Boy Erased

Joel Edgerton è un attore normale, bravino, ma, a mio avviso, non da strapparsi i capelli… decide di esordire alla regia con questo pappone ben intenzionato da indirizzare contro quegli idioti (che anche in Italia sono tanti, viste le isterie dell’imminente congresso di Verona sulla “famiglia”) che ritengono che dalla omosessualità si possa guarire…

Come quel filmetto di Amenabar di qualche anno fa, Regression (2015), che denunciava l’uso di un sistema terapeutico obsoleto non più in uso da decenni, si ha l’impressione di stare vedendo un film sulla pericolosità dei treni a vapore là dove i treni a vapore non ci sono più, o, se ci sono, sono ampiamente già considerati pericolosi o vetusti…

L’unica cosa che potrebbe far riflettere è quello che si diceva a proposito di Call Me By Your Name: siccome c’è una minoranza di cretini che si affida ai santoni anti-gay, allora film come questo sono in qualche modo necessari…

Qualcuno potrebbe dirmi che anche il razzismo si sa che è razzismo, e che quindi film come BlacKkKlansman e Green Book potrebbero non essere fatti, perché i razzisti sono una minoranza…

Qui si potrebbe obiettare che, purtroppo, i razzisti, data la destra italiota al vertice dei sondaggi, i cori degli stadi onnipresenti, il terrorismo di stato salviniano contro i neri, quello di Trump contro i non americani, il patto internazionale dell’Europa dell’Est contro gli abitanti del sud del mondo, la strage terribile di Christchurch come quella di Traini, i razzisti, dicevo, la minoranza non sono per nulla, e che quindi i film di Spike Lee e Peter Farrelly continuano a essere necessari ontologicamente…

Ma a questo potremmo anche obiettare che il congresso di Verona così come il gradimento mediatico di cervelli come Pillon, la Gardini, la Cuccarini, e figure analoghe anche all’estero, fa pensare che anche gli idioti anti-gay minoranza non siano per nulla e che quindi c’è da fare film per far riflettere il pubblico bigotto sulla loro follia…

Allora ci sarebbe da fare film come BlacKkKlansman e Green Book di stampo gay, per rendere palesi i problemi dell’anti-gay così come si rendono palesi i problemi dei razzisti…

Ma Edgerton non fa un film né come BlacKkKlansman né come Green Book

Sarò naïf, ma la minaccia sensazionale dell’orda di anti-gay che rinchiude i gay in centri per curarli, centri dove vengono torturati e costretti a subire un serio annientamento della volontà, è una minaccia che Edgerton non riesce a farci sentire…

Edgerton parla di una piccolissima iniziativa, popolata da poco meno di 50 clienti, figli di poveri ingenui, mandati lì per guarire dalla malattia omosessuale…
ma le cure sono così idiote da non essere neanche pericolose, e anche quando le cose vorrebbero diventare corporali e “torturative” (libri picchiati in testa e immersione nelle vasche da bagno), Edgerton si vergogna quasi a farle vedere, e ricorre a ralenti comodi, che invece di raggelare annacquano la valenza della punizione, e cristallizzano quasi edulcorandolo il disagio: siamo lì ad assistere a torture, ma il ralenti ce le rende lontane, blande, inefficaci…
i clienti stessi si rendono conto che la cura è inconsistente, e cominciano perfino a giocarci: fanno finta di dire le sciocchezze che piacciono agli istruttori, tutti quanti! E anche in questo caso ti viene da dire: «vabbé, ma sono tutti consapevoli che il tempo passato a curarsi è una cacchiata, e quindi tutti fanno finta di dire il sermone pentitivo imparato («essere gay è peccato, non guarderò mai più una persona del mio stesso sesso!») per uscire il più velocemente possibile: sicché, più che un pericolo settario e terrificante dove ti torturano sembra una recita poco digeribile, ma neanche così virulenta, fatta per accontentare genitori coglioni»
e anche i genitori coglioni, appena si accorgono che i figli invece che curati sono torturati con i libri sbattuti sulla testa, fanno anche presto ad andare alla sede della “clinica” per riprenderseli, senza grosse difficoltà, senza quell’opprimenza di setta conchiusa e impenetrabile che ci si potrebbe aspettare, e anche questo fa dire: «dé, gli internati sono consapevoli che è tutta una cacchiata, e difatti ne viene torturato solo uno, il più irriducibile, gli altri dissimulano per andarsene, e quando vedono che le cose vanno male, chiamano babbo e mamma e senza troppi problemi escono… dove sta il problema? sta nella semplice esistenza di iniziative simili?»

Sì, il problema sta lì, e sta, magari, nei genitori ghiozzi che mandano il figlio gay a curarsi: è nel tratteggiare i genitori che Edgerton mette il turbo?

Russell Crowe si sforza tanto di fare il padre-pretone scandalizzato di aver fatto un figlio gay, e ci riesce anche…
Nicole Kidman va di mestiere a fare una mammina precisina e repressina che però ci mette un secondo a portare il figlio fuori dall’innocua iniziativa…
E sono loro a rappresentare il “turbo” di questo film?
Eh, no…
Né Crowe né Kidman hanno sufficiente spazio, e quando ce l’hanno è uno spazio semplicistico: la disperazione silenziosa di Crowe ottiene solo pochi minuti di montato, e Kidman non si vede quasi mai…
Tutto il film grava sulle esperienze quasi nulle del protagonista nell’iniziativa dei dementi, con una parte centrale inconcludente in cui il protagonista ripercorre le sue tappe di vita gay appena iniziata, data la giovane età [in queste scene, quasi a caso, si viene addirittura a sapere che il protagonista è stato vittima di violenza al college, una violenza che il film butta lì senza effettivamente occuparsene], e poi minuti e minuti del protagonista che cammina, che riflette (e noi non li vediamo i suoi pensieri, eh, notare bene), che corre, che parla in modo anonimo coi genitori e con i compagni di villeggiatura in cura con lui, che scarabocchia su fogli di carta (il protagonista è un aspirante scrittore)…

Basta

Il tutto confezionato con ralenti morbidosi quanto soporiferi, fotografia scura e anch’essa catalizzatrice di sbadigli, attorucoli inefficaci (Lucas Hedges, catatonico, risultava credibile come drogatone esso stesso catatonico in Ben is Back, ma qui dimostra un’assenza di sfumature attoriche che rasentano l’imperizia), tra cui il regista Xavier Dolan nel ruolo marginalissimo di uno schizzato casuale, e come piatto principale la sensazione di stare perdendo tempo:
è un film che non sembra denunciare…
e neanche documentare…
più che sensibilizzare sulla sciocchezza di far curare i gay, il film fa dormire: non attecchirà mai nelle menti di gente anti-gay (che, data la rappresentazione blanda della vita in “cura”, non comprenderanno il problema), né sui genitori anti-gay (Kidman e Crowe alla fine sono quasi simpatici nella loro inutilità)

Quindi che film è?
È un film che apre gli occhi sul problema di involuzione sociale contemporanea declinata nell’essere anti-gay?
No…
È un film che non funziona…
È un film che avrebbe dovuto far vedere la minaccia, che avrebbe dovuto essere più crudo nel tratteggiare gli impiegati della “casa di cura” (Edgerton stesso interpreta il santone a capo dell’iniziativa, e lo rende quasi un ruolo comico), più concreto nel rappresentare il disagio, più sostanzioso nel mostrare i problemi familiari, più truce nel farci vedere la follia degli anti-gay…

questo è il problema maggiore:
tutti questi anti-gay, sembrano più delle teste perse che dei pazzoidi…
Spike Lee e John Landis stupidizzano i razzisti, ma intanto fanno vedere tutti i danni che fanno (i personaggi di BlacKkKlansman sono scemi, ma non sono “bonari”: sparano col fucile: il loro pericolo è ben presente nel film), Edgerton rincoglionisce gli anti-gay, ma non fa vedere per nulla la loro effettiva pericolosità…
per questo il suo è un esordio all’acqua di rose, sconclusionato a livello drammaturgico-visivo, e fatuo nelle idee da perseguire…
un film che sembra dire: «si racconta la famiglia? la vita del protagonista? le torture? No, non si racconta niente, si accenna un pochino di tutto ma non si parla davvero di nulla»

da paragonare a The Founder in quanto a occasione persa e a inefficacia totale…

11 risposte a "Boy Erased"

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  1. Credo tu abbia còlto dal mio blog che su questi temi, e in generale sulla religione, siamo agli antipodi. Non commento per discuterne (ma intasco la recensione e la terrò presente al momento opportuno, quando vedrò il film).
    Volevo però chiederti lumi sulla scelta – presumo sia tale, o è solo questione di sensibilità linguistica? – di utilizzare il termine anti-gay anziché omofobo.

    1. Notavo sì, che siamo totalmente agli antipodi sulla religione… e vabbé… se mai ci incontreremo a un Pride ci insulteremo amabilmente! Chissà! O staremo ore e ore a trovare similitudini e differenze tra la fede cattolica e quella comunista (che comunque fede è, c’è poco da fare), in un divertentissimo bagno di sangue dialettico che, quasi di sicuro, finirà a bonarie prese in giro reciproche! — Oppure no, boh! — Ho usato anti-gay per la ragione più ovvia e feisbuccosa, cioè che secondo me il termine «omofobia» contiene una contraddizione semantica insita, in quanto l’omofobia non può essere, a mio avviso, considerata una “fobia”… Anti-gay m’è sembrato più ampio nell’abbracciare vari comportamenti sfavorevoli alla condizione gay…

      1. Sulla terminologia: ovviamente a me “omofobia” sta sul culo (oops… vabbeh, mi sta sulle scatole) perché è una schifezza politicamente corretta che ormai infesta l’universo intero, Krypton incluso.
        Ma in realtà l’ho sempre trovata parola adeguata al concetto, perché è chiaro che non è corretto parlare di fobia in senso clinico per l’odio/avversione verso una categoria, e tuttavia mi pare patente che non è di una definizione da DSM che si è in cerca, ma si vuole esternare l’idea che l’odio nasca appunto dalla paura, e la paura dall’ignoranza bla bla. Paura sociale, quindi.

        Detto questo, tu mi ricordi (nelle sue istanze migliori: perché per il resto è una persona ampiamente deficiente, etimologicamente parlando) un ex (ahi) amico quanto a dialettica.
        E poi potremmo, ma chissà, avere più punti di incontro possibili del previsto: prendi il fatto che riconosci una fede quando la vedi (qui il comunismo, in uno dei post commentati oggi l’ateismo elevato a dogma).
        Incontrarci a un Pride la vedo difficile, a meno che tu non esca dal corteo o io abbandoni la contestazione, o entrambi, e ci si faccia un caffé (di più non oso) insieme.
        Per esempio se riesci a risalire a Bologna.

      2. Dopo una lezione di antropologia culturale sono stato quasi 3h a parlare con due attiviste cattoliche… io volevo capire perché loro non accettano che il genere sia una questione culturale (nella nostra ci sono due generi immiscibili, nella cultura eschimese ci sono gli stessi due generi ma interscambiabili l’uno con l’altro, in Thailandia di generi ce ne sono tantissimi tra i due poli, maschio e femmina, che riconosciamo anche noi ecc. ecc.), e loro volevano capire da me perché i miscredenti non accettano la possibilità che tutto quanto, dai gay alla stessa antropologia culturale che propaganda le idee di cui sopra, sia tutto una imposizione delle multinazionali che vogliono vendere magliette unisex… — ci siamo fatti delle risate grandiose, prendendoci in giro a vicenda, e mai prevaricandoci, perché prevaleva la nostra voglia, pur goliardica e spassosa, di *comprenderci* a vicenda… sono state 3h divertentissime! — ovvio che siamo tutti rimasti nelle proprie opinioni, ma una volta constatato che non demordevamo, e che per quelle opinioni, pur contrastate, non ci saremmo mai sparati a vicenda (loro mi hanno assicurato che nel loro mondo ideale cattolico, se mai si fosse presentato un vero transgender lo avrebbero aiutato! e io ho assicurato loro che se ci fosse davvero la prova che tutto è un complotto di magliette unisex io mi sarei unito a loro nel combattere; ci siamo anche rassicurati che il loro mondo ideale cattolico è diverso dalla Spagna di Franco, nonostante il simbolismo superficiale comune, e che il mio comunismo idealissimo, il tirilullinismo, è assai diverso dall’Unione Sovietica e dalla DDR, nonostante il simbolismo superficiale comune), ci siamo salutati da amici, ognuno arricchito un po’ perfino dalle idiozie dell’altro! — e occhio che a Bologna mica ci passo così raramente!

      3. Trilullinismo stay for…?
        (Io non sono di Bologna, son di Brescia, razza bastarda; ma ho amici che vivono in provincia di Modena e dunque prendo la Dotta come facile riferimento.
        Nel caso, se scendo come prima o poi vorrei fare, ti dico. Vedi mai).

      4. Ah, okay. Chissà perché avevo la sensazione di averlo già sentito, ma evidentemente mi confondo.
        E’ un nome a cazzo, o vuol dire qualcosa? :D

      5. Quello non lo so… Tourette osservava stizze involontarie: noi, le cavolate, si fanno in piena scelta consapevole!

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