Il Beethoven di Eduardo Strausser e Jan Lisiecki con l’Orchestra della Toscana

Nei numeri 7 e 40 di Symphonies si accennava alle edizioni filologiche di Jonathan Del Mar, che resero Beethoven figlio di Mozart più che padre di Wagner… un Beethoven forte di grossi contrasti tra il piano e il forte più che di contemplazione sentimentale o di sacralità introspettiva…

Il programma dell’Orchestra della Toscana, al Teatro Verdi di Firenze, con il giovane Eduardo Strausser (magrissimo grissino di ragazzo, dal piglio quasi “maledettista”, che nelle foto di promozione si è fatto ritrarre quasi come il celebre autoritratto da Uomo disperato di Gustave Courbet), è stato tutto beethoveniano: l’ouverture Coriolano, il concerto per pianoforte n. 3 (con Jan Lisiecki, una star del pianismo odierno), la sinfonia n. 7 (numero 5 di Symphonies)…
perciò la questione se adottare il Beethoven “nuovo” di Del Mar o quello “tradizionale” sacrale si è imposta per forza, anche perché Coriolano è una di quelle ouverture che più cambiano se fatte “alla Del Mar” o “alla tradizionale”…

Una delle letture più diffuse di Coriolano è quella di Georg Solti con i Wiener Philharmoniker del 1974: Solti la urlò quasi tutta in fortissimo, con cipiglio particolarmente arrabbiato, cosa che dava al secondo tema elegiaco una forza tutta particolare: sembrava quasi più un pianto durante la rabbia che una nostalgia… la cosa non era affatto negativa…
Non granché differente l’approccio di un’altra reperibilissima (su YouTube) versione, quella di Carlos Kleiber con la Bayerisches Staatsorchester, ripresa dalle telecamere di Horant H. Hohlfeld il 21 ottobre 1996 alla Herkulessaal del Residenz di Monaco di Baviera: Kleiber è più bravo di Solti nel differenziare il tono del tema iniziale incazzoso da quello del secondo tema elegiaco, ma la complessiva sensazione di “forza bruta” permea anche la sua interpretazione…
Invece, Christian Thielemann con i Wiener Philharmoniker (ripresi nella celebre Sala d’Oro del Musikverein di Vienna, quella del Concerto di Capodanno, dal regista Brian Large nel dicembre del 2008), va in una direzione completamente opposta, facendo un Coriolano quasi mai furente ma solo disperato che, in accordo con le idee di Del Mar, gioca sul contrasto forte/piano e anche, e soprattutto, sulla giustapposizione tra lento e veloce… Rispetto alle letture “canoniche” precedenti, l’impatto della versione di Thielemann (presa a metonimia di tutto un filone, portato avanti, per esempio, anche da Harnoncourt e Chailly) è sorprendente e scioccante: il secondo tema elegiaco diventa sussurrato e quasi arresta l’energia dell’ouverture, con esiti suggestivi, ma di certo spiazzanti (si ha la sensazione che Thielemann non abbia granché capito il pezzo)…

Ero molto curioso di constatare dove un giovane come Strausser si instradasse, se nelle idee post-Del Mar di Thielemann o nella sicurezza di Solti o Kleiber…

Senz’altro, l’idea interpretativa più vicina a quanto ha fatto Strausser è quella di Kleiber: il tema elegiaco si distanzia sì dal resto (in qualche modo si incornicia tra sé) ma fa comunque parte della complessiva nota furente dell’intero pezzo… Non ci sono eccessivi contrasti tra piano/forte e lento/veloce, ma l’esigenza post-Del Mar di ricrearli, per ottemperare alle evidenze filologiche, sbocca in una meravigliosa gestione delle dinamiche: Strausser sembra conoscere Thielemann e cerca di somatizzarlo senza cadere nell’impasse dell’esagerazione (quella che ci fa dire «non ha capito il pezzo») generando uno stupefacente gioco di forcelle, di varietas delle intensità, di diverse “intenzioni” applicate ai più piccoli dettagli del pezzo…
Una gioia sopraffina!

Nel terzo concerto per pianoforte, Jan Lisiecki ha reso alla perfezione quel mix tra l’eloquio classico mozartiano e l’organizzazione tematica cellulare “semantica” (che apre al Beethoven successivo), grazie a un ottimo accordo con Strausser e l’orchestra…

Nella Settima, Strausser ha optato per un’idea di suoni boschivi: i corni sembravano corni da caccia, tellurici e quasi “barbarici” (sembravano fare particolari portamenti “strusciosi” nelle celebri perorazioni del Vivace), che creavano un andamento quasi da «caccia alla volpe»…
Le squillanze del Vivace erano quasi identiche a quelle che Rafael Kubelík ha registrato in studio (colpevolmente senza ritornelli) con i Wiener Philharmoniker nel 1974, ma anche nella sinfonia (per fortuna completa di ritornello) Strausser ha optato per la sua poesia di dinamiche, per il suo dettaglio studiato, per il suo seguire tutte le volute musicali con attenzione ed espressione che ci aveva fatto sentire nell’ouverture…
Ne è venuta fuori una Settima felice ma non scanzonata, gioiosa ma riflessiva di introspezione, simile, spesso, a quella che Seiji Ozawa ha registrato con la Saito Kinen (1993), e tutto sommato coerente con l’immagine del Beethoven felice illuminista perorata da Giuseppe Sinopoli (la cui Settima, con la Staatskapelle Dresden, è disponibile in uno strambo video di performance e documentario girato da Barrie Gavin nel 1998, in cui Sinopoli accosta l’ottimismo della sinfonia di Beethoven con i geroglifici dei templi egizi dell’apice della potenza faraonica [!?] e permette di riprendere l’orchestra con sovrimpressioni caleidoscopiche, realizzate dall’incipiente tecnologia digitale [l’autore ne fu Pat Gavin, non mi ricordo se il figlio o il fratello di Barrie], fatte di lucine varie che si muovono a tempo di musica: un qualcosa che si intuisce voler essere geniale ma è passibile invece di parecchio ridicolo involontario), ma molto più intenta al dialogo tra le sezioni orchestrali e molto più concentrata nel creare nessi semantici non solo tra le frasi musicali ma anche tra le diverse intensità e le diverse intenzioni espressive dell’interpretazione… una Settima quindi perfettamente filologica nello “spirito” beethoveniano perché basata certamente su precise intenzioni classiche, di geometrie ritmiche implacabili, ma anche fantasticamente aperta alle imprevedibilità “personalistiche” e mentali (evocate dalle più diverse dinamiche) del Romanticismo…
Uno spettacolo di gran lunga migliore del Beethoven, squadrato e schematico, che Zubin Mehta ha sempre proposto a Firenze!

L’Orchestra della Toscana, grazie alla gestione del suo direttore musicale Daniele Rustioni, è riuscita a seguire Strausser con una formidabile precisione e un’aderenza alle sue intenzioni dinamiche fenomenale!

Per capire quanto la Settima sia complessa guardate il grande André Previn che la insegna agli studenti della Leicestershire Schools Symphony Orchestra:

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