Maggio Musicale Fiorentino: Ciclo Šostakovič: Schiff & Mehta

Nonostante si sappia che il livello del Maggio è un po’ “insomma” dopo più di 30 anni di Zubin Mehta (come lo fu quello della New York Philharmonic, vedi Messa da Requiem Verdi/Chung), 30 anni sono comunque 30 anni… e Mehta è probabilmente il direttore d’orchestra di Firenze…

E la orgogliosa Firenze va fiera di questa appartenenza del suo Zubin, e spesso dimentica che lo stesso rapporto che ha con Firenze, Mehta ce l’ha anche con Berlino (Berliner Philharmoniker), Vienna (Wiener Philharmoniker) e, soprattutto, con Tel Aviv (Israel Philharmonic)…

Ma le nostalgie e l’affetto vanno ben al di là del reale, e il tuffo al cuore è inevitabile nel vedere di nuovo Mehta calcare il palcoscenico del Maggio, col suo zerbino personalizzato (il giglio di Firenze e le iniziali ZM rossi)…
Dopo tanti annullamenti (il ciclo Čajkovskij/Stravinskij, andato quasi tutto sulle spalle di Aškenazi e Jurovskij; e Il prigioniero andato a Michael Boder), a Firenze mancava molto il “suo” direttore… e le voci sulle cause degli annullamenti non fanno presagire niente di buono, per cui l’amore di Firenze per Mehta si è riversato immenso su questo che potrebbe essere uno degli ultimi concerti fiorentini del maestro…

Io amo Mehta ma non così tanto da tacere i suoi problemi interpretativi, che sempre sciorino crudele nelle mie recensioni… ma anche per me vederlo incedere poco sicuro sul palco e sul podio, con un gesto ancora più statico e millimetrico (ormai quasi alla Klemperer), è stato commovente…

In programma: Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Johannes Brahms, e Sinfonia n. 5 di Šostakovič (numero 22 di Symphonies)… pianista András Schiff…

Schiff non viene raramente a Firenze (l’ultima volta mi risulta alla Pergola, nel novembre 2016), e in una chiamata alla ribalta, durante gli applausi, ha anche sorretto il cammino incerto di Mehta… 
la cosa commuove, anche se il concerto è stato ben lungi dall’essere perfetto…
Non solo perché Brahms è un tipo di compositore elucubrativo, di quelli che pensano tanto al processo di composizione (4 note, 4 battute, 4 intervalli: vedere, ripetere, scomporre: e ritrovare quelle 4 note, 4 battute e 4 intervalli: rende felici se vedi la musica scritta: musica come testo in cui sottolineare passaggi ripetuti o affini armonicamente da far intendere l’idea di una forma o di un “tema”: ma tutte cose che all’ascolto sono quasi inintelligibili: di Brahms dovremo riparlare, per ora vedi Eine Alpensinfonie), e che quindi lasciano poco piacere all’ascolto “edonista”, ma anche perché l’oboe era fuori tono, i corni non prontissimi e, come la tanto vituperata Chat’ja Buniatišvili e il povero Jurovskij, anche Mehta e Schiff hanno avuto problemi ad andare insieme: forse più “esperti” hanno camuffato bene la loro non sincronia, facendola passare per un effetto “rubato”, ma non hanno potuto nulla contro la non chiarezza dei già opachi temi brahmsiani, dati per scontati da Mehta, come sempre, e solo “letti” in voce atona…
Un concerto, quindi, tra i più noiosi che si possano sentire…

Nella sinfonia, l’accordo tra l’orchestra e Mehta c’era, ma di nuovo non alla perfezione: il gesto precario di Mehta faceva davvero piangere e gli attacchi giusti sono stati davvero sorprendenti tra i tanti non perfettissimi…
per un fan di Mehta è davvero una disperazione non vedere più il suo cipiglio gestuale “altero”, che spesso usava anche il gomito, e che indicava l’attacco quel secondo prima del battere… adesso ci sono solo sguardi e un generico “su e giù” della bacchetta, e sono rare le indicazioni prima del battere…
Però il “tutto” è andato molto meglio del concerto: i movimenti “divertenti” (secondo e quarto) sono stati portati a casa bene, e, a livello di mera tecnica anche gli altri sono andati abbastanza lisci, nonostante alcune cadute sonore dei corni…
Certa è stata la mancanza di una idea interpretativa: il primo e soprattutto il terzo movimento procedevano “automaticamente”, atoni e incolori: che rappresentassero marce funebri staliniane, o introspettive crisi esistenziali (vedi anche quanto detto a proposito della settima), a Mehta non è interessato: il terzo movimento lo ha trasformato da largo metafisico ad andante sobrio: tutto perfetto, tutto sincronico, ma emozione zero…
il famoso “cronometro Mehta”, alieno da ogni “lettura” (quello descritto anche qui), è stato ancora lì presente, nonostante la commozione e la precarietà dell’incedere…
perfino il giovane Diego Matheuz, nel 2010, al suo debutto a Firenze al vecchio Teatro Comunale, fece una Quinta più interpretata (anche se dalla concertazione peggiore, poverino: il vecchio Comunale era osceno dal punto di vista dell’acustica)

Gli applausi, però, e la standing ovation per Mehta non poteva non struggere i cuori: ho pianto anche io: forse 5 volte il maestro è stato chiamato dal pubblico, che non dava segni di voler smettere di applaudire (Mehta è ancora l’unico capace di riempire anche la platea del Maggio): lo stesso direttore ha fatto cenno al concertmaster (ieri sera Ladislao Horvath) di “ordinare” all’orchestra di andarsene: il pubblico lo avrebbe voluto con sé, travolto dagli applausi festanti e grati per i comunque gloriosissimi 30 anni passati insieme, per tutta l’eternità…

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