«La Torre» di Uwe Tellkamp

Ho finalmente finito questo malloppo di 1300 pagine…

Scritto nel 2008 per la Suhrkamp di Frankfurt am Main
tradotto da Francesca Gabelli per la Bompiani di Rizzoli nel 2010
digitalizzato in ebook (anche per il Kindle di Amazon) nel 2012…

Una digitalizzazione piena di problemi:

  • non ha “letto” i caratteri non latini, che nel libro sono tanti (ci sono caratteri di cirillico, di cirillico romanizzato [cioè le lettere sono latine ma hanno i segni diacritici tipo le pipe, cioè le haček/gaček slave], di cèco [lettere latine con pipe e anelli, cioè i kroužek]);
  • non ha sistemato i link alle note a piè di pagina, che sono state relegate a fine capitolo invece che appunto a piè di pagina: se vuoi leggere una nota posta sulla prima pagina di un capitolo di 80 pagine bisogna tu corra alla pagina 80 per leggerla: fastidioso;
  • non ha mantenuto un’interlinea maggiore tra le diverse sezioni dei capitoli…

Molti sistemi di biblioteche digitali (per esempio il circuito MLOL) rendono per fortuna consultabile direttamente la “scansione” pdf dell’edizione Bompiani del 2010 (scansione effettuata in occasione della digitalizzazione del 2012), cosa che rende leggibili tutti i caratteri non latini, posiziona a piè della giusta pagina le note, e spazia i vari episodi…

L’edizione Bompiani del 2010, proprio quella cartacea, aveva, però, di suo, un po’ di problemini vari: soprattutto refusi e poca dimestichezza con gli articoli da usare su quei nomi eminentemente musicali, per esempio:
benché in tedesco il termine «Haus» sia neutro, il suo significato è «casa», che in italiano è femminile… per cui è ovvio tradurre tutte le parole composte con «Haus» in posizione enclitica («-haus») come se fossero femminili, cioè con l’articolo italiano femminile…
sicché quando si presenta «Gewandhaus» è naturale appellarlo «la Gewandhaus», anche perché il termine (oltre che l’originale «casa dei tessuti») designa l’orchestra («Gewandhausorchester») e la sala da concerto che la ospita: tutte cose che sono femminili…
Il drammone è che, nella consuetudine musicologica, si predilige una traduzione “di partenza” del genere della parola, cioè si predilige mantenere il genere che la parola ha in lingua originale, e quindi, in tutti i testi “musicologici”, siccome «Haus» è neutro, si usa il maschile e cioè «il Gewandhaus» e «l’orchestra del Gewandhaus»…

inciso
i musicologi sono anche gente che traduce «Die Zauberflöte» sì «Il flauto magico» ma deplora la dicitura «IL Zauberflöte» (usata perché «Flöte» è maschile “all’arrivo” in italiano) e vuole solo e soltanto «LA Zauberflöte» (usata perché «Flöte» è invece femminile “alla partenza” in tedesco); stesso problema si pone per un famoso episodio storico: il periodo di dieci mesi [da maggio 1521 a marzo 1522] passati da Martin Lutero, nascosto da uomini di Federico III di Wettig-Sassonia per farlo sfuggire alla condanna, nel castello di Wartburg a Eisenach, in Turingia: Wartburg è un castello ma in tedesco ha un nome femminile, sicché è facile leggere «la fuga di Lutero alla Wartburg»
—fine inciso—

…finisce che per un “musicale” risulta molto strano leggere «andarono alla Gewandhaus»!

Dal 2010 di cose ne sono successe tante: per esempio la Bompiani, da Rizzoli, rocambolescamente, è passata a Mondadori e poi a Giunti, lasciando però una bella branca di “transfughi” che sono andati a fondare La Nave di Teseo: i diritti editoriali della Torre sono rimasti ai transfughi, che il 2 dicembre 2020 stampano una nuova edizione e preparano una nuova digitalizzazione, si spera priva dei refusi e dei problemi con i caratteri non latini…
edizione che io, per scarsa tempistica (ho acquistato l’ebook il 1° marzo 2020), non ho avuto tra le mani (e ormai la frittata è fatta: non credo proprio che comprerò un nuovo ebook dello stesso libro: ma se roba come MLOL ne entrerà in possesso, allora potrò verificare la effettiva qualità della nuova digitalizzazione!)

La Torre dipende moltissimo da Vita e destino di Vasilij Grossman, che è un romanzone che richiederebbe un post a parte…
Vita e destino, cioè Žizn’ i sud’ba, fu scritto da Grossman intorno al 1960, durante l’era Chruščëv (vedi anche White Nights e Morto Stalin [anche numero 28 del Papiro 2017/’18]), in piena destalinizzazione, e illuminava parecchi problemi sull’Unione Sovietica di Stalin durante l’occupazione nazista e in pieno assedio di Stalingrado, rievocando anche problemi precedenti, quali la collettivizzazione forzata del 1929-1933 (durante la quale si uccisero milioni di persone perché erano “nemiche dello stato”, dato che vivevano con quelle che erano vere e proprie aziende agricole, in un primo tempo salutate con favore da Lenin), la logica del GULag (in cui poteva finire chiunque avesse parlato in maniera poco lusinghiera dell’URSS, anche in modi retroattivi: e gli arresti di massa terrorizzanti del 1936-’38 sono un “ricordo”, nel romanzo ambientato tra ’42 e ’43, vivo e atroce di quanto l’arresto fosse pratica comune e sopportata anche con una certa consequenzialità perfino d’abitudine nel popolo stremato dal terrore), l’idea che niente di ciò che veniva dal partito poteva essere sbagliato e quando si originavano cambiamenti di idea repentini anche “opposti” (quando, cioè, per una ragione o per l’altra, si finiva per fare il contrario di quanto stabilito poco prima), si negava che fossero cambiamenti di idea, e la cosa aveva strascichi surreali (il protagonista è un chimico che studia il nucleare, ritenuto tempo perso da Stalin: il protagonista insiste e trova tutti i suoi colleghi che lo avvertono di smetterla: sta anche per finire nel GULag visto che, per di più, ha anche parenti acquisiti arrestati durante la collettivizzazione [e l’essere nemici del popolo era ereditario]: poi però Stalin riconosce che il nucleare può avere applicazioni belliche e allora comincia a incensare il protagonista [chiamandolo anche al telefono!] e tutti i colleghi, dall’oggi al domani, tornano a essere amichevoli, perfino lecchini, e gli propongono perfino cariche istituzionali! Un altro personaggio è un militare, ufficiale al comando dei carri armati a Stalingrado, e si trova a essere all’avanguardia della controffensiva sovietica: arriva l’ordine di contrattaccare ma l’ufficiale attende 8 minuti per dare ai carri maggiore movimento e quindi maggiore efficacia, 8 minuti in cui, però, “non obbedisce” all’ordine diretto di Stalin: la controffensiva in ogni caso funziona proprio grazie a quel ritardo e quindi l’ufficiale diventa eroe nazionale, ma il delegato politico dell’esercito che ha assistito a tutto e che insisteva per attaccare immediatamente, è pronto a usare quella che, de facto, fu un’insubordinazione dell’ufficiale per screditarlo e ci riesce benissimo, nonostante il suo status di eroe nazionale. Tutto questo è descritto perfettamente in 1984 di Orwell e si palesa in certe tesi di fondo di Twelve Monkeys di Terry Gilliam, in cui, allo stesso modo, i potenti non ammettono mai i propri errori), e, soprattutto, il rapporto dell’URSS staliniana con l’antisemitismo: tanto avversato a chiacchiere (i massacri nazisti in URSS furono i primi massacri “palesi” e inequivocabili perpetrati dai nazisti: cioè: finché deportavano tra Germania, Repubblica Cèca e Polonia, ok, il mondo “sapeva”, ma erano stermini che rimanevano un pochino “chiusi” e “nascosti” tra Lager che il mondo ancora non conosceva, stermini che il mondo non aveva ancora, diciamo, “visto” davvero: quando invece si sterminavano gli ebrei sovietici il mondo seppe eccome [uno dei primi massacri di massa chiamiamoli perfino “pubblici” fu a Babij Jar, vicino Kiev, a settembre del ’41, a cui seguirono, dopo un mesetto, gli eccidi perpetrati intorno a Odessa: sono gli anni raccontati in Idí i smotrí]) ma di fondo esistente e bello bertadero anche in URSS (in quella Russia che, già dalla fine dell’Ottocento eseguì numerosi pogróm: nel 1903 fu in Russia che, molto probabilmente, si scrissero i Protocolli dei savi di Sion apposta per “giustificare” quei porgróm)…
L’idea di Grossman era di accomunare Stalin e Hitler proprio nell’antisemitismo e nel totalitarismo, dicendo che perfino il Comunismo, nato per la fratellanza, era giunto, bene o male, a sistemi simili a quelli del nazismo per quel che riguardava la repressione, il terrore diffuso e il culto dell’autorità…
La cosa sorprendente è notare come Grossman fosse convintissimo di aver scritto un capolavoro quasi “di stato”, del tutto adiacente e congruente con la destalinizzazione di Chruščëv, e ci rimase anche male quando invece Chruščëv, una volta letti i primi scampoli usciti sulla rivista Novyj mir nel ’60, non permise la pubblicazione [poco dopo, nel 1962, Dmitrij Šostakovič, Evgenij Evtušenko, Evgenij Mravinskij e Kirill Kondrašin ebbero gli stessi problemi con Chruščëv riguardo l’esecuzione della tredicesima sinfonia di Šostakovič, basata proprio sul massacro di Babij Jar, oltre che su diverse altre disfunzioni dello stalinismo]…
Vita e destino arrivò di contrabbando (attraverso il poeta Semën Lipkin) alla casa editrice L’Âge d’Homme di Losanna nel 1980, specializzata nella pubblicazione dei dissidenti sovietici, che ne pubblicò però una versione tagliata, acquistata in Italia dalla cattolica Jaca Book di Milano nel 1982 che la fece tradurre da Cristina Bongiorno.
Nel 1988, Gorbačëv permise la pubblicazione integrale del romanzo in URSS, con l’editore Kniznaja palata di Mosca, edizione russa che viene riproposta da L’Âge d’Homme nel 1992…
Solo nel 2008, Claudia Zonghetti traduce in italiano la versione integrale moscovita (i cui diritti per l’Europa sono ancora dell’Âge d’Homme) per la Adelphi di Milano…

La Torre ha la medesima idea di Grossman di buttare là tanti personaggi, più o meno imparentati tra loro (in Vita e destino quasi tutti hanno un rapporto di parentela, anche alla lontana, col protagonista chimico e con l’ufficiale carrista), e tanti capitoli quasi autoconclusivi (esattamente come quelli di Grossman), per costruire una sorta di rapsodia di situazioni ed eventi occorsi nella DDR, la Deutsche Demokratische Republik, in special modo in Sassonia e specificamente intorno a Dresda, tra la fine di dicembre del 1982 e il novembre del 1989…
Leoníd Bréžnev è morto da appena un mese e Júrij Andrópov è salutato come il grande successore, giovane e “progressista”, capace di garantire un futuro fantastico al socialismo… Andrópov sta al potere solo 2 anni, e governa praticamente da un letto di “paziente” a causa di una seria insufficienza renale (muore nell”84)… gli succede il vecchio (era nato nell”11) Konstantín Černénko, che dura un annetto (da febbraio ’84 a marzo ’85), morto anche lui subito (perfino Ronald Reagan, presidente USA dal 1981 al 1989, ironizzò su quest’andazzo di morte dei leader sovietici: «come faccio ad accordarmi coi russi se i loro presidenti continuano a morire?»; i presidenti della DDR importanti, invece, sono stati solo due: Walter Ulbrich, dal 1950 al 1971, ed Erich Honecker, dal ’71 all”89)…
solo dal 1985 arriva Gorbačëv…

Come molti lavori sulla DDR, Tellkamp si concentra molto sulla fine dell’esistenza della Repubblica Democratica Tedesca…

Il libretto per ragazzi Al di qua del muro di Vanna Vannuccini (Milano, Feltrinelli, 2009-2010) segue la stessa idea: illustrare un mondo alla fine…
Idem fa Oltre il muro di Berlino. Le ragioni della rivolta in Germania Est di Piero Bernocchi (Roma, Erre Emme, 1990)…

Uguale è, bene o male, anche il famosissimo Das Leben der Anderen di Florian Henckel von Donnersmarck (2006), che però ce la fa bene a far capire la vita “normale”, non solo quella di “fine periodo”…

Una prospettiva “retroattiva”, che indaga cioè la DDR quando è già finita per osservare come invece fu negli anni centrali, è in Stasiland di Anna Funder (London, Granta, 2003; tradotto da Bruno Amato per Feltrinelli come C’era una volta la DDR), che però è ben poco ficcante, anche se ce la fa a informarci di quanto nella DDR fosse impossibile denunciare gli stupri, dato che, per “fede”, i cittadini socialisti, tutti rispettosi delle donne al contrario dei biechi capitalisti, mai avrebbero potuto stuprare!…
Ugualmente retroattivo, ma di grande efficacia, è Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker (2003)…

Kleine Geschichte der DDR di Ulrich Mählert (München, Beck, 1998; tradotto da Andrea Gilardoni e Karin Birge Gilardoni-Buch per la Mimesis di Milano e Udine nel 2009 come DDR. Una storia breve. 1949-1989) è la classica malloppa storica, piena di date e nozioni sugli enormi problemi macropolitici della stessa esistenza della DDR, ed è una lettura fantastica ma non così liscia né scorrevole, e per capire quella che fu la “vita quotidiana” dice molto tra le righe…

Solito discorso per Goodbye DDR di Guido Knopp (München, Bertelsmann, 2005; tradotto da un non meglio identificato C. Kuehn per la Hobby & Work nel 2006)…

Bloc Life. Stories from the Lost World of Communism di Peter Molloy (London, BBC, 2009) deriva da un documentario televisivo (è stato tradotto per Bruno Mondadori di Milano nello stesso 2009, da Alessandro Storti, come La vita ai tempi del Comunismo. Interviste vent’anni dopo) ed è soltanto una sequela di vari aneddoti su tutti i paesi dell’Europa comunista, ma centra, per certi versi, lo scopo di illustrarci come si viveva. L’ottica occidentalista, però, è quella secondo cui «questi che vivevano al di là del muro erano dei poveri cretini: poveracci incolti e dementi che sopportavano l’insopportabile solo per miseria e scarso comprendonio socio-politico derivato dall’educazione propagandistica di regime»…

Un libro assolutamente interessante per comprendere la DDR quasi intimamente e psicologicamente è Vita quotidiana drammatica e balorda dietro l’ex muro di Berlino del giornalista Enzo Rava (Roma, Manifestolibri, 2004, ristampato con nuova veste grafica nel 2008)…
Rava lavorò, da Berlino, come corrispondente di una radio socialista che avrebbe dovuto trasmettere nei potenziali paesi libertario-comunisti dell’Africa, ma che Rava sapeva non trasmettere effettivamente a nessuno, e racconta dei drammi della semi-autarchia della DDR (c’era tutto, anche quello che era importato, ma, a livello di “morale statalista”, non si sarebbero dovuti consumare i prodotti importati: quando una sera Rava riceve, in albergo, ospiti dal Partito Comunista Italiano, offre loro un dessert con le fragole, importate: la mattina dopo ufficiali dello stato vanno a lamentarsi con lui perché ha abusato dell’ospitalità della DDR consumando beni importati che tanto costano al paese!), e dei drammi di avere a che fare con una classe dirigente che era plasmata sui pochi resistenti tedeschi al nazismo, resistenti che erano stati repressi, sfiancati, imprigionati e torturati e che non si fidavano di nessuno, temevano il delatore continuamente e *non potevano fidarsi del loro popolo*, perché era quel popolo che avevano visto colluso col nazismo, che avevano visto convinto dal nazismo e che avevano visto stancamente inerte all’abitudine alla barbarie razziale e politica del nazismo: un popolo che per pura inerzia accettava come lavoro retribuito l’impiego in un Lager, o in un fabbrica di saponi adiacente al Lager, senza alcuna coscienza… un popolo che quindi quelle spie antinaziste “imprigionarono” in uno stato che per debellare ogni anticchia di nazismo usò metodi del tutto uguali a quelli del nazismo: uno stato di spie per le quali la guerra non era mai finita, una guerra che si continuava a combattere ogni giorno contro un nemico fatto di quasi 20 milioni di persone (tutto il popolo della DDR)…

Mi manca ancora Deutschland 83 (2015), ma stralci di DDR li ho visti in Der Himmel über Berlin di Wim Wenders (1983), che però ha ben altri scopi rispetto a quelli di documentare la DDR…
Adatto, a livello di massa, a comprendere, in ambiente ormai di glasnost’, la DDR spionistica è quella madornale scemenza di Gotcha! di Jeff Kanew (1985), vergognosa americanata infantile che però, sotto sotto, tutti i disagi della DDR li faceva vedere, e a un pubblico giovane…
Recentemente ho visto stralci di DDR nel fiacco The Debt di John Madden (2010), che però ha al centro tutt’altre tematiche…

Leggerò con molta attenzione il recente Il consumatore realsocialista. Dispositivi, pratiche e immaginario del consumo di massa in DDR (1950-1989) di Marcello Anselmo (Firenze, Le Monnier/Milano, Mondadori Education, 2020)

Tellkamp arriva a illustrarci tutto quello che è davvero la vita quotidiana della DDR e ci rende palese di quanto la STASI non fosse un organismo semi-clandestino che operava nell’ombra, ma fosse qualcosa che, pur “nascosto” era palesissimo, considerato da tutti, “risaputo”… era risaputo

  • che non dovevi parlare di certe cose in pubblico, con certi toni o con certe tempistiche;
  • era risaputo che l’ometto all’angolo della strada, seduto sulla panchina, era lì per spiarti;
  • era risaputo che si doveva parlare di ogni cosa tranne che di politica, cercando di soprassedere sul fatto che politica, purtroppo, è tutto: lamentarsi che mancava lo zucchero era politica, perché era critica del governo, era sedizione: se ti lamentavi della mancanza di zucchero in piazza, magari il governo la mattina dopo si presentava e te ne chiedeva conto…
  • era risaputo che qualsiasi cosa facessi, anche la più innocente, era materia di ricatto, del tipo «hai fatto l’albero grande a Natale, considerandoti migliore degli altri? allora sei anti-socialista, allora se non acconsenti a fare più turni di notte ti denunciamo!»
  • ti vuoi fidanzare con la tua compagna di banco a 16 anni?
    ok…
    ma se quella compagna è della STASI? e ti corteggia apposta perché tu ti confidi con lei?
    un giorno le dici «certo, però, potremmo fare una vacanza a Londra», e lei lo va a dire al governo che ti imprigiona perché hai velleità d’espatrio nei paesi nemici del Socialismo!
  • ti va di leggere una biografia storica di Napoleone?
    no… è stampata nell’Occidente, e quindi ha all’interno messaggi subliminali anti-socialisti, quindi nulla…
    la “rubi” alla fiera del libro di Lipsia, in cui quella biografia è comunque esposta, perché nella DDR niente è formalmente proibito e la cultura “circola”, ma è esposta apposta per *non fartela comprare* e per mettere alla prova la tua volontà di bravo cittadino comunista: ma se la rubi e se ne accorgono ti ingabbiano…
  • vuoi studiare medicina?
    sì, forse…
    prima devi meritarti l’ammissione a qualsiasi università con ben 3 anni di servizio miliare obbligatorio, e non dove ti senti meglio te ma dove è “necessario per il bene del Socialismo” che tu vada, al termine dei quali poi si vedrà quale facoltà richiede maggiori iscritti…

In questo clima, La Torre ci dice anche di alcuni “tipi” che popolavano la Repubblica:

  • chi era convinto e riteneva tutte le restrizioni necessarie…
  • chi non era convinto, e cercava di sabotare ogni cosa, e quando l’arrestavano, ok, stava in galera disperandosi…
  • chi era metà e metà: chi sapeva che nel capitalismo occidentale non sarebbe mai riuscito a trovare lavoro, e quindi stava nella DDR ma ingoiava bocconi amari senza però agire mai come “anti-socialista”…
    queste ultime persone sono i protagonisti del romanzo, persone normali con tutti i loro difetti (quello puttaniere, quello adultero), che cercano di “divertirsi di nascosto”, di tirare avanti nelle ristrettezze ma riconoscevano che lo stato era quello, ed emigrare non se la sentivano, e sapevano anche che era inutile lamentarsi, perché tanto la vita era quella, funzionava così, era routine: perché incazzarsi…?
    Con il baratto e lo scambio di favori clandestino (l’ortolano che portava la lattuga in cambio del pezzo di ricambio del camion; il chirurgo che promette un medicinale razionato in cambio del favore del pasticcere per avere più zucchero), roba sottobanco ma all’ordine del giorno e tollerata dalla Repubblica in quanto costituente materiale per ricattare questo o quello (l’ortolano o il meccanico) per avere poi favori per quando è necessario allo stato («te meccanico che fai contrabbando, stai zitto e lavora gratis quando si guasta la macchina del segretario di stato» e roba così), si campava anche abbastanza bene, e si riuscivano a fare previsioni “stagionali” (in primavera sarebbe mancato quello, d’inverno quell’altro, e quindi si agiva di conseguenza) compatibili con una “vita normale”, forse anche “migliore” di quella che si poteva fare in Occidente (non dovevi cercarti una casa, per esempio: l’alloggio era garantito a tutti per legge; non dovevi cercarti un lavoro: la strutturazione degli impieghi era statale; per le strade non c’era “droga”; per qualsiasi cosa non c’era da passare attraverso rapporti “economici” tra curriculum, stipendio, concorsi ecc.)…
    anche perché *scappare* in Occidente era davvero difficile, e comportava conseguenze…
    chi era solo, vabbé, ma chi aveva parenti sapeva che scappando avrebbe compromesso la vita di tutti i suoi congiunti che, ritenuti complici della fuga, avrebbero avuto vita difficile: non avrebbero potuto lavorare, non avrebbero potuto istruirsi, e non avrebbero potuto lamentarsi perché, formalmente, niente era “vietato”, anche se era impossibile farlo: sarebbero finiti quasi a chiedere elemosine, ospiti di amici…
    perciò non si poteva scappare, né lamentarsi, non c’era che “vivacchiare”, in una routine bizzarra, quasi fuori dal tempo, fatta di un *eterno presente* di piccole cose…
  • chi era un privilegiato:
    anche a costoro, Tellkamp dedica molto spazio, palesando come la Nomenklatura della classe dirigente della DDR fosse esattamente come un’aristocrazia
    erano come nobili, il cui sangue blu era costituito dall’essere stati perseguitati dai nazisti, essere riusciti a venire in contatto con i sovietici alla fine della WW2… i più anziani di loro, trattati come leggende viventi, avevano avuto a che fare col nazismo nascente, insieme magari ai grossi (tipo Rosa Luxenburg o Karl Liebknecht) negli anni 1916-1923, ed erano scappati in Russia già prima che morisse Lenin (che è morto nel ’24)… di “sangue blu” erano anche coloro che per chissà quale ragione, anche dopo il 1945, erano stati educati in Russia, magari sotto Stalin, o anche sotto Chruščëv…
    A questa aristocrazia era concesso tutto:
    loro avevano accesso a tutto ciò che veniva dall’Occidente, poiché loro, i nobili, sapevano riconoscere i messaggi subliminali antisocialisti, da cui erano immuni…
    avevano accesso a tutte le cure, a tutti i farmaci, a tutti i generi alimentari che a loro arrivavano con un contrabbando di stato garantito dai servizi segreti, perché loro “se le meritavano le comodità”, non erano basso popolino bastardo capace di tradire il Socialismo da un momento all’altro, loro no: loro erano l’àncora di salvezza del Socialismo, per cui a loro toccava tutto: elettricità, viveri, cultura, lusso, tutta roba che per il popolino voleva dire blasfemia anti-comunista ma che per i nobili erano necessità, perché loro, ancora con Orwell, erano «più uguali di altri», erano i «garanti dello stato» e *meritavano* di avere ogni cosa proprio per far funzionare meglio il Socialismo…
    …e la nobiltà era ereditaria… e tangente
    i figli e i nipoti dei nobili potevano studiare dove volevano, leggere cosa volevano, senza obbligo di stare nell’esercito, o, se proprio volevano dare il buon esempio, avevano una leva militare edulcorata (non ufficialmente, ovvio, ma in pratica eccome se era edulcorata!)…
    e se un figlio diventava troppo sfacciato, troppo “dissidente”, allora i nobili o lo tenevano chiuso in casa come un pazzoide o non avevano nulla in contrario a farne un capro espiatorio esemplare per tutti, punito onde dimostrare che i nobili non erano al di sopra della legge…
    e come era per i figli e i nipoti era anche per le mogli e le amanti: amanti che avevano posti di lavoro assicurati e nessuna “censura”…
    Una Nomenklatura identica a una corte dell’Assolutismo, con una repubblica socialista identica a uno stato di Ancien Régime, che si compiace anche di sfoggiare un certo lusso “regale” (Tellkamp tace sulla costruzione eminentemente modernista, nel 1981, del Neues Gewandhaus a Lipsia, la sala da concerto che fu l’unico edificio “nuovo” costruito dalla DDR a non avere finalità governative, ma indaga bene sulla volontà di ricostruire la Semperoper di Dresda nel 1985, con dispendio di stucchi, ori, lapislazzuli e argenti degni di un palazzo principesco esattamente come erano quelli della seconda ricostruzione del 1878 [la prima Semperoper fu costruita da Gottfried Semper nel 1841 e da lui stesso impreziosita nel restauro dell”878, vedi anche Alpensinfonie]: una ricostruzione che compiaceva un gusto del tutto nobiliare e alto-borghese che, sulla carta, il Socialismo avrebbe dovuto schifare)…

Tellkamp ci dice che già dall”80 il Socialismo, dopo una 50ina d’anni, era alla frutta poiché non riusciva in alcun modo a smarcarsi davvero dal Capitalismo, nonostante tutti i tentativi possibili…
Le risorse delle materie prime si continuavano a contrattare con una certa sinergia con il resto del mondo, cosa che rendeva le ristrettezze pratico-ideologiche sussistenti solo per la gente comune proprio quando non lo erano per lo stato: licenze di microchip o sistemi tecnologici arrivavano nell’Est con un contrabbando che rendeva l’economia socialista solo una sorta di “capitalismo blando” a uso e consumo proprio di una Nomenklatura ristretta (rivedi White Nights sul grigiore dell’èra di Bréžnev, 1964-1982), ben consapevole che le materie prime, soprattutto minerarie, della Germania dell’Est (oggi il territorio della DDR appartiene a 5 Länder tedeschi: Turingia, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore) erano poche e per l’estrazione richiedevano sia un grado di inquinamento ai limiti del proibitivo sia un costo molto superiore a quello che poi, con l’economia di “capitalismo blando”, si “guadagnava” vendendole…
La cosa comportava disagi immensi, specie negli ultimi anni, tra tram che smettevano di funzionare ed elettricità che spariva, lasciando ospedali al freddo, provocando improvvisi blackout e strade gelate causate dalla mancanza degli impianti di riscaldamento dell’acqua nelle tubature che, col ghiaccio, si spaccavano…

Tellkamp ci dice tutto questo seguendo soprattutto

  • Christian Hoffmann, 16enne, che vuole studiare medicina e ha appreso la cultura dallo zio editore, e il “vivacchiamento” dal padre chirurgo…
    già alla fine delle superiori esprime opinioni poco socialiste che lo rendono poco “gradito”…
    si innamora di un paio di sue compagne di classe: la bellissima ma svampita, che però lo schifa quando lei decide di “fare la dissidente”, e la meno bella ma più interessante, che però non sa se amare davvero perché ella potrebbe essere della STASI…
    i suoi comportamenti bislacchi (è uno che si fa i film mentali sull’essere Sinbad) e le sue opinioni dette troppo apertamente in classe lo fanno passare per un servizio militare molto duro che lui vive malissimo: una volta si fa beccare a leggere la biografia di un marinaio che ebbe simpatie per il nazismo (cosa che gli procura una condanna ai lavori forzati in una miniera prima e in una ditta di gagliardetti dopo), poi, durante un’esercitazione in cui perde la vita un suo commilitone (una sorta di “soldato palla di lardo”, deriso da tutti, che si diceva volesse spifferare i segreti degli ufficiali ubriaconi del suo reparto onde ottenere il trasferimento in un contingente più “comodo”: l’esercitazione, quindi, poteva essere fatta apposta per ucciderlo), si mette a sbraitare contro la DDR, cosa che lo rende passibile di una nuova condanna che gli fa prolungare la leva militare moltissimo…
    finisce a far parte dell’esercito che reprime le dimostrazioni dell”89, alle quali partecipa pure sua madre, intanto diventata anche lei fervente dissidente proprio a causa della disillusione avuta in conseguenza del pagamento “in natura” degli avvocati che hanno garantito a Christian delle pene non così durature…
  • Richard Hoffmann, il padre di Christian…
    Un chirurgone che spera di vivacchiare e spera di aver insegnato ai figli (Christian ha un fratello e una sorella) a dissimulare il dissenso, ma ha un’amante e con lei un’altra famiglia: la STASI lo sa e lo ricatta sempre, ma lui si autoinganna che è meglio vivere così che fare altro…
    è un tombeur de femme e finisce per scoparsi non solo la sua amante abituale (che alla fine lo lascia) ma anche la vicina di casa dell’amante (che è una pescivendola che per hobby dipinge quadri antisocialisti) e la ragazzina meno bella ma interessante amata da Christian, conosciuta a una festa di compleanno del figlio e sedotta quando lei va a studiare medicina…
    Nel 1968 ebbe problemi col governo perché simpatizzò per la Primavera di Praga di Dubček (quella dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, vedi Libri e librini) e, non si sa come, “tradì” diversi compagni… [Dresda e Praga non distano tra loro neanche 150 km]
  • Meno Rohde, fratello della moglie di Richard, quindi zio di Christian…
    figlio di una di quelle che sarebbe nobile, superspia sovietica durante il nazismo, amica dei migliori compagni di Lenin…
    Meno è nato a Mosca, e quindi avrebbe tutte le carte in regola, ma nel ’68 anche lui ebbe problemi con la Primavera di Praga, cosa che lo fa essere un semplice redattore di una grossa casa editrice, quasi quella “ufficiale” dello Stato, senza accesso ad alcuna comodità nobiliare della Nomenklatura, che lui però intravede quando tratta con i suoi autori, che sono solo membri della nobiltà
    Rohde vede e descrive nel suo diario, al centro di molti dei 72 capitoli, tutti i lussi dei suoi autori…
    Ha una sbandata per una giovane intellettuale (Judith Schevola) di cui sta editando il romanzo, ma il romanzo è giudicato dissidente e all’intellettuale viene proibito di scrivere (finisce a lavorare in una distilleria, ubriacona, prima di creare la cellula dissidente di cui farà parte la sorella di Rohde, la mamma di Christian e moglie di Richard): Rohde rimane solo a documentare le follie dei nobili
    Il suo diario osserva l’atteggiamento aristocratico dei suoi autori: gente che vive nel passato, immersa nel lusso a loro garantito per “lignaggio sovietico”, che però ha una certa nostalgia per come andavano le cose “prima”: un “prima” che più che “prima del nazismo” è proprio “prima quando c’era il nazismo”! È gente quindi Socialista, della Nomenklatura, della nobiltà comunista, che ha però nostalgia del passato nazista, di cui rimpiange la grandezza lussuosa, la tedescaggine pura, la teutonicità solerte, quasi pensando che il nazismo sarebbe stato tutto sommato “buono” se non avesse avuto i problemi suprematisti e razziali!
    Una nostalgia del passato che comunque andava a nozze con la *cristallizzazione fuori dal tempo*, con l’*eterno presente della routine delle piccole cose* presentata dalla filosofia della DDR…
  • e tutta una serie di personaggi ai detti connessi, tra parenti e amici, che si muovono nella valle dell’Elba, in appartamenti costruiti nelle villone che furono davvero costruite dai nobiloni dell”800…
    e la descrizione dell’Elba e di queste abitazioni, nonché del loro arredamento bislacco, occupa pagine e pagine anche “poetiche”: sono quasi di più le descrizioni di ambienti e case che i fatti di questo libro…
    descrizioni “poetiche” perché Tellkamp (almeno così appare dalla traduzione) è di quelli che si compiacciono del linguaggio, è di quelli che dicono «le anse dell’Elba si frastagliavano come squame di salmone nell’argenteo riflesso di una notte striata dal cremisi di un fioco lampione ormai logoro come un panno di crine dismesso», che si tuffano in panegirici di metafore in capoversi infiniti, il cui intreccio di subordinate si intrica con compiacimento, in una selva di sottotesti perfino rispondenti al fonico, al suono delle parole (cosa che la tradizione ha cercato in tutti i modi di recuperare)…

Nel compiacimento della poesia, Tellkamp, pur offrendoci un quadro quotidiano assai particolareggiato, ha quella che è una *croce e delizia* delle narrazioni a ferrea focalizzazione puntata sui personaggi: tratta la DDR NON come qualcosa da comunicare a chi non c’è stato, mediante un lavoro di “spiegazione” o di “mediazione”, ma la tratta come se tutti i lettori avessero vissuto nella DDR insieme ai personaggi, e quindi lascia molto del vissuto nel contesto “indicibile” dell’ovvio…

Cerco di spiegarmi…
Dell’argomento si è già parlato un po’ nel Cliente di Farhadi, e la *croce e delizia* di Tellkamp è evidentissima in molti film di Hayao Miyazaki, penso soprattutto a Howl, del cui “mondo”, del suo ordinamento, della classe nobiliare, di come sono fatte le città, noi pubblico non sappiamo un bene amato nulla, perché Miyazaki inizia in medias res, senza accennarti a niente del “passato” del suo mondo, un mondo che si presenta così com’è davanti a noi senza alcuna genealogia, e pertanto, di quel mondo, noi non conosciamo l’enciclopedia, cioè non conosciamo la somma dei saperi di quel mondo che invece i personaggi del film sanno benissimo e quindi si comportano in modi che a noi, privi del loro sapere, appaiono assurdi…
Questa *croce e delizia* la usiamo inconsciamente tutti noi senza renderci conto di quanto *omettiamo* nelle nostre narrazioni…
l’esempio classico, desunto da Umberto Eco, è la menzione dei cavalli quando si parla di carrozze in romanzi ottocenteschi: molto spesso quei romanzi dicono «arrivammo alla carrozza e partimmo… dopo un po’ ci fermammo a far riposare i cavalli»… per una cultura nella cui enciclopedia rientra la nozione di «carrozza tirata da cavalli» questa sentenza è comprensibile, ma per altre culture, che non sanno cosa sia una «carrozza tirata da cavalli», alla lettura della sentenza consegue un certo smarrimento, perché in nessuna parte della sentenza si spiega che i cavalli si riposano perché hanno trainato la carrozza, e c’è smarrimento anche perché i cavalli spuntano dal nulla, non sono menzionati a inizio sentenza, non si dice «arrivammo alla carrozza e ai cavalli che la trainano»…
Tutto questo è *croce e delizia* nel senso che è *delizia* in quanto è assai affascinante immergersi in un mondo altro tutto da scoprire e viverlo insieme ai personaggi… ma è un po’ *croce* perché di certi snodi ci sta che tu lettore non ci capisca proprio nulla!

Turnicando tra le anse dell’Elba e nella bellezza dei quartieri alti dresdiani, Tellkamp viaggia con i personaggi nei problemi quotidiani degli abitanti della DDR,

  • illustra su quanto fosse convenuto, da Dresda, andare a fare la spesa a Praga, incorrendo in controlli “minimi”, essendo la Cecoslovacchia un paese dello stesso blocco socialista…
  • dice di quanto molte comodità in ogni caso ci fossero: a livello di musica cólta, per esempio, la DDR permetteva spesso tour di artisti occidentali, faceva dischi e registrazioni (vedi anche qui), spesso d’avanguardia tecnico-audiofila, o edizioni musicali sopraffine, con etichette discografiche e case editrici di stato (le VEB, le Volkseigener Betrieb, le aziende di stato, come l’etichetta Eterna e la casa editrice Breitkopf & Härtel, settecentesca, che continuò a stampare come VEB durante tutto il periodo 1948-1989, esportando anche bene in occidente!)…
    anche a livello meramente industriale, certi settori conservarono una loro eccellenza: la Zeiss, per esempio, era una VEB nel 1975 quando Kubrick la contatta per le lenti di Barry Lyndon, e come azienda ha fatto per tutto il periodo della DDR seri contratti con aziende occidentali!
    a livello culturale, diciamo museale, robe come le Gemäldegalerien di Dresda o Berlino, il Pergamonmuseum a Berlino (o, in URSS, l’Érmitaž, la Galleria Tretjakov, o Jásnaja Poljána, o il Museo Čajkovskij, solo per dire roba che conosco) rimasero attivissimi anche durante 1948-1989…
  • si sofferma su quanto fosse complessa la burocrazia, con le code di ore e ore negli uffici pubblici…
  • dice di quanto ci fosse un capillare diritto alle vacanze molto sostanzioso, con molte rinomate mète di villeggiatura sia estiva sia invernale…
  • di quanto fosse diffuso, specie negli ultimi anni, il nudismo…

ma certi snodi, soprattutto quelli di natura personale, o di funzionamento dell’educazione, o tutti gli innuendo a sperimentazioni strambe (soprattutto chimiche) fatte per chissà quali interessi di stato, beh, rimangono aerei, si acchiappano poco: i rapporti interpersonali tra i ragazzi 16enni, soprattutto, rimangono sfocati, tutti da decifrare…
…e rimane aereo il passato, come in Miyazaki: cosa avvenne nel 1968 ai protagonisti, o come si originarono certe relazioni (tra i genitori di Christian, per esempio), rimane nel dubbio e nella supposizione…

e questo sistema, pur lasciando il lettore in uno stato quasi di frustrazione, illumina bene quello che la DDR fu proprio a livello inconscio: il *non sapere*, il *non detto*, il dubbio di ciò che è stato facevano tutti parte dell’eterno presente, che idealizzava il passato solo perché faceva parte di una continuità con l'”oggi”…
…un presente di dubbio e di incertezza, di domande senza risposta, che alimentava un sentimento “orante” e “religioso”, fatalista, della conduzione della vita…

Rispetto a Vita e destino, però, Tellkamp non riesce a trovare la quadra…

Se Grossman, parafrasando Tolstój, affermava di un idealissimo connubio tra occidente e oriente, con una comunicazione atroce (perché cementificata sul, secondo Grossman, terribile connubio crudele tra hitlerismo e stalinismo) ma possibile e auspicabile se riferita alle arti e alla scienza, Tellkamp illustra il disfacimento della bolla di presente della DDR con un senso quasi wagneriano di inutile sfacelo schopenhaueriano…

Se Goodbye, Lenin finisce sognando una DDR aperta in un Comunismo di pura libertà capace di instillarsi, a livello quasi “morale”, nel corrotto occidente finendo quasi per “migliorarlo”, Tellkamp sembra affermare, come Grossman ma alla fin fine sorpassando Grossman, che il Comunismo della DDR era di per sé assurdo fatto spionistico, assurdo privilegio di alcuni su altri, ennesimo modo di costrizione e dominio dell’uomo sull’uomo, del tutto identico sia al nazismo sia al più pazzoide capitalismo: un vero errore della Storia, quasi più del nazismo (un nazismo che continua a vivere, nelle ansie del ricordo della grandezza di Dresda, in molti appartenenti alla Nomenklatura aristocratica della DDR)…

E questa perorazione si legge tra le righe di 72 capitoli dispersivi, che macinano pagine senza dire niente, giocando, quasi in modo barocco, con tante parole, capaci di costruire “carta su carta” senza, però, dire davvero niente…
Una prosa che sicuramente esprime in modo perfetto il girare a vuoto della DDR e la sua bolla di presente immobile, inconcludente come le pompose metafore del romanzo, ma che al lettore, alla fine, lascia quasi un senso di “tempo perso”, soprattutto nella parte finale…

Perciò, come critica al Comunismo ho preferito di gran lunga Proletkult di Wu Ming, anch’esso passibile di giri a vuoto, ma molto più coerente e propositivo nel “giudizio” sulle devianze del marxismo…

…perché *devianze* rispetto a una “via”, la DDR e l’URSS lo furono eccome…
…e la Animal Farm di Orwell esprime proprio il rammarico di quelle devianze già nel 1945…

Tellkamp, nella sua ansia iconoclasta riversa su un intero periodo, non afferma mai, come invece fanno Goobye, Lenin e Proletkult (e, naturalmente, io a questo punto tiro sempre fuori Reds di Warren Beatty), la tragedia del tradimento, in senso aristocratico e doxastico, di un’idea, quella comunista, che aristocratico e doxastico non era affatto…

La torre non ha, per esempio, un personaggio che davvero abbia la nostalgia del *comunismo come doveva essere*…

Perfino Angels in America di Tony Kushner (cito dal magnifico filmone di 4 puntate che ne ha tratto Mike Nichols nel 2004) finisce con un cenno alla *grandezza* del pensiero di Gorbačëv, unico capace di instillare quell’anticchia di “apertura libertaria” sognata da Goodbye, Lenin

Tellkamp relega Gorbačëv quasi in un Intermundia lontano, che i personaggi della Torre non apprezzano…

Quel Gorbačëv che non poteva sopportare la corruzione del Comunismo e mandò tutto a carte quarantotto nella speranza che il Comunismo potesse davvero risolversi ideologicamente come in Goodbye, Lenin, in un paese di libertà più umana che economica e più “voluta” invece che imposta (un idealismo che somiglia alla tanto vituperata “socialdemocrazia”)…

Quel Gorbačëv in La torre non c’è…

Non c’è neanche il Gorbačëv teorizzato dai sovranisti, quello che, nel mito sovranista, si fece pagare dagli americani per svendere loro a basso costo tutte le splendide aziende sovietiche, aprendo la strada alla eguale corruzione, stavolta mafioso-capitalista, di El’cyn e Putin…

Gorbačëv nella Torre non c’è forse per dimostrare ancora una volta di come il Comunismo fu una tara nichilista, un nichilismo che si dimostra in un finale della Torre in cui non arriva neanche il trionfo del capitalismo, e neanche arriva la felicità della caduta del muro, nulla: la bolla di presente della DDR, per Tellkamp, cade producendo una eguale bolla di nulla di fatto: sia nella DDR sia nella sua fine, Tellkamp indugia nei suoi vuoti gargarismi letterari di metafore stupefacenti quanto dottamente vuote, alla Giambattista Marino, ancora retaggio di un Ancien Régime di letteratura, esprimente più che altro un vuoto, vuoto alla base sia della DDR sia della sua fine…

Un nichilismo di fondo che fa disperare, ma almeno non ha quella idea, alla Molloy, comune a molti commentatori destrorsi di oggi, quelli che dicono quanto, semplicisticamente, il capitalismo sia meglio del comunismo, e che gli abitanti dei paesi comunisti erano scemi a lasciarsi andare a una routine senza tempo…
…una posizione sulla quale oggi si fa fatica a non ridere, poiché il capitalismo, col Covid globale, coi migranti, col lavoro che non c’è, e con i lavoratori “liberi” pronti ad accettare lo schiavismo, assuefatti al fatto che niente possa cambiare, che il mondo è così e non ce n’è uno migliore, finendo per vivere appunto fuori dal tempo, non è ugualmente un incantesimo, una ennesima bolla di presente?
[vedi le fumisterie in proposito in Anna di Ammaniti, in M di Scurati e anche alla fine di Idí i smotrí]

Un nichilismo sì più nutriente di tali sciocchezze liberiste, ma ugualmente cinico, annientante, senza neanche quella “scintilla” di “vitalismo” che hanno altri cinici (vedi, per esempio, il Dick Lester di Juggernaut, o le struggenze di Heathers di Michael Lehmann)…
un nichilismo inconcluso, fatuo e impalpabile, “inutile”, che rende le 1300 pagine di La torre appunto uno sforzo di pura anti-celebrazione, appunto, dell’inutile…

La lettura della Torre di Tellkamp è stata sfiancante, noiosissima, estremamente faticosa, dolorosa e addormentante, così come è stata la lettura di Vita e destino

…ma credo che saranno libri su cui rimuginerò moltissimo: ci ragionerò sopra per mesi e forse anni; li citerò e rammenterò in moltissime occasioni, e proprio perché non sono *d’accordo* con questi libri, proprio perché non sono libri risolti, né perfetti, ma nella loro “imperfezione” e nel loro impillaccherato girare a vuoto, nella loro fatica di esserci, traducono benissimo la complessità del mondo, fanno imparare un sacco di Storia, di umanità e di tragedia, fanno riflettere, pensare, sforzarsi di capire, o arrendersi all’impossibilità di capire là dove “capire non si può”: tutte cose che è bene fare, ogni tanto…

…anche se tutto questo deriva da atroce noia o da ideologismi poco condivisi…

3 risposte a "«La Torre» di Uwe Tellkamp"

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  1. Grandioso e infinito articolo come tuo solito!
    La Torre mi ispira un sacco, anche se i refusi della versione che hai letto tu mi spaventano non poco: già è mattone, poi salto pure le spiegazioni 😂 (perché so già che non vado a fine capitolo a guardare cosa sono )

    1. Ma vedrai adesso in libreria c’è solo la versione nuova della Nave di Teseo: vedrai troverai le note normalmente a piè di pagina! dicono abbiano anche aggiunto un albero genealogico dei personaggi, ma non ho ancora verificato…

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