J’Accuse…

È bene o male dal 1988 che Roman Polanski non lavora più col suo sceneggiatore di fiducia, Gérard Brach…
Ha lavorato anche con John Brownjohn e Robert Towne, ma anche loro è tanto che non si fanno vedere nei film di Polanski…

Dal Pianist, del 2002, ha lavorato due volte col drammaturgo Ronald Harwood, con lui anche in Oliver Twist, e da allora ha instaurato un buon rapporto scrittorio direttamente con gli autori del soggetto del film: gli autori, cioè, dei romanzi o delle piéces su cui i film si basano: la sceneggiatura di Carnage (2011) è scritta con l’autrice Yasmina Reza; e quella di Venus in Fur (2013) con l’autore David Ives…

Nel precedente D’après une histoire vraie (2017), invece, il soggetto era suo, e l’ha sceneggiato con Olivier Assayas…

In J’Accuse…, Polanski torna a lavorare con l’autore del soggetto, ovvero con Robert Harris…
I due si piacciono tanto per suggestioni incrociate: Harris, romanziere di successo, disse di aver trovato eccezionale il mystery di Polanski Chinatown (girato con Robert Towne nel 1974) e di averne tratto spunto per diverse trame… e Polanski disse di aver trovato chimica personale quando i due si sono incontrati, nel 2007, per trattare i diritti cinematografici di Pompeii (romanzo di Harris del 2003)…
Pompeii non si fece, ma Harris e Polanski ce la fecero a realizzare Ghost Writer, nel 2008, basato sul romanzo di Harris dell’anno precedente che Harris vendette (cinematograficamente) a Polanski quasi a scatola chiusa…

J’Accuse… è la versione filmica del romanzo di Harris An Officer and a Spy, del 2013, e rinnova il piacere di Harris di lavorare con Polanski, anche nel clima sempre poco carino che circonda Polanski da anni, per via della ancora, secondo i giudici, non scontata pena per un rapporto sessuale non consensuale con una 13enne avvenuto a Los Angeles nel 1977…
Per quel fatto Polanski si dichiarò colpevole, ma, dicendo di non poter sopportare la detenzione a causa dei suoi traumi da perseguitato durante il nazismo (ebbe un’infanzia sempre in fuga dalle evacuazioni dei ghetti polacchi), scappò dagli USA prima di ricevere la sentenza, che comunque ci fu e che continua a pendere su di lui: non potrà più mettere piede negli Stati Uniti e anche quando lo mette in posti che con gli USA hanno validi accordi di estradizione (tipo la Svizzera) rischia l’arresto: tra il settembre 2009 e il luglio 2010, è stato in carcere a Zurigo, poi agli arresti domiciliari nella sua casa di Gstaad, perché gli americani lo fermarono all’aeroporto d Zurigo chiedendone l’estradizione, che la Svizzera ha negato; tra il 2015 e il 2016 anche la Polonia ha discusso sul ritenere Polanski passibile di estradizione, e ha concluso il processo con parere negativo, e la Francia (Polanski ha doppia cittadinanza polacca e francese) ha una complicatissima estradizione con gli USA e con chi che sia…
Quindi Polanski sta in Francia e gira in Francia o nel continente europeo anche i film ambientati in America e in Inghilterra (è Parigi la New York di Carnage; e per The Ghost Writer Potsdam ha “recitato” Londra, e la campagna tedesca ha recitato Martha’s Vineyard)…

J’Accuse… è tutto ambientato in Francia, e arriva dopo lo scandalo Weinstein dell’ottobre 2017 dopo il quale Polanski sembra abbia avuto molti più problemi del solito a produrre i suoi film…
I soldi, stavolta, sono di Luca Barbareschi, attore di Polanski in una produzione italiana dell’Amadeus di Shaffer nel 1999, che ha finanziato il film per la RAI (01 Distribution) e l’ha anche portato con successo a Venezia, dove ha vinto perfino il Gran Premio della Giuria (il Leone d’Oro, si sa, è andato a Joker), nonostante i singoli membri della giuria si fossero dichiarati assai contrari alla condotta personale di Polanski…

Parlare di influenze biografiche nel lavoro di Polanski è facilissimo (le manie di persecuzione, il mondo casuale, la violenza, il complottismo: tutte cose che metaforizzano bene ciò che gli è capitato negli anni) ma anche molto sfuggente: l’esasperata cupezza del Macbeth del ’71 è riflesso della disperazione per la morte atroce della moglie Sharon Tate, assassinata dalla Family di Manson nel 1969 (in fatti illustrati/obliquizzati da Tarantino quest’anno), o è la cupezza intrinseca di Shakespeare?: difficile dirlo…
E suggestivo è certamente scorgere nella vicenda dell’Affaire Dreyfus, denunciante un esercito e un tribunale fatti più di dedizione e obbedienza che di ricerca di verità, una eco dei giudici e dei poliziotti che infangano un innocente Polanski, ma il film, glaciale nel suo andamento storicista e nella sua fattura di oggettivo filmone storico-biografico-serio (quello che si prende in giro in Darkest Hour), non dà granché appigli emotivi all’azione e alla vicenda, che si limita a illustrare nel più limpido dei sistemi visivi…

La cura del dettaglio storico è goduriosa e anche il taglio chirurgico degli shots di Polanski, Pawel Edelman (alla fotografia) e Hervé de Luze (al montaggio), ricchi di citazioni pittoriche dai quadri del realismo ottocentesco e dall’Impressionismo (evidente quella della Déjeuner sur l’herbe di Manet); inoltre è magistrale la concretizzazione dei personaggi, affidata ad attori coi controcazzi (quasi tutti, anche quelli con i ruoli più “piccoli” [e si sa che non esistono piccole parti ma solo piccoli attori], componenti della Comédie Française che ha ottenuto, per chissà quali privilegi nazionalistici, di essere accreditata accanto a ogni suo membro!), in un film che scorre in modo abbastanza ruvido, ma da cui traspare una intelligente tensione verso una verità che si nega, e una seria denuncia contro un potere bieco (di militari rubicondi e ghiottoni) che si autoalimenta nella menzogna e nel più lurido nazionalismo sciovinista…

Vedere un film come questo oggi, nelle realtà di Trump e Salvini, quelle in cui i poliziotti seguono come cani fedeli i “regnanti” stra-nazionalisti (vi ricordate quando, pochi mesi fa, la Digos fermava chi si avvicinava a Salvini e gli faceva video canzonatori? o quando toglieva gli striscioni anti-Salvini? o quando sospendeva insegnanti rei di criticare Salvini?, o quando impediva a una donna di mezza età di fischiare contro Salvini?), è molto salutare, anche se si ammettono alcuni suoi difettucci: come quello di non contestualizzare affatto in modo chiaro l’antisemitismo, che si dà un po’ per scontato (si nomina l’internazionale sionista senza effettivamente “spiegarla”), e quello di essere fin troppo distaccato

La musica di Alexandre Desplat è usata quasi soltanto per i titoli finali…
Non mi sembra che Barbareschi venga accreditato tra gli attori, ma fa un cameo (e mi è sembrato, a me che l’ho visto in francese, doppiato in francese!)

2 risposte a "J’Accuse…"

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  1. A me è piaciuto molto, e lo ritengo uno dei migliori film di quest’anno… ha una lucidità narrativa che difficilmente ho trovato in altre opere di questi anni

  2. Non è la Comédie a insistere: è che ‘de la Comédie française’ è il titolo che spetta a ciascuna attrice e attore. Noblesse de robe (en scène).

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