L’«Otello» del Maggio Musicale Fiorentino su Rai5

A mio modestissimo avviso, questo Otello è stato il “monumento nazionale” alla pochezza e alla debolezza scenico-musicale…

Dopo Cardillac, Valerio Binasco torna al Maggio con un allestimento di décors sciapo e privo di sapore: una illustrazione diligente del tutto priva di fascino e significato… La gestica presentata era “classica”, quasi da tableaux vivants, e solo alcuni cantanti/attori dimostravano di *crederci*: senz’altro sarà stata anche colpa loro, ma siccome fu così anche in Cardillac comincio a sospettare di una scarso carisma registico di Binasco nel dirigere gli attori…
Di buttargli la croce addosso, però, non me la sento…
Fabio Sartori, ne riparleremo, era davvero pessimo e non credo che la sua performance sia stata colpa di Binasco…
Le scene sciape e immobili erano anche dettate dal problema di non avere possibilità di muovere a dovere coro e comparse in tempi di zone rosse…
Per cui… vabbé…

Se a questo allestimento insulso fosse corrisposta una lettura musicale egregia, a Binasco avrei perdonato molto…

…ma la lettura musicale è stata invece assai disastrosa…

Non è bello sparare sulla croce rossa di un Zubin Mehta provato dai postumi di una malattia fulminante che lo hanno fatto invecchiare, proprio decrepitare, da un giorno all’altro (per gli spettatori fiorentini, abituati a vederlo tutti gli anni, fu abbastanza un trauma lasciarlo, sì anziano, ma tutto sommato in forma, alla fine di una stagione, e rivederlo, dopo mille defezioni [praticamente tutta la stagione 2017/2018], dimagrito, claudicante e stentoreo al suo rientro [vedi qui]), ma la sua capacità di compattare drammaticamente l’Otello non è pervenuta in questa “ripresa”…

E l’Otello di Mehta non è stato, “storicamente”, un brutto Otello:

  • lo si può sentire in un bootleg del Metropolitan di New York del 1967;
  • a Firenze ancora ricordano con piacere l’allestimento di Lev Dodin del 2003…
    gli Otelli erano José Cura e Vladimir Galuzin, Desdemora era Barbara Frittoli, Jago era Carlo Guelfi…
    fu uno dei pochi allestimenti che il Maggio “concesse” a sconto agli studenti dell’Università fiorentina, con tanto di convegni e conferenze annesse…
    Mehta e Guelfi furono perfino presenti a uno dei convegni, al saloncino del Teatro della Pergola, in un giugno 2003 denso di canicola, felici di condividere il loro processo creativo, di parlottare con i professoroni (e allora il dipartimento di spettacolo dell’Unifi era popolato da “luminari” come Siro Ferrone e Franco Piperno oltre alla solita e sempre agguerrita Fiamma Nicolodi) e di firmare autografi agli studenti/avventori…
    tra gli aneddoti che vennero fuori ci fu quello in cui Mehta ricordava Montserrat Caballé che gli mostrava i lividi che le lasciava Jon Vickers, preso dall’impeto della scena… aneddoti che Mehta aveva già raccontato, negli anni, in molte interviste (su YouTube ce n’è una concessa a Charlie Rose, in cui mi sembra di ricordare che rievocò lo stesso fatto), e che poi sono confluiti nella Autobiografia, scritta per lui, in tedesco, da Renate Matuschka (Die Partitur meines Lebens, München, Droemer, 2006; Arianna Ghilardotti la tradusse come La partitura della mia vita per la Excelsior 1881 di Milano nel 2007)
  • credo sia ancora su YouTube un Otello a Valencia, del 2013, con regia di Davide Livermore (regia video di Tiziano Mancini) e Gregory Kunde, Maria Agresta e Carlos Alvarez nel cast…

Sono tutti Otelli che acchiappano…
sì, magari, col tempo, sempre più “esatti” e meno partecipati, ma ancora belli forieri di tensione…

Stavolta la musica era sfilacciata…
Sembrava addirittura una prima lettura…

I pezzi d’azione sembravano un solfeggio lentissimo: nessuna frase pareva comunicare con le altre…
finiva che tutte le perorazioni musicali, atte a generare tensione, “svaporavano” in rivoli tra loro a se stanti, singoli…
Sarà stata anche colpa, magari, della abbastanza obbrobriosa ripresa sonora della RAI, ok, ma me la fa scagionare (fino a un certo punto) il fatto che i pezzi intensi, quelli a cui avrebbe giovato una certa lentezza, erano invece battuti senza alcun rallentando semantico, o senza alcun accelerando semantico: erano solo letti, metronomicamente, senza nulla, solo atonalmente proposti, risultando in un tedioso esercizio…

La cosa faceva incavolare, perché quelle frasi sfilacciate, se unite, e quei tempi scolastici, se “interpretati”, avrebbero dovuto costruire una delle musiche più arcigne, cattive e violente, in senso scenico, mai composte da Verdi, così come le melodie più dolci e recitativamente amorose da lui mai scritte… ma la dolcezza e la potenza scenica si sono perse in una lettura che sembrava disfare l’ordito invece che tessero, che sembrava scollegare invece che unire…

L’orchestra si è dimostrata quasi pessima nel seguire Mehta:
gli ottoni (specie le trombe) erano incerti e sprecisi…
le diverse sezioni degli archi si spampanavano senza costrutto…
il tono pareva sfiatato
Qualsiasi scoppio arrivava attutito e moscio…
Qualsiasi guizzo arrivava bradipescamente lento…

Sarà stata anche colpa, davvero, della ripresa audio, ma il Maggio sembrava quasi un’orchestra non professionista…
…sentirla è stato davvero un dolore…

…sembrava un Otello scritto dal Mendelssohn più svogliato, più scimmiottante lo stile classico, e più reazionario (musicalmente parlando)…

Nel cast sono risultate eccelse le comparse:
Caterina Piva è stata magnifica come Emilia e Alessio Cacciamani esaltante come Lodovico

I protagonisti, invece, sono stati discontinui…
Marina Rebeka (Desdemona), cantante che io adoro, ci credeva tantissimo, e ha cantato e recitato stupendamente, ma non ha potuto nulla contro il taglio metrico squadrato imposto ai finali del primo e del terzo atto (in cui lei avrebbe dovuto avere una briglia cantabile che Mehta non gli ha fornito)…
Binasco le ha trovato non brutti espedienti di gestica, ma gliene ha trovati pochi, perciò, poverina, tutta la sua immedesimazione si annullava in un’ottica generica, squalificante il personaggio, contro la quale ha combattuto molto, senza però vincere: è stata un tentativo di Desdemona più che una Desdemona vera e propria…
Senz’altro riuscirà a farla meglio con altri registi e direttori…

Luca Salsi (Jago), tra i più grandi baritoni oggi in circolazione al mondo, ha fatto una prova uguale a quella di Rebeka: c’era e ci credeva, ma non poteva far niente contro l’impostazione noiosa di Binasco e contro la computisteria sfilacciata di Mehta… Sembrava spaesato: la sua ottima verve attorica si perdeva, e si vedeva che non era “supportata” da niente: e, come si può dire per Rebeka, ti puoi anche sforzare, ma non si canta e non si recita da soli: se lo fai si vede che il tuo sforzo finisce nel niente… si spreca…

Fabio Sartori (Otello) è stato vergognosamente pessimo…
Non tanto a livello musicale: il suo timbro limpido e il suo fraseggio sciolto sono fantastici nel puro canto, ma si sta parlando di Otello…
Otello non ha belle melodie da cantare: ha gorghi di inquietudine da arrovellare, ha eruzioni di rabbia da far esplodere, ha furenti spasimi di follia da interpretare…
Sartori non ce l’ha fatta…
Mehta ha sdilinquito tutto l’arrovellamento in un immateriale decostruito fatto di reparti orchestrali che non si ascoltano tra loro, e Sartori gli è andato dietro in una “recita” in cui è stato fermo senza incazzarsi mai, in cui tutti gli insulti, le ire, le visioni da pazzoide le ha tutte canticchiate come se fossero stati soavi ariette… e nessuno sembra avergli detto che quello che cantava non doveva essere soave!
Le minacce a Jago e a Desdemona le cantava quasi felice, piacevolmente… e Mehta gli andava dietro con la baraonda dell’orchestra sfatta… e davanti a lui Rebeka e Salsi avrebbero dovuto spaventarsi, ma come facevano a spaventarsi davanti a un tranquillone, con la faccia perfino beata, che cantava «Mille vite gli donasse Iddio, una è povera preda al furor mio» come se fosse una canzoncina?, e la cantava immobile con l’espressione serena!?
Una cosa ridicola…
È riuscito soltanto a fare la fievole ultima aria effettivamente disperato come si deve, ma tutto il resto era sconcio (anche le melodie di «Già nella notte densa» le ha “scotte”, complici, anche qui, i tempi battuti senza mordente da Mehta)…

Claudia De Toma, alla regia televisiva, ha sfruttato la possibilità della camera mobile sul cornicione della buca d’orchestra per fare ottimi shots in movimento, capaci di acchiappare, insieme, orchestra, direttore e scena: una cosa effettivamente bellissima che live con un pubblico non potrebbe mai essere ottenuta (mi immagino contenti quelli seduti in platea di avere la telecamera che gli si muove davanti agli occhi!)…

Per il resto, però, è andata di scioltezza e di “scuola”…

Di Otello questo blog è pieno…
è il numero 38 di Operas VI,
è nella roba contro la violenza di genere,
si recensisce in diverse occasioni in disco e in teatro
e le sue arie sono in Un’aria al giorno e nelle Suggestioni random per San Lorenzo

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