Campogrande, Šostakovič e Beethoven all’ORT con Bortolameolli e Steckel

  • Primo concerto visto dal vivo, in un teatro al chiuso, dopo Riccardo Muti e la Chicago Symphony al Teatro del Maggio, nel gennaio 2020…
  • Seconda Settima di Beethoven vista con l’Orchestra della Toscana (ORT) dopo quella di Eduardo Strausser del febbraio del 2019… [la 7a è la n. 5 di Symphonies]
  • Secondo concerto da me visto con l’ORT diretta da Paolo Bortolameolli dopo quello di Čajkovskij (concerto per pianoforte con Dmitrij Masleev) e Dvořák (sinfonia n. 7), che vidi a Figline Valdarno (dove purtroppo il Garibaldi ha una pessima acustica) nel dicembre del 2019…
  • Prima volta che sentivo il violoncellista Julian Steckel…
  • Prima volta che sentivo dal vivo il concerto per violoncello n. 1 di Šostakovič (che ho sentito pochissimo anche in disco)
  • Prima volta che sentivo la Sinfonia n. 1 di Nicola Campogrande, anche perché questa di stasera al Verdi era la prima italiana…

Con i posti contingentati, acquistabili solo e soltanto di persona alla biglietteria del Verdi (ma assai economici, quasi gratuiti!), e le mascherine obbligatorie, l’Orchestra della Toscana ha offerto tutta la sua voglia di ricominciare a suonare davanti a un pubblico, anche a costo di suonare ancora, nonostante i tamponi, distanziatissima: nel Verdi di questo periodo sono state asportate le poltrone di platea più prossime al palco, intorno al direttore ci sono solo gli archi, mentre su gradoni sul palco vuoto stanno i fiati e le percussioni alle cui spalle c’è un pannello ligneo a mo’ di camera acustica…

La Sinfonia di Campogrande è un pezzo simpatico e comunicativo, quasi di divertito neoclassicismo, un neoclassicismo inteso come quello di Leonard Bernstein o del John Williams degli anni ’90: si sentiva molta tensione narrativa nella musica data da un sacco di goduriosi e chiari richiami tematici simili a quelli di West Side Story
Bortolameolli ha condotto tutto con il dovuto entusiasmo da prima (Campogrande era anche presente nella platea distanziata), valorizzando al massimo l’estro delle (tante e simpatiche) percussioni e stando attendo a gestire con implacabile sicurezza gli attacchi ritmici al millimetro…

Il concerto per violoncello di Šostakovič fu scritto per Mstislav Rostropovič nel 1959 e da lui fu eseguito per la prima volta con Evgenij Mravinskij e l’orchestra di Leningrado nella sala grande del Conservatorio (oggi di San Pietroburgo): un pezzo di quelli dell’era Chruščëv (vedi White Nights e La torre), con una struttura simile al mio adorato concerto per pianoforte n. 2 (nella Musica per l’estate), a cui si aggiunge molta più tristezza, quella che hanno le sinfonie dell’era Stalin (con tanto di canzoncina stalinista “storpiata” nel finale): a livello costruttivo ha la stessa “combinatoria” del più solare concerto per piano citato, e ha un quarto movimento architettato nello stesso modo del terzo movimento del secondo per piano, ma a livello “espressivo” è più cupo, pieno di elucubrazioni laboriose, sciorinate in un sistema di ripetizioni tematiche (e si sa che Šostakovič aveva la “firma musicale” con un temetto re-mi♭-do-si, che in questo concerto si sussegue più volte) che martellano un po’ l’ascoltatore, anche se in qualche modo anche lo guidano in un insieme che appare in un certo modo “ordinato” e non depressivo come invece erano le sinfonie staliniane (un “ordine” che di lì a poco Šostakovič virerà nel sardonico anche nell’era Chruščëv con Babij Jar, nel 1962)…

Steckel è stato energico, forzuto, arrabbiato più che addolorato, cosa che ha reso al pezzo un servizio davvero eccellente… Nerboruto, ma preciso, secco ma accalorato, muscolare ma anche rimuginante, Steckel è stato una forza, e ha dimostrato di aver capito completamente la musica scura di Šostakovič…
ha dimostrato la sua affinità col Novecento musicale sovietico anche nel bis che ha proposto, la Marcia, cioè il decimo pezzo della Musica per bambini (Detskaja muzyka), op. 65 di Prokof’ev (1935)…

Bortolameolli lo ha seguito con intensità, dando ottima risoluzione alle forcelle espressive, sciorinando una concertazione sopraffina (il violoncello riusciva a risaltare anche nel pieno d’orchestra), e garantendo la chiarezza impeccabile dei temi ricorrenti e dei gesti ritmici organizzativi per un’orchestra molto concentrata e molto felice di misurarsi con una partitura simile: difficoltosa per impegno “numerale” (cioè i diversi metri tutti da seguire) e stranezza timbrica (molti strumenti suonano in registri assai poco comodi e molto insuali) e insieme carica di verve intima e concettuale…
Ad aver fatto piangere è stato il povero corno, usato da Šostakovič quasi come una tromba (sempre sparato a mille e coinvolto in assoli lunghi quasi quanto quelli del solista violoncellista: anche nel primo concerto per pianoforte, degli anni ’30, Šostakovič dà molto spazio alla tromba, tanto che spesso è considerato un concerto per pianoforte e tromba), che ha inciampato spessissimo negli ostacoli infernali della sua parte, pur portando a casa in ogni caso un risultato molto passionale…

In tempi in cui perfino Teodor Currentzis, forse per provocazione (dato che la sua Quinta era iperbolicamente romanticizzata), affronta la Settima di Beethoven come un qualcosa di esageratamente cameristico e settecentesco (del suo disco, uscito neanche un mese fa, dovrebbero riparlare), Bortolameolli dice la sua sul pezzo famosissimo (e, ripeto, già molte volte affrontato dall’ORT) proponendo una lettura certosinamente analitica e stanislavskiana, dove alcune cose lì lì spiazzano, salvo poi accorgersi che obbediscono a un limpido schema interpretativo…

…uno schema che è quello di considerare, come da tradizione, la Settima come espressione della furia bacchica e gioiosa…
questo spunto, se si vuole anche banale (poiché frequentato dalla maggior parte dei direttori), è dispiegato da Bortolameolli con le “cattive”…
…ha imposto a tutto una furia tempistica di forsennata velocità…
la velocità sembrava lasciare indietro i musicisti, specie i fiati, posti, per altro, lontani rispetto agli archi… ma tale furia, vorticosa, siccome era replicata a tutti i ritornelli e alle riprese della forma sonata, era evidentemente voluta: una furia fulminea che sparpagliava le cose a strombattuto, sbrindellando tutto, dando benissimo l’idea di corsa col fiatone, di tormenta, di tornado della felicità che Beethoven voleva esprimere!
E alla velocità smodata di certi pezzi si affiancava una microscopica analisi, più lenteggiante, di alcune battute invece spesso tirate via da altri interpreti… e pur nella corsa, anche affannata (di cui ha fatto le spese soprattutto la sezione iniziale dell’Allegretto: efficace di emozione ma molto staccata), la concertazione di Bortolameolli è stata lo stesso magnifica: pur nella celerità si avvertiva tutto un florilegio di giochi tra piano e forte e tra sforzati e diminuendo che l’orchestra è riuscita a seguire a mille!
Il movimento finale, tagliato così serrato e vertiginoso, è diventato un qualcosa di estremamente virtuosistico, che l’orchestra ha reso mirabilmente!

Bortolameolli ha diretto Beethoven a memoria, usando la bacchetta per organizzazione, ma aiutando l’orchestra anche con le espressioni del viso a denti digrignanti, e con movimenti del braccio senza bacchetta, a mano aperta o a pugno chiuso, controllando in questo modo completamente la tensione, la passione, l’energia della musica…

Una lettura, sommata agli eccellenti risultati dei pezzi precedenti (data l’accortezza stilistica, Bortolameolli e Steckel sarebbero prontissimi per incidere il concerto di Šostakovič, e Bortolameolli potrebbe arricchire col suo occhio arguto qualche sinfonia šostakovičiana) che è un eufemismo definire strepitosa…

Vederla è stato uno show prodigioso, luminoso, sgargiante…
…e Bortolameolli si è rivelato un direttore di quelli da seguire intensamente!

2 risposte a "Campogrande, Šostakovič e Beethoven all’ORT con Bortolameolli e Steckel"

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    1. Io ho sempre molte remore a parlare di questi concerti, che si eseguono in una città soltanto per un paio d’ore e poi basta: almeno i film li puoi rireperire, rivederli, li possono (in vari modi) vedere tutti: i concerti, invece, fanno davvero solo “archivio personale”!

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