Symphonies

Siccome il lavoro mi tiene lontano dalle sale cinematografiche, e siccome nei post precedenti ho parlato di «sinfonie preferite», ho deciso di stilare una lista, sulla scia di La mela e il mare e Sing along, oppure sulla scia delle liste di Guargantua e Pantagruele, delle sinfonie che più mi aggradano…

Rispetto alle liste precedenti, stavolta non elencherò in ordine di gradimento, ma solo così come mi vengono in mente…

Regole generali: parlando di sinfonie si parla in effetti non di un pezzo di musica ma almeno di 4, oppure anche di 5 o 6, o forse anche 3 o 2, ma sicuramente più di uno, poiché la sinfonia, per definizione, ha diversi movimenti, canonicamente 4 ma, come dicevo, non rari sono stati i 5 movimenti (già Beethoven ne usa 5 nella Pastorale), e nel Romanticismo si sono “aperti i gabbioni” della forma e si sono avute sinfonie con quanti più movimenti possibile (sia più sia meno di 4: ci sono state sinfonie anche con un unico grande movimento di mezz’ora!)

Essendo quindi i pezzi più d’uno cercherò di mettere in “alto” nell’elenco quelle sinfonie a mio avviso bellissime in tutti i movimenti, e solo a seguire presentare quelle di cui è bello magari un solo (o due) movimenti…

Metto qualche suggerimento di ascolto (o meglio: di suono) anche se la discografia (e YouTube) sterminatissima li rende senz’altro inutili… al direttore segue l’orchestra, eventualmente l’etichetta discografica e l’anno… se la trovo su YouTube anche il link… anche questi suggerimenti sono così come mi vengono in mente, e vanno solo e soltanto per gusti personali: anche perché, vedrete, che sono sempre i soliti 3 o 4 nomi, quelli dei direttori miei preferiti…

E in quanto a gusti personali vi avverto da subito che in questa lista mancheranno i seguenti grandi sinfonisti: Mozart, Brahms, Sibelius, Rachmaninov, Rasilainen, Bruckner, Berlioz, Šnitke, Liszt, Raff e Skrjabin… — la loro mancanza è dovuta sì ai gusti (sicuramente nel caso di Mozart, Brahms e Bruckner), ma più spesso alla mancanza specifica di conoscenza dei loro lavori (sono comunque tutti compositori che amo, tranne Mozart, Brahms e Bruckner, ovvio)…

Vedrete che sono sinfonie prodotte soprattutto nell”800… e non solo: in un Ottocento “polarizzato” tra primo Ottocento e tardo Ottocento… e questo perché tra il 1830 e il 1870 il genere della “sinfonia” e della musica “pura” venne scalzato dalla musica “a programma”, musica connessa a poesie, storie, fiabe, Natura, in accordo all’estetica romantica, già definita da anni, ma approdata alla musica solo allora… dopo il 1870 le sinfonie si compongono appunto per “reazione anti-romantica”, ma con l’avvento del successo di Richard Strauss (dal 1896, anno in cui muore proprio l’ultimo grande sinfonista, Anton Bruckner), i poemi sinfonici tornano in auge di nuovo… La dodecafonia, dal 1920, rimescola le carte anche della sinfonia, che però da allora rimase un genere tra i tanti utilizzabile dai compositori giovani: alcuni preferirono comporre cose simili alle sinfonie ma con nomi diversi, tipo “concerto per orchestra” o altri titoli fatti apposta…

non incontrando il mio gusto non ho messo nessuna delle centinaia di migliaia di sinfonie composte prima del 1800… anche se posso dire di preferire quelle più Sturm und Drang di Jan Vaňhal, o le primissime di Giovanni Battista Sammartini, piuttosto che quelle tutte uguali di Stamitz, Haydn, Cambini e Mozart…

  1. Beethoven: 5 (1808 ca.)
    In effetti è facile iniziare dalla sinfonia più famosa in assoluto, almeno nel primo movimento… insuperabili però anche il secondo, il terzo, e l’esplosione gioiosa del quarto…
    Sul discorso del Destino che bussa alla porta del primo movimento si sa tutto (memorabile una lezione di Bernstein in proposito: https://youtu.be/KI1klmXUER8), ma si parla meno del fatto che il primo movimento è l’apoteosi assoluta della Forma sonata, quel sistema di organizzazione musicale basato su due temi che si dipanano in una “esposizione”, in uno “sviluppo” e in una “ripresa”, progettato da Stamitz e glorificato da Haydn e Mozart, ma che con Beethoven acquista anche “significato”… cioè, se in Haydn e Mozart i due temetti della Forma erano gradevoli spunti per musichette piacevoli, per moltiplicazioni ritmiche, per pura socievolezza di “sottofondo”, temi “per stare bene” e niente più, per dilettare, Beethoven, al contrario, per primo affermava che quei temi erano connessi l’uno con l’altro per *significare* qualcosa, per *esprimere* qualcosa, qualcosa connesso con le emozioni del compositore, con le istanze filosofiche della compsizione… È per questa ragione che le sinfonie di Beethoven sono le prime della storia che, a livello di gusti, ci *piacciono*: perché inferiamo tutti la nostra storia nella loro struttura musicale, e quelle sinfonie si adattano perfettamente alla nostra emozione, magicamente! — Con Beethoven la musica partecipa alle idee “romantiche” degli Hoffmann, dei Novalis, degli Hölderlin, dei Goethe (e certe volte anticipa tali idee), dell’idealismo kantiano: la musica come forma di espressione del soggetto e non evasione, sfogo “a cervello spento”…
    Il “destino” del primo movimento, la serenità accesa del secondo, il percussivismo inquieto del terzo, che ritorna anche nella pura esaltazione del quarto, ci raccontano qualcosa che noi tutti, per chissà quale ragione, comprendiamo al massimo…
    suggerimenti di suono:
    • Carlos Kleiber, Wiener Philharmoniker, DGG, 1976 (https://www.youtube.com/watch?v=RKcAAA1O2sc&t=900s)
      aerea, limpida e molto “classica” (nel senso di Grecia classica)
    • Carlo Maria Giulini, Los Angeles Philharmonic, DGG, 1981
      è ritenuta la «migliore in disco» da molti critici discografici: è lenta, ma ha una potenza che costringe a non sottovalutare tale iperbolico alloro giornalistico
    • Seiji Ozawa, Boston Symphony, Telarc, 1981
      quasi sconosciuta e colpevole di tagliare tutti i ritornelli (a quei tempi, in disco, si faceva così purtroppo: meno ritornelli meno lunga la sinfonia, meno nastro sprecato nella registrazione), ma “boscosa”, con un suono scurissimo: impareggiabile!
    • Georg Solti, Chicago Symphony, Decca, 1986
      è il secondo integrale di Solti dopo quello degli anni ’70: leggero e dai tempi lunghi e quindi fascinoso
    • Daniel Barenboim, West-Eastern Divan Orchestra, BBC, 2012 (video di Jonathan Haswell: https://www.youtube.com/watch?v=jv2WJMVPQi8&t=980s)
      certamente non supersonica, ma per iniziare va più che bene…
    • Myung-Whun Chung, Seoul Philharmonic, DGG, 2012
      fa comodo sentirla perché aliena da ogni pregiudizio e quindi sorprendente
  2. Čajkovskij: 6: Patetica (1893)
    Il tema struggente ma un po’ elegiaco del primo movimento è interrotto bruscamente da una delle più violente esplosioni di dolore mai prodotte da Čajkovskij (ci si avvicina solo il Manfred): concitato, “appuntito”, e urlante; dopo questo cataclisma il tema struggente ritorna ancora più svuotato di elegia e di speranza. Il secondo movimento è puro sfoggio stilistico, il terzo è pura gioia esteriore davvero coinvolgente, e il quarto è di cupa disperazione, anche se con una parte centrale “anelante”, molto streben, molto «se corro ci arrivo anche se nel mio intimo so di non arrivarci», che non cessa mai (se fatta bene) di commuovere. Nel panorama di tutte le sinfonie del mondo composte prima della dodecafonia, la Patetica è l’unica che finisce nella cupezza del modo minore… prima della Patetica, la grammatica della sinfonia “imponeva” un tempo veloce e in modo maggiore per il quarto movimento finale: Čajkovskij, nella sua ultima sinfonia, se ne frega delle regole, e finisce nella depressione più piangente!
    • Sergiu Celibidache, Münchner Philharmoniker, EMI, 1992
      (https://www.youtube.com/watch?v=XwRWJdvDVX8)
      lentissima e quasi liturgica e quindi bene si adatta al carattere struggente della musica
    • Sergiu Celibidache, Westdeutscher Rundfunk, 1957
      qui Celibidache ha gli stessi tempi, ma in gioventù era più energico… peccato che la ripresa audio sia pessima…
    • Riccardo Muti, Philharmonia, EMI, 1979
      compatta e seria: davvero una delle miglior da sentire in disco…
    • Giuseppe Sinopoli, Philharmonia, DGG, 1989
      più disperato di Muti ma meno lento di Celibidache: una sintesi bellissima
    • Daniel Barenboim, Chicago Symphony, Teldec, 1997
      Barenboim è molto bravo in tutto, e tutti lo associano giustamente più a Wagner e ai tedeschi, ma in Čajkovskij è davvero un grande; la sua Patetica è simile a quella di Muti, ma ha maggior senso del virtuosistico orchestrale
    • Evgenij Svetlanov, Orkestr Rossii, 1985 ca.(https://www.youtube.com/watch?v=-WlsLeQq3I0)
      come Celibidache, Svetlanov è liturgico, ma ha una certa “esaltazione”, comune a tutta la scuola russa, che giova assai a certi passaggi
    • Valerij Gergiev, Mariinskij, Philips, 1999
      esaltato come Svetlanov, ma calcante più sul pedale della “tragicità”: prima di Patetica, Čajkovskij voleva intitolare la sinfonia Tragica e Gergiev lo prende in parola… può non piacere (spesso assomiglia più a Musorgskij che a Čajkovskij), ma la “forza” ce l’ha tutta…
    • Kirill Kondrašin, Moskovskoj Filarmonii, Melodija, 1967
      rispetto agli altri, Kondrašin è una meraviglia di equilibrio: oggettivo, quadrato, per nulla “emozionato”, privo di sdilinquimenti, e quindi quasi più brutale nel presentare le crudeltà della sinfonia…
    • Carlo Maria Giulini, Philharmonia, BBC, 1961
      da paragonare a quella di Celibidache, ma con una volta di “oggettività” simile a quella di Kondrašin…
    • Myung-Whun Chung, Radio France, 2010
      (https://www.youtube.com/watch?v=BVkWCHgOxw8)
      uno dei quarti movimenti più belli… la versione in studio (con la Seoul Philharmonic, DGG, 2011) è buona ma manchevole di emozione
  3. Čajkovskij: 4 (1878 ca.)
    Costruita sulla quinta di Beethoven, e madre a sua volta della Sinfonia in re minore di Franck, vive molto del suo primo movimento, ma tutta quanta racconta la splendida storia della lotta tra bene e male, tra pulsioni ed educazione, tra gioia e dolore… la lotta si dipana soprattutto nel primo movimento, mentre il secondo sembra solo riflettere malinconicamente su questa battaglia, in maniera assai “stanca della vita”, ma riuscendo a non cedere all'”apatia”, anzi! [è molto più “apatico” il lezioso secondo movimento della Patetica]; il terzo è uno scherzo quasi “ubriaco” e il quarto un trionfo così tonitruante da risultare quasi finto, e in esso il tema del “male” che ritorna spinge con forza verso una conclusione sì felice ma anche un po’ folle…
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Teldec (poi Warner), 1986
      se uno ascoltasse Čajkovskij solo con le incisioni di Masur mica andrebbe incontro a tante delusioni… forse solo la Francesca da Rimini è stata “sbagliata” dal grande direttore tedesco… nella 4a, gli ottoni del Gewandhaus sono superbi e tutto l’equilibrio tra gioia e dolore è affinato alla perfezione
    • André Previn, Pittsburgh Symphony, Philips, 1980
      se Masur tende al “veloce”, Previn la prende più lenta, ma il risultato è ugualmente efficace
    • Valerij Gergiev, Mariinskij, 2010
      Gergiev la prende ancora più lenta di Previn e la cosa ci distrugge in quanto a tensione!
    • Jurij Temirkanov, St. Peterburgskoj Filarmonii, 2007
      (https://youtu.be/qhfNZ02xGJs)
      Temirkanov torna a essere veloce, e la sua energia è insuperabile!
    • Antonio Pappano, Accademia di Santa Cecilia di Roma, EMI, 2006
      è la prima che ho ascoltato davvero: un ottimo lavoro
    • Riccardo Muti, Philharmonia, EMI, 1979
      Muti garantisce una lettura che non delude affatto
    • Mariss Jansons, Oslo-Filharmonien, Chandos, 1986
      il primo integrale sinfonico di Jansons con la Chandos è sempre ricco di sorprese: Jansons era giovane e galvanizzante
    • Bernard Haitink, Koninklijk Concertgebouworkest, Philips, anni ’70
      il Čajkovskij di Haitink non è per niente male, anche se cede spesso allo sdilinquimento fine a se stesso…
    • Seiji Ozawa, Berliner Philharmoniker, DGG, 1988
      la sua geometria implacabile può non piacere, ma dà comunque una buona adrenalina…
    • Myung-Whun Chung, Scala di Milano, anni ’90
      (https://youtu.be/AJppsRx9oR8)
      Chung era già famoso ma non ancora un divo: la sua 4a è asciutta e sicura come quella di Ozawa, ma più aperta all’emozione
    • Michael Tilson Thomas, San Francisco Symphony, 2004
      (video di Gary Halvorson: https://www.youtube.com/watch?v=ykSnXmNM8dI)
      puro professionismo effettistico americano, la cui potenza giova assai alla sinfonia!
    • Daniel Barenboim, Chicago Symphony, 1997
      (https://www.youtube.com/watch?v=S-c1LLZaVCA&list=PLXMhaKpYX9FK4ZJoQ0wdEqBENzc1Yk1Em)
      idem come sopra, ma forse con più divertimento…
  4. Beethoven: 6: Pastorale (1808 ca.)
    La sinfonia della gioia (molto più della Nona, gioiosa davvero solo nel quarto movimento), della concordia, del panismo, della felicità… non si può non amarla… Beethoven è il grande maestro della musica perché, da spunti assai leziosi (il laghetto, il cuculo, il verso dell’uccellino, la danzina, il temporalino), in cui sembra cadere come una pera cotta, riesce a tramutarsi subito in divino filosofo, evitando con un salto mortale doppio carpiato e mezzo le cadute nel pittoresco in cui sembrava essere già immerso fino al collo! Quella della Pastorale è veramente la grande filosofia delle piccolissime cose, dei semplici abbracci, dei semplici fiorellini: la grande filosofia del macrocosmo che si riflette nel microcosmo, la grande filosofia dell’esserci, in “piccolo” e quindi in “grande”… qualsiasi cuore non potrà che rallegrarsi e “migliorarsi” sentendo la Pastorale…
    • Leonard Bernstein, Wiener Philharmoniker, DGG, 1978
      (video di Humphrey Burton: https://www.youtube.com/watch?v=iPd4jc-c_qY)
      calda e morbida, non argentina e squillante come vuole certa tradizione tedesca: un tappeto soffice su cui adagiarsi!
    • Riccardo Muti, Philadelphia Orchestra, EMI, 1986
      sulla stessa falsariga
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Philips, 1992
      aggiunge una buona dose di sacralità (con la natura sentita come divina) che non guasta
    • Karl Böhm, Wiener Philharmoniker, DGG, 1971
      più squilloso
    • Daniel Barenboim, Staatskapelle Berlin, Teldec, 2006
      teutonico
  5. Beethoven: 7 (1813 ca.)
    la sinfonia della danza sfrenata (3 su 4 movimenti hanno ritmi dionisiaci), racchiude un cuore (il secondo movimento) nerissimo, tragico e dolorante… quasi metafisico (anche perché, a livello tecnico, è una “fuga” con “eccezioni” del tutto peculiari: una “aporia” musicale)… Gioia e dolore, Bacco e Ade… e mistero: perché tanta gioia? Non si sa: quello che si sa è che la svolta del primo movimento è una delle più esaltanti della Storia, che il dramma del secondo movimento agghiaccia ogni volta (e ogni volta non si sa perché, come David Lynch), e che negli ultimi due movimenti ti ritrovi a zampettare senza un perché!
    • Carlos Kleiber, Wiener Philharmoniker, DGG, 1976
      (https://www.youtube.com/watch?v=xuzRkGqJx_U)
      siderale, “sportiva”, davvero coreografata
    • Rafael Kubelík, Wiener Philharmoniker, DGG, 1974
      sbarazzina, sbrindellata e molto campagnola!
    • Nikolaus Harnoncourt, Chamber of Europe, Teldec, 1989
      incazzosa e arcigna, e per questo adorabile!
    • Eugen Jochum, Koninklijk Concertgebouworkest, Philips, 1969
      disperata! l’ha usata Boorman in Zardoz
    • Carlo Maria Giulini, Chicago Symphony, EMI, 1971
      anche lei arcigna e pesante, cattiva e brutale! Irresistibile!
    • Seiji Ozawa, Saito Kinen, Philips, 1993
      (https://youtu.be/s_cjgELlJt0)
      agitata, esplosiva, estrosa!
  6. Franck: Sinfonia in re minore (1889)
    Franck voleva coniugare la musica a programma di Berlioz all’opera vera e propria di Wagner: riuscì nella sintesi in Psyché e in questa sinfonia, che sembra raccontare una vicenda precisa, senza però mai farlo… Lo schema del primo movimento è fin troppo identico alla 4a di Čajkovskij, ma l’equilibrio tra la malinconia di fondo e l'”ottimismo della volontà”, il titanismo e la volontà di potenza alla Wagner, rende il lavoro di Franck la sintesi benevola del soggettivismo romantico: sì pazzoide (come Berlioz e Wagner) e sì triste di essere pazzoide (come Čajkovskij) ma anche consapevole di tutto ciò, consapevole perfettamente di essere sia “scena rappresentata”  sia “scena autorappresentata” (Franck sa di stare rappresentando se stesso, ma sa che la sua storia è anche quella di tutti: Berlioz e Wagner non ci erano arrivati davvero, perdendosi nel narcisismo e anche nel solipsismo del delirio di onnipotenza)… Il tema della felicità è forse il tema più stupendo del sinfonismo francese, e la contrapposizione dello sviluppo è avventurosa e avvincente; i restanti due movimenti chiudono il tutto con una delle più felici Ringkomposition della musica classica!
    • Kirill Kondrašin, Bayerischer Rundfunk, BR, 1980
      è forse quella con gli elementi posti in maggiore coesione
    • Sergiu Celibidache, Danmarks Radio, 1976
      (https://www.youtube.com/watch?v=GY4O2gxXvSM)
      marcato nel drammatico!
    • Carlo Maria Giulini, Wiener Philharmoniker, 1993
      (https://www.youtube.com/watch?v=HHCh4fyjOlY)
      lentissimoooooo, proprio fluviale, e quindi stritolante di emozione!
    • Leopold Stokowski, Omroeporkest Hilversum, 1970
      (https://www.youtube.com/watch?v=NbJiX5Kxc4g)
      Stokowski intervenne sull’orchestrazione, ma lesse il tutto con una “deliranza” davvero stratosferica
    • Riccardo Muti, Philadelphia Orchestra, EMI, 1982
      (https://www.youtube.com/watch?v=0nF6TobCyV4)
      vitalista, atletica, bacchica e mediterranea
    • Wilhelm Furtwängler, Wiener Philharmoniker, Decca, 1953
      una delle più accorate
    • Leonard Bernstein, National de France, DGG, 1981
      (video di Dirk Sanders: https://www.youtube.com/watch?v=uosj6PZLKKE)
      poetico
    • Herbert von Karajan, Orchestre de Paris, 1969
      un buon mix
    • Kurt Masur, New York Philharmonic, 1992
      ritmica e calcolata
    • Charles Dutoit, Orchestre Symphonique de Montréal, Decca, 1989
      dalla stampa francese viene spesso elogiata
    • Yannick Nézet-Séguin, Orchestre Métropolitaine de Montréal, Atma, 2010
      è quella più ascoltata oggi
    • Yan Pascal Tortelier, BBC Philharmonic, Chandos, 2000
      la preferita dalla stampa inglese
  7. Beethoven: 9: Corale (1824)
    Una delle sinfonie più famose, quella che tutti identificano con la gioia, ha invece risacche di oscurità belle grosse: l’inizio è bello triste, e il secondo movimento è di quelli cattivi, percussivo e martellante… il terzo è una delle elegie più cristalline e splendide di Beethoven, e al quarto, finalmente, arriva la “gioia”… da molta critica odierna (da Buscaroli ad Alessandro Baricco) questo lavoro è stato bistrattato, ridimensionato: la gioia e l’appello all’umanità di vivere in concordia è stato inteso come semplice enunciazione ai soli tedeschi (molte prove ci dicono che quando Beethoven diceva “mondo” intendeva in realtà la Prussia) e come ultima zampata di un compositore stanco e dimenticato di fronte alle novità stilistiche “romantiche” (Rossini) che non riusciva a rincorrere… il pubblico, però, la massa, ha sempre sentito la Nona come l’inno della concordia: ha ispirato sempre alla pace, alla libertà, alla fratellanza… com’è il giusto? zampata senile di un vecchio nazionalista, o peana oracolare di pacifista bontà?
    Impossibile dirlo, ma anche impossibile non lasciarci travolgere dal sogno…
    A livello di filosofia della musica, la Nona, con l’immissione del coro, del testo, in una sinfonia, ha originato tutto il dibattito del Romanticismo musicale e del poema sinfonico… l’interiezione «O Freunde, nicht diese Töne» è stata intesa come invito ad “andare al di là” della musica stessa, un’interiezione che apriva all’extramusicale in gradi inediti per Beethoven e per l’epoca; e il comportamento “dialogante” della musica introduttiva del quarto, che riassume i temi dei movimenti precedenti quasi facendoli scontrare e “litigare” tra loro, ha dato adito a un sacco di dibattiti epistemologici su cosa debba essere la musica, se pura forma o se quella forma nasconda davvero un “contenuto”, un “senso”, tutto da interpretare…
    Anche per queste ragioni, la Nona continua a essere abbagliante, sorprendente, stupenda…
    • Carlo Maria Giulini, Berliner Philharmoniker, DGG, 1990
      Lenta. La lentezza giova molto al terzo movimento, e rende messale l’inno alla gioia
    • Ferenc Fricsay, Berliner Philharmoniker, DGG, 1957
      è molto probabilmente quella che Kubrick ha usato in Arancia Meccanica (o, almeno, l’etichetta della microcassetta che il regista inquadra nella stanza di Alex è quella della versione di Fricsay)
    • Otto Klemperer, Philharmonia, EMI, 1965
      saltellosa e felice: Klemperer era allievo di Mahler e cercava in tutti i modi di salvare l’orchestra Philharmonia dalla chiusura che il presidente della EMI, Walter Legge, minacciava ogni giorno!
    • Leonard Bernstein, membri di più orchestre, DGG, 1989
      (video di Humphrey Burton: https://www.youtube.com/watch?v=8xPuSzvCSQA)
      in occasione della caduta del Muro di Berlino, Bernstein riunì le prime parti di tante orchestre del mondo per un colossale concerto e sostituì alla parola “gioia” la parola “libertà” nel testo di Friedrich Schiller: memorabile
    • David Zinman, Tonhalle Zürich, Arte Nova, 1998
      Dal 1995, Jonathan Del Mar comincia a stilare delle versioni filologicamente rinnovate della musica di Beethoven per l’editore Bärenreiter: fu una sorta di rivoluzione testuale, che seguiva quella scioccante del Beethoven eseguito in performance con strumenti antichi adeguate alla prassi esecutiva del primo ottocento (proposte da Gardiner, Harnoncourt, Brüggen ecc.) avviata pochi anni prima… Zinman fu il primo a registrare la revisione di Del Mar con strumenti moderni e il successo fu tale che molti lo hanno imitato (Claudio Abbado a Berlino nel 2000, Osmo Vänskä a Minneapolis nel 2006, Riccardo Chailly al Gewandhaus di Lipsia nel 2009, e si aggiungerà anche Herbert Blomstedt per la sua imminente rilettura beethoveniana [la terza della sua lunga carriera]). Da Zinman (o meglio: da Del Mar) in poi Beethoven non è più stato lo stesso: da un Beethoven lento e sacrale è diventato un Beethoven arrabbiato: da padre di Wagner è diventato figlio di Mozart… la cosa ha giovato? per certe cose sì, per altre meno: si fatica a leggere certi passi della Nona in senso tardo-settecentesco… di sicuro, però, un Beethoven incazzoso non manca di sorprendere…
  8. Britten: Spring Symphony (1949)
    Britten descrive lo sciogliersi dell’inverno nella primavera. I primi movimenti sono un po’ “duri”, ma l’ultimo col coro è uno dei pezzi più sereni e contenti del mondo! — Bistrattato dalla critica “adorniana” perché non conforme al linguaggio post-weberniano, e perché si ostinava a frequentare generi vetusti come la sinfonia e l’opera “normale”, Britten si è sempre fregato di tutto, forse coinvolto nelle sue beghe personali (aveva l’età mentale di un 13enne, e quindi veniva preso per pedofilo; era gay [visse tutta la vita con il suo compagno, il tenore Peter Pears] ma cercò in tutti i modi di non dare scandalo; era convinto, forse come James Matthew Barrie, o come Giacomo Leopardi, che la giovinezza era una condizione “superiore” che vivi quando non te ne rendi conto e poi rimpiangi quando sei grande e l’hai perduta; si credeva prigioniero di una “età adulta” piena di insidie e di traditori [chiunque avrebbe potuto trovare la sua condotta con Pears scandalosa e quindi non riuscì mai ad avere veri amici, se non i suoi tre o quattro collaboratori intimi; si sentiva a suo agio solo con i bambini, con cui faceva le giostre, i girotondi, anche quando aveva 50 anni, con conseguenze che vi lascio immaginare, e che procuravano altra angoscia, paranoia e insicurezza]), o forse convinto che quelle di Adorno erano solo scemenze, dato che il successo comunque non gli mancò affatto (fu una sorta di compositore “ufficiale” britannico insieme a Michael Tippett)…
    • John Eliot Gardiner, Philharmonia, DGG, 1995
      molto “definita”
    • André Previn, London Symphony, EMI, 1978
      più aperta all’imprevedibile, più “sgangherata”
    • Richard Hickox, London Symphony, Chandos, 1990
      Hickox è un grande interprete di Britten
    • Benjamin Britten, Covent Garden, Decca, 1961
      Britten, invece, spesso si interpreta in modo un po’ asettico
  9. Schumann: 2 (1846)
    Le sinfonie di Schumann, tutte tese nel paradosso di voler raccontare senza narrare (nella speranza di bissare i grandi risultati di Beethoven), hanno dei momenti invincibili: il terzo movimento della seconda è un capolavoro massimo: uno degli streben più eterni del mondo: uno dei temi più dolorosi e insieme speranzosi della Storia…
    • Giuseppe Sinopoli, Wiener Philharmoniker, DGG, 1983
      lo streben è assicurato
    • Riccardo Muti, Philharmonia, EMI, 1977
      forse ancora più assicurato (Muti ha registrato di nuovo tutto, con eguale efficacia, con i Wiener Philharmoniker, negli anni 2000)
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Eterna, 1973
      carezzevole (Masur ha registrato la sinfonia anche a Londra, nel ’90, in modo più asciutto ma forse meno disperante)
    • Michael Tilson Thomas, San Francisco Symphony, SFS, 2016
      può sembrare “industriale” e poco coinvolto, ma la destrezza tecnica non nasconde un’anima romanticona che giova molto alla sinfonia
  10. Schubert: 8: Incompiuta (1822, ma riscoperta solo nel 1865)
    I temi si susseguono nei soli due movimenti di questo capolavoro: si susseguono quasi senza mescolarsi né svilupparsi: il risultato è una delle sinfonie più superbe del mondo, che non “sviluppa” ma “presenta”, come a suggerire una pessimistica mancanza di “sintesi” nella vita, o come a simboleggiare un mondo contraddittorio, fatto di episodi incomunicabili, a cui tocca a noi dare un’armonia!
    Il primo tema somiglia molto a quello di Lago dei Cigni di Čajkovskij.
    Per anni è stata identificata come “sinfonia n. 7” di Schubert, poi Otto Deutsch fece il catalogo vero, e scoprì che c’è da chiamarla “sinfonia n. 8” (D 759).
    Schubert visse poco bene di concerti privati pagati dagli aristocratici austriaci, e solo loro sentirono effettivamente questa sinfonia nel 1822, in soli due movimenti forse per adattarsi a una serata di gala ricca di altri pezzi. O forse non la sentirono neanche loro, visto che si sa soltanto che la partitura fu dedicata a un aristocratico di Graz nel 1822: e non si sa cosa costui ci abbia fatto. Negli anni 1860s, sulla scia degli ormai antichi ritrovamenti di Bach a Lipsia, e dell’ascesa della borghesia, più presa dal collezionismo che dalla novità, si sviluppò in Germania un sistema di “repertorio” di classici, ed è in questo clima che i viennesi riscoprirono Schubert nel 1865. Negli anni 1890s intellettuali austriaci come Stefan Zweig additarono Schubert come il più grande compositore di tutti i tempi. Fuori da Vienna il culto schubertiano, però, non attecchì fino a Novecento inoltrato.
  11. Schumann: 3: Renana (1851)
    La Renana ha un grosso difetto: ha il primo movimento splendido, ma gli altri 3 un po’ meno… — James Horner ha tradotto la musica del primo movimento nella colonna sonora di Willow di Ron Howard (1988)… — Tra il 1897 e il 1911, Gustav Mahler riorchestrò tutte le sinfonie di Schumann, sentite come “deboli” rispetto ai capolavori di Mendelssohn e Beethoven e, nel 1927, la sua vedova Alma riassemblò queste orchestrazioni (avvenute per i molti concerti dati dal Mahler direttore d’orchestra) per la pubblicazione con la Universal di Vienna… Per le registrazioni delle altre sinfonie è raro che qualcuno usi la versione di Mahler (nel 2007 Riccardo Chailly, col Gewandhaus, registrò l’integrale delle sinfonie di Schumann orchestrate da Mahler, con un successo per altro non così buono); per la Renana, però, la tendenza è inversa: moltissimi usano la versione di Mahler, spesso senza neanche dichiararlo!
    Nella versione di Mahler, la Renana è veramente colossale, piena di forza, di possenza, davvero “novecentesca”, “tardo-romantica” (Horner, per Hollywood, ha seguito molti dei consigli strumentali di questa riscrittura mahleriana)… l’orchestra di Schumann è più leggera, più aerea… molti (vedi Rattle) la intendono perfino “mozartiana”… e secondo me fanno male: Schumann è comunque romantico, romantico vero, magari non wagneriano (e quindi le correzioni mahleriane tardo-romantiche non sarebbero giuste), ma senz’altro potentissimo anche a modo suo…
    In ogni caso, il fluire del fiume, energico ed “elettrico”, vitale, vorticoso del primo moviemento, si sente in qualsiasi versione: Mahler ha solo sottolineato, enfatizzato, certi aspetti (certi ottoni in più là, certi raddoppi e puntature dramamtiche qua: in ogni caso mai con cattivo gusto), ma il succo c’era già tutto!
    • Carlo Maria Giulini, Los Angeles Philharmonic, DGG, 1980
      in questa registrazione, per esempio, Giulini non dichiara apertamente di usare la versione di Mahler, ma la usa eccome! Poderosa, granitica, maestosa
    • Nikolaus Harnoncourt, Chamber of Europe, Teldec, 1993
      Harnoncourt spesso fa acqua nei romantici veri (essendo egli un barocco): Smetana, per esempio, lo sbaglia del tutto… in Schumann, però, è guidato da vere affinità elettive… in lui si sente davvero quanto le sottolineature poderose di Mahler fossero in qualche modo già inscritte in Schumann stesso…
    • Giuseppe Sinopoli, Staatskapelle Dresden, DGG, 1994
      va dietro a Harnoncourt, con un pizzico di morbidezza in più…
    • Kurt Masur, London Philharmonic, Teldec, 1990
      Masur, invece, sembra prendere il lato “settecentesco” di Schumann, ma invece, quando c’è da “picchiare”, picchia eccome: molto veloce e lesto, e molto spumoso!
    • Rafael Kubelík, Berliner Philharmoniker, DGG, 1962
      Masur ha un po’ imparato da lui, che però è quasi l’anello di congiunzione tra i settecentisti e i mahleriani
    • Michael Tilson Thomas, San Francisco Symphony, SFS, 2015
      Tilson Thomas prende il meglio da tutti gli altri e lo registra con una sapienza tecnica prodigiosa (e un’orchestra con i controcazzi)… Squillante, argentino e denso! un po’ atletico e vuoto, forse, ma, per chi si emoziona comunque, questa lettura è un ottimo punto di partenza per mettere la propria emozione in moto!
  12. Čajkovskij: 5 (1888)
    I temi si sviluppano poco, come in Schubert, ma al contrario di Schubert si ripresentano sempre un po’ diversi, forse non “sviluppati” ma certamente “leitmotivici”: sono temi che vogliono dire qualcosa, sono “argomenti”, che si dipanano quasi senza ordine… come a suggerire, sì come Schubert, che la vita è fatta di episodi conchiusi, ma Čajkovskij ci aggiunge anche che questi episodi sono forse non “episodi” e “fatti” esterni, ma sono “riflessioni”, “riflessioni” che non si giustappongono ma si “parlano” in modo *dialettico* (corrispondendosi e rispondendosi coi temi ritornanti leitmotivici)… forse queste riflessioni sono le nostre stesse ossessioni, le nostre stesse idiosincrasie, apparentemente incomunicabili ma legate invece l’una all’altra: quella di Čajkovskij è musica “mentale”; quella rappresentata non è la vita, è la mente, è l’inconscio, l’Io, il Super-Io, l’Es, il carattere, la vergogna, l’esaltazione, la sicurezza, l’insicurezza, la gioia: tutto presentato nei temi che si susseguono, casuali ma ripetuti in modo tale da suggerire un nascosto “ordine” (il «fato», a cui Čajkovskij stesso alluse nelle lettere agli amici in cui descriveva questa sinfonia; o la “natura dell’uomo”, il suo DNA?) — I temi sbrindellati quasi senza badare all’ordine sono stati una conquista di Čajkovskij già dal concerto per pianoforte n. 1, scritto 10 anni prima, e, nonostante Čajkovskij fosse odiato da tutti, ha fatto davvero scuola: Bruckner, abbiamo visto Franck, e, soprattutto Gustav Mahler, hanno replicato l’idea della sinfonia proposta da Čajkovskij: c’è poco da fare: i critici puristi, schifati dalla perfezione formale e poco “artistica”, troppo “facile”, di Čajkovskij, dovranno rassegnarsi: quella capacità di scrivere con facilità (per la massa, per il successo), e contemporaneamente con destrezza sapiente tecnico-artistica, lui ce l’ha avuta… — le melodie ricordano molto quelle del balletto La bella addormentata, che Čajkovskij scriverà 2 anni dopo, e molte rimescolano Beethoven e anticipano Rachmaninov…
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Philips, 1987
      La interpreta davvero bene: varia i temi ogni volta, gli cambia il “tono” ogni volta, e la intende con una vena più malinconica, più “anziana” che “feliciona”: placida, un po’ lentina, ma una delle più sentite…
    • Mariss Jansons, Bayerischer Rundfunk, BR, 2009
      (https://www.youtube.com/watch?v=ON1agxR-w7w)
      Jansons la prende più con energia e con gioia, ma i momenti seri sono davvero seri!
    • Evgenij Mravinskij, Leningradskoj Filarmonii, 1982
      (https://www.youtube.com/watch?v=pqOlccVBzkM)
      la scuola russa “tragicizza” le cose, ma Mravinskij è depositario di segreti di esecuzione che risalgono allo stesso Čajkovskij!
    • Georg Solti, Chicago Symphony, Decca, 1987
      (https://www.youtube.com/watch?v=KwIfH9orETg)
      Solti, negli anni d’oro a Chicago, è stato un supersonico interprete anche di Čajkovskij! Lesto e un po’ “esteriore”, si riscatta per il fatto che intende la musica puro spettacolo, e quindi, stanislavskianamente, sta assai attento alla resa “recitativa” dei temi; e l’orchestra gli va dietro con eccellente smalto! Impagabile!
  13. Messiaen: Turangalîla-Symphonie (1949, ritoccata nel 1990)
    È una storia d’amore con simboli hindu e cristologici, zeppa di suonetti derivati dai canti degli uccelli, di funambolici rumori elettronici (prodotti dalle ondes Martenot), e, sopratutto, di urti modali difficili e aspri, urlati da quella che è forse l’orchestra più grande (senza coro) per cui sia mai stato scritto qualcosa (organici simili senza coro solo in Amerique di Varèse o nel Sacre di Stravinskij)… quasi un’ora e un quarto di delirio cangiante e rubicondo, horror pazzoide che però non può non rimanere simpatico, anche perché ti porta, piano piano, verso un finale (il decimo movimento), quello dove l’Amore (inteso sia come fisico, sia come spirituale, sia come teologico, sia come cosmogonico) si realizza, dove l’horror si risolve in una bacchica gioia, in danza giocosa (fatta di ritmi fratti e di sbalzelloni), fatto di fortissimi burloni e di giochesse strumentali proprio ludiche, fino all’eterno accordone finale di fa diesis maggiore, che Messiaen commentava: «Gloria e gioia sono senza fine», e che indica in partitura «Moderato quasi vivo, con una grande gioia», intitolandolo (richiamando il quinto movimento, a metà della sinfonia, simile anche nella strutturazione musicale) «Joie du sang des étoiles», la gioia del sangue delle stelle… Non si può che perdercisi dentro con una contentezza immane: sfido chiunque a non rimanere senza fiato all’accordo finale…
    Il personaggio di Futurama, Turanga Leela, si chiama così esattamente per citare la sinfonia (Giorgio Lopez non ha colto la citazione e l’ha chiamata Lela per battezzarla Sora Lela: poi si è dimenticato di volerla chiamare Sora Lela e l’ha ri-chiamata Turanga Lela, continuando a “cannare” la citazione musicale, che io stesso gli ricordai su Facebook, senza però, ovviamente, alcun successo!)
    • Myung-Whun Chung, Orchestre de l’Opéra Bastille de Paris [e cioè come si è chiamata l’orchestra dell’Opéra de Paris dal 1988 fino al 2004], DGG, 1990
      Chung era allievo di Messiaen, e il compositore stesso gli affidò la prima registrazione della versione ritoccata… Gioiosa e sbrindellata come si deve!
    • Myung-Whun Chung, Radio France, 2008
      (video bellissimo di Andy Sommer: https://www.youtube.com/watch?v=8PjyCpRKDrk)
      Messiaen morto da quesi 15 anni, ma Chung ancora suo campione, a guidare la Turangalîla in maniera ancora più sfrenata!
    • André Previn, London Symphony, EMI, 1977
      Previn registra la prima versione con una contentezza che ti fa stare benissimo! Un po’ più lento, ma con il fa diesis maggiore che forse prorompe con ancora maggiore fantasia!
    • Kent Nagano, Berliner Philharmoniker, Teldec, 2000
      anche Nagano fu allievo di Messiaen, è però il capofila (insieme a Chailly, Salonen, Eschenbach, Dutoit, Paavo Järvi) di una lettura più oggettiva, più da immaginario collettivo “contemporaneo”, più asettico, meno emozionato… a me piace meno, ma si può ascoltare per termine di paragone…
  14. Strauss: Eine Alpensinfonie (1915)
    ne abbiamo già diffusissimamente parlato nel post a lei dedicato (appunto Eine Alpensinfonie), per cui mi limito a ribadire i suggerimenti di suono
    • Seiji Ozawa, Wiener Philharmoniker, Philips, 1996
    • Herbert von Karajan, Berliner Philharmoniker, DGG, 1980
    • Mariss Jansons, Bayerischer Rundfunk, BR, 2016
      (video di Elisabeth Malzer: https://www.youtube.com/watch?v=83aR2T9AQ7E)
  15. Čajkovskij: Manfred (1885)
    Racconta una storia precisissima (di Lord Byron, musicata anche da Schumann), quasi come un balletto o un film, e con una poco calibrata elefantiasi, ma con momenti al top della forma čajkovskiana: il finale del primo movimento e l’elegiaco secondo movimento… Il finale del primo è un ammasso di tristezza urlata e sconsolata che più romantica non si può: altro che Wagner! Il Romantico vero, drammatico e furioso! Porta via… — il secondo movimento descrive le fate con una felice dolcezza fantastica come mai nessun’altro!
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Teldec, 1991
      in una roboante sinfonia come questa, il massimo è mantenere una lucidità interpretativa, senza sbodolare… Masur ce la fa…
    • Riccardo Muti, Philharmonia, EMI, 1981
      Muti la prende più “sacrale”
    • Bernard Haitink, Koninklijk Concertgebouworkest, Philips, 1994
      simile all’interpretazione di Muti
    • Vladimir Aškenazi, Royal Philharmonic, Decca, 1977
      Aškenazi la intende alla maniera della scuola russa e si lascia andare proprio “oltremisura”
    • Mstislav Rostropovič, London Philharmonic, EMI, 1978
      come Aškenazi, ma più cupo…
    • Semën Byčkov, Česká Filharmonie, Decca, 2017
      secondo disco del Tchaikovsky-Project di Byčkov con la Decca, è bellissimo, ma i momenti salienti soffrono un po’ di un andamento “bradipesco” che è il difetto maggiore di tutti i lavori di Byčkov…
    • Mariss Jansons, BBC Wales, BBC, 1986
      (video di Hefin Owen: https://www.youtube.com/watch?v=365gSDL-2nU)
      Jansons riprende da Aškenazi e Rostropovič una certa lentezza
    • Michail Peltnëv, Rossijskij Nacional’nyj Orkestr, Virgin, 1993
      ottimo interprete di Čajkovskij, Pletnëv è però, a mio avviso, quasi sempre “perdente” rispetto agli altri che finora ho citato: nel Manfred forse regge la competizione…
  16. Stravinskij: Sinfonia in tre movimenti (1946)
    I punti di forza della sinfonia sono la concitazione e la galvanizzanza dei ritmi. Anche questa descrive una avventura d’azione febbrile e coinvolgente, serrata e tensiva… sei lì, come in un film di Hitchcock, o come in un inseguimento di William Friedkin, a mangiarti le mani dalla partecipazione!!!
  17. Chávez: 2: Sinfonia India (1936)
    Gente come Chávez e Silvestre Revueltas fondarono il sistema didattico-performativo musicale messicano quasi dal niente dopo le rivoluzioni di Villa, Zapata ecc. — Introdussero le novità europee di allora e di poco prima, dall’orchestrazione di Ravel alla dodecafonia, dal serialismo al neoclassicismo, e trovarono un modo del tutto unico, tutto loro, di inserire temi volk nella musica, come avevano fatto Bartók, Janáček, Kodály in Europa centrale, e come faceva Aaron Copland in Nord America… Quello di Chávez è un suono pre-colombiano, quasi “andino”, anche se autenticamente messicano, ispanico ma universale; le canzonette popolari da lui vengono incastonate nella trama colta di un’orchestra modernissima con modi che lasciano a bocca aperta da quanto sono naturali! Le canzonette vengono anche “rispulizzite” (come faceva Gershwin col jazz), diventando colossali lodi alla bellezza della natura…
    • Michael Tilson Thomas, New World Orchestra, Argo, 1992
      (https://www.youtube.com/watch?v=14T2He2fiXs)
      sa dosare gli elementi al meglio
    • Leonard Bernstein, New York Philharmonic, CBS, 1963
      negli archivi della New York Philharmonic c’è ancora la partitura della sinfonia con gli appunti in matita rossa e blu di Bernstein, che esegue la sinfonia con l’orchestra newyorkese solo 4 anni dopo che Chávez in persona l’aveva fatto (di quell’evento è rimasto l’audio, commericalizzato dall’etichetta Everest). Chávez era stato materiale e scattoso, e un po’ lo è anche Bernstein, che però si addolcisce nella seconda ripresa della canzonetta volk
    • Eduardo Mata, London Symphony, Vox, 1981
      Mata è stato allievo di Chávez e ne restituisce le intenzioni scattose, ma come e più di Bernstein anche lui aggiunge dolcezza nella ripresa
    • Leon Botstein, American Symphony, 2009
      Musicologo esperto di compositori etnologi (di Janáček soprattutto) e di musica simbolista (è l’unico ad aver registrato davvero l’opera Ariane et Barbe-Bleue di Paul Dukas), Botstein ci regala un’interpretazione molto calda, sul solco di Tilson Thomas, che però è un direttore migliore…
    • Enrique García Asensio, Radiotelevisión Española, RTVE, 1999
      Anche lui con mezzi forse inadeguati ci regala una delle letture più dolciose di tutte!
  18. Mahler: 1: Titano (1889)
    Mahler crea la sua prima sinfonia, ancora priva dell’ipertrofismo suo proprio, che vedremo al numero 27. Difficoltosa da seguire nei primi movimenti, contiene però uno dei finali più contenti della Storia della Musica
    • Zubin Mehta, Australian World Orchestra, ABC, 2013
      Con un’orchestra composta da cittadini australiani prime parti nelle orchestre del mondo, Mehta ci regala una delle più appassionate letture
    • Georg Solti, Chicago Symphony, Decca, 1984
      sempre gradita
    • Bernard Haitink, Koninklijk Concertgebouworkest, Philips, 1972
      A quei tempi Haitink era il rampollo “nuovo” dei mahleristi
    • Giuseppe Sinopoli, Philharmonia, DGG, 1989
      febbrile e concitato
  19. Mendelssohn: 4: Italiana (1833)
    La sinfonia romantica, vera, quello con uno sviluppo interminabile che non sai perché c’è, e quella sempre fissata con l’imitare in qualche modo Beethoven sempre e comunque, è la sinfonia di Mendelssohn, che per certi versi, fu il primo compositore romantico “ufficiale”, anche se ancora con i piedi conficcati come radici nello stile classico… Importantissime a livello storico, per capire le evoluzioni di gusto, oggi queste sinfonie sono un po’ interminabili… Impossibile, però, non lasciarsi prendere da alcune felicissime idee melodiche, come questa dell’attacco dell’Italiana…
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, RCA, 1971
      Mendelssohn è stato uno dei grandi Kapellmeister del Gewandhaus, l’istituzione musicale “civica” di Lipsia e della Sassonia (quella statale, e cioè aristocratico-pretesca, era la Staatskapelle a Dresda): la città è cresciuta nel suo culto, prima che su quello di Bach (cantore alla Thomaskirche e alla Nikolaikirche), che proprio Mendelssohn riscoprì: i musicisti e gli intellettuali si avvicinarono a Lipsia prima per Mendelssohn che per Bach, e il Gewandhaus, ancora oggi, è considerato il depositario della musica di 3 grandi compositori connessi a Lipsia: Bach, Schumann e, appunto, Mendelssohn… Kurt Masur è stato Kapellmeister del Gewandhaus per tutti gli anni della DDR (dal 1970), fino al 1998, e la sua lettura dell’Italiana campeggia al primo posto nei podcast della Mendelssohnhaus, la casa-museo di Mendelssohn, non lontana dall’odierno Gewandhaus (oggi è in piedi il terzo Gewandhaus, gli altri se li è portati via la guerra: l’esistente è stato costruito proprio su iniziativa di Masur nel 1981)… Una lettura brillante ma molto tranquilla, leggera, sbalzellante…
    • Klaus Tennstedt, Berliner Philharmoniker, EMI, 1979
      Tennstedt, invece, come molti altri direttori, prediligono prenderla un po’ più scattosa e corposa!
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, MDR, 1993
      (video di Elisabeth Malzer: https://youtu.be/XMLyJNgd6LA)
      E riecco Masur nel suo Gewandhaus, ugualmente sbalzelloso ma forse meno leggero…
  20. Čajkovskij: 1: Sogni d’Inverno (1868, poi rivista per la pubblicazione nel 1874, e questo ritocco è stato eseguito nel 1883)
    La sinfonia del Natale, della neve, delle slitte… all’inverno Čajkovskij ha dedicato molte altre composizioni (Lo schiaccianoci, l’opera Stivaletti) e il cuore del suo senso festivo del freddo, dei campanellini e dei regali, è tutto in questa sua prima sperimentazione sinfonica, dapprima sconfessata e poi, all’altezza cronologica della sinfonia 4, ritirata fuori e riapprezzata… Gli altri movimenti sono gradevoli, ma il ballettino del primo è pucciosamente adorabile! — la usa Barry Levinson all’inizio di Toys (1992)
    • Evgenij Svetlanov, Orkestr Rossii, Melodija, 1993
      (https://www.youtube.com/watch?v=YhaceIgSWec)
      Quelle di Svetlanov sono le registrazioni “ufficiali” della Russia: lente e gloriose
    • Evgenij Svetlanov, BBC Symphony, ICA, 2002
      L’ultimo concerto di Svetlanov (morto proprio nel 2002) legge la sinfonia in modo ancora più accorato!
    • Kurt Masur, Gewandhausorchester Leipzig, Teldec, 1989
      (https://www.youtube.com/watch?v=aLYfqRPoCjI)
      Come detto, se uno ascoltasse solo Masur per sentire le sinfonie di Čajkovskij, non andrebbe incontro a molte delusioni… La sua lettura della prima è forse più compatta e fantastica (senza essere infantile) di quella di Svetlanov…
  21. Webern: Sinfonia op. 21 (1928)
    L’uso della serie dodecafonica in modo radicalissimo crea quasi delle nuvole di suoni raggruppati: molto suggestivo…
    Webern era, a livello personale, un povero frustrato… forse innamorato di Schoenberg, e attratto moltissimo dal nazismo… — il trovare un “nuovo ordine” nella musica, con la dodecafonia, per lui doveva automaticamente corrispondere a un nuovo ordine mondiale sotto il nazismo… ci rimase malissimo quando si accorse che Hitler non era affatto d’accordo, e che il grande Führer odiava la musica dodecafonica, bollata come “arte degenerata”… — a causa di questo anatema sulla tecnica dodecafonica, Webern si scoprì impossibilitato a lavorare nel Reich, e divenne semplice impiegato della casa editrice Universal di Vienna (correggeva le bozze musicali): durante il caos dell’occupazione alleata rimase coinvolto nel contrabbando e fu ucciso dai soldati americani…
    Col tempo si originò un equivoco: la sua musica, nata filosoficamente nazista, siccome fu in pratica osteggiata dal nazismo, nel dopoguerra divenne il simbolo della resistenza *anti-nazista*: un paradosso bello grosso…
    Nel dopoguerra si originò un sillogismo imbarazzante: se Hitler amava i post-romantici (Lehár, Strauss), i romanticoni (Wagner) e i classici (Mozart), allora i post-romantici, i romanticoni e i classici erano nazisti essi stessi; e anti-nazista era da intendersi tutto ciò che Hitler schifò, e cioè la dodecafonia, le musiche “d’uso”, da “bordello” e da “strada” (da Hindemith a Krenek a Weill) che durante il Reich erano state proibite… tutto questo anche quando i compositori di queste musiche “proibite” erano stati convinti nazisti della prima ora (salvo poi essere costretti a emigrare: primo tra tutti Hindemith che cercò in ogni modo di ingraziarsi Goebbels senza mai riuscirci, vedi numero 29).
    A livello musicale, nella mente di Schoenberg, il maestro di Webern, l’evoluzionismo era fortissimo: Wagner “conteneva” Beethoven, era una sorta di “specie superiore” rispetto a Beethoven, l’evoluzione di Beethoven… non era necessario suonare Beethoven visto che c’era Wagner… Schoenberg stesso si sentiva l’evoluzione di Wagner, e quindi neanche Wagner si sarebbe più dovuto suonare, si doveva solo suonare Schoenberg e quelli come lui (i suoi allievi: Webern e Alban Berg)…
    Webern era convinto di tutto ciò, ma si trovò in disaccordo con Schoenberg su un fatto: Schoenberg evitava il “ritorno alla tonica” apposta, più per far vedere che la tonica non serviva che per obbedire alle regole dodecafoniche… secondo Webern le regole dodecafoniche dovevano venire “prima” di certe dimostrazioni!
    Questa sinfonia è uno dei primi lavori in cui si esemplifica questa teoria: solo dodecafonia, pura e purissima, nessun appiglio, neanche negato, verso una tonica…
    Come detto all’inizio la cosa è spiazzante, ma assai suggestiva…
    Inutile dire che l’esperienza di essere hitleriani ma osteggiati da Hitler stesso ebbe un impatto personale terribile su Schoenberg e gli allievi: a Webern abbiamo visto che gli successe, e Berg morì presto, fischiato dai nazisti, già nel 1935… Schoenberg emigrò in America, e cavalcò tantissimo il sillogismo imbarazzante che lo raccontava “anti-hitleriano”: questo perché Schoenberg aveva bisogno di una “platea”, di “adepti” che lo adorassero, e col suo carisma li trovò, e parecchi… morì ricchissimo a Beverly Hills nel 1951, sempre osannato come il “dio della musica avanguardistica”, ma i turbamenti li ebbe eccome: per tutta la vita aveva scritto e riscritto un’opera autobiografica, il Moses und Aron, in cui si identificava niente meno che con Mosè, profeta del “ritorno alla patria”, metafora del ritorno alla musica vera… iniziato sotto Hitler, il Moses prevede un Mosè solo parlante, contrapposto a un Aronne cantante: Mosè come Schoenberg o come Hitler vs Aronne come popolino, canzonettaro, scemetto, che si fa coinvolgere nei “falsi idoli d’oro” della melodia… Schoenberg si accorse solo dopo che l’impostazione era assurda: come avrebbe potuto concludersi la sua glorificazione in forma di opera?: con il trionfo di un personaggio che non canta, e che quindi non fa musica!? — e inutile dire l’imbarazzo quando Schoenberg scoprì che una storia biblico-ebraica faceva imbestialire il suo idolo Hitler, che, come tutti sanno, era un attimino anti-semita…
    Lavorò all’opera anche in America e cercò di reimpostarla, ma non ci riuscì mai…
    Georg Solti ha notato anche un’altra contraddizione nel Moses: nonostante sia dodecafonica, è quasi scritta come se fosse un’opera romantica! Solti la registrò seguendo quest’intuizione, e difatti il Moses quasi funziona meglio se “romanticizzato”…
    E come poteva lo Schoenberg americano, quello idolatrato perché l’antitesi alla musica romantica compromessa col nazismo, comporre un’opera romantica???
    Aporie, nonsense, della musica moderna…
    • Giuseppe Sinopoli, Staatskapelle Dresden, 1996
      (https://www.youtube.com/watch?v=wnO_CPHVz04)
      Allievo di Bruno Maderna, un dodecafonico eterodosso, Sinopoli sa come rendere leggibile musica del genere
    • Pierre Boulez, Berliner Philharmoniker, anni ’90
      (https://www.youtube.com/watch?v=dcHf3Vm_51A)
      Boulez, profeta e guru del serialismo anni ’50, invece, come sempre nella sua carriera (disprezzava il pubblico), comunica molto meno, pur con maggiore precisione tecnica…
  22. Šostakovič: 5 (1937)
    Una sinfonia che ha rappresentato l’enigma dei musicologi. Pochi anni prima l’opera Lady Macbeth di Mcensk era stata bocciata da Stalin, e Šostakovič minacciato di morte se non smetteva di comporre musica simile, sgradevole e aspra: quello che ci voleva in Unione Sovietica dovevano essere canti orecchiabili, cori cantabili, con testi riguardanti la grande rivoluzione russa e il socialismo… Dopo queste intimidazioni, Šostakovič stette per un po’ a morire di fame, a fare mea culpa sui giornali, e poi se ne uscì con questa quinta sinfonia… in essa la musica, triste e disperata, continuava a non obbedire ai dettami (non c’erano né cori né inni al socialismo), però il trionfo finale, pur caricaturale e grottesco, c’era tutto, e Stalin in persona approvò, benché altri membri dell’intellighenzia non si convinsero e, periodicamente, tornarono ad accusare Šostakovič di nichilismo e di anti-sovietismo…
    Oggi non si sa cosa sia veramente successo: si sospetta che sia stata tutta una messa in scena per far capire ai compositori che, come tutti gli altri cittadini, erano sottoposti a un regime che pretendeva fedeltà assoluta: fare una spietata lavata di testa a Šostakovič, il più famoso compositore sovietico, e poi farlo rientrare nei ranghi senza apparente motivo, serviva in primis a tramortire speranze libertarie negli altri compositori meno famosi, e in secundis a dire al mondo che Šostakovič obbediva davvero a Stalin, e ne era felicissimo!
    All’estero, la gente comprese molto male la cosa, poiché, come detto, la musica della Lady Macbeth, condannatissima, non era così diversa da quella della quinta, adoratissima… per cui i giornalisti europei e americani si misero a leggere la tristezza cupa della quinta corroborando la tesi sovietica degli oppositori di Šostakovič: la tesi secondo cui Šostakovič era un nichilista, un disperato, che nella quinta riversava tutta la sua angoscia di vivere nel terrore sovietico: e di ciò Stalin non si accorgeva solo per via della fama del compositore… Dopo la morte di Stalin, nell’era Chruščëv, Šostakovič si lasciò in effetti sfuggire alcune dichiarazioni del tipo «il trionfo finale è come un trionfo forzato, come di uno che esulta solo dopo essere stato bastonato e forzato a esultare», quasi subito però rientrate e contraddette…
    Come leggere la quinta oggi?
    Non si sa se è triste e cupa per avversione al regime, o per altri motivi, ma triste e cupa lo è di sicuro: è un magma di pura interrogazione sul senso impossibile della vita e sull’inutilità dell’esistenza… una sinfonia quasi alla Schopenhauer…
    da non perdere il tema centrale del terzo movimento…
    • Riccardo Muti, Philadelphia Orchestra, EMI, 1993
      Muti sa come fare a rendere il nichilismo senza farsi prendere la mano dallo sconforto troppo “autistico”…
    • Leonard Bernstein, New York Philharmonic, 1979
      (https://www.youtube.com/watch?v=0FF4HyB77hQ)
      uno sconforto che ci fa sentire invece Bernstein
    • Myung-Whun Chung, Radio di Saarbrücken Kaiserlautern, 2006
      (https://www.youtube.com/watch?v=tsbbcSxmxJo)
      Oggettivo e puramente nichilista
  23. Dvořák: 9: Dal nuovo mondo (1893)
    Dal 1892 al 1895, Dvořák fu direttore del Conservatorio di New York, allora una sorta di Scuola Nazionale di Musica in America… Fu la sua ultima sinfonia, ma fu pubblicata come n. 5… nel 1960, Jarmil Burghauser fece chiarezza nel suo catalogo (la sinfonia è il B 178)…
    Modernista nei ritmi, ma non estranea alla melodia, è una sinfonia molto celebre (Danny Elfman la cita, insieme a molti altri post-romantici, nella colonna sonora del Batman di Tim Burton)…
    Io non amo granché Dvořák (patriottico a parole, ma nella musica ancoratissimo a modelli lisztiani e brahmsiani, quindi tedeschi: di Brahms fu un fin troppo adorante allievo a Vienna [spesso e volentieri copiò a man bassa dalle idee di Brahms]), e credo abbia dato il meglio negli splendidi e melodiosi poemi sinfonici basati sulle leggende boeme, ma questa sinfonia non si può non citare: il suo attacco è superbo, così come anche la concitazione (usata per enfatizzare molte pubblicità) del terzo movimento…
    • Rafael Kubelík, Chicago Symphony, Mercury, 1951
      Kubelík è esperto di questa musica
    • Leonard Bernstein, New York Philharmonic, CBS, 1961
      Bernstein è una garanzia
    • Carlo Maria Giulini, Chicago Symphony, DGG, 1977
      Poderoso
    • Seiji Ozawa, Wiener Philharmoniker, Newton, 1992
      Impressionista
  24. Hindemith: Sinfonia Mathis (1934)
    Hindemith pensò a un’opera su uno dei grandi pittori tedeschi del Rinascimento, Mathis Grünewald… Elaborata negli anni di cui abbiamo parlato nel numero 21, in cui un destrorso Hindemith cercava in tutti i modi di ingraziarsi i nazisti inutilmente (le sue composizioni proprio non piacevano a Hitler), l’opera andava a rilento quando il grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler chiese al compositore un pezzo nuovo per i Berliner Philharmoniker… Hindemith condensò la musica composta per l’opera in tre movimenti sinfonici, che Furtwängler eseguì con gioia…
    Naturalmente i nazisti si arrabbiarono: Hindemith era un compositore di musica sgradita e un’orchestrona quasi “nazionale” come i Berliner Philharmoniker non avrebbe dovuto averci nulla a che fare… Inoltre, benché fosse solo una sinfonia, i gerarchi nazisti sapevano bene la trama dell’opera a cui si riferiva e che avrebbe potuto essere ultimata ben presto: la storia di un pittore che non obbedisce ai committenti per pura vanità: una vicenda assolutamente da condannare…
    Furtwängler ebbe delle lavate di testa grosse per aver eseguito la sinfonia, e continuò a collaborare col regime in maniera assai farraginosa (al processo di Norimberga disse di essere rimasto al servizio del Reich per confortare i tedeschi con la musica: gli americani scoprirono anche una sua gelosia nei confronti di Herbert von Karajan… se Toscanini se n’era andato subito, convinto di sfondare anche in America, e sicuro di rimanere un grande direttore anche lavorando su meno blasonate orchestre statunitensi, Furtwängler era ottenebrato dall’ossessione che l’unica carriera vera fosse quella fatta con le orchestre tedesche, e quindi rimase nella Germania nazista anche per quello, poiché, se fosse emigrato, Karajan lo avrebbe sostituito subito e lo avrebbe scalzato dal trono di più grande direttore d’Europa… scemenze dell’ego di un direttore d’orchestra)…
    L’opera fu ultimata nel 1935 e fu rappresentata da Zurigo, cosa che deteriorò ancora i rapporti di Hindemith col regime… essendo però un compositore affermato ed un sincero nazista, Hitler non usò con lui il pugno di ferro: benché con una moglie in parte ebrea, Hindemith non era pericoloso come altri, solo la sua musica era considerata “brutta”, senz’altro non da trattare come musica “ufficiale” (come era, invece, quella del vecchio Richard Strauss)… Lo spedì in Turchia, al “servizio” di Mustafa Kemal Atatürk, dove si mise a insegnare, e anche parecchio! Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, però, come molti altri, Hindemith emigrò in America, e continuò a insegnare, ottenendo grandi consensi didattici e anche la cittadinanza americana, anche lui in qualche modo beneficiario dell’equivoco sillogismo «siccome non eri gradito a Hitler, allora sei anti-nazista, anche se eri nazista!» che si diceva prima… Dal ’53 scelse di vivere in Svizzera…
    Essendo l’opera ambientata nel Rinascimento, culla della civiltà anche tedesca, tra Lutero e la Riforma, Hindemith studiò molto i rapporti intervallari cinquecenteschi… Ascoltando il primo movimento della sinfonia, sembra davvero di sentire una colonna sonora di un film ambientato allora… La grazia e la calma dell’apertura fanno stare benissimo, dànno proprio serenità, e il temetto danzante al centro del pezzo diverte e “consola”…
    Hindemith è stato intelligente nel mettere in musica lo “spirito” del Rinascimento tedesco e non solo la sua calligrafia: pur melodiosa e allegra, la sinfonia è pervasa da tante inquietudini ritmico-armoniche, di “asprezze” particolari, uniche, come unica è la filosofia dei dipinti di Grünewald, bellissimi ma anche crudamente disgustosi e dolorosi (vedi il Cristo tramortito dell’Altare di Isenheim), sintesi di quei tempi “scuri”…
    • Jiří Bělohlávek, Česká Filharmonie, Chandos, 1992
      L’eccezionale Bělohlávek, morto da pochi anni, rende benissimo l’equilibrio tra “serenità” e “inquietudine”
    • Wolfgang Sawallisch, Philadelphia Orchestra, EMI, 1994
      Sawallisch, esperto di musica teutonica, centra perfettamente lo stile e il volume sonoro
    • Carlo Maria Giulini, Boston Symphony Orchestra, 1974
      (https://www.youtube.com/watch?v=8nuOWqcg8KU)
      quasi lamentoso
  25. Vaughan Williams: 7: Antartica (1953)
    Nata come colonna sonora del film di Charles Frend, Scott of the Antarctic, nel 1948, Vaughan-Williams decise di farci una sinfonia in pieno clima “adorniano”, quello secondo cui chi non componeva musica seriale post-weberniana doveva morire perché colluso con i poteri totalitari…
    A causa dei dettami adorniani, e del suo lavoro come compositore “normale”, di quelli che componeva di tutto per chiunque e per qualunque evento, con un linguaggio cosmopolita che tutti potessero comprendere, e quindi mai al di là delle consolidate regole romantiche (sentire Vaughan Williams, a parte qualche raro caso, è un po’ come sentire un Berlioz un po’ più variato ritmicamente), è ancora oggi, e secondo me a ragione, visto più come un “impiegato” che come un artista vero… anche il Regno Unito “ufficiale” gli preferì sempre gli ugualmente anti-adorniani, ma senz’altro più “artistici”, Britten e Tippett…
    Di lui metto due sinfonie (ne compose 9) perché sono molto piacevoli: sembrano davvero Dimitri Tiomkin, Miklós Rózsa o Jerry Goldsmith: un amante del cinema non può che divertircisi!
    Nella Sinfonia Antartica (intitolata proprio così in inglese, forse scimmiottando la Sinfonia Domestica di Strauss) ci vedi propri i cani con le slitte, le grotte con le stalattiti di ghiaccio e tutta la baracca di pinguini e “voci australi metafisiche”, descritte con un bozzettismo musicale ameno e cristallino, irrilevante a livello artistico, ma assai piacevole! È una canzone di Emma fatta sinfonia!
    • Bryden Thomson, London Symphony, Chandos, 1989
      Thomson è uno di quelli che più si è dedicato a Vaughan Williams
    • Adrian Boult, London Philharmonic, EMI, 1969
      Il grande direttore inglese fu uno dei primi a riscoprire il compositore
    • Leonard Slatkin, Philharmonia, RCA, 1991
      Sicuro e lesto
    • Bernard Haitink, London Philharmonic, Philips, 1985
      (https://www.youtube.com/watch?v=Mv6YBg7PLag)
      Haitink, grande sinfonista, riesce a rendere al meglio anche in questo repertorio
  26. Reinecke: 2: Håkon Jarl (1875, rivista nel 1888)
    Negli anni di Čajkovskij, di Franck, di Dvořák, e di Brahms, altri sinfonisti componevano a man bassa (all’inizio, tra i dimenticati, si cita anche Raff)…
    Reinecke, di filosofia, era un brahmsiano (come Dvořák): la musica era musica pura e basta: stop ai poemi sinfonici, a Wagner e compagnia bella… e stop anche agli esagitati emotivi, come Čajkovskij e Franck: la musica era bella anche per proporzioni compositive, per geometrie tecniche di sviluppo armonico-timbrico dei temi…
    Direttore del Gewandhaus di Lipsia in anni in cui la direzione d’orchestra (con gente come Nikisch, Napravník, von Bülow, e lo stesso Čajkovskij) diventava un mestiere “profetico” e semi-divino, Reinecke rimase estraneo a tutto quanto questo “andazzo”: per lui dirigere era semplicemente aiutare l’orchestra a suonare, non autocelebrarsi e “sostituirsi” al compositore… infatti, per molto tempo, fu grandemente apprezzato dagli autori (e dai suoi allievi del conservatorio lipsiense): la sua tecnica era sopraffina e la sua fedeltà alla partitura (specie nei “classici” lipsiensi: Bach, Mendelssohn, Schumann [di cui fu allievo], oltre che Beethoven e Mozart) era proverbiale, ammiratissima (Čajkovskij e Strauss adorarono la sua chiarezza)… Però il carisma divinizzante di Nikisch, a capo del Gewandhaus dopo di lui, a suon di estro, di fumisteria fantasiosa, di interpretazione esagitata, di enfasi e “riscrittura” (quell'”azienda” direttoriale che ereditò del tutto Gustav Mahler, allora agli esordi), ben presto eclissò la fama di Reinecke, e lo stesso Čajkovskij affermò roba del tipo: «Reinecke è bravo, ma Nikisch è il futuro»
    Come Dvořák, anche Reinecke, a chiacchiere tutto “musica pura”, fu attratto e come dalla “narrazione” nelle sue musiche… Come Mahler, Bruckner, o come il suo maestro Schumann, Reinecke fa parte di quei compositori avviluppati in un corto circuito mentale: tanto avversi allo spunto extra-musicale, e tanto osteggiatori dei poemi sinfonici, della musica narrativa, della musica descrittiva, finivano però, non si sa come né perché, a comporre proprio bellissima musica descrittiva e narrativa, spesso basata su leggende popolari indigene (abbiamo visto Dvořák con le leggende boeme), su fiabe (i Grimm venivano somatizzati dalla musica proprio allora dopo i primi esempi romantici di inizio Ottocento), su novelle…
    Questa sua seconda sinfonia è basata sull’Edda, il poema nazionale norreno, quello su cui si basò anche Wagner, e cioè il nemico numero uno di Brahms!
    Che ci volete fare: la storia dell’uomo è piena di queste cose qui: predichi in un modo e, per contingenze indefinibili (lo Zeitgeist, il carattere, il “fato”), ti trovi a razzolare in un altro!
    Rispetto alle coeve sinfonie di Brahms, quelle di Reinecke hanno temi più piacevoli all’ascolto, e appaiono meno ossessionate dal processo compositivo… per capirsi, se in Brahms senti tutto il lavorìo sul trovare il contrappunto giusto (cosa che lo fa preferire agli addetti ai lavori e ai compositori stessi: per molti Brahms, con Beethoven e Bach, è da annoverare tra i compositori più importanti della Storia), in Reinecke senti la stessa capacità di sviluppare un tema e in più hai un prodotto che “prosegue” e “finisce” senza alcuna ansia, e che, quindi, quando finsice, finisce: non si ferma a riflettere su quella quinta risolta male quattro battute prima!
    Il tema introduttivo di Håkon Jarl è uno dei più “romantici” e piacevoli della Storia! Diretto, comunicativo, lampante! Senza fronzoli, senza seghe, senza paturnie!
    • Howard Shelley, Tasmanian Symphony, Chandos, 1999
      (https://youtu.be/D9bcnLpQ_Rc)
      Shelley e l’etichetta londinese Chandos sono stati gli unici a dedicarsi a questo purtroppo oscuro compositore
  27. Mahler: 5 (1904)
    Le sinfonie di Mahler sono iperboliche e colossali, e hanno in loro un crogiuolo di riflessioni artistoidi davvero radicali, che coinvolgono il ruolo dell’artista, il rapporto tra compositore e interprete, ed esprimono malesseri vitali non proprio cristallini (Mahler ebbe rapporti pessimi con il padre; poco carini con la moglie Alma; gli morirono i figli; era nevrotico e quasi incapace di relazionarsi con altre persone; le orchestre da lui dirette non ebbero con lui rapporti cordialissimi: stette un paio d’anni a New York, tra l’orchestra del MET e la nascente New York Philharmonic, in cui si distinse per litigi, scelte poco popolari e clamorosi flop, e sempre lamentandosi che le troppe prove gli impedivano di comporre)… Elitario, burbero, chiuso in se stesso, Mahler è il paradiso degli artistoidi-pazzoidi: adorato da Schoenberg, da Bernstein (che si identificò con lui quando scoprì che il posto di direttore della New York Philharmonic, proprio quello un tempo occupato da Mahler, impedì anche a lui di comporre), e considerato da molti il vero unico grande compositore (la branca “mahleriana” è forte quanto quella mozartiana, e come quella appena citata delle 3 B: Bach Beethoven Brahms), ha composto sinfonie molto piacevoli (vedi il Titano al numero 18) , ma di certo tramortite, come quelle di Brahms, dagli arrovelli tecnici: anche in Mahler si sente più il “processo” che il “risultato”, si sente più il «faccio così per ragioni astrusamente tecniche» che «faccio così perché così sono ispirato»… Memorabili i ritratti biografici che di Mahler hanno fatto Luchino Visconti nel 1971 (Morte a Venezia di Mann è “deviato” da Visconti per adattarsi a Mahler, di cui campeggia l’adagetto della quinta, elaborato da Franco Ferrara, in colonna sonora: Visconti trasforma Aschenbach da pittore a musicista) e Ken Russell nel 1974 (Mahler, La perdizione)…
    L’adagetto della quinta, usato da Visconti è, comunque, senza alcun dubbio, uno dei pezzi più stroncabudella della Storia…
    • Leonard Bernstein, Wiener Philharmoniker, DGG, 1987
      Indentificazione massima
    • Giuseppe Sinopoli, Philharmonia, DGG, 1985
      Ottimo
    • Seiji Ozawa, Boston Symphony, Philips, 1992
      Tecnico
    • John Barbirolli, Philharmonia, EMI, 1969
      Ci crede proprio
    • Georg Solti, Chicago Symphony, Decca, 1970
      Estroso
  28. Šostakovič: 7: Leningrado (1942)
    Come detto al numero 22, Šostakovič era stato preso di mira da Stalin forse con la logica del “colpirne uno per educarne 100”, col pretesto che l’opera Lady Macbeth di Mcensk era “sgradevole”… Per “rientrare nei ranghi”, la sua quinta sinfonia obbediva in superficie ai dettami del realismo socialista (anche se si rifiutava di usare coretti esplicativi patriottici), ma dentro, forse, covava tristezze e rancori…
    Per la sua settima sinfonia, cinque anni dopo la quinta, le contingenze storiche premevano ancora di più: l’Unione Sovietica era sotto attacco dei nazisti e tutti quanti erano chiamati a resistere… A Šostakovič, che era in pratica una sorta di “compositore nazionale sovietico” (pur insieme a Prokof’ev e Chačaturjan), venne quasi commissionata a livello “morale” una sinfonia che desse coraggio al popolo russo minacciato…
    Scritta ed eseguita nella Leningrado sotto assedio (quell’assedio che Sergio Leone avrebbe voluto raccontare dopo C’era una volta in America), la settima sinfonia continuò a ignorare i precetti del realismo socialista dei coretti e dei trionfi cantati, ma accompagnava i movimenti con un dettagliato programma accluso alla partitura, che raccontava la “storia” narrata dalla musica: storia che parlava della tranquilla e placida Russia, immersa nel suo lavoro agricolo e industriale, che veniva sconvolta dall’invasione tedesca e dalla susseguente guerra… e c’era il trionfo socialista, pur in sola musica, senza coro…
    Il problemone di fondo di tutta la musica di Šostakovič, come di tutta la musica a programma tout court, è che il programma può anche essere dettagliato quanto vuoi, ma la musica, in quanto arte non “significante”, esula da qualsiasi “semantica”: come può essere realizzata in musica la guerra descritta nel programma? potrà esserci, forse, una “suggestione” di guerra, ma quello che la musica è davvero è solo e soltanto note, suoni e armonie: e dove mai queste cose potranno trasformarsi oggettivamente in guerra in modo inequivocabile?… chi ascolta solo la musica senza leggere il programma capirà che sta “ascoltando la guerra” oppure no?
    Šostakovič giocò con questo paradosso e per quasi 15 minuti nel primo movimento espresse la guerra in uno dei modi più assurdi del mondo…
    Seguì lo schema del Boléro di Ravel (scritto vent’anni prima): lo stesso tema ripetuto prima da pochi, poi da sempre più strumenti, sempre più forte e sempre più intenso, fino al tutta forza fragoroso dell’orchestra, immensa, al gran completo… il tema ripetuto (a differenza di quello di Ravel, davvero sempre uguale, si presenta continuamente un po’ variato via via che si aggiungono gli strumenti) era una parodia della canzonetta Da geh’ ich zu Maxim della Vedova Allegra (ossia Lustige Witwe) di Lehár (del 1904): una canzoncina adorata da Hitler che imperversava in ogni carillon del Terzo Reich, ma una canzoncina di quelle orecchiabili, carine, felici, infantili… Per capirsi: la guerra, per Šostakovič, è il ripetersi compulsivo di una canzoncina per bambini, cantata sempre più a squarciagola…
    Ovviamente, quando gli strumenti sono già un bel po’, le sottili variazioni che vi dicevo, in qualche modo “deformano” la canzoncina sempre più, fino al delirio, alla follia, una follia, però, sempre piacevolissima, felicissima: tu sei lì, contento e coinvolto da una musica *divertentissima*!
    Alla fine si ha l’impressione che la cosa “non quadri”: si crea “estraneamento”, ci si chiede «cosa sto ascoltando?»… la musica crea un effetto come la canzonetta pop di Non si sevizia un paperino di Fulci, usata per commentare un omicidio… o, più scherzosamente, fa l’effetto di Chucky la bambola assassina, tanto bellina e carina ma letale…
    In ogni modo, il divertimento continua ad esserci!
    Cosa c’entra la guerra?
    Che discorso fa Šostakovič!?
    Glorifica la guerra?
    La prende in giro?
    Il pubblico, durante l’assedio effettivo e tragico di Leningrado, reagì a tutto questo sorprendentemente benissimo! Si galvanizzò per lottare! Per resistere!
    …stranissimo…
    e siccome il pubblicò approvò, anche Stalin salutò la settima sinfonia di Šostakovič come il capolavoro sovietico numero uno… anche se, a livello meramente “musicale”, la settima sinfonia era (ed è ancora) “assurda”, “estraniante” e quasi delirosa…
    Stalin davvero non capiva nulla di musica? Šostakovič sapeva quello che stava facendo? Voleva prendere in giro tutti? Persino i leningradesi realmente assediati dai nazisti? Voleva far segretamente riflettere sull’assurdità della guerra anche in un contesto totalmente “guerroso”?
    Tutti enigmi che questa sinfonia si porterà sempre dietro… ma che non precludono il “divertimento”, sì un po’ strano e malizioso, ma comunque sempre “divertimento”, che la musica produce ancora oggi…
    Occhio che, dopo i 15 minuti di Boléro, c’è ancora una buona ora prima che la sinfonia finisca…
    • Bernard Haitink, London Philharmonic, Decca, 1979
      La più consapevole della sapienza “ambigua” della musica e quindi quella più piacevole e meno spigolosa…
    • Marin Alsop, Hessischer Rundfunk, HR, 2014
      (https://www.youtube.com/watch?v=_z8TZjcqYhY)
      Anche la Alsop rende un servizio pregevole alla musica
    • Leonard Bernstein, Chicago Symphony, DGG, 1988
      (https://youtu.be/vRHZu5xoIe0)
      Bernstein è più “spigoloso”, ma comunque divertente
    • Neeme Järvi, Royal Scottish National Orchestra, Chandos, 1988
      Järvi è quello più spigoloso di tutti: lui intende davvero riferirsi al delirio e ai drammi più che al divertimento
    • Valerij Gergiev, Rotterdams Philharmonisch, Philips, 2001
      il più tragico…
  29. Hindemith: Sinfonia Harmonie der Welt (1952)
    Come la Sinfonia Mathis (numero 24), anche questa è un “anticipo” di un’opera, rappresentata 5 anni dopo la prima esecuzione della sinfonia…
    Stavolta il soggetto è Johannes Kepler, cioè Keplero, che scopre le sue leggi sul movimento dei pianeti…
    Rispetto alla Mathis, Harmonie der Welt cerca di esprimere il “disordine” dell’universo, un “disordine” che Kepler, con le sue leggi, si limita a constatare ed osservare…
    I pianeti di Hindemith sono più furenti e maestosi di quelli di Holst (che aveva scritto un grande poema sinfonico sui pianeti nel 1914), vulcanici, formidabili, tonitruanti e quasi spaventosi: il primo accordo della sinfonia è uno schiaffone bello grosso, un tuffo in medias res nel casino “primordiale” delle stelle, nel baluginio delle galassie, sempre in movimento, sempre indifferenti, e sempre al “lavoro”, “obbligate” dalla termodinamica a seguire l’imperitura entropia del caos cosmico… L’Armonia dell’universo è solo la constatazione di questo marasma, che ha per “ordine” proprio il suo stesso “disordine”, così come una musica, anche la più disordinata, ha il suo ordine proprio nel suo stesso essere musica…
    Assolutamente affascinante…
    • Yan Pascal Tortelier, BBC Philharmonic, Chandos, 1993
      (https://www.youtube.com/watch?v=AWfCZ4J81dg)
      Un ammiratore di Hindemith, Tortelier ha sempre voluto registrare anche l’opera intera (che dura più di 5 ore con tantissimi personaggi), ma ancora non c’è riuscito (l’unica registrazione dell’opera integrale è quella che Marek Janowski ha fatto per la WERGO nel 2000)
    • Herbert Blomstedt, Gewandhausorchester Leipzig, Decca, 1997
    • Blomstedt è meno “devoto” di Tortelier, e quindi forse meno efficace, ma è comunque prodigioso nell’esprimere l’ardore del caos…
  30. Vaughan Williams: 4 (1935)
    Nei soli quattro movimenti canonici, senza titoletti vari, e di un tono più austero e cupo, è forse una delle sinfonie più eminentemente “tardo-romantiche” di Vaughan Williams, che in questi anni non è ancora quell'”impiegato” musicale che sarà 20 anni dopo, e che abbiamo già descritto al numero 25…
    • Leonard Bernstein, New York Philharmonic, CBS, 1962
      Bernstein fece sentire il quarto movimento anche ai bambini degli Young People’s Concerts
    • André Previn, London Symphony, RCA, 1968
      Previn fu un vero campione della musica inglese..
  31. Schumann: 1: Primavera (1841)
    Prima di Britten, dopo Vivaldi, e insieme a molti altri (da Raff a Knowles Paine a Rachmaninov a Stravinskij), anche Schumann ha dedicato un pezzo alla Primavera… e non un pezzo qualsiasi, bensì la sua prima sinfonia: il suo primo lavoro eminentemente orchestrale, lui che era il campione (insieme a Liszt e Chopin) del pianoforte…
    Basata sulle avventure alla Romeo e Giulietta con la sua amata Clara, quasi “rapita” dai genitori per convolare a nozze in una chiesetta nei dintorni di Lipsia, e sulla loro vita felice, ancora a Lipsia, in una umile casa fuori dal “centro”, la prima sinfonia è ricca di leggerezza infantile, contenta e “cantabile”, ogni volta con un occhio all’equilibrio tra musicale ed extramusicale, e tra il lezioso e il filosofico di Beethoven (vedi numero 4)… Un’allegria paciosa contagiosissima!
    • Georg Solti, Wiener Philharmoniker, Decca, 1969
      Solti sa quando mettere il “pepe” beethoveniano dei suoni “corposi”
    • Riccardo Muti, Philharmonia, EMI, 1978
      Più leggero e quindi più “stilisticamente” esatto, ma ancora guardante a Beethoven
    • Nikolaus Harnoncourt, Chamber of Europe, Teldec, 1995
      Febbrile, interiore, mentale: come Schumann lo avrebbe voluto
    • Simon Rattle, Berliner Philharmoniker, BP, 2013
      Asciutto e diafano, in modo che sembri più Mendelssohn che Beethoven
    • Rafael Kubelík, Berliner Philharmoniker, 1962
      Sbrigativo e senza troppi fronzoli
    • Christoph von Donhányi, Cleveland Orchestra, Decca, 1987
      Ha una ottima coerenza interna…
  32. Prokof’ev: 5 (1945)
    Scritta negli anni della settima di Šostakovič (numero 28), e partecipante agli stessi equivoci “totalitari”… A differenza di Šostakovič, persona enigmatica, sfuggente, e si dice un po’ sadica, Prokof’ev era un pacioccone un po’ sciocchino: non capiva niente di politica, sembrava sempre un pesce fuor d’acqua, e molto spesso praticava la musica come semplice professionista, come Vaughan Williams, o come in passato Rossini… Anche Šostakovič era in grado di essere professionista, ma spesso se ne lamentava, “nascondeva” messaggi subliminali nella sua musica su commissione, e forse, abbiamo visto, si divertiva a prendere in giro pubblico e committenti con la “semantica” musicale, salvo poi pentirsene rimuginando in oscure e nichiliste musiche da camera… — Prokof’ev non esprimeva se stesso nella musica, e spesso, quindi, veniva criticato di non essere un vero artista… — Emblematico il fatto che Šostakovič amasse le fumisterie soggettiviste di Mahler (e le insegnasse ai suoi allievi al Conservatorio), mentre Prokof’ev, pratico e terreno, le detestasse (e si lamentava quando “ereditava” gli allievi di Šostakovič, troppo “imbevuti” di mahlerismo dal loro primo maestro) — Sia Šostakovič sia Prokof’ev avevano due fronti da combattere: gli adorniani e i “cortigiani” del regime stalinista… Gli adorniani li schifavano perché non usavano la dodecafonia, e gli staliniani li minacciavano perché, anche senza dodecafonia, la loro musica non obbediva davvero alle regole del realismo socialista: anche se Prokof’ev usò spesso e volentieri il coro esplicativo socialista che Šostakovič si rifiutava di utilizzare, le sue armonie erano molte volte aspre… La soluzione a tutto questo, in Šostakovič, abbiamo visto, fu la presa in giro, il “messaggio subliminale” e l’enigma; in Prokof’ev la soluzione fu la fuga, la fuga in musiche “immaginarie”, tutte crinoline e contentezza, tutte celebranti un tempo felice e armonioso, spesso con soggetto proprio fiabesco (il balletto Cenerentola, la cantata Il brutto anatroccolo, la prima sinfonia detta Classica), musiche quasi somiglianti al neoclassicismo di Stravinskij, condito con caratteristiche “sognanti”, “fantastiche”… Certamente, in tutto questo sfarzo gioioso, non mancano, si diceva, quegli accordi improvvisi “fuori tema” che sconvolgono, e, alla lunga, sentendo quelle musiche si avverte ogni tanto la loro natura “di facciata”, di “scenografia”, e si percepisce che “sotto”, proprio “sotto sotto”, sono composte per coprire qualcos’altro: come se queste musiche festose fossero una falsa facciata in apparenza splendida che però cela un muro vero e proprio marcio e distrutto… — se questo sentore di “falsa facciata” si nasconde bene in soggetti fiabeschi precisi, nel balletto, nella cantatina a programma o nelle opere liriche celebrative (vedi Guerra e Pace), nelle sinfonie, nella “musica pura”, è più difficile da infrattare, e difatti dopo il 1930, Prokof’ev di sinfonie non ne scrisse quasi più… Si sentì però di scrivere la Quinta, in concomitanza, si diceva, con la settima di Šostakovič, forse per partecipare egli stesso al clima di incoraggiamento del popolo sotto assedio… oppure la scrisse, anche lei così fantasiosa e contentosa, così “falsa facciata”, per autoconsolarsi dalla disperazione della guerra (solo un’altra opera venne scritta da Prokof’ev per esprimere il suo essere, L’Angelo di Fuoco, delirante esperimento drammatico che parla di isterismi mistici e di un uomo che si rovina per amore di una quasi-strega che lo irretisce, e che finisce con una sorta di strage collettiva: mai Prokof’ev si era espresso in maniera così crudele: inutile dire che non riuscì mai a rappresentare L’Angelo mentre fu in vita: era una cosa “troppo sincera” per lui e troppo violenta per Stalin)…
    Naturalmente sia gli adorniani sia gli staliniani ebbero da ridire sulla sua quinta: ma le musichette orecchiabili di Prokof’ev venivano canticchiate dal pubblico e apprezzate dai neoclassici europei (così come gli enigmi musicali di Šostakovič piacevano agli anti-adorniani all’estero), perciò si poteva fare ben poco… si poteva, ovviamente, minacciarli di morte ogni giorno e ogni minuto… ma così era per ogni singolo cittadino dell’Unione Sovietica stalinista…
    Il secondo movimento è stato usato dalla Domovideo per gli annunci anti-pirateria delle sue videocassette negli anni ’90: accenderà più di un ricordo in chi ha l’età mia…
    • Neeme Järvi, Royal Scottish National Orchestra, Chandos, 2008
      Järvi è un esperto di Prokof’ev
    • Yannick Nézet-Séguin, Rotterdams Philharmonisch, BBC Proms 2013
      (https://www.youtube.com/watch?v=HBY5Mb90_lw)
      Séguin sa come fare…
  33. Borodin: 2: Eroica (1877)
    Il gruppo dei “cinque”, gli amici di Borodin, e cioè oltre a lui Balákirev, Kjuí, Músorgskij e Rimskij-Korsakov, con i loro propositi di aprire alle armonie strane e alle “dissonanze” per adattarsi alle musiche popolari autentiche e per fare musica “vera” che non fosse puro sfoggio accademico (vedi Maggio Musicale Fiorentino: Ciclo Čajkovskij/Stravinskij: Jurovskij), ebbero una larga fortuna a inizio Novecento (quando era rimasto vivo solo Rimskij-Korsakov)… tutti bene o male ubriaconi, tutti con vicende sentimentali assurde, e tutti super-bohèmiennes, disprezzanti il guadagno, e anche per nulla attraenti per i committenti, camparono male di espedienti vari, quando non erano ricchissimi di una famiglia che, a chiacchiere, volevano tanto rinnegare… — Borodin venne per un po’ mantenuto da Franz Liszt, ma la sua insicurezza lo fece comporre molto poco… preferì il fiasco del vino alla musica…
    Oltre all’opera Principe Igor’, non finita, riuscì a comporre molto poco… questa seconda sinfonia è una delle poche che abbiano avuto una circolazione durante la sua vita: accesa di un “barbarismo” splendido, simile agli, ma più incisivo degli, esperimenti folklorici blandi di Dvořák o Smetana, è tutta da ascoltare… ogni tanto sembra un Western!
    Il titoletto di “eroica” gli fu dato dal critico Vladimir Stasov…
  34. Respighi: Sinfonia drammatica (1914)
    Quello che Prokof’ev e Rimskij-Korsakov (di cui fu allievo per qualche giorno) furono in Russia, e che Vaughan Williams fu in Inghilterra, in Italia è stato Ottorino Respighi… professionista, componeva tutto, poche storie, poche teorie, pochi lambiccamenti di cervello, solo musica composta con sicurezza, estro, smalto lussuoso… il pubblico lo adorò e i suoi tre poemi sinfonici su Roma (Pini di RomaFontane di RomaFeste Romane), scritti con chiarezza goduriosa, ancora oggi spopolano dappertutto… Questa è la sua “vera” sinfonia…
    professionale, senza fronzoli, e partecipante al gusto “di fuoco d’artificio” imperante nel ricchissimo tardo-romanticismo europeo… è simile a Strauss (la Alpensinfonie è dell’anno dopo), al primo Stravinskij (Feu d’artifice è del 1907), o, perfino, ai Gurrelieder del giovane Schoenberg (elaborati prima, ma eseguiti nel 1913)…
  35. Bernstein: 2: Age of Anxiety (1949, rivista nel 1965)
    Contemporanea alla Turangalîla di Messiaen (numero 13) e della Spring Symphony (numero 8), e di poco successiva ai risultati di Šostakovič e Prokof’ev  (numeri 28 e 32), la seconda di Bernstein è stata scritta prima del suo contratto con la New York Philharmonic, che lo avrebbe reso più un direttore che un compositore… Molti biografi hanno, a ragione, sottolineato come la voglia di rivoluzione del comunista e gay Bernstein si “perse” un po’ dopo il ’68, dopo l’omicidio di Robert Kennedy e di Martin Luther King… Già nella seconda sinfonia, infatti, specie nella revisione del ’65, si legge la paura di non essere coesi abbastanza (noi inteso come “gruppo della libertà”) nella “lotta” per il contratto sociale equo… Nell’opera A Quiet Place (1983) la preoccupazione è ancora più evidente…
    Bernstein usò il genere sinfonia anche come “ritorno alle origini”, come la usavano anche Stravinskij e Britten: tutti quanti, con “origini”, intesero il loro “popolo” e la loro “religione”: Britten scriveva di cattolicesimo, Stravinskij di cristianesimo ortodosso prima e anche lui di cattolicesimo poi, Bernstein scriveva di ebraismo (vedi Chichester Psalms e la terza sinfonia Kaddish)… questi “ritorni alle origini” parteciparono a una sorta di revival assai grosso della musica sacra occorso nel secondo novecento (che ha tra i protagonisti anche Franck Martin, Messiaen, Poulenc, Penderecki ecc. ecc.)
    • Sergej Kusevickij, Boston Symphony, 1949
      (https://youtu.be/N7SAVBJ972c)
      l’audio della prima mondiale, con Bernstein stesso al pianoforte
    • Leonard Bernstein, London Symphony, Unitel, 1986
      (video di Humphrey Burton: https://youtu.be/Q-aU2Se1RHw)
      La seconda versione con Krystian Zimerman al pianoforte
    • Simon Rattle, Berliner Philharmoniker, DGG, 2018
      Zimerman aveva promesso a Bernstein di registrare la sinfonia il giorno del suo centesimo compleanno… Bernstein era incredulo, pensava che la sinfonia non sarebbe “durata” fino al 2018… ma così è stato… Zimerman, nel booklet del disco, dichiara che un interprete è il più indicato a “promuovere” il lavoro di un compositore proprio perché riesce ad andare al di là di varie timidezze e insicurezze che il compositore può avere, e che Bernstein aveva tanto nei confronti di questa sinfonia: insicurezze che non fosse adeguata, che fosse difficile, che fosse non così degna di attenzione: Rattle e Zimerman (con un’orchestra che, a causa anche di Karajan, ospitò poco Bernstein, ma che si dice lo abbia sempre adorato) la performano andando ben al di là di queste remore proprio perché possono parlare franco e oggettivo, senza cupezze personali… Il risultato è davvero elettrizzante…
  36. Glass: 4: Heroes (1996)
    Dalle macerie del dibattito tra adorniani e anti-adorniani, dopo aver scoperto che perfino il linguaggio dell’adorniano puro Pierre Boulez non portava da nessuna parte, ci furono alcuni che sentenziarono che la musica “a caso” (quella “aleatoria” di John Cage, Sylvano Bussotti, Franco Donatoni e tanti altri), o quella creata dalle registrazioni in studio (degli Stockhausen vari, che attrassero anche Berio, per un po’) potessero essere le uniche strade da intraprendere… In questo clima gente come Steve Reich e Philip Glass se ne uscirono che l’unica cosa vera della musica sono i suoni, solo quelli rimangono. Dissero che, per comporre, bastava ripetere semplici passaggi lisci e piani (di do maggiore magari), sempre quelli, per creare “combinazioni” sempre diverse… e questo «minimalismo», semplice ma densissimo, attecchì dappertutto…
    Se Reich era più severo e scuro, Glass, più aereo e luminoso, ebbe più successo commerciale, anche perché non disdegnava di lavorare su commissione, per il cinema o per l’industria discografica (John Adams, Arvo Pärt ecc., oggi i compositori più importanti, non sono che “minimalisti”, sulla scorta di Glass o Reich)…
    Basata sui temi musicali dell’album Heroes, registrato nel 1977 da David Bowie e Brian Eno, la quarta sinfonia di Glass è una felicità assoluta… anche se l’album di Bowie è meglio…
  37. Saint-Saëns: 3: Organo (1887)
    Dalle parti di Dvořák, Reinecke, Brahms, Franck e Čajkovskij: grandioso, spumoso e colossale… può non piacere, ma ai suoi tempi fece successo… È il grande trionfo della massosa idea di vita tardo-romantica, senza un’ombra delle inquietudini čajkovskiane e franckiane (ma Čajkovskij e Saint-Saëns furono amici), e del tutto in linea con i gigantismi di Liszt, Wagner e Berlioz… Prima delle rimasticazioni “scure” di Richard Strauss e di Mahler, neo-soggettiviste, la “musica” era intesa in questo modo… Pura liberazione sonora, “esteriore” ma pompante!
  38. Reinecke: 3 (1895)
    Più arrabbiata della seconda, e con un secondo tema (nel primo movimento) così streben, così passionale ed emozionoso, che porta davvero via… La Patetica di Čajkovskij c’era già stata, e Strauss e Mahler erano alle porte: Reinecke si adeguava inserendo dolcezze e tremori a lui inediti, ma non rinunciando alla purezza del compiacimento contrappuntistico alla Brahms: i due temi del primo movimento si sviluppano con sapienza sopraffina e con eccellente risultato per l’udito…
    Forse meno sincero e più “asettico” di Čajkovskij, ma meglio dei “fini a se stessi” Brahms e Dvořák…
    • Heribert Beissel, Brandenburgisches Staatsorchester Frankfurt am Oder, chissà quando…
      C’era su YouTube, adesso non c’è più: c’è solo quella Chandos di Shelley, stavolta poco centrata…
  39. Stravinskij: Sinfonia di salmi (1930)
    Per Stravinskij (o anche per Carl Orff), neoclassicismo voleva dire un po’ tutto: dalle rievocazioni della Grecia/Roma antica (Orff fece i Catulli CarminaAntigone, Stravinskij fece Oedipus Rex e Perséphone), a quelle del settecento (Stravinskij fece Pulcinella e poi Rake’s Progress), a quelle delle fiabe popolari “medievali” (vedi Renard basato su Afanes’ev), a quelle di un indeterminato “sacro”, anch’esso sentito come “antico”…
    Stravinskij si convertirà al cattolicesimo solo una venticinquina di anni dopo, ma per lui la religiosità ortodosso/slava fu sempre importante (lo provano i tanti racconti col diavolo che musicò, dall’Histoire du Soldat al Rake’s Progress passando per il citato Renard, molto “mistero sacro” con tanto di suorine in giro) e questa sinfonia riflette questa sua esigenza, che però, come sempre in Stravinskij, non si sa quanto sia davvero personale e quanto invece obbediente a fronzoli stilistici… non si sa se il salmo è da considerarsi “religioso”, o se è solo “materiale” da rielaborare, come un’aria di Pergolesi o i miti di Edipo e Persefone, che Stravinskij “utilizzò” negli altri suoi lavori…
    Fatto sta che la sinfonia acchiappa, forse meno della Sinfonia in tre movimenti (numero 16), ma i suoi ritmi, sempre sbrindellosi e cangianti, stavolta enunciati anche da un poderoso coro, coinvolgono eccome!
    • Georg Solti, Chicago Symphony, Decca, 1997
      Solti la romanticizza ma non la rende per questo meno “violenta”
    • Riccardo Muti, Scala di Milano, forse anni 2000
      (https://youtu.be/DqWZGUO_eoc)
      Muti la mantiene “schematica” come si deve
  40. Beethoven: 3: Eroica (1805)
    E in Ringkomposition, concludiamo come avevamo iniziato, con Beethoven e le sue novità, i suoi temi pregni di significato, e le sue accensioni romantiche, che inaugurano l’Ottocento, dopo l’oggettività asettica del Settecento, degli Haydn e dei Mozart…
    Tutto comincia da qui…
    Tan Dun ne ha fatto un remake con la sua Internet Symphony no. 1, commissionata da YouTube nel 2009…

2 risposte a "Symphonies"

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  1. che carrellata infinita… da restare senza fiato…
    io non sono un esperto, ma dovessi stilare una mia lista ci metterei:
    di Beethoven la 7a e la 9a
    di Mahler la 1a e la 5a
    la 9a di Dvorak
    di Tchaikovsky (scrivo così per pigrizia) amo il primo concerto per piano, un po’ meno le sinfonie…
    tra le cinque sinfonie che ho citato forse quella di Dvorak è quella che metterei al primo posto, ma, ripeto, sono un neofita della classica, un mero ascoltatore appassionato…

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