Riccardo Muti e la CSO al Maggio Musicale Fiorentino

Sarò molto breve, perché di Muti ho parlato anche quando è venuto a Firenze per il Macbeth, e le opere in programma sono già state oggetto di altri post…

  1. Il Fliegende Holländer di Wagner, con la cui ouverture Muti ha aperto il concerto, è stato di recente presentato da Fabio Luisi e Paul Curran, eccolo qui
  2. La Sinfonia Mathis è la numero 24 di Symphonies (e di Hindemith si parla anche in Cardillac)
  3. La terza sinfonia di Prokof’ev è tratta dall’Angelo di Fuoco, cioè il numero 18 delle Opere per Halloween

Non resta che fare un puro elogio di un Muti sinfonico, che a Firenze sentiamo assai raramente, e di un Muti novecentesco, cosa ancora più rara…

Chi è abituato ai bravi ma classici ottoni dell’orchestra del Maggio non può che stupirsi dello sfoggio acustico di corni, trombe, tromboni e tuba della Chicago Symphony, una delle orchestre americane più strong (diretta dal 1969 al 1991 dal super-virtuoso degli ottoni Georg Solti)…

E chi è abituato al Muti operistico, o al Muti sinfonista classico (Beethoven, Mozart), non può che rallegrarsi di sentirlo tornare a quel Novecento che tanto plasmò la sua attività negli anni “discografici” per la EMI con la Philharmonia di Londra e la Philadelphia Orchestra (negli anni ’70 e ’80), e che rimase nell’effimero (proposto solo in concerti live prima dell’interesse televisivo) durante la permanenza mutiana alla Scala (1986-2005)…

Muti ritorna a Hindemith e Prokof’ev con la sua vena di scopritore stanislavskiano di intenzioni e drammi tra le note, da “rendere” e “realizzare” con precisione mai virtuosistica ma solo funzionale a una logica musicale, a un significato drammaturgico e formale, da far capire all’orchestra e all’ascoltatore…

La perfezione contrappuntistica di Hindemith viene innervata da Muti con una sontuosa trama di chiarezza tematica: i temi si sentono a mille e si riallacciano l’uno con l’altro nella loro sovrapposizione verticale: una cosa che nella musica esiste di per sé ma che Muti comunica al pubblico, guidando, nella concertazione, la sottolineatura di quella frase, lo sbalzo di quella robustezza sonora, facendo attenzione che il ripetersi variato del tema sia sempre riconoscibile, effettivo e lampante, così da essere letto dall’ascoltatore…

Così accade anche in Prokof’ev, nella cui terza sinfonia Muti rintraccia tutte le ragioni quasi narrative desunte dall’opera, e così accade in Wagner, il compositore meno frequentato da Muti…
Nel preludio del Fliegende Holländer, Muti, invece dell’irruenza e dell’energia che tutti riscontrano, ritrova un senso più “estasiato” e “contemplativo”, più alla Bruckner, e una nuance meno tagliata, forse più calda e mediterranea (da confrontare con quella che Muti trovò nei Preludes di Liszt, incisi a Philadelphia nel 1982), molto adatta all’opera (dei cui temi l’ouverture si compone), che è piena di sottotesti malinconici più che divertenti…

Muti è approdato a Chicago nel 2010, dopo il litigio con la sovrintendenza della Scala…
Ed è sempre curioso vedere i rigirii degli ingaggi:
dal 1991 al 2006, direttore della CSO fu Daniel Barenboim… e quando Muti arriva a Chicago, “fuggendo” dalla Scala, la Scala è proprio Barenboim che assume per sostituirlo (dopo un breve periodo vacante)…

A Firenze, preso dal tour europeo (che ha toccato anche Vienna, Lussemburgo, Colonia, Napoli, Milano, Parigi e Lugano), stavolta Muti non ha fatto alcuna uscita pubblica pomeridiana (come fece per Macbeth), e tutte le istituzioni e i suoi familiari erano nella platea di un Teatro del Maggio sold out (io ho visto Nardella, Pereira, la moglie e i figli di Muti, i critici Gregorio Moppi e Massimo Bernardini): Muti ha però concesso, come per Macbeth, i suoi autografi nel bookshop del Teatro (e io ho potuto fargli firmare la sua Norma, col Maggio, del 1994 e, naturalmente, il Macbeth del 1976)

Quando parla, l’ho già detto abbastanza, Muti è un po’ Pippo Baudo: generico, personalistico e dell’apparenza molto conservatrice…
Ma la sua battaglia sul tornare ad avere organismi strumentali ecclesiastici o statali, come nell’Ancien Régime, è forse davvero la strada per riinnescare un professionismo musicale che in Italia manca e che tutte le volte riscontriamo negli altri paesi…
Si dice sempre che se a Berlino, Londra, Amsterdam o Monaco di Baviera convivono e fanno sold out anche 10 orchestre per città, in un numero enorme di venues, sale da concerto e teatri, in Italia posti “grossi” come Roma, Milano o Torino non trovano mai un pubblico effettivo e la cultura musicale spesso si ferma alla pura esperienza nostalgica di ciò che propone un mercificatorio broadcast: un “ascoltatore” si affeziona a ciò che sentiva nell’infanzia, propostogli acriticamente in liquido modo subliminale e surrettizio… questo modo di ascoltare “infantile” lo renderà incapace per tutta la vita di costruirsi un gusto *informato* e *consapevole*, visto che ha avuto solo una violenta immissione di un solo tipo di musica nelle orecchie fin dalla nascita e che nessuno gli ha mai insegnato come processarla
Magari riorganizzare orchestre statali o cappelle parrocchiali, pur se apparentemente *fuori dal mondo* come certamente apparirà a chiunque, è una proposta, forse non felicissima ma concreta, di riabituare le nuove generazioni alla musica come esperienza, come scelta, su cui agire e ragionare, e non come macigno da subire come merce consumistica…
E potrebbe essere anche un modo per formare nuovo pubblico, oltre che un modo per impiegare professionisti della musica (dal compositore all’esecutore, al critico, all’insegnante), che l’Italia sembra formare solo, crudelmente, per relegare nel precariato e nella disoccupazione…
O magari no… ma intanto è un’idea per cambiare il fatiscente status quo
Idem è un’idea il proporre di rinunciare a qualche ricetta televisiva a favore di qualche programma di musica (ne parla anche Evaporata)…

In ogni caso, in un panorama musicale fiorentino molto liscio e sobrio (anche se ottimamente eseguito, anche dall’Orchestra della Toscana), il proporre musica sì non trascendentale (non si sta parlando di roba contemporaneista né dodecafonica né post-weberniana né darmstadtiana), ma neanche così frequentata né facile per i vecchietti abituati all’apparente semplicità del teatro musicale italiota, e farlo eseguendola con una orchestra sopraffina, più perfetta di qualsiasi formazione italiana, è stata una cosa quasi coraggiosa, che va davvero riconosciuta come meritoria al Maggio e a Muti (in un panorama futuro che si è già detto essere problematico, vedi il Trittico)…

2 risposte a "Riccardo Muti e la CSO al Maggio Musicale Fiorentino"

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