È solo la fine del mondo

Io non sono un eccezionale fan di Xavier Dolan… anche perché ho visto solo 2 suoi film, Laurence AnywaysMommy

E da quei due esempi ho constatato che per lui il “buttare fuori tutto”, l’esprimersi, l’urlare tutta la propria condizione emotiva, sono questioni prominenti…

I volti dei suoi attori, perfettamente composti nel suo 1:1 (al massimo 1,33:1), vi sono in realtà chiusi dentro, e infatti vogliono erompere fuori, con tutte le loro problematiche da gridare al mondo!

Inoltre, quell’1:1 è quasi mirino dello spione, lo spione che saremmo noi che stiamo lì a sbirciare… Oppure è cannocchiale (o microscopio) di un osservatore che, alla Émile Zola, scruta da lontano (o da vicinissimo) i suoi soggetti di esperimento… Eppure quel 1:1 è così partecipe, così espressionista anch’esso (con tutti i colori sgargianti che vi si mischiano dentro come in un caleidoscopio, e con tutte le musichette disco-pop-iPod-trash-Cuccarini-Fantastico-Baudo-Parisi [a cui, a caso, può trovarsi giustapposto anche Beethoven] che lo immergono di suoni) da generare lui stesso l’eruzione dei sentimenti CONTEMPORANEAMENTE alla loro osservazione e al loro “imprigionamento”… Una condizione teorica che dà numerosi grattacapi e dà fantastiche soddisfazioni per un “cinemista”: in ossequio a Heisenberg, in Dolan NON SI SA se le cose che succedono all’interno del suo claustrofobico 1:1 sono OSSERVATE dall’1:1 o se sono proprio CAUSATE dall’1:1… Quei sentimenti dei personaggi sarebbero eruttati anche senza l’1:1? O la semplice presenza osservante dell’1:1 ha turbato un sistema tanto da causare dolorose eruzioni di sentimento?

E la cosa è anche più esteticamente bella quando l’1:1 si allarga fino all’1,85:1 proprio quando i personaggi sono FELICI! Un’empatia del formato che è tutta da studiare!

Il rovescio della medaglia di Dolan è proprio l’espressionismo esibito dell’eruzione sentimentale… Le sue storie piangono e belano di atrocità, di lagnosità, di tonitruanza emotiva, tanto da sembrare polpettoni o romanzi d’appendice… E certe musichette non aiutano: Dolan sembra cercare i successi più idioti di 20 anni prima e riproporli come modelli di espressione sentimentale in sequenze musical davvero degne di Pippo Baudo e Gino Landi, con risultati certo esaltanti molte volte, ma altre anche un po’ aperti alla risata della carnevalata: ci si potrebbe davvero aspettare una scena lacrimevole delle sue ritmata da Disco bambina della Parisi, o da Liberi liberi della Cuccarini (canzoni che, peraltro, io adoro… e io devo stare zitto, visto che ho popolato i miei spettacoli con canzoni dell’Incantevole Creamy e di Evelyn e la magia di un sogno d’amore per lo meno 10 anni prima della comparsa di Dolan sugli schermi italiani!)

Dopo queste premesse, si deve dire, quindi, che È solo la fine del mondo ha dei grossissimi pregi rispetto agli altri due film che ho visto di Dolan:

  1. non essendo suo (è basato su una pièce di Jean-Luc Lagarce, grande drammaturgo francese morto di AIDS nel 1995: forse una sorta di Sarah Kane francese: ma, non essendo il mio campo, non so di cosa sto parlando!) è misurato, conciso, stringato e, invece che sull’urlo, è basato sul non detto e sulla “ritenzione sentimentale” invece che sull’esplosione emotiva…
  2. non è in 1:1: cosa che fa uscire dalla porta la vertigine teorica per farla però rientrare dalla finestra, perché l’1,85:1, stavolta imperante, non è meno sguardoso dell’1:1 degli altri film…

Che non fosse in 1:1 mi ha fatto molto contento, perché, se insisteva, Dolan rischiava la maniera, rischiava di applicare uno stile invece di scoprire un linguaggio, per giungere alla fine che hanno fatto Danièle Huillet e Jean-Marie Straub: fare film bellissimi ma tutti uguali, manierati, visto uno visto un altro, con triste annullamento della valenza etico-filmica delle loro opere… Per fortuna Dolan non ci è cascato!

Mantiene, sicuro, il concetto poppettaro del suo particolare espressionismo suono-visione: stavolta la musichina canzonettosa è Dragostea Din Tei del 2002… Però la trama non sua regala a Dolan molti spunti verifattualicircostanziati di superba suggestione, che sottolineano molto del suo talento…

Vediamo di enumerarli («Mia adorata Jessica, in quante guise t’amo, lascia che io le enumeri», diceva il saggio):

  1. L’indeterminatezza del testo ci regala sfondi inconoscibili da riempire a nostro piacimento, stimolandoci sempre a creare da soli il plausibile background. Una cosa che Dolan sottolinea alla perfezione con il suo sguardo che si fa quasi più sbircioso del solito. Se con l’1:1 era facile lavorare sul fuori campo, stavolta Dolan lavora sullo sfuocato degli sfondi e con l’obliquità dei flashback per darci tanti indizi da valutare e per contornare di immagini i dialoghi! (e la cosa stavolta non è facilissima perché l’1,85:1 è sì un po’ più grande ma mica tanto: non c’è mica tutto questo spazio per lasciare zone fuori fuoco: ma Dolan ci riesce!) – Le cose che Uilliel vede (l’uomo che lo prende in braccio da piccolo, il ragazzino con cui amoreggia) sono cose vere o immaginate? E chi spia Uilliel dalla porta mentre è lì perso nei (presunti) ricordi? La Cotillard? La Seydoux? oppure siamo noi stessi?
  2. Il soggetto del testo ha una tesi precisa: la fenomenologia della famiglia. Un tema che Dolan aveva sfiorato in Mommy peccando, forse, di bozzettismo e di cerebralità, cosa che qui non può fare, perché deve seguire una “coesione” del testo originale… Un testo che per Dolan è una traccia e un aiuto per non strafare e per non strabordare, cosa che nei precedenti film faceva spesso e volentieri. Laurence Anyways durava 3h di cui 2 di balletti a passo di Canadian Pop; e in Mommy c’è una gara della scalogna e dei gineprai psichiatrici molto insistita: il ragazzino protagonista, oltre a essere violento è anche incestuoso, si piscia addosso ed è logorroico, gli mancava solo avere un occhio di vetro! – in È quasi la fine del mondo tutto è più coerente e asciutto…
  3. Ancora il testo dà a Dolan il pretesto per sfoggiare capacità inattese di linguaggio filmico già evidenti nei precedenti film, ma qui proprio sottolineati perché applicati con perizia in altri contesti. Mi spiego: in Mommy la famiglia era scopertamente border-line, e che quindi i suoi componenti si mettessero tutti a ballare Lana Del Rey, con i gonnellini a fiori, mentre sono in atto discussioni sugli incesti e aggressioni a mano armata, era quasi giustificabile e quasi annullava la sorpresa del verificarsi di tali atti… Mentre qui il pesante NON DETTO ci pesa come un macigno sul cranio della nostra impossibile comprensione! Qui non sappiamo cosa sia giustificato o no in questo nucleo familiare che non sappiamo se sia funzionale o disfunzionale, e quindi potrebbe accadere di tutto… e la cosa, paradossalmente, crea TENSIONE… E a creare tensione Dolan si dimostra bravissimissimo: noi spettatori siamo lì a cagarci addosso perché tutto, a livello cinematografico, ci suggerisce di cagarci addosso: la musica, gli stacchi di montaggio, l’imprevedibilità della situazione; ma a livello di pro-filmico non c’è niente che giustifichi questa tensione: le inquadrature tensive mostrano solo dialoghi, anche amabili e logici! Ma tu sei lì che ti caghi addosso, perché senti che qualcosa potrebbe esplodere da un momento all’altro! – Dolan si dimostra l’Hitchcock del dramma psicologico: crea nevrastenia là dove non ci sarebbe nulla per essere nevrastenici! E non ce l’aveva ancora dimostrato nei soggetti suoi!
  4. Lavorando su un soggetto non suo, Dolan gioca bene con le interpretazioni: noi pubblico siamo lì a scervellarci sul segreto indicibile della famiglia, sulle possibili cause del silenzio e delle fughe (e delle violenze), ma nisba, Dolan non ci dice niente, in ossequio alla pièce. E aggiunge anche idee oniriche che contribuiscono alle nostre congetture senza però confermarle: e questo chiamare in causa l’interpretazione di un pubblico osservante è ENTUSIASMANTE, poiché conferma, a livello narrativo, quello che Dolan ha sempre detto a livello teorico: le cose succedono o siamo noi che le facciamo succedere? È l’1:1 a creare le situazioni o semplicemente le osserva? Questa famiglia è castrante o ce lo immaginiamo noi? Tutte le famiglie sono così? Tutta l’umanità è così? Cassel è davvero violento o siamo noi che vogliamo che lo sia? È violento perché la famiglia è castrante o è tutto nella nostra testa? La vita è un tumulto di emozioni inspiegabili frutto di rapporti conflittuali con un passato incompreso che non si riesce a comunicare? — tutte tematiche che Dolan dimostra di padroneggiare in esempi narrativo-filmici con fantastica efficacia!

Note sparse: 

  1. La metafora dell’uccellino prigioniero, a mio avviso Dolan l’ha ripresa da La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled), film del 1971 di Don Siegel con Clint Eastwood: secondo me diretto precedente di È solo la fine del mondo… Non si parla di famiglia, ma certamente di spazi chiusi e di “castranza” di personalità che produce violenza in un contesto che sfoggia lo stesso onirismo di Dolan con anticipo di 45 anni (la fotografia era di Bruce Surtees)!
  2. Mommy l’ho colpevolmente visto doppiato da Rodolfo Bianchi… Laurence Anyways, invece, l’ho visto in originale e concludo, fermo restando che non sono un linguista, che non era per nulla in “francese”, ma era in uno slang che molto probabilmente è il “canadese”: le parole sono apparentemente francesi, ma il loro suono non sembra per niente quello del francese: è più “piatto”, più “mormorato”, mentre il francese, a quanto io sento nei film, ha vocali molto più lunghe… E nel fluire delle parole apparentemente francesi ci si insinuano spessissimo parole inglesi che, molte volte, sono pronunciate con il caratteristico accento finale del francese! Un miscuglio linguistico meraviglioso che dà sensi diversi a ogni frase, a ogni intonazione: uno spettacolo… Perciò il doppiaggio di È solo la fine del mondo, ancora di Rodolfo Bianchi, con una distribuzione ottima degli attori, senz’altro ha annullato molte problematiche dovute alla lingua usata che, un po’ sarà stato il difficile francese di Lagarce, e un po’ il meltin’ pot canadese di Dolan: chissà quanti sottotesti (che io prevedo spesso riferiti al personaggio della Cotillard) saranno andati persi, e con loro sono andati persi, forse, molti altri indizi di interpretazione di questa trama inconoscibile!

I difetti:

  1. La lunghezza dei dialoghi: forse imputabile a Lagarce: e Dolan (a Cannes) ha detto di aver tagliato molto (e di aver confezionato un finale del tutto nuovo, guarda caso quello secondo me copiato da Siegel!), ma restano veramente lunghissimi… Il film, oltre che bellissimo, è senz’altro verboso… cosa che, in precedenza, in effetti, Dolan non era stato mai! Questo è l’unico aspetto a cui l’aderenza con un soggetto non suo ha dato risvolti “negativi”…
  2. La difficoltà immensa: insieme un pregio e un difetto. È un film da vedere molte volte e richiede molto impegno: per cui potrà scoraggiare molti… molti che forse potranno avere la mia solidarietà in un primo tempo, ma chi si arrende e non lo vede probabilmente non avrà il mio rispetto: SFORZATEVI CAZZO!

Riassunto:

Film bellissimo che si deve interpretare e che vive di non detti da capire, e che fa emozionare con nulla! Però molto verboso e per nulla somigliante a quei film carini che si vedono più spesso al cinema: qui c’è da sforzarsi: qui non ci si capisce niente, e se non ci si ALLENA nel voler noi stessi ESERCITARE la nostra capacità di IMMAGINAZIONE e di SPIRITO CRITICO-INTERPRETATIVO ci si spalla…

Ma i film veri sono questi!

Non le puttanate narrative che imperano nelle sale!

Se volete storie e basta, LEGGETE UN LIBRO o guardate un cazzo di telefilm di quelli che fanno finta di non dirti nulla ma poi ti spiegano tutto!

Qui c’è da CONTRIBUIRE, c’è da ESERCITARE il cervello! e c’è da farlo in modo totalmente ESTETICO, poiché con nessuna FINALITÀ!, visto che non avremo mai la conferma delle nostre supposizioni! Non c’è la gratificazione per aver scoperto il colpevole, non c’è asservimento del cervello a uno scopo! Qui è il cervello stesso a essere scopo! È l’arte stessa a essere scopo!

Sono questi film qui che fanno crescere la materia grigia!

3 risposte a "È solo la fine del mondo"

Add yours

  1. Dolan si dimostra l’Hitchcock del dramma psicologico.
    Immagino di sì. In quello l’ho apprezzato, ma se E’ solo la fine del mondo è davvero il suo meno deragliato ed il più “composto”, dato che già questo m’aveva fatto montare la paranoia – non per la tensione narrativa, ma proprio per il disagio che domina tutto, anche senza un apparente senso – sarà meglio che ne stia alla larga…
    … eppure ricordo di averlo non dico difeso, ma d’essere andata a cercare qualche dettaglio gradito per controbattere a chi era con me, che si limitò a disprezzarlo con un boato degno di Fantozzi (sul genere di “cagata pazzesca”).

    1. Anche per John F. Donovan io sto lottando per “difenderlo”, benché trovi abbastanza assurda la polarizzazione del gusto, come dicevi anche tu su «Batman v Superman»: subito ci si schiera tra idolatranti e forcaioli… — senz’altro Dolan è fuori misura («Laurence Anyways» dura 3h e mezzo: boia cane: come si dice a Livorno, uno ti può essere anche nel cuore, ma dopo 3h e mezzo stanchi perfino i più ben disposti!), e io trovo proprio ridanciani i suoi stacchetti sulle musichette poppettare del 1999 (io speravo che in Donovan ce ne fosse uno con «Barbie Girl», ma niente), che sottolineano emozioni esagerate di personaggi esagitati e iperbolici… perciò è facile, a livello di “storia”, considerarlo una ciofeca… però, quando guardi il “visivo” che accompagna quella “storia”, quando guardi il “discorso” di Dolan, ci trovi spesso cosette che quella storia ridicola quasi la negano, o la prendono in giro, o la trasformano! «È solo la fine del mondo» è uno di quelli che, in questo senso, gli è venuto meglio: una storiella familiare borghesotta che però ha delle immagini che ti fanno cagare addosso dalla paura!, ti stimola a trovarci qualcosa sotto!… e allora, almeno secondo me, nella Schedina Totip dei mai indagabili gusti, non c’è che da rifugiarsi nella X invece che propendere per l’1 adorante o il 2 denigrante… — però poi rifletto che quella X non mi riesce di tirarla fuori per gente come PT Anderson (nel «filo nascosto» ho visto ben pochi sensi ulteriori nel discorso visivo rispetto alla malsana storia), o come Ozpetek o Guadagnino… queste rende o il mio “metodo” del tutto incongruo (e amen) o il mio gusto del tutto non indagabile, come quello di tutti… e nel non indagabile rientra il fatto che, alla fine, Dolan riesce a «piacermi»…

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