Biancalana e i sette gnomi, parte III

THE HATEFUL EIGHT
Se avete letto la mia opinione su “Django Unchained” saprete che mi ha fatto schifo. E saprete anche che non sono un adoratore di Tarantino.
Sono andato a vedere Hateful Eight dopo molto tempo, soprattutto per stanchezza e pigrizia (andare 3h al cinema dopo il doppio lavoro invece di poltrire facendo cose meno impegnative richiedeva uno sforzo che non ho fatto), ma anche per pregiudizio (rinunciare al poltrire era già una prospettiva poco allettante e rinunciarci per guardare quello che sembrava essere l’ennesima carneficina tarantiniana lunga 3h era ancora meno allettante, specie nel periodo successivo a Revenant, che, da solo, aveva già riempito tutto il riempibile di sangue e violenza dell’anno).
Pieno di questi pregiudizi ho comunque visto il film.
Siccome non sono un adoratore di Tarantino non mi sono arrabattato per vedere la versione in pellicola, e sono andato in un cinema qualsiasi.
E, io non tarantiniano, devo confessare che il film regge.
Ridicolo e divertente, porta avanti una ironica metafora sarcastica e nichilista sulla follia degli esseri umani, che si ammazzano per presunti tornaconti e per presunti ideali e scopi che loro stessi si prefiggono nel mero e autoingannante tentativo di trovare un senso alla loro vita.
La metafora è gradevole ma certamente non originale, e infatti tanti hanno già fatto il nome di Carpenter per indicare uno dei massimi ispiratori del film (da molti considerato un remake della Cosa, con tanto di musiche di Morricone scartate – pedissequamente carpenteriana, convengo, è la caratterizzazione dei personaggi). Io aggiungo agli ispiratori Raimi (certe distruzioni sono identiche alla Casa 2), Romero (l’idea è quella di Survival of the Dead) e i romanzi gialli classici, quelli di Agatha Christie. Poiché la classicità dell’operazione è evidente e determina la sua non originalità: è classico il racconto, è classica la resa visiva (il vecchio 70mm, che io non ho visto, ma che era comunque evidente nella composizione del frame; l’attenzione per il trucco e parrucco; la semplicità tutta diegetica degli stacchi di montaggio), è classico il discorso (capitoli e analessi omeriche, che poi sono le analessi del cinema primitivo: quei flashback che c’erano perché non si concepiva ancora che un film potesse raccontare più aspetti sincronici della stessa storia – solo Griffith, nel ’15, capì che si poteva far vedere la donzella in pericolo e, con un semplice stacco, ANCHE l’eroe che correva a salvarla, prima si riusciva a far vedere PRIMA la fanciulla e quel che gli capitava e POI l’eroe e quel che faceva, in un modo che aveva anche una sua estetica “modernista”, come dimostra il risultato di Kubrick in Rapina a Mano Armata).
E Tarantino sguazza nella classicità divertendosi, come sempre con gusto di imitazione e non di innovazione, come uno che fa copie di quadri. E forse per questo spirito imitativo classico mette da parte la sua passione post-moderna di frullare tutto insieme generi e trame e filma una trama sola che si concede solo sullo sfondo le citazioni horror (vi citavo Raimi e Romero) e comico-gialle (il tono, spesso, è quello dell'”invito a cena con delitto” di quei film in cui alla fine i personaggi, anche i presunti morti, si tolgono le maschere). Un post-moderno vero avrebbe fatto sì che gli avventori dell’emporio avessero, almeno uno, un “mistero” diverso da nascondere, qui invece il mistero è uno solo (solo il capitolo “Domergue ha un segreto” è una piccola presa in giro post-moderna). E un post-moderno avrebbe inventato più espedienti di complicazione visiva: Tarantino e Richardson sono bravissimi, ma, oltre ai doppi piani focali, sì proibitivi ma anch’essi puramente imitativi, si vede che non hanno voglia né di dire cose nuove né di autocompiacersi (come succede in Revenant), hanno solo voglia di copiare.
E copiare copiano benissimo.
E in questi tempi in cui ci sono guerre, odi, antipatie, ammazzamenti, trucidazioni, e in cui tutti sono convinti di avere ragione e distruggono senza rimorso chi ha una ragione ‘diversa’, vedere un film che, se compreso, dimostra, con divertente presa per il culo, quanto tutto questo sia inutile e ridicolo, funziona davvero come una sanissima catarsi omeopatica (altro concetto classico)!

SPOTLIGHT
A livello di sceneggiatura: molto buono, dialoghi giusti, personaggi centrati, e convenzioni narrative consolidate (forse fin troppo: Michael Keaton che ha la rivelazione è forse un po’ scontato), e, soprattutto, capacità di fare atmosfera (l’opprimenza che serpeggia è molto solida, simile e forse più compatta di altri film affini con però il soggetto solo politico e non paurosamente pedofilo, per esempio «State of Play»)…
Attori molto bravi, anche se probabilmente penalizzati da un doppiaggio (di Alessandro Rossi) sì buonissimo ma forse un po’ altisonante e “nobilioso” (Luca Biagini è forse la miglior voce italiana, tra le tante, di Keaton, ma doppia tutti, anche la pubblicità dei budini, come se stesse avendo a che fare con Shakespeare)…
Visivamente è girato da gente che sa quello che fa: i carrelli all’indietro alla Kubrick sono carini, e certe composizioni dell’immagine (con le chiese che troneggiano tetre sull’azione) sono molto efficaci nel catalizzare l’atmosfera di crescente opprimenza che vi dicevo; però, a parte questo e l’indubbia professionalità, è un film di scuola, da saggio d’accademia: il montaggio cerca di variare un po’, ma poi risolve sul manuale anche lui…
un film di scuola… e non vuol essere dispregiativo, ma di sicuro l’Academy ha fatto bene a ignorare il regista e premiare la scenaggiatura: è in quella che McCarthy si è impegnato, poi ha letto il libro di testo e lo ha seguito…

Quegli Oscar paragonabili a «Crash» del 2005, e a «Argo» del 2012, solidi film narrativi, in qualche modo “storici” e “sociali”, girati per essere compresi, senza disturbo visivo, da qualsiasi persona del mondo, film, in qualche modo, “radiofonici”…

Curiosità:
Un altro film “radiofonico” sul tema, quello di Patrick Shanley, «Il dubbio» (che, se lo dava a Nichols, sarebbe stato un capolavoro, invece risulta un po’ fiacco, segno che era il palcoscenico il luogo più adatto alla piéce);
Keaton era già stato giornalista nel film scacciapensieri «Cronisti d’Assalto» (di Ron Howard, 1994);
McAdams aveva fatto un ruolo identico nel già citato «State of Play» (di Kevin Macdonald, 2009), forse meno “sociale”, ma di ben altra pasta visiva…
Il top billing, chissà perché, non ce l’ha Keaton ma Ruffalo… boh…
Clint Eastwood, nel 2003, in «Mystic River», ci aveva già dato una rappresentazione magnifica e sdilinquente degli stessi sobborghi bostoniani in odore di pedofilia (e di mafia)…

Considerazioni amare:
alla fine, con un “elenco” che non vi spoilero, si vede quanto l’Italia, su questo tema, rimanga arretrata sia dal punto di vista giornalistico, sia dal punto di vista dello scardinamento dell’omertà…
«ci vuole una comunità per molestare, ma ci vuole una comunità anche per insabbiare…»

e i brividi sono più che ammessi… anche se gli stacchi di montaggio li avrei potuti fare anch’io… e anche se è perversamente piacevole vedere come non solo l’Italia, ma anche l’area metropolitana di Boston, sia completamente asservita al clero… [della serie: mal comune mezzo gaudio, benché la cosa sia rivoltante e desolante]

THE DANISH GIRL
Punti forti:
Le immagini: vere potenze pittoriche: gran lavoro di Danny Cohen (da me già apprezzato, oltre che per i precedenti lavori di Hooper, per “The Program” di Frears): ogni inquadratura (specie quelle sull’acqua) è un quadro tutto curato a perfezione, con la ottima collaborazione delle scene (formidabili), del trucco, del parrucco, e, soprattutto, dei costumi (splendidi)…

Punti deboli:
Hooper, che, come McCarthy in Spotlight, decide di “non intervenire”: la sua è una regia “automatica”: qualsiasi timido ragazzino alle prime armi e inesperto avrebbe inquadrato in quel modo: il merito della suggesitone è tutto di Cohen… La cosa sorprende, perché Hooper, finora, aveva spesso indugiato (specie nei Miserabili) in occhiate oblique, sghembe e inusuali, per far vedere che “c’era”, che lo sguardo era “suo” e di nessun altro, e che non era “classico”… Stavolta, invece, ha deciso che lo sguardo poteva essere di chiunque… vabbé… si è affidato tanto alla sceneggiatura che costituisce un

Punto “fortetto”:
Un’idea di “sceneggiato”, emozionale, onnicomprensivo, adatto a tutti, aperto alla lacrima facile, tipico del drammetto storico televisivo (soprattutto britannico), riscattato da ottimi interpreti (la Vikander è carinissima e ha meritato tutto il suo oscar, molto impegnato Redmayne) e dalla già detta stupefacenza pittorica…
Per “sensibilizzare” è l’ideale… per chi è già “sensibilizzato”, invece, il film può apparire un “melodrammone”, quello che, molti anni fa, veniva chiamato “polpettone”: lunghetto, incline più al “teatrale” che al riflessivo, più alla spettacolarità “frontale” che all’emozione meditata della “corteccia”…

Però, vabbé, nel complesso, un eccellente lavoro: forse più da BBC che da sala cinematografica, ma con meraviglie visive tutte da vedere!

Interessante il dialogo, successivo all’assunzione di Lili come commessa in profumeria, cosa che alimenta le recalcitrazioni della moglie che la vorrebbe vedere tornare a dipingere, con Lili che risponde: «Io voglio essere una donna, non una pittrice»…
Lavorare in profumeria è più “femminile” del mestiere di pittore?… Considerazioni che, in me, hanno alimentato molto dibattito interiore, che però lascio a chi ne sa molto più di me in quanto a “modo di pensare così detto femminile”… [e già ho detto fin troppo, tanto da farmi etichettare come maschilista, mi taccio ulteriormente]

ROOM
Per discuterne poi a voce al meglio con Laura!
L’idea era così indicibile da quanto era rivoltante, che hanno deciso, difatti, di non “dirla”…
…e hanno fatto un filmino molto “americano”, fatto di televisione, famiglie felici, cani carini, giustizia facile e veloce, poliziotti fantasticissimi e provincia perfino amichevole…

Il discorso psicologico non è una cavolata; l’apertura alle emozioni dei protagonisti è carina e non può non strappare qualche lacrima in maniera proprio facile facile (il “ti voglio bene” con Joan Allen e l’incontro col cane non possono non sciogliere i cuori dei sensibilissimi); le inquadrature sono da film americano dei festival, quindi non sono male (fuori fuoco faciletti, un po’ di sballottamento da macchina a mano così per gradire, qualche sguardo ad altezza di bambino che fa innocenza e partecipazione) anche se uguali a mille altre (è un andazzo che proviene almeno da “Little Miss Sunshine”); però è di quei film che ti aspetti di vedere chissà quale capolavoro: mentre lo guardi pensi al “Silenzio degli Innocenti”, pensi a Haneke, a Van Sant, per esempio, e te sei lì che ci pensi e ci ripensi a questi modelli, ma “Room” questi modelli non li raggiunge mai… e quindi da una pretesa di film “indicibile” approda a un film carino, bellino quanto vuoi, piacevole, ma niente di più…
e vabbé… l’hanno voluto fare così e facciano come vogliono… chi vuole andare a vederlo e non è abituato all’atroce allora non perderà il suo tempo, ma chi vuole vedere cose “indicibili” affrontate in maniera diretta per “catarsi”, beh, allora, a parte qualche “idea” che rimane in testa, non c’è proprio nulla, anzi, ci sono tanti pianti col cane e la nonna…

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT 
E niente. È proprio bello.
Siccome è proprio bello, partiamo con i trascurabili punti deboli:
1) Nel finale contraddice Brecht e inneggia al fideismo deistico dei supereroi di merda, facendo uno schifo anche peggio del terzo Batman di Nolan o del Superman di Singer. Però, è certo che un finale simile, purtroppo, fa parte dell’archetipo, e se non ci fosse stato molti avrebbero avuto da ridire.
2) L’esplosione finale, con minimo spruzzo, è l’unico momento che risente di scarsa capacità di aggirare il basso budget (cosa che nel resto del film non si vede mai: è tutto splendido)
3) Forse non fa come Leone col western, e non reinventa il genere: segue gli archetipi, ma li segue così bene, con così tanta cupezza, con così tanta dedizione, e con così seria coscienza della realtà (anche storica: gli attentati ricalcano quelli pensati dalla mafia negli anni ’90), che c’è davvero da gridare al miracolo.

Per il resto: l’ambiente metropolitano e la violenza al confine tra il comicarolo e il tragico sono resi quasi meglio che in Kick-Ass (film che potrebbe essere il suo genitore putativo), e non ci sono pistolotti moralistici che rubano tempo, solo desolante catarsi (quasi come in Blow Out di De Palma); le riprese sono fantasticamente inventive (e non invadenti come quella cazzata di “Cemento armato”: per fortuna evita subito quel modello, non ci casca nemmeno); il tono e i personaggi sono azzeccatissimi.
Insomma giù: uno dei più ganzi dell’anno! (a parte il finale)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: