Il secondo capitolo dell’«It» di Muschietti

C’è una vecchia teoria marxista-sessantottina secondo cui i film standard durano 90 minuti perché quella è la durata che permette allo stronzissimo esercente, altra faccia dei cattivissimi produttori industriali (tutti capitalisti assetati di plusvalore, bastardi dentro, anti-artistici), di proiettare, nelle sue sale, più film al giorno, così da guadagnare di più rispetto alla proiezione di un solo (al massimo due) film di 180 minuti al giorno…

Secondo questa teoria, ai grandi filmoni dei grandi creatori venivano tarpate le ali per essere accorciati fino a raggiungere la striminzita durata standard dei 90 minuti…
Da Von Stroheim a Cimino, Leone, Coppola, Bertolucci e compagnia bella, secondo questa teoria, succedeva questo: l’autore maximum arrivava dal capitalista con un film di 4h e il capitalista, cattivo, glielo tagliava tutto, fino a farlo rientrare nei 90 minuti…

La cosa è effettivamente reale: cioè: così è effettivamente accaduto…

ma la teoria marxistica spiega meno il fenomeno opposto, che pur c’è stato…
Il fenomeno opposto di film di 4h promossi e prodotti proprio dai produttori capitalisti…
Dai sandaloni di DeMille e Wyler ai film storici-strappacuore di Selznick e Fleming, dai kolossal di Michael Curtiz a Titanic di Cameron, dagli Avengers a Tarantino, fino a questo film di Muschietti…

Questo fenomeno incrina la teoria marxista dello stare in 90 minuti…

Perché il capitalista, tanto bramoso di imporre 90 minuti ai creativi, convinto di guadagnare di più, poi finisce per non usare quello stratagemma guadagnoso per i suoi stessi film?
Il capitalista è solo una cacca di persona che si diverte a imporre castighi agli altri proprio quando li nega per se stesso, con grasse risate?
«Non vi faccio fare film di 4h a voi stronzi comunisti ma i film di 4h io me li faccio, sì sì!!!»

Se è così il punto NON è il film di 4h di per sé, ma la questione è su cosa il film di 4h illustra…
Se illustra una morale sessantottina, portata avanti dai grandi creatori (Bertolucci, Cimino, Coppola), il film di 4h va bene, se invece veicola un testo industriale (Avengers e Titanic), o propagandistico (i sandaloni), allora fa schifo?

Probabilmente è vero…

Un problema che ha un corollario nelle convinzioni del conduttore della trasmissione TvTalk di RaiEducational (va in onda su Rai3): parlando di Netflix in una puntata, tutti gli ospiti dicevano «che bello, adesso la gente si rinchiude a vedere i telefilm di Netflix per 20 ore di seguito e vedrà dei bei telefilm», e il conduttore, su tutte le furie, rispondeva: «eh, ma isolarsi per vedere 20 ore di televisione è dannoso»…
Ma il conduttore reagirebbe allo stesso modo, considerando l'”isolarsi” dannoso, anche se il pubblico si isolasse per 20 ore ascoltando il Ring des Nibelungen di Wagner, o le trilogie operistiche di Verdi (Rigoletto, Trovatore, Traviata; Aida, Otello, Falstaff) o Puccini (Bohème, Tosca, Butterfly; Fanciulla del West, Trittico, Turandot)?
Forse no…
Perché Wagner, Verdi e Puccini sono Arte e Netflix non lo è?
Così come Heaven’s Gate di Cimino è Arte, mentre Ben-Hur di Wyler non lo è?

Se 4h te le *prende* il grande autore per arricchirti di Arte le 4h sono bene accette, se invece 4h te le *ruba* il capitalista per ammorbarti con le sue cacchiate deteriori, allora le 4h sono imposte?

Boh…
ci sta…
quasi certamente…

Perché io senz’altro mi sono fracassato i coglioni a vedere Endgame
E con il secondo It di Muschietti?

Forse anche…

ma forse anche no…

perché questo secondo It si sapeva che era così… dopo aver visto il primo non c’era ragione di aspettarsi un film diverso…
E alcune cosette, presenti anche nel primo, si ripropongono abbastanza “nutrienti” nel secondo…

in Endgame non avevo visto alcunché di “nutriente”…

Così come qualcosa di “nutriente” riesco a vederla anche in Titanic e in Ben-Hur, e non solo in Novecento e Apocalypse Now… magari ce la vedo meno in Camelot di Joshua Logan… ma la vedo poco anche in Magnolia di PT Anderson…

Quindi?
C’è da discernere tra film di 4h “belli” e film di 4h industriali, e tra film di 4h industriali “accettabili” e film di 4h industriali obbrobriosi?

Mah…
forse sì…

Ma così, in effetti, si fa con tutto… anche con Netflix e Wagner (di Netflix è brutto tutto? forse no… e in Wagner è bello tutto? forse no…)

e la teoria marxista sui film che devono durare 90 minuti e la tarpatura delle ali ai film di 4h che sono “belli”…?

c’è…
ma è una delle tante parti in gioco… e bisogna guardare meglio…

come avviene sempre…

per cui questo discorso è del tutto inutile! [in ogni caso, per “inquadrare” la teoria della durata “buona” tarpata dai 90 minuti cattivi, non c’è che da vedere il classico S.O.B. di Blake Edwards, 1981]

Il secondo It di Muschietti a me è parso una grandissima metafora metacinematografica, così come era il primo, veicolata in una maniera del tutto inutile, così come era il primo: veicolata, cioè, in una storiella edificante con problemi di target, di tono e di compattezza complessiva… Un film, cioè, che si guarda mentre ci si chiede «ok, ma quando lo rivedrò mai? e, soprattutto, perché è così pompato nella ridondanza?»

questo m’è sembrato, né più né meno…

La grandissima metafora cinematografica la si vede in diverse maniere:

  1. Si parla continuamente di vedere, guardare, ricordare… i dialoghi sono tutti un «apri gli occhi» e «guarda», e sulla “visione” è basato tutto il plot
  2. Si vedono sempre gli occhi dei personaggi e dei mostri (anche mostrini a forma di occhio)…
  3. Il mostro, come già intravisto nel primo, è un sistema “proiettivo” di tre luci che gira e rigira quasi come le prime telecamere televisive a tre obiettivi…
  4. McAvoy passeggia negli studios della Warner e ha a che fare con Stephen King e con un regista che è Peter Bogdanovich!
  5. Il rituale, che va anche male, è un monito «non guardate» dedotto da Raiders of the Lost Ark
  6. Le vecchie foto che si animano sono onnipresenti…
  7. I proiettori di diapositive con i loro fasci di luce sono in primo piano…
  8. La fiera e il Luna Park (i posti dove è nato il cinema) sono luoghi centrali…
  9. I set (di Paul Austerberry, Oscar per The Shape of Water), molto più elaborati di quelli del primo, tornano a essere luoghi-simulacro di parco giochi, e scoprono continuamente, come era nel primo, la loro natura di set, con innumerevoli trucchi che si dipanano, come se tutte le costruzioni fossero giocattoli, attrazioni finte di luoghi divertenti…
  10. L’inganno, quindi il cinema, comunicato come nocciolo primordiale dell’esistenza…

E metafora cinematografica è anche il tono del tutto comicarolo della sceneggiatura, ancora più del primo del tutto “irrisoria” degli stessi fatti che tratta: ogni scena è presa in giro dagli stessi personaggi, che ogni tanto (come gli attori che li interpretano) sembrano ben consapevoli di stare facendo finta, di stare lì per burla o scemenza, per pura voglia di perdere tempo…

È come se Muschietti ci prendesse in giro tutti quanti, e facesse il film di un film: la rappresentazione di un film su It

E gira forse anche lo stesso identico primo capitolo, uguale, solo con gli attori grandi, che finiscono per fare le stesse cose, le stesse avventure, e per incorrere negli stessi messaggi che avevano agito, da piccoli, nel primo film…

Con la stessa acqua/inconscio, gli stessi tunnel cavernosi mentali, le stesse fogne d’anima, le stesse paure, sensi di colpa e drammi edipici da affrontare e a cui “sparare” o piantare mazze in testa…
tutto uguale al primo…

Come se questo secondo capitolo fosse una rimasticazione non fiction del primo capitolo: una riflessione sul primo capitolo, o una riproposizione al secondo grado del primo… ancora meno presa sul serio, e ancora meno effettiva…

Alla fine, con la cicatrice sparita dalle mani, It e tutta la sua vicenda, anche quella “passata” nel primo film, sembra, nei discorsi in sceneggiatura, diventare solo ricordo di un branco di 40enni affetti dalla vita, che ridiscutono sulla loro infanzia e pensano alle proprie paure senza più discernere tra quello che è stato e quello che è immaginato; tra quello che c’era e tra quello che hanno visto al cinema; tra quello che hanno vissuto e quello che hanno solo visto
forse perché visto e vissuto sono la stessa cosa…
immaginato e agito sono uguali…
cinema e vita sono un tutt’uno…

Un messaggio che non si sa se “comuninacare” ai 40enni o ai 14enni, che, come nel primo, scontenta un po’ entrambi…

Un messaggio che forse è un po’ poco per giustificare le 3h…

E un po’ poco per giustificare la sfilacciatezza e la ridondanza dello script, che è frammentatissimo: ogni personaggio passa attraverso gli stessi problemi, e il film ce li deve far vedere tutti, uno per uno, in una concatenazione di sequenze pressoché identiche…

Io sono entrato al cinema che erano le 14:30 e sono uscito che erano le 18:00…
E sono stato in un multisala che non aveva nulla a che vedere con la visione sacrale del film, da teatro borghese post-wagneriano: la sala era quasi una crasi tra teatro all’italiana e teatro elisabettiano…
il film lo si vedeva più o meno tutti, ma ognuno, vista anche la struttura ripetitiva, con un grado di attenzione/affezione molto diverso…
la sequenza del personaggio, uguale a quella dell’altro personaggio appena passata, giustificava nel pubblico passeggiate al bar, sgranocchii di cibo o commenti vari, risatine derisorie o anche giochi da ragazzini (l’età anagrafica era omogenea intorno ai 16 anni, o, almeno, così sembrava)…

Perciò ti viene il dubbio di dire «ma chi me l’ha fatto fare?», oppure «come mai far durare 3h questa burla metacinematografica insistita e ribadita?»…

A farmelo apprezzare più di un tot ci sono diversi discorsi a favore della libertà sessuale:

  1. All’inizio c’è una scioccante aggressione a una coppia gay, davvero atroce (uno degli attori che la recita è perfino Xavier Dolan!): una violenza che Muschietti è bravo a connettere con il metafisico male atavico di It: i teppisti anti-gay uccidono il gay e in qualche modo quei teppisti “sono” It, il mostro che si vede e non si vede, si scruta o si immagina, in mezzo ai malefici palloncini rossi… un male che si nasconde o che è o diventa, si palesa e poi subito scompare, in questi orripilanti episodi di violenza…
  2. Alla fine, un personaggio riesce a confessarsi la sua natura omossessuale, e ad accettare il suo amore maschile adolescenziale… e in tempi salviniani e trumpiani, che un film industriale faccia tutto questo è a mio avviso costruttivo…

Leggo di molti apprezzamenti per la Chastain e per Bill Hader…

A me la Chastain è piaciuta meno… m’è sembrato timbrasse il cartellino…

Nel doppiaggio di Fabrizio Pucci è proprio Chiara Gioncardi sulla Chastain ad essermi ugualmente piaciuta poco… Insomma anche Nanni Baldini su Mustafa… Edoardo Stoppacciaro su Hader l’ho sentito meglio…
Ho adorato Stefano Crescentini su McAvoy…

Il direttore della fotografia, peruviano, si chiama Checco Varese: un nome che ritengo splendido!
Le sue luci (con le scene fantasiose di Austerberry) non erano affatto male!

15 risposte a "Il secondo capitolo dell’«It» di Muschietti"

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  1. Bellissima recensione, come sempre anche perché le divagazioni sono superinteressanti!

    Il discorso della durata eccessiva di alcuni film merita certamente un approfondimento. Mi sa che è uno standard che sta cambiando con i decenni, 90 era il numero d’oro negli anni 70 e 80, ma ora il numero d’oro sembra essere 120 (e oltre, per alcune cose). D’altronde la gente investe migliaia di ore in serie tv su netflix, ormai non spaventa più una durata di 180 minuti!

    Su It… io dopo essere rimasto freddino col primo capitolo mi risparmio questo secondo. Secondo me Muschietti non è così bravo o profondo da voler mandare i messaggi che ci hai letto te, che sono comunque molto belli ed elevano la visione del film… in ogni caso non mi avrà! Mi immagino la sequela di inutili jump scare, la CGI eccessiva, la ripetitività della storia… questo no! Mi accontento della tua recensione! :–)

    1. Sulla teoria dei 90 minuti, sì, era una cosa “sessantottina”, oggi, visto l’andazzo, del tutto decaduta… e io ho sempre avuto in odio chi diceva «se devi intripparti 20 ore fallo con la roba “buona” e non con la roba “cattiva”», perché ammetteva di stare dicendo questo solo molto dopo: sulle prime diceva sempre «intripparsi per 20 ore è dannoso», e gli dovevi imporre con le unghie «sì, è dannoso, ma se mi intrippassi a leggere “Guerra e Pace” ti andrebbe di molto bene, solo che mi intrippo con i videogiochi e allora ti incazzi: ti incazzi non con l’intrippamento, ma con il contenuto dell’intrippamento!»: una disambiguazione secondo me sempre necessaria…

      Ti do ragione che puoi risparmiartelo: anche se l’ho trovato (in scene e luci) molto meglio del primo…
      e quello che io (e solo io) vedo giustificato in fintezza metacinematografica, potrebbe risultare fintezza e basta a chiunque!
      Anche perché 3h ridondanti non sono mai giustificate davvero neanche in questo secondo capitolo…
      la componente ridanciana anche autoironica, boh, sembra far aleggiare su tutto il motto «sì, lo si fa perché abbiamo un contratto per farlo per forza, ma, davvero, di questo film non frega nulla a nessuno»… La cosa rende il secondo capitolo forse più interessante, ma neanche questo aspetto (e anche questo, come la metacinematograficità, non si sa quanto voluto) alleggerisce le 3h…

      Però devo confessare che mi aspettavo quasi peggio…

      1. Andare con aspettative basse sicuramente aiuta a sopportare meglio il prodotto finito!

        E hai ragionissima sui contenuti giudicati a priori senza grossi argomenti. Lo vedo come un atteggiamento ignorante nel senso di ignorare quegli stessi contenuti giudicati senza conoscerli.

  2. Un film che mi ha molto deluso. Nonostante i difetti del primo capitolo, avevo apprezzato quella pellicola. Questa invece fa una cosa molto hollywoodiana: il seguito dev’essere più grosso. Effetti speciali più grandi, scene d’azione più grandi… tutto più grande. Ma grande non vuol dire qualità.
    Una cosa che poi non ho sopportato è l’umorismo. Va bene mettercene un pochino di tanto in tanto ma il film ne è pieno e anche le scene che dovrebbero terrorizzare alla fine fanno ridere.
    Altra cosa negativa è la ripetitività del film. I perdenti cercano il loro passato e It li attacca e così via così via.
    E la risoluzione finale… Questa cosa non lo mandata giù. Per niente. Hanno ridicolizzato It e hanno ridicolizzato un concetto molto dolce e profondo del libro di King. È un film tremendo.

    1. Io l’ho visto con molta meno “carica” di affezione al soggetto, e, essendo già stato indifferente al primo, non mi aspettavo granché… nel primo, inoltre, avevo visto una resa visiva traslucida che qui ho visto meno… sicché, sì, film inutile ma sinceramente, così me lo aspettavo…

      1. Inizialmente per dirigere anche il primo capitolo si era scelto Fukunaga che aveva anche scritto la sceneggiatura. Ho letto alcune cose della sceneggiatura originale e ora non sai quanto avrei voluto vedere quel film sullo schermo. Specialmente perché si basava più sulla psicologia dei personaggi che sui jumpscares e anche perché aveva un mente per la forma finale di It un’idea ottima (una specie di enorme mostro lovecraftiano dalle sembianze di stella marina). E poi Fukunaga è un regista migliore di Muschietti ormai si è capito.

      2. Da Fukunaga mi aspetto molto con James Bond… chissà se faccio bene a farlo… (chi tanto s’aspetta, tanto rimane deluso)

    1. Pover’uomo, era un grande autore, ma credo proprio che abbia sempre lavorato in seno alla grande industria: Carlo Ponti e la MGM hanno un po’ “imposto” (credo) «Doctor Zhivago» così come Sam Spiegel e la Columbia “imposero” «Lawrence of Arabia»… — secondo me, Lean, con tutto il suo grande portato artistico, ha però avuto la fortuna di lavorare nei ben certi ranghi dell’industria, come un William Wyler e un Cecil B. DeMille… — non lo so se lottò davvero mai per fare i suoi film di 6h come invece, forse, dovettero lottare Stroheim, Cimino, Leone ecc. (ma forse mi sbaglio eh)

      1. Sì credo che sia così, forse quella “lotta” emerge più nel suo fine carriera, ma i suoi capolavori son sicuramente definibili come “di sistema” più che “di lotta”… senza nulla togliere al tocco autoriale, che quello c’è assolutamente!

    2. E occhio che io quando dico “industriale” non intendo affatto “deteriore”: io adoro tutti quelli che sembro stigmatizzare col termine “industriale”: Wyler, DeMille, e potrei dire che Hawks, Capra, lo stesso Hitchcock, Fleming, Curtiz, fino a Dick Donner: sono registi che io adoro a mille…

  3. A proposito di Tarantino, se la regola dei 90 minuti l’avessero applicata al suo ultimo film, C’era una volta a… Hollywood sarebbe venuto fuori cento volte meno brutto. Sei d’accordo?

      1. Allora attendo tue notizie, e sono lieto di non averti spoilerato praticamente nulla. Grazie per la risposta! :)

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