Libri, film, fiction e musica sulla violenza di genere

Mi piacerebbe elencare tanti classici delle narrazioni “sensibilizzanti” la violenza di genere, ma il discorso, purtroppo, è poco facile…

Quelli che sono considerati topoi (e.g. Sleeping with the Enemy di Joseph Ruben [1991], Enough di Michael Apted [2002], l’italiano La vita possibile di Ivano De Matteo [2016], l’Amore criminale televisivo [dal 2007 in poi]), beh…
…secondo me non centrano il problema…

Perché tutta la sensibilizzazione odierna, con tutti quanti, su Instagram, a dipingersi le D sulle mani, e tutti quanti ad “appellarsi” alle donne, che dovrebbero “svegliarsi” e denunciare o essere più brave a “scappare” (come in effetti fanno le protagoniste di Sleeping with the Enemy, di Enough e delle storie di Amore criminale), a mio avviso non c’entra assolutamente nulla con quello che è *il* problema effettivo…

…il problema effettivo è che sono gli uomini che picchiano…

Tutta la comunicazione sul femminicidio, in modo a mio avviso paradossale, è rivolta alle donne, in quanto vittime, invece di essere rivolta agli uomini, in quanto malati…

Ci sono film, programmi televisivi e spot rivolti alle donne affinché esse lascino il partner, denuncino e scappino, ma non ci sono film, programmi televisivi e spot rivolti agli uomini affinché essi smettano di picchiare…

…trovo la cosa davvero strana…

anche perché sarà anche bene, per le donne, scappare da uno che ti picchia, è bene denunciarlo ed è bene riconoscere quando un rapporto è malsano, ok, ma, a mio avviso, è ugualmente bene far capire agli uomini che picchiare la gente del sesso diverso non è *salutare*, che è una malattia, che magari si cura… [o magari no: magari non c’è cura contro la stronzaggine: ma forse ci possono essere altri sistemi: dal ricovero alla sorveglianza da parte di un professionista, ai lavori socialmente utili o che ne so!]

Perciò è molto strano, ogni volta, per me, vedere il cronachistico Amore criminale, sempre ripetitivo della solita formula «ma perché te donna non sei scappata?» senza che mai si chieda «ma perché te uomo la picchiavi? possibile che non ti rendevi conto di essere malato? possibile che nessuno, dal capo ufficio all’ASL agli amici ai passanti, nessuno ti abbia detto che quello che fai non è normale e che per smettere ci sono le terapie apposta?»

Quando si dice che è l’uomo che non dovrebbe picchiare si casca sempre dal pero perché la cultura machista dell’uomo che è capofamiglia e che non deve mai chiedere aiuto e che trova dappertutto amici che non fanno altro che parlare di figa, di conquista della femmina e di trombate varie sembra radicatissima, capillare ed endemica…

E proprio per questo, perché quella cultura è endemica, io allora tappezzerei cinema, televisione e social di una comunicazione adatta a cominciare a erodere tale cultura, una comunicazione, quindi, che cominci a dire che per gli uomini “violenti” ci sono i gruppi di cura, centri specializzati, e ci sono percorsi di guarigione simili a quelli adatti alle dipendenze da sostanze e comportamenti autodistruttivi (alcool, droga, gioco ecc.)
oppure *non ci sono* nel caso, molto diffuso, di pura stronzaggine maschile: in quel frangente appellarsi a una cura significherebbe ammettere che quegli stronzi sono malati invece che semplicemente stronzi, cosa che comporterebbe una attenuante in sede penale… ma anche in tali contesti comunicare agli uomini, appunto della loro stronzaggine, sarebbe utile…

Invece, ogni 25 novembre, si vede solo la ripetuta istigazione, riferita alle sole donne, a fuggire dal violento…
…non si dice mai nulla al violento!
…non si dice mai che il violento dovrebbe smetterla di essere violento e che potrebbe smetterla con percorsi sanitari (o legali) adeguati…

…no… si sta zitti…

appellandoci alla sola fuga delle donne si dà quasi per scontato che la cultura machista non si scalfisce, che è inutile anche provare, e che davanti a una persona violenta si può solo scappare, e basta…

boh

Se tutti comunicano il 25 novembre in questo modo è ovvio che ci sarà una certa efficacia, anche se le statistiche, purtroppo, mi sembra provino il contrario…

per cui io, rischiando il ridicolo, mi metterò a dire che siamo noi uomini che si deve smettere di picchiare…

e vedere Sleeping with the Enemy, Enough, La vita possibile e Amore criminale, rivolti a tutti meno che agli uomini violenti, mi sa che non ci farà granché riflettere sulla nostra violenza (nostra nel senso «del genere maschile», premettendo il fatto che io, in realtà, cioè nel mio inconscio, dati i miei gusti, sono una donna omosessuale nata tra il ’77 e il ’79 e non un uomo nato nel 1982!)

magari ci aiuta di più roba come

  • Cronaca di un amore violato di Giacomo Battiato (1994), in cui Roberto Zibetti fa uno stupratore pazzoide pieno di problematiche…
    Non è un film bello, e per certi versi è sgradevole e poco probabile, ma è un tentativo di portare il discorso sull’uomo che va salutato almeno con curiosità…
  • Caramelle da uno sconosciuto di Franco Ferrini (1987)…
    Una baracconata abbastanza assurda (uno dei primi film di Sabrina Ferilli), ma contenente alcuni logos non brutti su cosa sia la società machista…
    E certe idee narrativo-visive, pur “puerili”, ogni tanto riescono a reggere perfino oggi!
  • Uomini che odiano le donne
    Non ho letto il romanzo di Stieg Larsson (2005), che Carmen Giorgetti Cima ha tradotto per la Marsilio di Venezia (dopo il rifiuto di comperarlo da parte della Iperborea di Milano solo perché aveva un altro autore chiamato Larsson a contratto e quindi temeva “sovrapposizioni”: quando si dice essere lungimiranti) nel 2007 [e non ho letto neanche gli altri due della trilogia Millennium], ma ho visto i due film che ne hanno tratto Niels Arden Oplev nel 2009 e David Fincher nel 2011 [anche stavolta senza vedere gli altri film di Alfredsson e Álvarez, quest’ultimo, oltretutto, basato su un romanzo-seguito e non sulle storie di Larsson]…
    I film non sono brutti testi (specie quello di Fincher), e documentano bene il connubio tra l’identità misogina e il nazismo: un connubio culturale che è virulento per il genere umano…
  • Big Little Lies serie messa a punto da David E. Kelley con soldi di Reese Witherspoon e Nicole Kidman e girata da Jean-Marc Vallée nel 2017 a partire dal romanzo di Liane Moriarty (una più fiacca ma non bruttissima seconda mandata è arrivata nel 2019)…
    È una serie fantasticissima, che sviscera il problema da un sacco di punti di vista, con strumenti di teoria visiva prodigiosi: è davvero da rimarcare: è proprio una mano santa sull’argomento: da vedere e rivedere… [un giorno dovrò farci un post apposito]
  • Che fare? (Čto délat’?) di Nikoláj Černyšévskij (romanzo del 1863)…
    Non si legge benissimo, ma la storia degli amori di Vera Pavlovna, e della sua impresa a conduzione “cooperativa” (a cui si ispira perfino, ovviamente fraintendendo tutto, il Joy di David O. Russell del 2015, che tramortisce in capitalismo soldoso ciò che era sociale!) illustra fantasticamente quello che potrebbe, utopisticamente, essere la società al di là del machismo e delle atrocità di classe e genere!
    Oggi è disponibile in diverse traduzioni ma quella che continua a essere la più diffusa è quella condotta da Federigo Verdinois per i Fratelli Treves di Milano addirittura nel 1906: Garzanti continua tutt’oggi a ristamparla!
  • Resurrezione (Voskresénie) di Lev Tolstój (iniziato nel 1889 poi rimaneggiato e pubblicato tra 1899 e 1900)…
    È quello che propongo come la medaglia di legno dei, secondo me, testi definitivi del femminicidio, perché fantasticamente critico della società machista… il protagonista fa il violento ma, gradualmente e in modo disperato, si rende conto che è un demente, uno che vive solo di convenzioni, e cerca di “riscattarsi”, ma è troppo tardi…
    In un contesto come quello dell’urgente abbandono della cultura violento-maschilista quello di Resurrezione, chiaro nel dire che quella cultura porta allo sfacelo, è un messaggio fantastico da lanciare…
    Notare bene che aveva fatto un tentativo simile a quello di Tolstój anche Michaíl Lérmontov nell’Eroe dei nostri tempi (Gerój nášego vrémeni) nel 1840, però aveva centrato molto meno il bersaglio a causa di una scarsa calibrazione del “sarcasmo” (la gente prese a modello il protagonista perché non comprese che Lérmontov lo stava in realtà criticando! anche le successive prefazioni di Lérmontov, che cercavano di “spiegare”, non servirono a nulla!)…
    Di Resurrezione esistono molte ottime traduzioni: io sono affezionato a quella di Emanuela Guercetti (Garzanti, 1988), ma devo confessare che l’apparato paratestuale e filologico dell’edizione cartonata Rizzoli dei Romanzi (insieme a Infanzia/Adolescenza, Resurrezione costituisce il primo volume), stampata nel 2010, con i saggi di Maria Bianca Luporini (che rivede anche la “classica” traduzione di Agostino Villa scritta per Sansoni nel 1961), è imbattibile (i saggi di Luporini, la sua revisione traduttiva, i suoi paratesti, erano già stati pubblicati dalla stessa Sansoni, forse nel 1990 ma probabilmente anche prima)…
  • Sonata a Kreuzer (Kréjcerova sonáta) di Lev Tolstój (1889-1890)…
    È quello che propongo come la medaglia di bronzo dei, secondo me, testi definitivi del femminicidio, perché fantasticamente sul pezzo: è la storia di un gelosissimo paranoico, allucinato e schizzoide, di cui condividiamo tutti i punti di vista, come nel miglior cinema…
    Il grande Tolstój, in formissima (anche se c’è da sopportare tutta la prima parte, tediosissima dei suoi dettami cristologici ridicoli), crea un romanzo che è un vero film, tutto fatto degli sguardi onirici e mai oggettivi del protagonista, che vede senza mai avere la certezza di vedere quello che c’è o di stare solo immaginando!
    Ne viene fuori una tragedia della visione, del fallimento della percezione, incastonata nel problema del machismo, della prevaricazione: le follie della gelosia e del sistema “possessivo” dell’uomo sulla donna vengono sviscerate completamente in questo romanzino che non supera le 100 pagine, e che esprime senza giri di parole quanto possessione, violenza e prevaricazione siano del tutto assurde, vaghezze manicomiali, sciocchezze pazzoidi che vanno curate invece che cavalcate…
    Ho letto la traduzione di Laura Salmon (Garzanti, 1987)
  • Diavolo (D’jávol) di Lev Tolstój (concepito nel 1889, riscritto con un finale diverso nel 1909, pubblicato postumo nel 1911)…
    È una crasi di Resurrezione e Sonata a Kreutzer
    Anche qui c’è un pazzoide che lotta con tutte le sue forze per andare contro la società machista e la sua violenza: nella prima versione si ammazza mentre nella seconda uccide la donna e va in galera per poi vivere con il rimorso…
    e questa catarsi/catabasi basta a renderlo addirittura la mia medaglia d’argento dei testi definitivi del femminicidio
    Anche di questo ho letto Laura Salmon (Garzanti, 1987), ma ho dato un’occhiata anche all’edizione UTET del 1962 che riproduceva la traduzione della duchessa Enrichetta Carafa d’Andria effettuata per l’editrice Slavia di Torino nel 1932
  • La medaglia d’oro dei testi definitivi del femminicidio, a mio modestissimo avviso, spetta all’Otello di Giuseppe Verdi (1887), il numero 38 di Operas VI!
    Molto più di Shakespeare, Verdi rende il suo Jago una nemesi di Otello: uno Jago che è, cioè, forse, solo “immaginato” da un Otello che, come i protagonisti di Tolstój (che era un melomane: e Verdi era famoso in Russia fin dal 1862!), soffre del suo machismo, della sua vita militaresca e che Verdi rende forse più “vecchio” di Desdemona: un Otello che ha tanta paura di perdere la sua amata (alla fine del primo atto dice proprio «tale è il gaudio dell’anima che temo, temo!, che più non mi sarà concesso quest’attimo divino nell’ignoto avvenir de mio destino») e che quindi se ne “impossessa”, la “spersonalizza” in immagine di innocenza o di sessualità (Otello, di Desdemona, rammenta soprattutto «il corpo divin») e alla fine, per paura, non ce la fa a considerarla persona, per machismo non ci parla (ci mette un attimo a chiamare Desdemona puttana davanti a tutti senza mai che i due ce la facciano a comunicare davvero), e finisce per ammazzarla: finisce per essere lui stesso l’agente, la causa di quella perdita dell’amata che tanto paventava, in un gioco atroce ma veritiero di amore distruttivo, o, tour court, di autodistruzione della persona…
    Otello ha paura di perdere Desdemona, se ne fa un’ossessione per machismo, e alla fine finisce per privarsene lui stesso piuttosto che affrontare la paura insieme a lei, preferisce privarsene lui stesso (sobillato da quella paura simbolica che è Jago, che Verdi rende del tutto nonsense satanico, togliendogli qualsiasi ragionevolezza che in Shakespeare ancora aveva, per esempio il razzismo, la voglia di comandare, il sospetto che Otello abbia fatto l’amore con sua moglie: tutte cose che ha lo Jago di Shakespeare e che lo Jago di Verdi non ha per nulla) piuttosto che rinnegare il machismo…
    E Otello che piange e si mette perfino a baciare il corpo senza vita di Desdemona, stupendosi che sia morta, quando invece l’ha ammazzata lui, è davvero quel che ci vuole per sensibilizzare davvero sul risultato del comportamento dell’uomo violento, cioè la pura follia…
    Verdi riesce a rendere tutto raggelante con la sua musica tenue di ricordo dei baci che, un tempo, Otello e Desdemona si erano dati…
    Da sentire e far sentire a tutti i violenti…

Tra i bonus devo includere un ragionamento sul tentativo effettuato dalla RAI di sensibilizzare in modo non banale… tentativo fatto nella fiction Bella da morire di Andrea Molaioli (2020)
In essa il personaggio interpretato da Matteo Martari (uno di quegli attori odierni che quando parla non apre la bocca) fa vedere le sedute di terapia per gli uomini violenti e fa vedere tutti i drammi che passa quando si innamora di una (il personaggio di Cristiana Capotondi) non disposta a sopportare le sue malattie…
…tutto molto carino, ma la fiction abbandona questo tentativo di sana rappresentazione sullo sfondo di una storiella in cui si commette l’errore di identificare un colpevole in maniera drammaturgicamente e narratologicamente pessima, un storiella che lascia la rappresentazione di Martari assai sullo sfondo…

Un altro bonus è senza dubbio The Pyramid, romanzo del 1967 di William Golding
Una ragazzino borghesuccio immerso nell’estate pre-College in un paesello puritano e bacchettone della campagna inglese, negli anni 1920s che però sembrano la fine dell’Ottocento tanto “arretrato” è il paesello culturalmente, si trova a piangere di essere stato lasciato dal suo amore idealizzato proprio mentre la ragazza belloccia ma tragicamente proletaria del villaggio gli chiede aiuto per spostare un’auto in panne… quell’auto in panne è stata rubata dal figlio del dottore del paese, riccone e “aristocratico”, apposta per portare la belloccia proletaria a scopacchiare in campagna…
Il fatto che la belloccia proletaria si faccia scopacchiare dal riccone induce il ragazzino borghesuccio a pensare che allora la belloccia proletaria è “facile”, e che magari scopacchierà anche con lui!
Inizia così un tira e molla tra il borghesuccio e la proletaria che noi, però, vediamo solo e soltanto dal punto di vista del borghesuccio… il borghesuccio agisce come se “fosse naturale”, per lui, avanzare pretese sessuali sulla belloccia proletaria, e pretende che la belloccia gli si conceda senza tanti complimenti, per cui reagisce non bene al fatto che la belloccia, al contrario, usi il borghesuccio come “facciata” per continuare a scopacchiare col riccone! Ma belloccia e riccone non potranno mai fare qualcosa di più che scopacchiare, poiché il riccone non si potrà mai fidanzare ufficialmente con la proletaria! Ma la proletaria non potrà neanche mai fidanzarsi col borghesuccio, perché sì il borghesuccio è inferiore per “casta” al riccone, ma è comunque superiore alla belloccia!
Nonostante tutto il borghesuccio insiste, di nascosto, a “corteggiare” la proletaria: la segue, la vede con dei lividi, la vede in atteggiamenti poco chiari con il proprio padre, e la vede anche forse “prostituirsi” con il secondo dottore del paese, meno ricco del dottore ufficiale, ma comunque di “casta” altissima… o meglio: il borghesuccio, nostro unico narratore, vede la bocca del secondo dottore sporca del rossetto della belloccia proletaria e fa due più due alimentato anche da diversi gossip cittadini: tutte cose che fanno sì indizi ma non costituiscono alcuna prova…
Dopo tante insistenze, il borghesuccio ce la fa a scopare la belloccia: nella sua narrazione, lei gli si concede di sua volontà, e lui vede l’atto sessuale come una serie di ondate di vento sugli alberi…
Ce la fanno a scopare di nuovo, ma stavolta lui eiacula dentro di lei, con conseguente paura di una gravidanza…
Nel parlottare della tragica eventualità, borghesuccio e belloccia parlano un po’ meglio tra loro: il borghesuccio capisce che la belloccia è stata vittima di abusi sessuali da un vicino di casa mutilato della Prima Guerra Mondiale (abusi da cui derivano i lividi della belloccia), e che tutti quanti nel villaggetto hanno pretese sessuali su di lei solo perché è belloccia e povera, come se essere belli e insieme poveri fosse un “peccato”, una colpa da scontare, una condanna a essere considerata per sempre oggetto sessuale disponibile per chiunque sia di un “lignaggio” più alto: come se il potere delle classi sociali si riferisse anche al corpo oltre che allo spirito… un potere delle classi sociali che in ogni caso fa escludere la belloccia proletaria da qualsiasi “partita” lavorativa, sia quella capitalistica (lei non avrebbe mai i soldi per iniziare una qualsiasi impresa), sia quella istruttiva (le rette dei college sono costose, e la belloccia non potrebbe mai permettersele), sia quella “aristocratica” di arrampicamento sociale attraverso matrimonio (poiché nessuno sposerà mai una proletaria se non un proletario stesso: quando il padre del borghesuccio scopre che il figlio scopacchia con la belloccia proletaria è scandalo!)…
Alla fine la belloccia sfrutta parentele alla lontana per trovare un posto di segretaria a Londra…
I gossip dicono che i genitori la mandano a Londra per evitare la vergogna della prostituzione col secondo dottore…
Dopo due anni, belloccia e borghesuccio si ritrovano: la belloccia è ormai più sveglia, data l’esperienza cittadina, e tratta il borghesuccio, sì universitario ma ancora nullafacente, dall’alto in basso, tanto da riuscire a narrare la storia dal proprio punto di vista: e dal punto di vista della belloccia le loro scopacchiate furono veri e propri stupri: le ondate di vento sugli alberi erano stupri, uguali a quelli subiti dalla belloccia dal mutilato… e non solo: secondo la belloccia tutti i gossip riferiti a lei, sulla prostituzione col secondo dottore e sul suo rapporto malsano col padre, sono tutti partiti dal borghesuccio!
Il borghesuccio è incredulo… ma non si impegna granché a smentire le convinzioni della belloccia… segno che è la belloccia a dire “la verità”…
“La verità”?
Nel patriarcato classista del paesello britannico, “la verità” non può esistere…
e nel patriarcato classista del paesello, essere una ragazza è una delle condanne più terribili che si possano immaginare…
Questa è solo la prima delle tre storie di The Pyramid (nella seconda il borghesuccio avrà a che fare con un regista teatrale gay e nella terza guarderà di persona un caso di arrampicamento sociale che riesce, poiché agito da un uomo che, senza scrupoli, sfrutta l’amore di un’aristocratica poco sveglia e già abituata a essere sottomessa alla volontà del padre), ed è uno dei colpi narrativi migliori di Golding, che ci fa innamorare della belloccia proletaria (il suo nome è Evie Babbacombe) e insieme ci fa entrare perfettamente nel modo di pensare del patriarcato, sottolineando come al maschio sembra tutto inteso come “dovuto” e naturale, così tanto naturale che la componente “violenta” di quel “dovuto” venga rimossa quasi automaticamente dal maschio, perfino a livello inconscio: come se non fosse violenza ciò che è implicito nella società classista… come se la società classista non potesse essere violenta, perché così è, innata, immutabile, “sempre stata così”, e non ci si può fare niente… che senso ha lamentarsi di presunte “violenze”? per la logica classista non è “violenza” ma è “scorrere normale della vita”, come la catena alimentare, come il leone che mangia la gazzella: così è, che ci si può fare? assolutamente niente…
Golding denuncia questo nel ’67 riferendosi agli anni 1920s: e da allora non siamo affatto andati avanti…
The Pyramid è stato tradotto nel 1968 da Corrado Pavolini per Rizzoli: Pavolini fa un ottimo lavoro, anche se toglie diversi «cock» dalla versione italiana…
Pare non ci siano più state ristampe italiane dal 1983, ma il libro è continuamente riproposto in inglese dalla originale casa editrice londinese Faber & Faber, sempre con nuove e sempre più illuminanti introduzioni ermeneutiche: Kindle, per esempio, commercializza un ebook del 2013 con saggio introduttivo di Penelope Lively al costo di poco meno di 5 sterline (nel mercato italiano risulta a 6,54€)… la stessa edizione paperback è nell’Amazon inglese a 7,25 sterline…
[vedi la mia disamina di Golding qui]

La conclusione è affidata a due testi che sono sempre tacciati di alimentare la cultura machista e di “glorificare” o addirittura “provocare” il femminicidio, cioè le opere Il tabarro di Giacomo Puccini e A kékszakállú herceg vára di Béla Bartók (entrambe del 1918)
Sono entrambe nelle Opere per Halloween… e di entrambe si è già parlato, perciò non c’è da che fare rimandi…

Su Barbablu si parla nella recensione di Maleficent, signora del male, e ribadisco che additare Barbablu come fiaba femminicida è forse da superficiali…
Non solo…
Barbablu potrebbe essere un testo molto più ficcante per sensibilizzare chi è vittima di violenza al posto delle solite invettive sul denunciare e sullo scappare… perché Barbablu parla davvero della necessità di riconoscere, avere a che fare, e quindi andare al di là della violenza (nella crescita): e lo fa in modo metaforico universale invece che cronachistico e immanente, e perciò potrebbe risultate molto più efficace… (e un testo simile, di cui dovrò riparlare a mille, potrebbe essere anche The Company of Wolves di Neil Jordan del 1984, che meriterebbe di essere trattato in questo post, e forse, grazie al testo edit verrà incluso in futuro!)

Sul Tabarro e il femminicidio dico già tanto nella sua apparizione nelle Musiche per l’estate, a cui non c’è che tornare…

Per adattarmi a un pubblico un pochino meno attempato, propongo la canzone Happier than ever di Billie Eilish, uscita nell’aprile del 2021: trita e ritrita, e magari uguale a mille altre, ma ripropone roba risaputa con estrema forza, e non credo possa lasciare davvero indifferenti… parla di una ragazzona che decide di mandare affanculo un qualcuno (forse il partner) con cui non ha un rapporto proprio salutare
Ne esistono diversi video ufficiali: almeno due riprese live girate e montate per farne il video, e un video vero e proprio diretto dalla stessa Eilish: questo qui

Sull’argomento leggersi anche l’Editto di Posto occupato

Per capire/approfondire c’è il bellissimo e agile libretto, ricco di particolari cronachistici su tutte le brutture del sistema culturale e *giudiziario* sul problema, Per ammazzarti meglio di Ilaria Bonuccelli, edito a Firenze nel 2019 da Lucia Pugliese/Pozzo di Micene: imperdibile!

15 risposte a "Libri, film, fiction e musica sulla violenza di genere"

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      1. Il machismo degli Stones parla da sé in canzoni come “Some Girls”, purtroppo… Poi sarà scena e posa ma non ci andrei lo stesso fiero

  1. Splendido post, Nick!

    E quanta ragione hai quando scrivi “Tutta la comunicazione sul femminicidio, in modo a mio avviso paradossale, è rivolta alle donne, in quanto vittime, invece di essere rivolta agli uomini, in quanto malati”.

    Non solo! Ho un amico psicologo che lavora a Milano e la sua intuizione qualche anno fa è stata di cominciare a lavorare con i maschi che commettono/hanno commesso violenze di genere. Mi diceva che incredibilmente nemmeno la sua professione si è mai concentrata troppo su di loro in quanto malati da aiutare, e non per giustificarli o per negare che le vittime siano le donne in questa storia, ma proprio per provare a risolvere il problema alla radice!

    1. Si ha troppa cultura della “colpa” (del tipo: «sei colpevole, quindi muori: non ce ne frega nulla di perché sei colpevole»), e finché c’è quella forse non ci sarà mai abbastanza spazio per la cultura della terapia e dello studio (capire i meccanismi socio-cognitivo-comportamentali che favoriscono certe reazioni violente, così da cercare di “limitare” quei meccanismi), che è quella che risolve davvero i problemi!

      1. È molto più faticoso tentare di risolvere davvero i problemi…

        In un parallelo medico: quando abbiamo mal di testa prendiamo un antidolorifico che fa scomparire il mal di testa, ma la causa del mal di testa rimane ignota quindi il mal di testa ritornerà (e gli antidolorifici faranno sempre meno effetto)…

  2. Io come al solito arranco … concordo su Caramelle da uno sconosciuto soprattutto considerando i tempi in cui è stato girato.
    Ma soprattutto trovo perfetto l’aggettivo FANTASTICISSIMA per la serie Big llittle lies!! E se non hai ancora fatto il post (in caso come al solito me lo sono perso) facciamolo!!!!

    1. La vorrei analizzare davvero bene bene bene, e non c’ho modo e tempo (magari, boh, gennaio-marzo, in cui riuscirò a staccare per un paio di giorni alle 17.30 invece che alle 19, ma è un “deposito virtuale” di ore che sto figurativamente destinando già a un po’ troppe cose!)

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