Knives Out

Io sono di quelli che ha adorato Gli ultimi Jedi e che non l’ha trovato per niente in contraddizione con L’ascesa di Skywalker, perché per me, proppiano, un personaggio non è mai un personaggio (che comunque è qualcosa che non esiste) ma è una funzione…

Se quel personaggio è lì solo per dirti «ti amo», quel personaggio può essere chiunque: può chiamarsi Principe Azzurro o Fritz Bhaer (visto che è uscito anche l’ennesimo Piccole donne), ma sempre lì per quello è…

Idem è il povero Palpatine di Guerre stellari: non è Palpatine: Palpatine non esiste: è solo quello che è lì per contrastarti… che si chiami Palpatine, Darth Vader, Belfagor, Voldemort, è sempre quello…
Se invece di Palpatine il contrastante fosse stato un’*anima cattiva rediviva* di Anakin, lì a cavalcare il Lato Oscuro e ammazzare tutti per malriposta mancanza di amore (come Turandot o il dittatore Susan di V for Vendetta: e poveretto, c’avrebbe anche ragione, visto che gli è morta la Portman!), ugualmente Rey/Ren lo avrebbero battuto baciandosi alla fine, dimostrandogli l’Amore, e ugualmente la componente Ren si sarebbe smaterializzata, e alla fine avremmo comunque visto quell’anima cattiva rediviva di Anakin *pacificata*, in ologramma blu, insieme ai suoi figli (Luke e Leia), non si sa se con le sembianze di Christensen o di Shaw, ma comunque davanti a Rey/Ren che si proclama ugualmente Skywalker mentre seppellisce le spade che risorgeranno alla bisogna…
E tutto intorno sarebbe imperversata la medesima Resistenza di Poe, Boyega, Tran, Lando e compagnia cantante, col medesimo «Noi siamo di più» tanto commovente…
Questo perché Palpatine è accidente, non è trama… è sfondo non sostanza

In Knives Out, Johnson, il regista proprio degli Ultimi Jedi, che ha impresso per fortuna questa impostazione proppiana a una terza trilogia del tutto inutile (inutile era stato il tutto sommato scialbo Risveglio della Forza), torna con questo classico mystery, un genere che da sempre è il florilegio delle funzioni proppiane…

Scrivere un mystery simile è il wet dream di qualsiasi drammaturgo…
Di buoni lavori in questo frangente, e cito a caso, ci sono almeno:

  1. Murder by Death di Neil Simon, portato sullo schermo da Robert Moore nel 1976 (ne parla Sam Simon)
  2. il famoso Clue di Jonathan Lynn e John Landis del 1985
  3. e anche, più virato sul comico e sul soprannaturale, la Hunted Honeymoon di Gene Wilder del 1986

Johnson scrive e dirige il suo con grande classe, costruendo un intrattenimento veramente lussuoso: divertente, millimetrico, ironico, asciutto e dalle implicazioni classiche, di statuto del mystery, sulla valenza morale del delitto o della sua soluzione…
Le domande dirimenti poste da Johnson sono «a chi si dànno i soldi? si fa bene a darli a quello o quell’altro? e come si fa a far trionfare il “bene” in una storia simile?»
Una storia che, anch’essa di statuto, smaschera le ipocrisie e le cattiverie dei ricconi, le beghe dei parenti serpenti, le contraddizioni e l’ignoranza (che finisce per essere sempre destrorsa) dell’upper class americana, e stigmatizza la concezione malsana (e anche malinconica) che i soldi siano tutto in un mondo tanto capitalistico e malvagio…

Il buttare tutto sulla “gentilezza quotidiana” della soluzione rende Knives Out il “contrario” degli apologhi capitalisti fieri di esserlo di David O. Russell (quelli in cui i soldi ce li hai proprio perché sei una merda), e l’uso del cinema fatto da Johnson (e dai suoi collaboratori: Yedlin è dop, Ducsay è montatore, come in Guerre stellari; David Crank è l’eccellente scenografo, Jenny Eagal la precisa costumista, e Nathan Johnson, cugino del regista, è un perfetto autore della musica) è un capolavoro di misura diegetica, di divertimento narrativo, di découpage classico, di una forza coinvolgente massima, anch’essa da contrapporre al noioso e vuoto stile tonitruante di Russell…

Certo è che si sta parlando di sano divertimento, di good fiction e di nulla di più…

Dopo le implicazioni della Giovane in fiamme, vedere un film simile è come tornare da Macy’s dopo essere stati alla Frick Collection… e mica è un male: basta esserne consapevoli…

E c’è da essere consapevoli anche di chi ha fatto comunque meglio di Johnson: per esempio Kenneth Branagh (con Pinter e Shaffer in Sleuth, nel 2007, o in Murder on the Orient Express, 10 anni dopo, molto più denso, rispetto a Knives Out, di impulsi e significati)

Ancora con riferimento alla Giovane in fiamme: là i volti delle attrici (Noémie Merlant e Adèle Haenel) erano del tutto opposti alla telegenia “americanista”…
Qui tutti corrispondono a una bellezza molto codificata in un immaginario quasi pubblicitario…
Ma con questo non voglio dire granché:
Ana de Armas (che è ispano-cubana) fu l’unica cosa, insieme alla fattura visiva, che mi era piaciuta di Blade Runner 2049, perciò sono stato contentissimo di vederla qui bella agguerrita quasi leading
Il volto di Katherine Langford ha imperversato durante la martellante promozione di 13 Reason Why (serie che non ho visto ma che Netflix ti faceva apparire in banner invadenti ovunque, perfino nel sito dell’Hollis Catalogue di Harvard: che stress, dé: vedi anche quanto detto in Marriage Story), cosa che lo ha ridotto un po’ all'”antipatia”, mentre invece qui è stata un paradiso di naturalezza e “bontà”!

L’ultima parte di questo post sembra dire che i film di intrattenimento non dicano un cavolo…

ma non volevo dire questo, anche perché, pur nella gestione visiva classica, Johnson è bravo a parlare comunque di fiction e di tematiche di rappresentazione (temi così forti negli Ultimi Jedi):

  1. l’abitazione costruita da Crank è palesemente un set, e lo dicono anche nelle battute in sceneggiatura
  2. sul distinguere i coltelli finti da quelli veri si basa molto dello script
  3. sul fasullo e sulla verità inconoscibile (con molti spunti ripresi dall’Earnest di Oscar Wilde) si spende molto tempo: nessuno è quello che dice salvo poi scoprirsi esattamente come dice! (quasi, perfino, alla Kurt Gödel); e ogni verità (esposta da Blanc/Craig) è questione sia di narrazione sia di immacolatezza: per capirsi: dici la verità solo quando la racconti e proprio quando sai di *non dirla*, o, perfino, la dici proprio quando cerchi di mentire! Proprio come fa il cinema, sempre menzogna che rivela verità…
    Intressante…

Un punto a sfavore bello grosso è la ridicolaggine del vomito “reagente” alle bugie, per fortuna usato con abbastanza parsimonia (un espediente simile alla sciocchezza di far muovere Linguini facendogli tirare i capelli da un topo in Ratatouille)

Altri pareri:
Madame Verdurin è negativa
Positivo è Austin Dove
Superbamente onnicomprensivo è The Butcher

3 risposte a "Knives Out"

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  1. Mi fa piacere sentire di persone che hanno apprezzato L’Ultimo Jedi. L’ultima volta che ho provato a dire qualcosa in merito ho ricevuto insulti da ogni direzione da persone che si ritenevano fan di Star Wars. E poi è arrivato L’ascesa di Skywalker, che sembrava quasi una punizione verso queste persone.
    In ogni caso Ryan Johnson è uno dei registi che mi incuriosisce di più nell’ultimo periodo e lo ha dimostrato già in passato. Con Knives Out ha dimostrato un certo stile e in certi casi anche una certa sottigliezza niente male e che dimostra non solo la sua conoscenza del genere, ma anche del cinema in generale. Sono molto curioso di vedere i suoi prossimi film.

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