Licorice Pizza

Ho detto e ripetuto che io non sono un grande fan di PT Anderson, e che il suo film da me preferito è Punch-Drunk Love, che però non piace a nessuno…

Licorice Pizza, però, non mi ha lasciato per niente indifferente proprio perché riprende Punch-Drunk Love

Licorice Pizza è un Orange Road filmico degli anni ’70: un nuovo American Graffiti (10 anni dopo: sono evidenti i calchi visivi da Lucas e Wexler nella slurpante gestione dei colori bruciati), con una colonna sonora strepitosissima e un sistema di rappresentazione delle emozioni sentimentali che è folgorante, da applausi, da felicità estrema!

L’amore, con tutte le sue schermaglie, si dipana davanti a noi con una serie di flessuosissimi, fluttuantissimi e leggerissimi pieni sequenza, che turnicano veloci e armoniosi, davvero come carezze, intorno a personaggi brillanti della luce bruciata e cromata tutta seventies

La macchina da presa proprio vola, come una nuvola spinta da un forte vento, intorno agli attori, e sottolinea tutti gli stati d’animo, tutti gli sguardi, tutti i sospiri, i sottotesti, i non detti, tutte le prurigini, le voglie, gli ormoni: una macchina da presa iridescente di passionalità adolescenziale, ma anche estremamente artistica, controllata, precisa: quello di Anderson è uno sguardo adulto che riflette e osserva molto bene i giovani, ma con tanta consapevolezza grammaticale…
per capirsi: non è Moccia, che adagia la sua scrittura sulla sciatteria gergale dei bimbi analfabeti: è più Salinger che usa il gergo in superficie, ma sotto sotto descrive appunto emozioni e intelletti con sapienza, orchestrandoli, esaltandoli: è quasi come Gadda!

Inquadrando così, Anderson è davvero un narratore implacabile, sopraffino, dell’amore, perché lo comunica tutto senza rinunciare alla chiarezza.
Non è come, che ne so, Kechiche, che ha magari una eguale (se non superiore) forza emotiva, ma che si nasconde, che rifugge nel documento, negando la diegesi… Anderson è felice di narrarle quelle emozioni, e quindi di organizzarle in immagini esatte, giuste per essere comprese, e giuste proprio per far comprendere l’emozione!

È un cinema che io adoro, perché mi ricorda la capacità di sintesi tra musica e diegesi dell’opera, di Donizetti, di Verdi, di Puccini, di Strauss, di Janáček, quando questi riescono a seguire la grammatica delle emozioni traducendola in una uguale grammatica musicale (quando, per esempio, quartetti, arie e duetti filano perfetti sia in musica sia in trama)… allo stesso modo, e nella stessa maniera musicale (non ci sono Verdi e Puccini ma ci sono Doors e Bowie [e anche una stupenda musica originale di Jonny Greenwood], e va bene lo stesso: il sistema è ancora quello di Lucas di American Graffiti, uno dei primi, se non il primo, film giovanilistico che usò musica di repertorio in soundtrack, con l’eccezione del Sorpasso di Risi, del Graduate di Nichols e dei musicarelli italiani, vedi anche 38 momenti), Anderson fa coincidere grammatica delle emozioni e grammatica filmica alla perfezione!

E siccome non è Moccia, dal suo lavoro non viene fuori la cacchiata cacofonica dei long take alla ‘ndocojocojo di Chazelle (vedi La La Land), quei long take che sono un tutto disequilibrato di parti fotografate male, ma sorte fuori una poesia del movimento di macchina, una perfezione del frame by frame, che usa qualsiasi cosa per comunicare il tutto… dettagli, primissimi piani, immagini di immagini, un florilegio mastodontico di specchi, luci, colori, occhi, mani, acqua, lampioni, fuoco, buio: tutto quanto è davanti a noi a contribuire al movimento di macchina, ed è parte integrante del movimento di macchina, e un movimento di macchina per giunta veloce, come se Anderson fosse un Dreyer (o, rimanendo all’oggi, un Pawlikowski) aggiornato al dinamismo della danza (che comunque Pawlikowski già aveva raggiunto in Cold War e My Summer of Love, ma senza la componente fortemente diegetica di Anderson) 

Questo ben di dio è al servizio di una trama che però ha alti e bassi…

La denuncia giovanilistica della noia e della vacuità della vita dei lavoretti funziona, ma la voglia di fare atmosfera risulta in una tramortente ridondanza…

Capiamoci…
certi elementi come:

  • la ricostruzione d’epoca,
  • l’espressione della noia urbana (più che degrado urbano),
  • il senso di strazio dell’amministrazione Nixon (che si sciorina proprio nel dramma del quotidiano della crisi petrolifera: e atroce il tempismo di fare uscire il film proprio adesso, per riflettere su Putin che ci tiene sulla graticola col gas),
  • la tristezza dell’assurdità esistenziale drogata (fantastico l’episodio di Bradley Cooper, a fare un accuratissimo Jon Peters, il pazzoide che produsse il Batman di Burton e che per un po’ fu perfino presidente della Sony Pictures, e la portò quasi al fallimento completo, poiché era rimasto il solito drogato e psicotico: io un po’ ne ho parlato nella serie su Burton, ma la sua vita è ben raccontata in Hit And Run: How Jon Peters and Peter Guber Took Sony for a Ride in Hollywood di Nancy Griffin e Kim Masters, New York, Simon & Schuster, 1996 – Anderson prende un personaggio esistito e ne fa emblema di un’epoca, stavolta in un singolo episodio, ma lo aveva fatto in un intero film con The Master, liberamente ispirato a L. Ron Hubbard),
  • lo sconforto del perbenismo squalificante (la famiglia di Alana, le spie antigay contrarie al candidato sindaco)
  • e la pesantezza del vuoto d’esistenza (tutti i lavori di Alana e Gary vanno a ramengo, segno che il mito tutto americano della libera impresa facile produce in realtà solo precariato; e anche chi sembra avercela fatta, come il personaggio di Sean Penn, invece dimostra continuamente le sue patologie)…

…è tutta roba che regge bene, e regge bene anche il discorso “generazionale” affidato

  • a un Gary sì carino ma sempre tremendamente immaturo (si porta sempre dietro e si diverte con i ragazzini, i bambini dell’età del fratellino, e quindi non sembra davvero essere adatto al futuro),
  • e a una Alana tutta passione ma non altrettanta serietà (anche lei va dietro alle cose per impulso più che per altro, pur avendo l’attenuante di essere figlia del maschilismo: tutti le fanno la mano morta e vogliono portarsela a letto)…

Ma proprio in tutto questo, il lieto fine, sì ben voluto e carino, forse rischia di “concluderla” nella semplicità quando il film era stato così bravo a raccontare il complesso…
ed è un film che quindi finisce in speranza quando era stato così bravo a raccontare il nichilismo e l’amore sbocciante perfino nel nichilismo…

un finale, quindi, che forse mi ha fatto l’effetto di contraddire un po’ il logos di fondo…
…ma è un finale ugualmente adorabile eh (non voglio fare la fine di coloro che prendo in giro nella descrizione delle Little Women di Gerwig al numero 22 del Papiro del 2019/2020)…

il drammone bello grosso è che, a parte il finale, tutti gli elementi su elencati finiscono, alla lunga, per somigliarsi…
e ne esce una sequela di situazioni affini, ripetitive, che sono sì riprese goduriosamente, ma stancano lo stesso, specie dopo un po’…

Nixon e i ragazzi che si rincorrono nell’innamoramento, nella cornice di una Los Angeles sfaticata e faticosa dei seventies problematici, sì, dopo 65 minuti hanno un po’ detto già tutto…
…ma Licorice Pizza di minuti ne dura quasi 140…
acciderboli!
Alana e Gary si sfronzoliscono e si schermagliano ognuno con almeno 3 ragazzi/e diversi/e, con 3 mestieri tentati diversi, con 3 tre diverse litigate coi genitori bigotti…
…diversi/e ma TUTTI/E UGUALI… [anche Inherent Vice era così: 2h 30′ di ripetizione]

a svegliarci ci pensa sì la stupendezza visiva, ma anche quella non fa miracoli…

Se durava un’oretta meno, e aveva un finale più nel solco di Breakfast at Tiffany’s, forse sarebbe stato un po’ meglio…
ma la narrazione per immagini, e la forza emozional-amorosa, sono tutti da adorare!

Ultima nota: al contrario del Filo nascosto, stavolta Anderson non ha paura ad accreditarsi direttamente director of photography insieme a Michael Bauman!

3 risposte a "Licorice Pizza"

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  1. A me Anderson piaceva tantissimo, fino a Il petroliere. Poi a partire da The master ho iniziato a non capirlo, ho continuato a vedere i suoi film e li ho finiti schifato. Licorice pizza m’ispira ma non so se ci proveró a vederlo.

    1. Posso dirti che ha un senso, e scorre molto meglio rispetto a, boh, Vizio di forma o Il filo nascosto… ma è comunque lungo… all’attivo ha l’essere assai musicale, con tantissima bellissima musica anni ’70… – forse i pro sopravanzano i contro, ma forse no… vedi tu! e poi dicci!

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