciono a Scott (una versione alternativa che forse voleva accomunare American GangsterKingdom of Heaven ed Exodus: per fortuna è uscita solo in DVD)

Un alternarsi dialoghi/battaglie che invece ritorna spietato in Body of LiesRobin Hood ed Exodus… Monahan in Body of Lies, Brian Helgeland in Robin Hood, e il team di Exodus non aiutano davvero Scott, e, si sa, quando Scott non è supportato da uno sceneggiatore si adagia sui suoi “zeffirellismi”…

Body of Lies è praticamente un remake di Kingdom of Heaven, che torna, a causa anche di Alexander Witt, lasciato solo alla fotografia, ai passi falsi visivi del pre-Gladiator (tanto deserto, tanta polvere, tanta luce incontrollata)…

Robin Hood è preso da Scott a progetto già avviato: doveva essere una carina variazione sul tema del fuori legge di Nottingham, che vedeva Robin Hood come lo sceriffo di Nottingham sotto mentite spoglie, ma Scott lo trasforma nel solito Robin Hood, e mentre lo fa è convinto di rinverdire il genere così come aveva rinverdito il peplum con Gladiator (una follia davvero grande, poiché se il peplum era effettivamente defunto da 50 anni, il Robin Hood di Kevin Reynolds era uscito solo 20 anni prima, incassando molti e molti soldi, tanto che nel 2010 aveva ancora un certo status di piccolo cult: Reynolds, per altro, era stato assunto da Scott per Tristano e Isotta neanche 4 anni prima, e i due avevano anche parlato in un contenuto speciale del DVD di Duellists nel 2002)… è in situazioni come questa che l’essere «il regista di Gladiator» spazza via le intenzioni di Scott, e appesta le sue decisioni: Robin Hood diventa una identica fotocopia di Gladiator, in tutto e per tutto, e il pubblico se ne accorge… Scott pensa di aver fatto una genialata, e infatti si mette anche a pensare seguiti vari, ma la critica non lo supporta, e Robin Hood si rivela uno dei suoi film più sbagliati: sì gradevole visivamente (Mathieson, Max, Yates sono tutti coinvolti in una arci-stupenda rievocazione storica), ma, con la sua trama di ribellismo ante-litteram e con le sue ambizioni di far vedere i conflitti che portarono alla Magna Charta del 1215, nei quali si sfoga la spinta pensosa scottiana, risulta molto più zeffirelliano di Kingdom of Heaven e davvero troppo, troppo uguale a Gladiator

Gli stessi identici difetti si vedono in Exodus: i conflitti irrisolti e irrisolvibili del rapporto tra stato e religioni si piazzano in mezzo a un ambiente calligrafico di museo egizio, tutto perfetto e scintillante, e vengono espressi con i consueti interminabili discorsoni interrotti come sempre dalle consuete e interminabili battaglie…

Da questo voler per forza rifare Gladiator e in questi mezzi remake di Kingdom of Heaven si capisce che il Renaissance è finito, e che comincia una nuova era…

Benché, di certo, anche il fallimento creativo di Robin Hood ed Exodus si risolve in film che comunque illustrano bene la complessità del mondo, e (specie Exodus) potrebbero contribuire a formare gli spettatori sul tema della tolleranza, e potrebbero educare molti sul dialogo, il relativismo, il non-dogmatismo e il non-manicheismo… tutto se si rimane svegli, ovviamente, tra una battaglia splendida ma soporifera e l’altra…

L’ERA PRESENTE

La cosa sicura è che, dopo aver tanto battuto sull’essere il «regista di Gladiator» con film tutti uguali a Gladiator (laddove non era riuscito a farsi regista di polizieschi a cavallo tra ’80s e ’90s), Scott è sicuro di non essere più «il regista di Blade Runner», quel progetto che gli lasciò tanto amaro in bocca e tanti conflitti con la troupe americana… Sammon racconta che quando, sul set di 1492, arrivarono per proporgli il Director’s Cut del 1992, trovarono uno Scott indifferente a Blade Runner… Durante American Gangster, invece, esce la Final Cut… da allora Scott fa un po’ pace con il suo film a quasi 30 anni dall’uscita… e allora torna a ripensare alla fantascienza, non solo riprendendo il seguito di Alien proposto nel 2002, ma comincia a pensare davvero perfino a un seguito di Blade Runner (complice anche il fatto che da Prometheus in poi, Scott si produrrà completamente da solo e non più con coproduzioni con grandi produttori, come aveva fatto finora, cosa che gli fa fare davvero quel che gli pare)…

Il seguito di Alien diventa Prometheus, che in qualche modo inaugura una nuova era… Con lui c’è Dariusz Wolski, che sostituirà definitivamente Mathieson (dopo il pilot televisivo The Vatican, mai andato in onda nel 2013, non lavoreranno più insieme), e insieme fanno un film che è proprio emblematico della maniera che Scott seguirà in futuro, con The CounselorExodusAlien: Covenant… Non solo film pensosi e irrisolvibili alla Kingdom of Heaven (come abbiamo già visto a proposito di Exodus), ma anche nichilisti, tristi e cupi, e non sempre ben centrati a livello di tono…

PrometheusThe Counselor e Alien: Covenant soffrono di super-filosofia… tra loro The Counselor ha dalla sua l’impianto letterario di Cormac McCarthy, e Covenant può sfoggiare un buon discorso meta-cinematografico romantico e anti-nazista (almeno secondo le mie astruse teorie espresse in Alien: Covenant, Covenant Again e Covenant Cubo), ma sono film davvero di dialoghi su dialoghi, stavolta perfino non alternati a battaglie, ma a sequenze che esprimono solo il senso del caso sull’umanità e sulla stessa creazione… Come se Scott, dopo Robin Hood, avesse capito che le battaglie non pagano più, e quelle di Exodus arrivano quindi quasi fuori tempo massimo: sicché ai dialoghi (sempre agiti in set lussuossissimi, siano essi spaziali o americani come quelli di The Counselor) si intercalano le cupezze, le tragedie, i nichilismi…

The Counselor è uno dei film più tragici della storia: triste, dall’andamento liturgico e quindi quasi più affossante, e dalla resa visiva di una stranissima grana che riesce sia a essere scintillante sia pregna di radianza scura, è degno di The Road di John Hillcoat (2009) e forse più compatto anche di No Country for Old Men dei Coen (2007)… è forse il film più riuscito dello Scott nichilista, perché McCarthy, pur non riuscendo a evitare certi passi da parodia involontaria (gli spacciatori messicani che discutono di filosofia degli affetti con prosopopea oxfordiana per minuti e minuti potrebbero far ridere i più cinici), imbastisce la vicenda davvero come fanno i grandi maestri e ispira uno Scott forse sconvolto dalla morte del fratello Tony…

Prometheus ed Exodus, invece, sono meno riusciti… Come sempre non brutti, e forieri di tante sane riflessioni (specialmente Exodus), ma sono film in cui l’irrisolvibilità scottiana non trova una quadra… Prometheus è infatti scritto da gente televisiva incapace, ed Exodus da un team di troppi sceneggiatori…

THE MARTIAN

In tutto questo nichilismo stupisce vedere un film come The Martian, la cui produzione forse prova che a Scott la fantascienza mancava davvero, visto che dopo 30 anni di assenza l’ha rivoluta con tre film in 5 anni (quattro se contiamo il seguito di Blade Runner realizzato da Denis Villeneuve nel 2017: Blade Runner 2049)… 

The Martian non è né cupo né nichilista, ma è invece giocoso e felice di mostrarci alcune tematiche meta-cinematografiche nella sopravvivenza (leggi il primo film analizzato in Let’s go get some payback)

FINIS

Di All Money in the World abbiamo appena parlato (Tutti i soldi del mondo)

Quindi, che dire?

Che Scott è un registone, forse il più grande tra i viventi per quel che riguarda la visione, ma che ha sue idiosincrasie, sue problematiche narrative, che spero di aver espresso il più possibile…

5 risposte a "Up and Down di Ridley Scott: un regesto della sua carriera"

Add yours

  1. innanzitutto grazie per la citazione…
    poi: complimenti per questo articolo, che mi ci è andato un po’ a leggere (quasi un’ora!!) ma che è davvero interessante e dimostra la tua enorme conoscenza di Scott (e del cinema in generale)…
    quello che hai scritto ha quasi la dignità di un “Castoro” o almeno potrebbe essere una base per farne uno…
    davvero complimenti…
    spero di vedere presto anche Tutti i soldi del mondo, così da leggere poi anche quella recensione…

    1. Tra l’altro Scott ha un “Castoro” irreperibile da anni e, a mia conoscenza, fermo agli anni ’90…

      Grazie mille dei complimenti! Davvero troppissimi!

      1. quelli fermi a tanti anni fa sono chicche che ormai si trovano solo più nelle biblioteche (e per fortuna che esistono ancora le biblioteche)…
        di recente ho recuperato il De Palma di Nepoti, nella duplice edizione (quella ferma all’81 e quella ferma al 93)… grazie alla biblioteca civica di Torino…
        figurati, i complimenti sono sentiti e doverosi. ciao

      2. Io ho avuto una fortuna sfacciata: un amico comprò la collezione intera di Castorini che Veltroni allegò all’Unità negli anni ’90… erano più di 40… E me li regalò tutti per un compleannoooo!!!

  2. Bellissimo articolo! Io non sono un grande fan di Scott, ma ora devo declinare meglio questa mia frase visto che ho scoperto che ci sono tanti Scott, un po’ tipo i vari periodi dei Led Zeppelin e dei Deep Purple!

    Quello che scrivi mi fa capire meglio anche Legend (dalla cui recensione hai linkato questo articolo)! Ha senso che ci fossero molte idee ma confuse e che Scott si concentrasse sul visuale. Infatti visualmente Legend è devastante, ma da qui a definirlo capolavoro… secondo me ce ne corre! Ma ripeto, non sono mai stato un grande fan del regista. Mi piacciono i suoi primi tre film e Black rain, praticamente. Però mi sono comprato 1492 l’altro giorno, quindi gli darò una seconda chance (ma dopo aver letto quello che hai scritto, con poche speranze).

    Grazie mille per “dirottarmi” qui!

    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/07/30/legend-gli-effetti-speciali-sono-fantastici/

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