Matthias & Maxime

Il genialoide bambino artistoide che giocava con il formato e costruiva le poesie del 1:1 in filmoni anche di 3h videoclippari di Beethoven come di pop songs anni ’90-’00, infarciti di rabbie e passioni insostenibili, ha raggiunto il suo culmine con Mommy (2014) e Just la fin du monde (2016) quando è riuscito a scritturare attori veri e non più i suoi amici…

Dopo Just la fin du monde ha accettato più scritture da attore, indie (quella gran cacchiata di Boy Erased) ma anche pienamente hollywoodiane (il Secondo It di Muschietti), e ha cercato di lavorare con le star grosse, in inglese, in The Death and Life of John F. Donovan, dalla complessa gestazione (accettato al Festival di Cannes del maggio 2018, Dolan lo ha ritirato per rimontarlo ed è uscito a Toronto a settembre 2018 con risultati difficili che hanno rischiato di farlo “ritirare” dal mercato: fu distribuito solo tra marzo e dicembre 2019)

Questo di Matthias & Maxime, lavorato con tutta la sua troupe odierna (non si sa perché manca la scenografa Anne Pritchard, ma come operatore del dop André Turpin c’è il grande Yves Bélanger, vecchio amico di Dolan: era di Bélanger Laurence Anyways, del 2012), è

  • un Dolan attentissimo a fare l’attore, in una performance strappalacrime di una tenerezza immediata e naturale da meritare tutti gli Oscar del mondo (nei titoli finali, Dolan ringrazia Lucas Hedges, il suo partner in Boy Erased, forse foriero di consigli di immedesimazione [cosa strana, essendo lo stesso Hedges ben poco reattivo in quell’altra ciofecata di Ben is Back]);
  • un Dolan fantastico nel fare lo sceneggiatore, a delineare una dozzina di personaggi di una impagabile schiettezza, di una meravigliosa freschezza di azione e dialogo, e di una impareggiabile energia cinematico-teatrale;
  • un Dolan sicuro regista di cinema, con Turpin e Bélanger, capace di composizioni stupende, di implicazioni visive grosse (tutto si origina dalla lavorazione di un cortometraggio), e frizzante di macchina mobile e videoclippara (vedi gli zoomini veloci di concitazione e irrequietezza);
  • un Dolan che, forse, come narratore, mostra una sorta di fiato corto nelle troppe dissolvenze in nero che rallentano il già non breve passo (le 2h tonde, con i neri, sembrano arrivare più lunghe), ma concepisce anche goduriose accensioni di prorompente quotidianità spiccia, supersoniche implicazioni di non detto, e spassosissimi siparietti d’atmosfera a spezzare il fiato della trama privatissima, dolcissima e minuscola…
  • un Dolan che, come drammaturgo, attinge a Edward Albee e a Who’s Afraid of Virginia Woolf (1962: ci fece il film Mike Nichols nel ’66), specie nella strutturazione con la Walpurgisnacht centrale, per delineare un fatto privatissimo che però si gigantizza, nel cinema e nella coralità, fino a un finale suggerito che fa ricordare clamori della più sognante Hollywood (ho trovato la trama curiosamente vicina a certe implicazioni dello scacciapensierissimo Secret Admirer di David Greenwalt, del 1985: somiglia più a quello che a certe operazioni analoghe del primo William Friedkin)

Un Dolan, insomma, che mi ha fatto divertire con ogni singolo fotogramma, in un film sì scevro da tutte le grandi questioni artistiche dell’aspect ratio ma d’altra parte ricchissimo delle emozioni esagitate tipiche «alla Dolan», stavolta più misurate e quindi perfino più ficcanti perché frante nella stratosferica compagnia di personaggi, alle prese con un sistema caratteriale e caratteristico esplosivamente vitale, attivo, vibrante, e perché concentrate in una trama più “serena”, più solare, più sempliciotta, meno arzigogolata, meno cerebrale, tutta istinto, perfino tutta banalità, triviale, ma proprio grazie a questa trivialità diventa paradossalmente più interessante, e più adatta alla gigantizzazione chimerico-cinetica delle immagini, alla proiezione ingrandita del cinema, alla esagitazione sovraesposta delle implicazioni anche anni ’80 (oltre che anni ’90-’00, quelli a cui Dolan attinge sempre per il suo immaginario: insieme a Hedges, Dolan ringrazia, nei titoli finali, anche Britney Spears: e Matthias & Maxime è forse una visualizzazione di classe cinetica eccelsa di una trametta sentimentale esposta in una delle canzoni di Britney di 20 anni fa)

Non l’ho visto in lingua originale (quell’impasto anglo-francese del Québec), e Rodolfo Bianchi, con una compagnia di attori giovani, esperti e privi di fronzoli, l’ha reso un film comicissimo, risolvendo smaccatamente ma senza grossi traumi i problemi di sostituzione del francese con l’italiano, e adattandosi benissimo a tutti i volti degli attori comicaroli coinvolti, tra cui grossi protagonisti della TV canadese (vedi Pier-Luc Funk a fare Rivette) ed esordienti «che fanno se stessi»… il tutto ha contribuito al divertimento, oltre che a innescare la solita curiosità di sentire quanto di più “drammatico” c’era in originale!

Vedi Sam Simon!

Una risposta a "Matthias & Maxime"

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  1. Anche a me è piaciuto un sacco! L’ho visto al cine nel weekend, primo film post quarantena, e non ho capito un cappero del quebeqouis parlato da tutti i giovani (l’unico che ho capito è il datore di lavoro di Matthias – anche le due mamme parlavano un idioma assurdo), ma coi sottotitoli sono sopravvvissuto. Gran film, mi ha impressionato, e a breve spero di postare la rece pure io! :–)

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